Part 4
Bertrando, è un mentecatto che vaneggia. Sì, ecco, ora me ne ricordo. Nel paese, gli correvano dietro a fargli beffe i bardassi.
BERTRANDO.
Esci, uomo. Prendi le tue bisacce nauseose ed esci senza ciarle. E fa ch'io non ti colga un'altra volta né qui né in vicinanza.
IL SERPARO.
Signore, sei nella tua casa. È male, per la terra ch'è intorno alle tue porte!, è male minacciare colui che non ti nuoce, dinanzi a questa vergine ospitale. Esco, né tornerò. Mi scalzerò, passata la tua soglia; gitterò nel torrente i miei calzari. Ma tu, donna, per questa macchia di sangue ch'è sul lino offerto, odimi. Io te lo dico: quanto è certo che il sole ora si colca, il tuo destino è compiuto. Prepàrati. Colui che rinnegasti e lapidasti brucerà la tua culla di quercia dove ti cullò: che ancóra è legata allo scanno del letto grande con la corda lógora e vi son dentro i chicchi di frumento e i granelli di sale e le molliche e la cera. Ma non nel focolare la brucerà, sì nel crocicchio ai vènti, nel crocicchio ove latra la canèa. E che tu sia dispersa come quella cenere! E che la notte venga sopra a te con trèmito e singulto!
La donna atterrita dalla imprecazione paterna è curva, con le spalle voltate al padre. S'accascia.
BERTRANDO.
Via, esci!
Fa l'atto di prenderlo pel braccio.
IL SERPARO.
Non mi toccare. Esco; né tornerò.
A Gigliola.
Addio ti dico, bene ti sia, santa ospite, tu che m'hai medicato. Abbi animo.
Si avvia verso il cancello.
BERTRANDO.
E dove vai?
IL SERPARO.
Non mi toccare. Vado.
BERTRANDO.
Ancora ad acquattarti in mezzo all'erba? Passa da quella parte, dalle scale; e non di sopra i muri, come i ladri.
IL SERPARO.
Signore mio, lasciami andare! È male quello che fai. Per dove io venni me ne vado. Non porrò piede su altra soglia. Vo pel varco.
BERTRANDO.
Mariuolo, ti dico di passare da quella parte.
IL SERPARO.
È male, è male. Sei nella tua casa.
BERTRANDO.
Intendi? O ti trascino, di sotto ti getto.
IL SERPARO.
Non mi toccare. Bada!
Bertrando gli mette le mani addosso, egli si libera con una stratta e s'allontana. L'altro l'insegue, minaccioso.
BERTRANDO.
Oh, cane, ora ti concio.
Entrambi scompaiono dietro i cipressi, nel bagliore del tramonto.
SCENA TERZA.
GIGLIOLA è sempre addossata al pilastro, con le mani dietro di sè, nascondendo il sacchetto di pelle caprina. ANGIZIA esce dal suo raccoglimento cupo, s'alza, si volge; cammina come in una nube. Vede GIGLIOLA, ancora addossata al pilastro; e si arresta.
ANGIZIA.
E che fai là? Non ti muovi?
Le si avvicina.
Sei tu, sempre tu! Non ti muovi? Non parli? A che pensi?
GIGLIOLA.
Lo sai. Penso a una sola cosa.
ANGIZIA.
Vuoi la guerra? L'avrai. Tu, per farmi onta, tu l'hai chiamato, quell'uomo. E doveva egli prenderti, chiuderti in una delle sue bisacce con le compagne, o serpicina livida, portarti via con seco. Ma di quel che m'hai fatto prenderò la vendetta: non dubitare.
GIGLIOLA.
Serva, non è più tempo di querele. Pensa a quel che ti predisse l'uomo delle bisacce nauseose. Abbi paura della notte.
ANGIZIA.
So di che m'hai accusata al tuo padre. Il tuo zio anche lo sa. Vedrai, vedrai.
GIGLIOLA.
Abbi paura della notte.
ANGIZIA.
Credi che non dormirò più? Le spalle scrollo. Mi sento forte. Ho fame e sonno. Dormirò come un masso.
