La Francia dal primo impero al 1871. Volume 2
Chapter 10
Ma si era poi prodotta nella vita dei partiti una salutare chiarezza, la quale giustificasse l'espettativa, che la nazione sarebbe per comportare più felicemente che non negli anni trascorsi l'enorme contraddizione tra l'amministrazione dispotica e il regime costituzionale? La risposta esprime un profondo rimprovero. I vecchi partiti erano consunti, i nuovi non ancora nati. La monarchia dei Borboni e degli Orléans formò i repubblicani, la repubblica tirò su una generazione di reazionari, e sotto l'impero lo spirito di contraddizione creò in verità molti scontenti, ma non punto un forte partito liberale con propositi precisi e tenaci. Il dominio dei legittimisti nella nuova Francia era impossibile; se pure ci è dato, d'altronde, servirci di questo pericoloso aggettivo a proposito delle vicende incalcolabili della nazione francese. Gli orleanisti avevano imparato poco. Non i soli espatriati si divoravano in un'odio sterile, come quel Dunoyer, un tempo tanto sennato, il quale ora nella sua opera sul secondo impero non ha saputo esprimere altro che corruccio e assurdi e l'eterno _quiconque est loup agisse en loup_. Anche quelli rimasti a casa non si erano emancipati dalle idee dei già da un pezzo trascorsi dì: la responsabilità ministeriale e il contegno ostile verso la Germania costituivano tuttora gli articoli capitali della loro fede politica. I repubblicani moderati contavano ancora, come venti anni avanti, molti nomi altamente rispettabili e virili, ma non erano spalleggiati dalle moltitudini, e vivevano anch'essi meno del novello pensiero che dell'odio contro il due dicembre, «che non è una data, ma un delitto». Dei radicali, alcuni erano convolati al principe rosso, altri si ubbriacavano di fantasticherie sterminatrici di ogni stato, di ogni ordine sociale. Quale abisso di dissolutezza blasfematrice si aprì a Liegi, quando nel congresso degli studenti il leone del Quartiere latino fece udire il suo ruggito! E qual furore frenetico e bavoso nei fogli volanti di quella letteratura profuga, che empiva le vetrine dei librai di Ginevra e di Bruxelles! I _pamphlets_ dei rossi sulla moglie di Cesare testimoniavano l'antica e torva affinità tra la sete di sangue e la lussuria. Le minacce dei Boichot e dei Pyat contro il Soulouque bianco, che una volta bisognava pure decidersi a rinchiudere in una gabbia accanto alle belve nel _Jardin des Plantes_, gl'immondi vituperii dei profughi contro la regina d'Inghilterra quale alleata di Napoleone, tutto ciò mostrava la pertinacia in nulla allentata del tradizionale atroce odio di partito, che di necessità impediva la franca riconciliazione delle persone assennate. Dovunque guardiamo, non scorgiamo mai in nessun luogo uno scopo conseguibile, in nessun luogo nemmeno un nuovo ideale falso, che fosse propugnato da un partito potente e conscio. Dovunque una cupa e confusa inquietudine, che permetteva ai più tristi duellatori, a un Rogeard e a un Rochefort, di rappresentare una parte, anche se non sapessero scrivere meglio che perversamente e impudentemente.
