La fiaccola sotto il moggio

Part 3

Chapter 33,654 wordsPublic domain

Ti raggiungo, se posso. Vado a preparar la stanza con Benedetta, a trasportar le tue cose, i tuoi libri...

SIMONETTO.

Sì, sì.

GIGLIOLA.

Quando torni, trovi tutto già pronto.

SIMONETTO.

Sì, sì.

GIGLIOLA.

Caro, cammina adagio: fa che non ti stanchi, che non ti scalmi. Passa per la viottola, èvita la polvere. Stagli attenta, nutrice. Benedetta, vieni.

BENEDETTA.

Ecco, vengo. Raccolgo il filato.

Salgono per la scala, spariscono.

SCENA QUARTA.

Restano la madre e il figliuolo, l'uno di fronte all'altra.

TIBALDO.

E tu non te ne vai, mamma? Non fuggi il lebbroso anche tu? Non ti turi la bocca per non bevere l'aria infettata?

DONNA ALDEGRINA.

Figliuolo, non ti lagnare. Sei passato sopra i cuori che t'amavano.

TIBALDO.

E non v'è più speranza? non v'è pietà?

DONNA ALDEGRINA.

Li lasci calpestare da un piede assuefatto allo zòccolo ignobile.

TIBALDO.

Son calpestato io stesso.

DONNA ALDEGRINA.

Gli altri sono innocenti.

TIBALDO.

Io sono l'assassino?

Si leva, tremando, nel raccapriccio dell'accusa.

Tu lo credi? Gigliola te l'ha detto? M'accusa innanzi a te?

DONNA ALDEGRINA.

Figlio, figlio, che tristo giorno è questo! È come un sogno nero che ci sòffoca Tremiamo tutti sotto una minaccia. Il sospetto s'acquatta in ogni canto. Tu te lo vedi innanzi, te lo senti alle spalle; e non puoi afferrarlo. Hai spavento di te stesso; e gridi le parole irreparabili.

TIBALDO.

Ho gridato? Che ho gridato, madre? La mia voce non è più dentro a me. Ho guardato il mio viso nello specchio e non mi son riconosciuto. Allora gli ho dato un colpo e l'ho spezzato. L'anima è andata in mille pezzi, s'è sparpagliata giù pel pavimento; e mi rivedo mille, e non mi riconosco. E veramente non so la verità che mi fu dimandata, non la so, madre. E tu che m'hai data questa povera anima, e tu m'aiuta a raccattarla, a rappezzarla. Pensa che il giorno in cui tu mi mettesti al mondo non vale più; ma questo giorno mi vale per l'eternità, se tu m'aiuti.

DONNA ALDEGRINA.

Come t'aiuterò? Parliamo per coprire lo strepito ch'è in fondo ai nostri cuori. E ciascuno di noi è solo attento a quel che l'altro non ha detto. E sembra che il dolore abbia il volto dell'inganno.

TIBALDO.

Chiedi, interroga, frugami dentro, strappa da me la verità che sfugge agli occhi miei loschi. Per non vedere si sono torti; e avrò lo sguardo obliquo fin su la bara. Dimmi tu quel che vedi in questa miseria che ti trema innanzi.

DONNA ALDEGRINA.

Ahimè, non v'è miseria eguale a quella che patisce la madre che non può più consolare!

Una pausa.

TIBALDO.

Dunque... lo credi?

DONNA ALDEGRINA.

Che debbo io credere, figlio?

TIBALDO.

Gigliola... t'ha parlato...

DONNA ALDEGRINA.

Quando? Dianzi? E può essere vero? No, no, non ho voluto comprendere.

TIBALDO.

Ma come t'ha detto?

DONNA ALDEGRINA.

Era discesa allora dalla stanza del fratello: aveva tolto via tutte le medicine...

TIBALDO.

Ebbene?

DONNA ALDEGRINA.

Ho indovinato che il sospetto terribile era in lei; ma non dalle parole, perché s'è rattenuta davanti a Simonetto inconsapevole. Ho indovinato dalla tenerezza mortale ch'era in lei quando stringeva al petto quella povera creatura... corrosa di nascosto... Può essere? No, no, non può essere. Troppo grande infamia!