GIGLIOLA.
Fra poco è l'ora.
Si fa silenzio. Angizia sta in ascolto. Non riesce a vincere il peso che l'aggrava.
E Bertrando non torna ancóra indietro.
Guata di sotto l'arcata verso il giardino.
Forse passa dalle terrazze dei Leoni.
Ascolta ancóra, inquieta; poi scrolla le spalle.
Resti là?
GIGLIOLA.
Resto.
ANGIZIA.
E poi?
GIGLIOLA.
Nulla.
ANGIZIA.
E che fai?
Gigliola non risponde.
Hai mandato un corriere a Cappadòcia. E perché?
Gigliola non risponde. La femmina la guarda con occhi indagatori.
Non rispondi? Sei quasi verde. Ti s'è fatto il viso piccolo e stretto come un pugno.
La scruta ancóra. Gigliola resta immobile e impenetrabile.
Vado. Ci rivedremo.
GIGLIOLA.
È certo. Va.
Angizia sale per la scala. Gigliola si stacca dal pilastro, ascolta. Rapidamente va verso il cumulo delle carte e vi nasconde il sacchetto rapito al serparo. S'odono nel silenzio le voci confuse dei manovali al travaglio. Poi si ode su per la scala bassa la voce affannosa di Simonetto.
LA VOCE DI SIMONETTO.
Gigliola! Gigliola!
SCENA QUARTA.
La sorella corre verso la porta. L'apre. SIMONETTO giunge e si getta nelle braccia della sorella, perdutamente.
GIGLIOLA.
Sono qui. Che hai? Che hai?
SIMONETTO.
Gigliola!
GIGLIOLA.
Ma che hai? Ma che t'accade? Come ti batte il cuore! Hai la fronte sudata. Perché hai corso? Parla. Annabella dov'è? Càlmati.
SIMONETTO.
Nulla, non ho nulla... Ma un'ansia, un'ansia m'è venuta all'improvviso, non so perché, un'ansia verso di te... per te... non so... Gigliola!
GIGLIOLA.
Oh caro, caro, sièditi. Son qui.
Sopraggiunge la nutrice.
ANNABELLA.
Ah, figlia, un'altra volta non lo conduco, se non vieni tu anche. M'ha fatto prendere spavento. D'un tratto mi s'è messo a corsa disperata...
GIGLIOLA.
Ma perché?
SIMONETTO.
Non so. Lascia. Annabella, non mi gridare. Ora sto bene qui.
GIGLIOLA.
Ti sei scalmato. Asciùgati.
SIMONETTO.
M'avevi detto che mi raggiungevi.
GIGLIOLA.
Non ho potuto. Sai? T'ho preparata la stanza.
SIMONETTO.
Ah, veramente?
GIGLIOLA.
Ho spedito un corriere a Cappadòcia, che zia Costanza venga sùbito a prenderti ella stessa...
SIMONETTO.
E tu non vieni? E nonna Aldegrina?
GIGLIOLA.
La nonna si sente un poco male.
ANNABELLA.
Che dici, figlia?
GIGLIOLA.
Si, s'è coricata. Anzi, Annabella, va; ché già t'ha chiesto più volte.
ANNABELLA.
E come mai?
Le due donne si guardano. Annabella esce per la porta sinistra.
SIMONETTO.
Allora aspetto che si levi. Intanto tu mi tieni con te.
GIGLIOLA.
Stai meglio; è vero?
SIMONETTO.
Nella stanza tua non entra mai la femmina; non può entrare. Tu la chiudi...
GIGLIOLA.
Sta certo, sta sicuro: non entrerà mai più. Te lo prometto.
SIMONETTO.
Da quella volta che la vidi a faccia a faccia, risvegliandomi sùbito in un sussulto tra il sudore freddo, da quella notte che me la vidi appresso, china sul mio guanciale, quasi nel mio respiro, a spiare il mio sonno tra i miei cigli — dura come una maschera di bronzo con lo smalto nel bianco de' suoi occhi, orrida, come l'incubo apparito —, ah Gigliola, da quella volta, sempre mi sono addormentato col terrore di rivederla...