Si raccolse a poco a poco sotto la guida dell'Ollivier un nuovo partito del centro, liberale insieme e dinastico, il _tiers parti_: chi però conosceva l'agile chiacchieratore, dubitava seriamente, se era a cercare proprio lì la forza morale, che avrebbe ringiovanito uno stato ammalazzato. Si comprende l'acre sprezzo del despota pei suoi nemici, pel vino spumante di quei discorsi di opposizione. I discorsi di tre ore l'uno, con cui il vecchio Thiers soleva rapire il corpo legislativo, colpivano a segno con alcune punte acute e maligne le debolezze e i falli del bonapartismo; ma tradivano a ogni passo la sterilità intellettuale del vegliardo che si disfaceva in una vanità cavillante. I liberali si erano alla fine convertiti alla regola casalinga di prudenza, che la migliore costituzione è quella esistente, sempre che si sappia farne buon uso: fin dal 1863 erano rientrati nell'agone della politica pratica, e una parte dei loro pubblicisti difendeva già le idee avveniristiche dell'indipendenza dell'amministrazione. Solo che queste idee non costituivano un vasto programma di partito pel pubblico bene, non erano approfondite e comprese nella loro importanza vera. La _France nouvelle_ di Prévost-Paradol, il celebre programma del liberalismo, non conteneva un sol capitolo sull'amministrazione dei comuni. In quel parlamento pieno di lamentazioni furono manifestate nuove idee quasi soltanto dal banco dei ministri: davanti alle teorie liberoscambiste del potente «viceimperatore» Rouher, gli eroi dell'opposizione figuravano la più parte da reazionari. Non pareva verosimile, che nei lunghi e silenziosi anni di riflessione su sé stessa la nazione non avesse proprio imparato nulla delle virtù della disciplina parlamentare, del tranquillo predominio di sé, del contegno virile! Ancora e sempre l'antico uzzolo fanciullesco degli effetti teatrali, l'antica atroce ferinità dell'odio di partito. Nessuna seduta del corpo legislativo soddisfaceva i parigini _blasés_, se non era drogata da un _incident_, da una scenata di maldicenza e furore di parte. Dopo che i legislatori con la faccia in fiamme e con un selvaggio dimenamento di braccia si erano sfogati per un pezzo nel palleggio dei vituperii, il presidente aveva cura di levarsi solennemente e di pronunziare quella parola tragicomica che, inconcepibile nel parlamento inglese o nel tedesco, divenne nel francese una espressione addirittura rituale: «Signori, l'incidente è chiuso!». Presto si sarebbe provato, se i piccanti incidenti erano in grado di allevare una generazione di statisti parlamentari!
Donde derivò, in fondo, l'evoluzione liberale, che alienò a mano a mano dal dispotismo democratico le classi abbienti finora soddisfatte? Da tre fonti. Dalla onesta indignazione della nessuna libertà dello stato; dalla brama inarrestabile di novità; e finalmente e principalmente da quella gelosia per la Germania, che passava come un filo rosso attraverso tutte le fluttuazioni dello spirito pubblico. Già da quando fu fondato lo stato tedesco settentrionale, da quando l'idolo del _prestige_ francese principiò a vacillare, la maggioranza della nazione cominciò a sentire vivamente l'onta del dispotismo; ma questo nuovo sentimento liberale, proprio perché non era stato punto acquistato e travagliato con una faticosa elaborazione, non si manifestò veramente stabile e di tempra provata. Solo dopo la battaglia di Königgrätz l'imperatore si vide costretto a una seconda riforma decisiva. Il 19 gennaio 1867 scrisse a Rouher quella lettera teatrale, che annunziava solennemente il «coronamento dell'edifizio». La discussione delle _adresses_ venne, per desiderio di Morny moribondo, sostituita dal diritto d'interpellanza. Ma anche questa savia riforma ancora una volta svelava semplicemente l'assurdità del sistema. Il ministro di stato, che dopo il decreto del novembre aveva parlato pei suoi silenti colleghi come un difensore platonico, adesso in verità era il capo del ministero. Il viceimperatore Rouher rappresentava la politica del governo all'ingrande, ogni ministro difendeva, in forza di uno speciale incarico, l'amministrazione del proprio ministero. Da ciò sorse inevitabilmente la necessità di una politica comune del ministero, affinché non si rinnovassero anche più spiacevolmente i casi, già troppe volte avvenuti, di stridente contraddizione tra i vari ministri. Per giunta, lo stesso despota democratico responsabile doveva costantemente respingere ogni solidarietà tra i ministri. Di più: quanto maggiormente i dibattiti prendevano sostanza di contenuto e di vita, altrettanto risultava sensibile, che la finzione costituzionale dell'infallibilità del re non è altro, che una circonlocuzione dell'idea «dominio della legge». Siccome non è concepibile in un parlamento l'appello alla ribellione, dovevano dunque esservi funzionari responsabili che rispondessero a ogni pubblica lagnanza. Perciò la tirannide responsabile era incompatibile con la libertà di parola di una seria discussione parlamentare; ogni rimprovero, in tal caso, andava a colpire l'imperatore, scoteva l'autorità della corona, oppure, come va da sé, era soffocato dal campanello presidenziale.