TIBALDO.

Oh! Oh! Perché son nato? Madre, perché m'hai messo al mondo? Questo mi serbavi nell'ora che ho fatto grido verso te perdutamente per essere aiutato all'ultimo passo! Scopriti gli occhi. Anche tu guarda dunque l'altra faccia dell'orrore.

Le prende le mani e le scopre il viso.

Sì, certo, quello che non può essere è. Non sapevo: e tu m'hai rivelato, non sapendo. Ma, certo, quello che non può essere è. Nè io so perché ma me l'attestano le mie vèrtebre stesse nel mio corpo frollo, ma me lo giura tutto il mio sangue che si risovviene nel mio cuore disfatto. La bestia velenosa è all'opera di morte e non si sazia.

DONNA ALDEGRINA.

Abominio! Abominio! E tu lo dici! Ma allora?

TIBALDO.

Allora ascoltami, madre: se tu mi salverai nell'anima della mia creatura disperata, io farò quello a cui la mia viltà e il mio vizio ripugnano nel più profondo della mia radice, io compirò la liberazione incredibile, l'atto che nessuno attende... Hai tu compreso?

DONNA ALDEGRINA.

Ah, non so, non comprendo. Tutto è buio. Un flagello implacabile disperde nella notte i superstiti tremanti. Beata quella che riposa in pace!

TIBALDO.

Ascoltami. Non ho voluto mai leggerti nelle pupille, per paura della risposta alla domanda cruda. Quella ch'è in pace, da qual mano fu sospinta d'improvviso nel silenzio?

La madre si copre la faccia novamente.

E ancóra mi nascondi il tuo dubbio o la tua certezza! Qui, dianzi, quella che Gigliola chiama serva con una voce che taglia il viso peggio della sferza, la femmina di Luco, la mia moglie legittima, in una frenesia d'odio, in una vertigine di còllera, a viso a viso le ha gridato: «Sì, è vero. Sono io. L'ho fatto.»

La madre tenta di alzarsi, fa l'atto di scostarsi.

No! Resta. Non mi fuggire. Non è tutto. Non è nulla, anzi, questo che t'ho detto. L'accusa era nell'aria, in ogni soffio, esalava da tutte le pareti, si celava nell'ombra delle vôlte, si disegnava nelle fenditure e nelle crepe come su le labbra vive, come negli occhi palpitanti. Il grido della bestia impazzata ha risposto ad un silenzio lungo che le diceva fissamente: «Sei tu.» Gigliola non ha dato crollo. Pareva che serrasse l'anima sua nelle sue mani ferme come un'arme affilata. Madre, madre, e dinanzi a lei, dinanzi a quell'anima nuda (la fronte gli occhi il mento, l'impronta mia, la simiglianza mia, il segno del mio sangue su quel viso figliale si palesava a me come non mai, in quell'attimo eterno con non so quale forza nuova, non so che rilievo mordace, comprimendomi, entrando nel mio petto spossato come un suggello di vita indelebile) o madre, e la nemica additandomi...

S'inginocchia ai piedi della vecchia, rotto dall'ambascia.

Scopriti la faccia, ti supplico! Ch'io veda quel che fa il tuo dolore! Guardami. Ecco, sono più tremante, più debole, più bisognoso d'aiuto che quando ti nacqui del tuo spasimo, brandello miserabile di carne animato dal gemito. Ch'io veda se puoi salvarmi o se sono perduto anche per te!

La madre lo guarda.

Sì, così.

Egli esita un istante.

La nemica additandomi ha detto: «E che farai? Sono coperta dal tuo padre. Due siamo, due fummo.»

La vecchia tenta ancora di alzarsi.

Madre, non mi lasciare. Stendimi le mani Ha creduto, ha creduto! Ho visto nella faccia disperata che la menzogna era creduta! E tu?

S'ode la voce di Angizia nel giardino.

La voce di ANGIZIA.

Non ti conosco. Vattene, pezzente! Non so chi sei. Ti gitterò le pietre. Ti farò divorare dal mastino. Ora lo sciolgo. Vattene! Va via! O grido al ladro. Fuori! Fuori! Non so chi sei. Vuoi dunque che ti scacci con le pietre?