GIGLIOLA.
Non la rivedrai. Stai meglio; è vero?
SIMONETTO.
Si, un poco meglio.
GIGLIOLA.
Non ti senti più forte?
SIMONETTO.
Sì, un poco.
GIGLIOLA.
Hai camminato. Anche hai potuto correre.
SIMONETTO.
È bello il Sagittario, sai? Si rompe e schiuma, giù per i macigni, mugghia, tuona, trascina tronchi, tetti di capanne, zàngole, anche le pecore e gli agnelli che ha rapinato alla montagna. È bello, sai?
GIGLIOLA.
Ah, ti si ravviva l'anima!
SIMONETTO.
Tutti i vetri delle case di Castrovalve ardevano, sul sasso rosso.
GIGLIOLA.
Hai guardato il sole?
SIMONETTO.
I manovali hanno acceso le fiaccole e le ciotole di pece sotto le logge. Hanno infisso le fiaccole nei bracci di ferro, nei torcieri nostri, in mezzo alla travata. E un gruppo stava chino a guatare tra le faville il buono Re Roberto venuto giù dalla sua nicchia, tutto armato con la testa mozza...
Gigliola si leva agitata e s'aggira.
Dove vai?
GIGLIOLA.
Simonetto!
SIMONETTO.
Sorella, che vuoi dirmi! Perché sei tanto smorta?
GIGLIOLA.
La casa crolla. Tu senti la ruina grande. L'hai vista al lume delle fiaccole, fùnebri. La tua casa muore. E non le ami tu, queste tue vecchie muraglie? Tu sei l'ultimo dei Sangro d'Anversa: sei l'erede.
SIMONETTO.
Gigliola, anche l'erede muore; e in tutte queste carte è l'odore della morte. Ho freddo e sono stanco.
La sorella gli s'inginocchia dinanzi.
GIGLIOLA.
Perdonami, fratello. T'ho parlato sempre come a un bambino dolce. Non ti ricordi quando la sera, nella stanza nostra, t'aiutavo a slacciarti le tue scarpe? E rimanevo innanzi a te così come son ora, lungo tempo, lungo tempo, a parlare. E tu mi trattenevi quando volevo alzarmi e mi dicevi: «Resta un altro poco!» E si faceva tardi. E nostra madre allora, udendo le voci, veniva all'uscio e ci gridava: «A letto! A letto!» E tu le rispondevi: «Un altro poco!» Te ne ricordi?
SIMONETTO.
Sì.
GIGLIOLA.
«Che ti racconta Gigliola?» ella diceva. «La favola del Re dai sette veli?» E s'affacciava all'uscio con quel suo viso tenero, con quel suo collo èsile che pareva quasi azzurrino, tanto era venato...
La gola le si chiude.
Te ne ricordi?
SIMONETTO.
Sì, sì.
GIGLIOLA.
Oh perdónami, caro! Un bambino dolce sei ancóra per me. E sono qui, sono qui come allora, ai tuoi piedi; e ti parlo.
SIMONETTO.
Dimmi, dimmi.
GIGLIOLA.
Ma fa che tu m'ascolti con un'anima forte. Bisogna che nel fondo del tuo buon sangue tu ritrovi il tuo coraggio.
SIMONETTO, ansiosamente.
Nonna Aldegrina si sente molto male? è in pericolo?
GIGLIOLA.
No, non è questo. Dimmi: oggi sei stato nella cappella a pregare?
SIMONETTO.
Gigliola, tu sai: senza di te, non posso. Andremo ora, insieme.
GIGLIOLA.
Hai pensato oggi a Lei?
SIMONETTO.
Sì, sorella.
GIGLIOLA.
L'hai veduta?
SIMONETTO.
Dimmi tu come debbo chiudere gli occhi per vederla.
GIGLIOLA.
Sempre io la vedo.
SIMONETTO.
Nei sogni, anch'io.
GIGLIOLA.
La vedo ad occhi aperti.
SIMONETTO.