Invecchiando, il despota si difendeva ancora: ricordò novellamente alla nazione «i titoli legittimi dei Bonaparte», le menzionò novellamente i potenti plebisciti, che avevano fondato con sei grandi votazioni la potestà della sua casa. Ma la fede nell'avvenire dei Bonaparte era andata a fondo, da quando l'imperatore si era attaccato un'altra volta a quella Chiesa avida di dominazione, la quale troppo bene sapeva, che il bonapartismo aveva assai più bisogno del proprio aiuto che non essa della sua protezione. I bonapartisti parlavano ancora con baldanza, cercavano anzi di assumere il tono affabile della monarchia patriarcale. Nelle _Memorie_ di Véron, negli _Annales de la paix_ di Guettrot e simiglianti libri, parlava un'affettuosità fanciullesca, che ricordava il _Libretto del re Giovanni di Sassonia_ e le operette affini prodotte dalla servilità dei piccoli stati tedeschi. Ma il tono era ricercato e affettato: il parallelo, di moda in altri tempi, tra Augusto e il terzo Napoleone cominciava a sollevare nel mondo i fischi. La stampa dichiarava sempre più animosamente, tra il plauso degli stranieri, che solo il parlamentarismo, l'intero e vero parlamentarismo, poteva salvare la calante Casa imperiale. Sonava sempre più alto l'antico aforismo _la France est centre gauche_, laddove un prossimo avvenire doveva far manifesto, che l'ebbrezza di un successo guerresco è a questo popolo sempre più cara di qualsiasi ideale politico. L'imperatore non poteva più tenere con mano ferma, una volta allentate, le redini del governo. Una ricca concessione seguì l'altra. Nel marzo del 1868 apparve la legge sulla stampa. Il giudizio del tribunale della polizia dei costumi venne a sostituire l'arbitrio delle ammonizioni di polizia; e con l'abbassamento della tassa del bollo i giornali acquistarono la possibilità dell'assetto finanziario e dell'indipendenza. Certo, la penetrazione della stampa colta nel quarto stato, che era ciò che più importava, non era punto facilitata dalla lieve riduzione del bollo. Le persone colte non vedevano di buon occhio la fondazione di giornali locali indipendenti, in grado di sorvegliare per filo e per segno i maneggi dei prefetti onnipotenti; a cotesto liberalismo la sgargiante rettorica dei grandi fogli parigini sembrava più importante di una stampa di provincia modesta ma efficace. Nello stesso mese entrò in vigore la legge sulle riunioni, che dava in tutto prova della vigile diffidenza del dispotismo: non si permetteva adunanza, se prima i partecipanti non avessero precedentemente dichiarato ciascuno la propria persona, la condizione, il domicilio; facoltà incondizionata ai prefetti di rimandarla, sempre che ne temessero pericolo per la pubblica quiete. Ma anche questa limitata libertà di riunione effettivamente era troppa per una nazione, che aveva malmenato il diritto di socialità nella sconvenienza dei clubs e delle cospirazioni. Janzé e gli altri rugiadosi creduloni del _tiers-parti_ tripudiavano, che non fosse a un dipresso rimasto nulla più della costituzione del 1852.
Solo che noi domandiamo: in che modo ha usato la Francia della sua nuova libertà? E anche adesso la risposta suona profondamente triste. Si palesò ora per la prima volta quale mostruoso pericolo costituiva il fatto, che un popolo passionato e geniale si fosse per lo spazio di due decenni interamente disabituato dalla vita pubblica. Quando riflettiamo alla follia che seguì al turbine di febbraio, dopo che la nazione aveva potuto per lo spazio di una generazione attingere ammaestramento e consapevolezza dalla libera stampa, noi non ci stupiamo affatto che una generazione, la quale non si era più addestrata alla disciplina della libertà e non aveva alcuna conoscenza degli affari dello stato, non sapesse distinguere tra radicalismo e spirito di libertà, e si abbandonasse senza guida al turbine delle passioni.