Di là dal cancello, si scorge la femmina chinarsi a terra per lapidare.

DONNA ALDEGRINA.

Eccola, viene. Portami di là. Reggimi, ché le gambe non le sento più. Non le posso muovere. Non posso più levarmi, non posso camminare. Che è mai questo? Reggimi, Tibaldo, portami tu, trascinami là fino all'uscio. Eccola, viene.

TIBALDO.

Madre, è il destino. Rimani. Vinci l'orrore. Sii testimone del mio combattimento mortale. Per la morte e per la vita giudica tu. Non ho più nulla dietro di me. Son solo. Tutta la mia razza è scomparsa con tutta la sua forza cieca. I forti che m'hanno generato non m'aiutano più. Questa rovina non degna pure di schiacciarmi, tanto io sono poco per la sua grandezza. Tu stessa, madre, non sei mia: son nate da te due geniture avverse; e il tuo cuore diverge. Non t'ingannerai giudicando. Rimani. Devi. Questo è il giudizio senz'appello a cui mi serra il destino.

SCENA QUINTA.

ANGIZIA chiude il cancello di ferro, e il colpo rimbomba sotto il voltone.

ANGIZIA.

O Tibaldo, hai sentito? Era là! Era tornato l'accattone, ancóra! Sai? quel serpàro di Luco. Hai sentito? Gli ho scagliato la pietra nella schiena. Ma, se si ardisce di tornare un'altra volta, bisogna scacciarlo col manico della granata... Non tu, che soffii. Mi ci metto io, con Bertrando; e vedi... Oh! Signora mia suocera, e che hai? Hai avuto paura?

TIBALDO.

Io col bastone come una bestia immonda scaccerò te...

ANGIZIA, volgendosi inviperita.

Ah! ricominci?

TIBALDO.

Chiama tuo padre, ch'io ti riconsegni a lui perché ti schiacci il capo con la pietra che gli hai scagliata alle spalle.

ANGIZIA.

Ma dunque non ti passa la smània? Ti rimorde la taràntola? Quello non è mio padre. Non ho padre.

TIBALDO.

È vero. Nasci dal putridume senza nome.

ANGIZIA.

E m'hai raccolta?

TIBALDO.

Per averti spinta col piede, fuor del mucchio lurido, son rimasto infetto.

ANGIZIA.

E m'hai legata a te per sempre?

TIBALDO.

Non v'è legame tra la bestia e l'uomo. È sacrilegio quel che ho fatto. Avevo perduto il senso umano.

ANGIZIA.

Supplicata m'hai, piangendo, torcendoti per terra, quando volevo andarmene; m'hai presa ai ginocchi, hai posata la faccia nella polvere perché ti premessi il calcagno su la nuca.

TIBALDO.

E che tu mi rinfacci le vergogne, e che tu mi ricordi le viltà, ora, che importa? Ho rialzato il capo. Lo vedi.

ANGIZIA.

Sì. Per poco. Per mostrarti a costoro che t'aizzano contro di me. Dianzi ti sei messa la maschera dell'uomo forte davanti alla tua figlia; ed ora te la metti davanti alla tua madre. Ma non m'inganni. Sotto, veggo il tuo viso senza sangue.

TIBALDO.

Oh, ecco, tu mi rendi il mio viso cotidiano. Alfine, lo ritrovo. È vero. Non conviene ch'io sia tanto terribile. Ora abbasso la maschera e la voce. E quel che deve esser fatto, sarà fatto con un sol gesto e senza grido.

ANGIZIA.

Quando tu sarai solo con me, ti gitterai per terra, un'altra volta; e piangerai, e mi supplicherai. E nulla sarà fatto, perchè tu sei legato a me per sempre e legato due volte. E il legame segreto è palesato omai. E tu non osi, e nessuno oserà toccarmi.

TIBALDO.

Tu ripeti la menzogna inutile.

ANGIZIA.

Che l'odano altri orecchi qui dentro.

TIBALDO.

Infàmia a vòto.

ANGIZIA.