Dove?
GIGLIOLA.
Dovunque. Non riposa, non ha requie. La pietra greve non basta a imprigionarla giù nel buio. Non la placano i suffragi. Non può giacere in pace, e non mi lascia prender sonno. Fratello, in quest'anno di lutto e di vergogna tante cose ho sentito morire andando andando per la casa che tutta quanta è in fine, ed una sola vivere (quella che non potrebbe) una sola, ma forte come si sente il battito della febbre nel polso, come si sente il brivido nelle ossa, di continuo. E sai tu quale? Quella sepoltura.
SIMONETTO.
Oh Gigliola, Gigliola, non andrò, non me n'andrò, non ce n'andremo più. Come lasciarla se non ha riposo? È per quella che ha preso il posto suo, per la femmina intrusa; non è vero? E che faremo? Chi la scaccerà? Io sono troppo debole, sorella; e il nostro padre è servo di quella che serviva.
GIGLIOLA.
Simonetto...
SIMONETTO.
Parla. Come ti trema il tuo povero ménto così smagrito!
GIGLIOLA.
Non avesti mai sospetto?
SIMONETTO.
Ma di che?
GIGLIOLA.
Quando ti tennero lontano, quando ti fu detto il modo del suo morire... per pietà di te, per pietà detta tua anima ignara... Fu menzogna.
SIMONETTO.
Parla! Toglimi quest'angoscia. Vedi: spiro.
GIGLIOLA.
Perdónami, perdónami, fratello. È necessario ch'io ti faccia questo male.
SIMONETTO.
Ma dimmi!
GIGLIOLA.
Nostra madre fu uccisa.
Con un gran sussulto di tutto il suo corpo estenuato, Simonetto si leva; poi vacilla, e ricade a sedere, balbettando.
SIMONETTO.
Hai detto? hai detto? hai detto?
GIGLIOLA.
Fu uccisa. Abbi coraggio, abbi coraggio. Serra i denti.
SIMONETTO.
Sì. Parla.
GIGLIOLA.
Aspetta, aspetta. Il palpito ti sòffoca.
SIMONETTO.
No. Parla. Voglio sapere. Di' tutto.
GIGLIOLA.
Aspetta.
SIMONETTO.
Voglio sapere.
GIGLIOLA.
Di fuoco, di gelo sei. Andiamo, andiamo nella nostra camera, Simonetto. Vieni. Ti porto.
SIMONETTO, imperiosamente, con una forza improvvisa.
No. Voglio sapere.
GIGLIOLA.
È l'ora, questa è l'ora. Ecco la notte.
Una pausa.
Fu nella stanza d'Alcesti. La femmina era là che cercava nel cassone panni; e pareva non trovasse. Allora si fece all'uscio, in agguato; e chiamò. Il cassone era aperto; sollevato il coperchio, la tagliuola era pronta, preparato l'ordegno allo scatto mortale. Chiamò dall'uscio; nostra madre venne, entrò senza sospetto; si chinò a cercare. Il carnefice la prese d'improvviso, le calò il coperchio sul collo; premette, soffocò l'ultimo grido...
Novamente, con un gran sussulto, Simonetto si leva, trasfigurato.
SIMONETTO.
Ah, morte, morte! Dammi dammi... qualcosa per ferire, dammi da uccidere... Gigliola, ora vado, ora corro... Mi sento forte. Lasciami!... E tu sapevi, tu sapevi. E m'hai mentito anche tu, m'hai tenuto nella menzogna orrenda. E tutto un anno, per la tua anima un'eternità di tortura e d'infamia, tu hai potuto vivere, m'hai fatto vivere a fronte a fronte, vivere quasi tra le mani che hanno strangolato... Oh! Oh! Oh! E mio padre, mio padre... Su, dammi, dammi qualcosa... Ch'io corra, ch'io la cerchi... Dov'è? La prenderò per i capelli, la trascinerò sino alla pietra, su la pietra stessa la sbatterò, la finirò...
La violenza lo soffoca. Egli vacilla e manca.