Tutto il nauseabondo lordume, che un tempo si era rincantucciato tra le colonne della stampa spatriata, adesso era venduto sui boulevards della capitale: i palati sovreccitati inghiottivano avidamente la _Lanterne_ di Rochefort, indubitabilmente il più comune e il più insipiente giornale d'infamia, che sia mai apparso in una nazione incivilita. Urlava nei clubs parigini la bestialità selvaggia di una plebe scostumata: di tempo in tempo i demagoghi menavano a spasso il popolo sovrano in una _journée_, in immondi eccessi per le strade. Qual meraviglia, se i borghesi impauriti già movessero a Rouher lamento, che la mano del governo non fosse più sentita? E venne il giorno della prova, l'elezione del 23 maggio 1869. La questione per la Francia era di sapere, se dietro questo mostruoso clamore radicale non si nascondesse forse una qualche forza morale. La prova fu sostenuta vituperosamente. Nelle elezioni del 1852 il governo aveva riportato 5 milioni di voti contro 872.000 dati all'opposizione; nel 1857 6 milioni contro 840.000; nel 1863 il numero di voti dell'opposizione salì a milioni 1,8 contro 5,36, e nel 1869 a milioni 3,31 contro 4,66. Alla prima occhiata questi numeri sembrano una chiara dimostrazione dell'ingrossamento continuo dell'opposizione. Eppure la verità era ben diversa. I primi tre risultati delle elezioni erano l'espressione fedele, l'ultimo una falsificazione della volontà del paese. L'enorme maggioranza della nazione si era col fatto talmente convertita alle idee liberali, che Emilio Girardin, l'augure delle rivoluzioni, credeva già di vedere il principio della fine; ciò non ostante, essa non trovò in sé il coraggio di opporre resistenza a quelle male arti della pressione elettorale napoleonica, che Rouher mise in azione anche questa volta.
Era una solenne dichiarazione di bancarotta della nazione; e, per giunta, ognuno sapeva che il dispotismo, intimidito e scoraggiato, non si trovava più in condizione di adoperare i mezzi violenti di un tempo. Dopo questo grande saggio di fermezza del carattere nazionale, era facile prevedere, che si sarebbe dimostrato una lustra anche il progresso dell'intelligenza politica, che gli ultimi anni avrebbero dovuto arrecare. La nuova camera risultò composta di 40 radicali, 60 appartenenti al recente _tiers-parti_ e 200 mammalucchi ed arcadi, fida falange di Rouher. Ma la così detta opinione pubblica si rivelò ancora una volta come una forza irresistibile. Una parte dei bonapartisti, spaventati dal fracasso della stampa e dei clubs volse di botto a sinistra, e così, con un atto di completa insensatezza, nacque la mozione dei 116, che domandava nuovi diritti costituzionali. Rouher fu dimesso; ma, proprio quando si solennizzava il centenario dell'avo, l'imperatore giaceva infermo gravemente, e il mondo sentiva che la dinastia sarebbe condannata non appena quei due occhi si fossero chiusi. Dopo la guarigione il despota angustiato pubblicò il senatoconsulto del 6 settembre, che annunzio il principio della responsabilità ministeriale. Finalmente il 2 gennaio fu chiamato il ministero Ollivier, che iniziò formalmente l'êra del bonapartismo parlamentare.