Veramente? Persuadi a tua figlia che la serva mentisce quando ti chiama complice e consorte. Guarda la vecchia, là.

TIBALDO.

È l'orrore di te, che l'impietra.

ANGIZIA.

O Tibaldo, io non credevo che tu potessi impallidire ancóra di più.

TIBALDO.

E se mia madre parlasse e ti chiedesse una prova... che prova le daresti tu?

ANGIZIA.

Che prova era contro di me quando tua figlia dianzi ripeteva a me: «Ti guardo»? E la vecchia ti guarda. E non hai più colore di vita e non hai gocciola di sangue che non sia ghiaccia nel tuo cuore; e fai uno sforzo disperato per non battere i denti — anzi, ecco, la mascella ti tradisce — come la notte d'or è l'anno, quando salisti a piedi scalzi, di nascosto, nella mia stanza buia e mi cercasti brancolando e venisti a coricarti accanto a me, perché non potevi star solo; ed io sapevo il tuo consentimento coperto e tu sapevi il compimento della mia mano pronta. E ci stringemmo; e fummo due, per la vedovanza e per le nozze. Non ti ricordi? Sei convinto? Basta, ora. Questo doveva esser detto, per pegno del silenzio... che si poteva rompere.

TIBALDO.

Madre, hai udito? Resti immobile.

La madre non può parlare.

Hai creduto? Credi?

La madre resta immobile.

Io sono il tuo figlio folle e vile e perduto. E costei mescola la sua colpa alla mia follìa così ch'io non potrò dissepararne l'anima mia giammai né salvarmi innanzi a te. Lo so. Perduto sono. Ma costei che m'accusa, che m'incatena al suo delitto, che s'aggrava con tutto il peso della sua perfidia sopra ciascuna sillaba della menzogna sua come sopra la vittima, costei, costei è quella che mistura i rimedii dell'ammalato...

ANGIZIA.

Non è vero! Come lo sai? Chi te l'ha detto?

TIBALDO.

che apre e fruga per tutto e ruba con le chiavi false...

ANGIZIA.

Non è vero!

TIBALDO.

che scaglia la pietra nella schiena del suo padre...

ANGIZIA.

Non è mio padre, no! Non lo conosco.

TIBALDO.

che s'accoppia dietro gli usci e nei ripostigli col mio fratello nemico...

ANGIZIA.

Non è vero! Diglielo in faccia, chiedilo a lui, affróntalo.

TIBALDO.

che insozza tutta la casa, corrompe, avvelena, appesta tutto...

ANGIZIA.

E ieri t'aggrappavi alla mia gonna come un bàmbolo!

TIBALDO.

costei è la bestia selvaggia senza nome, è la devastatrice che bisogna distruggere.

Si getta su la femmina come per strangolarla.

ANGIZIA.

Ah! Sei pazzo? Che mi fai? Pazzo! Pazzo! Ti penti. Chiamo Bertrando. O vecchia, gridagli!

La vecchia rompe l'immobilità dell'orrore e si leva con un grido. Tibaldo lascia la presa.

DONNA ALDEGRINA.

No, Tibaldo.

TIBALDO, indietreggiando.

No, no, madre. Lascio. La lascio. Non davanti a te.

ATTO TERZO

Appare il medesimo luogo, nell'ora del tramonto.

SCENA PRIMA.

Il SERPARO entra pel cancello sotto l'arcata, seguendo GIGLIOLA che lo incuora.

GIGLIOLA.

Non c'è nessuno. Resta. Non temere, uomo. Sei sospettoso.

IL SERPARO.

O baronella, non mi fare inganno.

GIGLIOLA.

No, non ti faccio inganno. Sta sicuro, uomo. Che guardi?

IL SERPARO.

Guardo com'è grande càsata, grande più che la Badia della contessa Doda in valle Merculana, veramente. Ma s'abbandona. Non ne può più. Vuole colcarsi. E anch'io vorrei. Non reggo.

GIGLIOLA.

Sei stanco? Patisci?

IL SERPARO.

Sento il cuore mio che dentro si schianta. Dammi la pezzuola tua ch'i' leghi la mia mano insanguinata.