Ahi! Ahi! Che è questo? Gigliola, Gigliola, questo spasimo... Se ne va l'anima... Aiutami tu! Non potrò... non potrò... La forza! Dammi la forza! Gigliola!
Un singulto gli schianta il petto.
Oh! Oh! Oh! Sono un povero malato... Oh! Oh! Altro non posso che morire...
Si lascia cadere tra le braccia della sorella singhiozzando disperatamente.
ATTO QVARTO
Appare il medesimo luogo, dopo il tramonto.
SCENA PRIMA.
Entra per la porta sinistra BENEDETTA recando una lucerna accesa di più lucignoli. GIGLIOLA esce dalla cappella e passa tra i mausolei dell'arcata. Tutt'assorta nel suo pensiero terribile, spinta da una straordinaria forza di volontà finale, va per l'ombra dirittamente verso il cumulo delle carte ov'è celato il sacco degli aspidi. Scorgendo la donna nel chiarore vacillante, s'arresta di sùbito, con un grido soffocato.
GIGLIOLA.
Ah! Chi sei? chi sei?
BENEDETTA.
Io, io, Benedetta.
GIGLIOLA.
Benedetta, sei tu? Che vuoi? Perché vieni?
BENEDETTA.
Ho portata la lucerna. È buio. Suona un'ora di notte.
La pone su la tavola ingombra.
GIGLIOLA.
E che mi dici? S'è acquetato?
BENEDETTA.
No. Smania ancóra. Oh che pena, che pena! Vuole te. Ti chiama sempre. La febbre sale.
GIGLIOLA.
E l'hai lasciato solo?
BENEDETTA.
Annabella è rimasta al capezzale.
Si accosta a Gigliola e la guarda.
Ma tu, ma tu stai peggio del tuo fratello! Bruci. La febbre ti divora gli occhi.
GIGLIOLA.
A quest'ora la casa era piena d'urli e di pianti. Ti ricordi?
BENEDETTA.
Figlia, mi fai paura. Scuòtiti.
GIGLIOLA.
A quest'ora, una povera cosa straziata era là, sopra un letto bianco...
BENEDETTA.
Figlia, il castigo verrà. Non disperare.
GIGLIOLA.
A quest'ora la bocca più dolce che abbia mai fatto udire, movendosi appena appena, le parole mute che nessuno sa come si sepàrino dal cuore, ti ricordi? era sformata, divenuta orribile di strazio, mal fasciata perché non la guardassi io che vedevo solo quella nel mondo...
BENEDETTA.
Figlia, non ti fissare così! Tu mi fai paura.
GIGLIOLA.
Ma mi chiama, mi chiama. Benedetta, anche tu le eri cara. Abbracciami per lei. Sii fedele a quel povero bambino...
BENEDETTA.
Va da lui, che ti vuole. Non star più qui. Se non vai, non s'acqueta.
GIGLIOLA.
Andrò. Ma tu mi devi aiutare.
BENEDETTA.
Sì. Dimmi.
GIGLIOLA.
Accendi là nella cappella tutti i candelabri, tutte le lampade. Ch'io trovi la gran luce quando ritorno. Va.
BENEDETTA.
Farò come tu vuoi. Troverai tutto acceso. L'anima santa ti protegga.
GIGLIOLA.
Va.
La sospinge verso la porta; si sofferma a guardarla. Poi, come la donna scompare, ella si volge; cammina verso il cumulo delle carte; s'inginocchia, brancola, ritrova il sacco letale, mentre parla sommessamente come chi prega ma con un fervore eroico che la irradia.