Non impropriamente l'imperatore paragonò sé stesso a un viandante stanco, che si spoglia di una parte del fardello per avanzare più speditamente sulla propria strada: adempì fedelmente a tutti i doveri di un corretto regal fantoccio costituzionale, rinunziò al diritto del carteggio diplomatico coi suoi ambasciatori, e, di più, dimise Haussman, il suo fido prefetto della Senna. Inoltre Ollivier, rifulgendo di sapienza, di unzione e di virtù, annunziò che il governo da ora in poi non avrebbe designato candidati ufficiali nelle elezioni. Tutti i liberali giubilavano, che ora finalmente la Francia vestisse la _toga virilis_, ora finalmente con una novella quarta notte di agosto il governo dalle mani degli avvocati e dei burocratici passasse in quelle dei possidenti indipendenti. Il posato _Journal des débats_ profetava, che presto in Prussia avrebbero sospirato «la libertà come in Francia». Il _Times_ vedeva vicino il tempo, che il virtuoso esempio della signora Ollivier, borghesemente semplice, avrebbe nobilitato i costumi della corte delle Tuileries. Effettivamente, la Francia ora possedeva «la più libera» costituzione della sua storia, uno statuto, che conteneva tutti gli articoli di fede del liberalismo ortodosso di gran lunga più compiutamente, che non in altri tempi l'atto addizionale di Napoleone I. Pure, l'antico dispotismo dei prefetti non si era, in verità, menomamente cambiato: proprio allora, sotto la protezione della recentissima libertà, 450 cittadini francesi, in parte con _lettres de cachet_, furono buttati in prigione, perché la polizia pretendeva di avere scoperto una congiura. Questa inaudita trasformazione magica, che teneva il mondo in sospeso, col fatto era semplicemente la grossolana replica di una commedia, di cui i francesi si erano pasciuti fino alla nausea. Il dispotismo di un partito cacciava l'altro: la soluzione del giorno era novellamente _s'emparer du pouvoir_.
Il nuovo gabinetto era composto di uomini appartenenti a tutti e quattro gli antichi partiti moderati, uomini il cui nome irreprensibile era vantaggiosamente separato dall'_entourage_ non ben famato dall'imperatore. Ma da un momento all'altro sgusciarono fuori dallo sdegnoso ritiro tutti gli antichi costituzionali che avevano finora combattuto l'impero a morte, e domandarono sfacciatamente uffici e prebende: nessuno più petulantemente degli orleanisti, i quali avevano sempre conservato il vecchio cupido spirito di consorteria dell'età dell'oro della borghesia. Non era forse umano, che l'imperatrice, gaia e innamorata della vita, guardasse con occhio bieco lo speculatore di virtù Ollivier, che tronfiava nel paludamento della sua civica incorruttibilità, e nel frattempo proteggeva con tanta tenerezza tutti i cugini e i cugini dei cugini, e faceva perfino l'occhio di triglia all'amicizia del vecchio banchiere Magne, a che la rendita non scadesse nemmeno di una lira? Era da far carico all'imperatore, se non riusciva a sfranchirsi dalla diffidenza verso i suoi nuovi amici orleanisti? Il cinico non aveva mai contato sulla fedeltà, stando di fatto, che gli antichi bonapartisti rigidi, come Gerolamo David e compagni, erano legati alla casa dei Napoleone da interessi incomparabilmente più solidi, che non il vecchio Guizot e gli altri transfughi orleanisti. Nel marzo Ollivier raccolse in una costituzione, che era la dodicesima dal 1789, i nuovi diritti della libertà. Ma non vi faceva neppure un accenno a quelle modeste riforme amministrative, che sole possono apportare forza e vita alla costituzione. Il sindaco veniva, come prima, nominato dal governo, il funzionario rimase protetto da ogni querela dei cittadini. La camera, la cui maggioranza non rispondeva punto all'animo del paese, non fu affatto sciolta, e i vecchi arnesi devoti del dispotismo serbarono le loro cariche prefettizie: le nuove commissioni parlamentari, nominate per la trasformazione di tutti i rami della vita pubblica, effettuarono un bel nulla.