Madre, tutte le lampade, madre, tutte le fiaccole pel sacrifizio in questa ora che non avrà l'eguale! Ho conosciuto il deperire lento, granello per granello, respirando la polvere delle cose consunte. E lo sfacelo fu per un anno il mio padre. Il mio padre ebbe nome dissolvimento. E l'altro non fu più mio, lo sai; perché due sono, due furono alla ferócia. E, da che tu sparisti, sola qui dentro ho udito nella notte e nel giorno la parola del tarlo per consolarmi, sola quella sillaba eguale empir l'immensità della malinconia nel mio cuore e nel mondo. Madre, e dammi ora tu la forza di venire a te placata, a te pacificata, a te che lasciasti nell'anima, mia la vocazione della morte. Io la morte mi pongo alle calcagna, andando alla vendetta; ch'io non possa tornare né rivolgermi in dietro né soffermarmi. E, come il tuo trapasso fu atroce, così voglio il mio, madre, per me che non ti vigilai, che scamparti non seppi. E quanto più selvaggio sarà questo supplizio tanto più mi parrà esserti presso, in te ricongiungermi, in te confondermi, una sola cosa ridivenire con te, madre, come quando tu mi portavi nel tuo silenzio santo.
Mezzo nascosta dal cumulo, quasi irrigidita dallo sforzo inumano per vincere il ribrezzo, ella scioglie la cordella verde, caccia ambe le mani nel sacco mortifero. L'orrore e lo spasimo le contraggono i muscoli del volto esangue; ma ella mozza coi denti il grido dell'istinto insorto.
È fatto.
Ella ha la forza di richiudere il sacco e di legarlo.
Madre, tu m'hai dato l'animo.
Si alza, cammina; solleva per l'anello di bronzo il chiusino della fonte di Gioietta; caccia il sacco nel vano; lascia ricadere il disco di pietra. Si cerca il crinale nella veste.
Madre, assistimi ancóra!
S'ode dietro la porta sinistra la voce di Annabella.
LA VOCE DI ANNABELLA.
Benedetta! Benedetta!
Risolutamente la moritura si lancia su per la scala buia, scompare.
SCENA SECONDA.
ANNABELLA entra per la porta sinistra.
ANNABELLA.
Non c'è nessuno! Dove sei, Benedetta?
Benedetta accorre alla soglia della cappella illuminata.
BENEDETTA.
Eccomi. Sono qua. Chi mi vuole? Che vuoi?
ANNABELLA.
Gigliola è dentro? Chiamala. Simonetto non fa che smaniare. Io non so più tenerlo.
BENEDETTA.
Ma è venuta. Or ora era qua; e m'ha detto che accendessi le lampade; ed è venuta.
ANNABELLA.
Vengo io dalla stanza e non l'ho vista.
BENEDETTA.
Come! Non l'hai scontrata già pel corridore?
ANNABELLA.
No, ti dico. Oh che palpito! Possa venire l'alba di questa notte trista.
BENEDETTA.
E dove sarà, mai andata? Forse dalla vecchia.
ANNABELLA.
Sono passata dalla camera di Donna Aldegrina: e non c'era. C'era nel corridore Don Tibaldo, là davanti alla porta della madre, che m'ha fatto paura, là fermo, senza muoversi, senza parlare; e non entra. Non l'ho mai visto con quel viso...
BENEDETTA.
Oh destino, destino! Così finire questa casa grande! E non è grande assai per tanta doglia. E pare che non debba venir l'alba mai più!
ANNABELLA.
Non è tornato Don Bertrando. E non si sa perché. Un manovale dice d'averlo intraveduto là sotto i cipressi, a calata di sole, con quell'uomo di Luco, e che ai gesti pareva furioso come se lo volesse battere... Sempre pronto a far la rissa l'Acclozamòra. Ma la gente marsa è d'ossa dure. E chi sa che può essere accaduto!
BENEDETTA.
Gran pianto non si farebbe per lui nella casa dei Sangro.
ANNABELLA.
Vedi, vedi: pel giardino le fiaccole.
BENEDETTA.
Che fanno?
ANNABELLA.
Tra i cipressi: vedi? Forse lo cercano i manovali.
Si sofferma sotto l'arcata mediana, dinanzi al cancello; e guarda. Poi, ripresa dall'ansia, si volge.
Ma Gigliola dove sarà mai? Ora salgo.
BENEDETTA.
Non hai sentito un grido?
ANNABELLA.
No. Son gli uomini che si dànno la voce. Ascolta. Ora è silenzio. Odi il rombo del fiume? e la goccia che cade là nella fontanella di Gioietta... È il primo quarto della luna nova. Malinconia! Malinconia!
BENEDETTA.
Mi trema il cuore dentro. Ho sempre negli orecchi grida.
ANNABELLA.
Donna Giovanna... Ma di qui non s'ode.
BENEDETTA.
Se tu sali, io vado...
ANNABELLA.
Taci!
SCENA TERZA.
Ella ha udito un fruscìo giù per le scale. Entrambe sobbalzano. Appare d'improvviso Gigliola, irriconoscibile. Le donne sbigottite gettano un grido.
BENEDETTA.
Oh, figlia, e che hai fatto?
GIGLIOLA.
Annabella, Annabella, dove hai lasciato Simonetto? dove l'hai tu lasciato?
ANNABELLA.
Nella stanza.
GIGLIOLA.
Quando?
ANNABELLA.
Or ora. Son venuta per cercarti. Chiama; ti vuole.
GIGLIOLA.
E non s'è mosso mai dal suo letto?
ANNABELLA.
No, mai. Finora sono stata al capezzale. E prima di me c'era Benedetta.
GIGLIOLA.
E allora?
ANNABELLA.
Figlia, figlia, ma che hai fatto?
BENEDETTA.
Dio, Dio, le mani! Che t'hanno fatto alle mani?
GIGLIOLA.
Dov'è mio padre? Chi l'ha uccisa? chi l'ha uccisa?
ANNABELLA.
Di chi parli? Dell'anima santa?
GIGLIOLA.
No: della femmina. È là morta.
BENEDETTA.
Ha la febbre. Delira!
GIGLIOLA.
Io l'ho trovata morta sul suo letto.
ANNABELLA.
Delira. E queste piaghe su le mani... Oh sciagura nostra!
GIGLIOLA.
No, non deliro, non deliro ancóra. Io l'ho trovata morta.
Il padre appare alla porta sinistra. Vedendolo, in un lampo ella comprende.
Tu! Il suo sangue è su te.
Il padre è mortalmente pallido. La sua voce è sommessa ma ferma.
TIBALDO.
Io, sì, l'ho spenta. Il suo sangue è su me. T'ho vendicata.
GIGLIOLA.
Tu non potevi, non potevi. Il vóto era mio solo. Vittima per vittima! Tu l'hai sottratta al mio diritto santo.
TIBALDO.
Perché la mano tua non si contaminasse, figlia, io l'ho fatto.
GIGLIOLA.
Ma la tua non era pura per questo sacrifizio.
TIBALDO.
In questo sacrifizio ho lavata la mia vergogna.
GIGLIOLA.
Hai suggellato il tuo segreto nella bocca accusatrice.
TIBALDO.
Quella bocca mentiva in rigùrgito d'odio per ch'io fossi perduto anche nell'anima tua...
Gigliola vacilla, vinta dal malore che la torce. Subitamente il suo volto si scompone come nel principio dell'agonia. Le donne la sorreggono.
ANNABELLA.
Dio, Dio, che è questo?
TIBALDO.
Gigliola!
BENEDETTA.
Dio! Le mani sono livide, s'annérano...
TIBALDO.
Gigliola!
ANNABELLA.
Enfiati i polsi, le braccia... Che hai fatto? Parla!
Gigliola si riscuote, vince lo spasimo; allontana da sé le due donne.
GIGLIOLA.
Non mi toccate!
BENEDETTA.
O sciagura, sciagura nostra!
ANNABELLA.
Parla!
TIBALDO.
O figlia, abbi pietà!
Gigliola parla come chi entri nel delirio.
GIGLIOLA.
Non mi toccate! Io lo so, io lo so. Non potete aiutarmi. Medicina non vale. Quando mi mossi, io volli non più tornare in dietro. M'ha chiamata, mi chiama. Andare debbo. Ho il letto per l'agonia: la pietra che fu chiusa da due...
TIBALDO.
Implacabile, ascoltami! Il mio cuore è schiantato. Anch'io non sopravvivo. Ti parlo già dall'ombra.
GIGLIOLA.