Ora finalmente si fece avanti la questione, che presto o tardi doveva essere posta. L'imperatore anche adesso era sempre l'eletto responsabile del popolo. Su disposto della vecchia costituzione egli domandava, che il nuovo statuto fosse accettato dal popolo sovrano mercé il plebiscito. Tale domanda significava, che Napoleone si sentiva tuttora l'_homme-peuple_, e che perciò non avrebbe mai potuto guidare un governo sinceramente parlamentare; solo che, indubitabilmente, il diritto positivo dava ragione all'imperatore. Di più, il plebiscito era una necessità politica. I radicali già svergognavano la nuova costituzione, che fosse niente altro che il pasticcio di pochi senatori tecnici: e siccome in questo paese ognuno s'inchina umilmente davanti al suffragio universale, essi presto o tardi avrebbero infallibilmente costretto l'imperatore a fare appello al popolo. Ma i liberali francesi mostrarono ancora una volta di mancare della prima virtù del libero cittadino: il senso della legalità. Della questione di diritto si parlò appena; non si faceva che biasimare il despota, di aver subito seppellito il regime parlamentare appena fondato. L'8 di maggio la nazione con sette milioni di voti contro uno e mezzo ratificò l'impero parlamentare. Napoleone ora sapeva di possedere nella devozione delle moltitudini una riserva contro l'intemperanza dei parlatori parlamentari; ma nello stesso momento fu tormentato dal pensiero degli umori dell'esercito, che aveva dato 47.000 voti contro l'impero. Diveniva intanto sempre più impetuoso l'ardore guerresco dei vecchi bonapartisti, che temevano di essere soppiantati nelle loro cariche dai cupidi amici di Ollivier; e si vestiva di seduzioni sempre crescenti l'idea che propugnavano, di ristabilire con una guerra nazionale la cadente autorità della corona. In questo modo, nel tripudio della nazione accecata, tra il fragoroso clamore guerresco di una scellerata spedizione di preda, il bonapartismo parlamentare andava a sommergersi senza lasciar traccia. Dal 18 brumaio la nazione aveva cercato la libertà in cinque sistemi differenti. Fu addebitato alla guerra europea il fallimento del primo impero, ai legittimisti quello della Restaurazione, alla borghesia quello della monarchia di luglio, agli operai della capitale quello della repubblica. Non si trovava questa volta nessuna giustificazione straniera né un partito, che potesse colpirsi come capro espiatorio. La nazione, tutta intera la nazione aveva con una lunga sequela di follie e di colpe dimostrato di non essere atta, né ora né per molto tempo appresso, a comportare la libertà.
III.
È un fatto: la guarigione di uno stato malato si può incominciare sia dal basso che dall'alto, per mezzo dell'amministrazione o per mezzo della costituzione. Solo che in Francia tutti gli esperimenti escogitabili di costituzione erano consumati da un pezzo. La speranza in una nuova rivoluzione, espressa dal detto corrente di bocca in bocca: «la Francia ha messo in serbo la libertà», era un confortino da fanciulli. La riforma dell'amministrazione era l'unica via ancora aperta alla libertà politica. Fintanto che i comuni non si contrappongono con la loro propria autonomia alla burocrazia, la libertà di stampa e di associazione mena infallibilmente all'anarchia e l'ampliamento dei diritti della rappresentanza popolare al dispotismo di partito. Soltanto una più libera situazione dei comuni, in modo che, per lo meno, i sindaci non fossero loro imposti, poteva forse indurre le classi abbienti a riguardare come un onore l'esercizio delle cariche comunali. Solo un'attiva partecipazione delle persone colte ai lavori amministrativi poteva finalmente costringere la burocrazia a non sdegnare più i consigli della stampa come un'arroganza di _hommes sans mandat_. E solo, soprattutto, un'intensa attività della vita comunale poteva forse risvegliare le virtù boccheggianti della costumatezza politica e della fedeltà al proprio dovere, sparite quasi nel turbine delle lotte di partito, poteva scuotere alquanto la potenza enorme della imbestiante _routine_ e dello schema che dominava tutta quanta la mentalità nazionale. Torbido spettacolo, quello dell'annientamento della vita pubblica nei primi dieci anni dell'impero. Sotto la polizia napoleonica perfino l'allegria del carnevale per le strade era quasi sparita. E quale risveglio doveva poi seguire a quel torpore plumbeo!