GIGLIOLA.

T'ha morso una serpe?

IL SERPARO.

L'hai detto.

GIGLIOLA.

Velenosa?

IL SERPARO.

L'hai detto.

GIGLIOLA.

Puoi morire?

IL SERPARO.

Si muore e non si muore. «Chiedeo lo morto all'asse dell'abete: «Non hanno miso figliema nel foco?» «Figlieta» fece l'asse «magna e beve; s'è compro un busto de velluto novo.» Lo sai quel canto antico, baronella?

GIGLIOLA.

Siediti là, se non ti reggi, uomo. E dammi la tua mano ch'io te la leghi.

IL SERPARO.

Te non mi ti presi in braccio quando tu piangevi, te non ti cullai; per te non mi tolsi il boccon di bocca; il sorso di gola né mi tolsi, che crescessi, che mi fiorissi bella. E non m'imprechi, pietre non mi gitti; mi fasci la mia mano.

GIGLIOLA.

Quanto amaro hai nel cuore! Colpo di pietra è questa, taglio di pietra puntuta.

Cerca di bagnare il lino nella tazza della fontanella.

Gioietta non dà più acqua. Posso appena inumidire la pezzuola. Ti faccio male? Stringo troppo? Va bene così?

IL SERPARO.

La figlia sei del barone! E cóme ti chiamano? come dicono il tuo nome?

GIGLIOLA.

Gigliola.

IL SERPARO.

Oi te, gentiletta! E tu l'hai per matrigna! Tre pietre mi gittò: una nel fianco mi piglia, alle reni l'altra, la terza alla mano. E tu cuòcigli i capi di tre serpi, d'aspido, di marasso e di farea, che ne mangi e si colchi!

GIGLIOLA.

E tu sei dunque il suo padre.

IL SERPARO.

Edia Fura sono, nato di Forco che serviva il Santuario prima di me. E prima di lui c'era Carpesso, della nostra progenie; che forniva la cisterna santa. E nel tenitorio di Luco e in tutto il popolo dei Marsi non v'è nòvero delle geniture di nostro ceppo, ch'ebber la virtù. E si nasce col ferro della mula di Foligno, segnato su i due polsi (ci segna il Tutelare, fin dal ventre, a quest'arte): e la genìa serpigna riconosce la nostra padronanza; e siamo immuni. E non so da quant'anni è nella casa questo flauto d'osso di cervo, per l'incanto, ritrovato chi sa da quale de' miei vecchi, in uno dei sepolcri che stanno su la via di Trasacco; ché il nostro ceppo è antico da quanto quello dei baroni.

GIGLIOLA.

E vieni da Luco? E come avesti la novella?

IL SERPARO.

Per le Palme, una femmina d'Anversa, ch'era a vendere orciuoli e d'ogni sorta stovigli, fece a mógliema: «La tua figliuola s'è sposata a uno barone.» Allora disse mógliema: «Ventura! E sarà vero? Andòssene agli estrani a far servigio; e si dismenticò. O Edia, quando porti le serpi al Santuario, scendi per la Pezzana e pel Casale fino ad Anversa, e là dimanda e vedi. E la dismemorata mi saluti.» E così me ne venni facendo le mie prede giù pel Vado e pel Pardo e per le prata d'Angiora e per le terre rosse d'Agne e in Venere, e lungh'essa la vallea del Giovenco al Luparo. Edia, quante montagne camminasti, quanti rivi guadasti, per la cagna insensata rivedere!

GIGLIOLA.

Ma tu che vuoi da lei? che le domandi?

IL SERPARO.

Nulla Edia vuole. Non dimanda sorso d'acqua il serparo, né boccon di pane. Non fa sosta alle soglie. Passa. È frate del vento. Poco parla. Sa il fiato suo tenére. Piomba. Ha branca di nibbio, vista lunga. Piccol segno gli basta. Perchè triemi il filo d'erba capisce. Segue la genìa che, senza orme lasciare, fuggesi. Tutto ch'altri non ode, e quello egli ode, non con l'orecchio, sì con uno spirito ch'è dentro lui. Modula un modo solo sul flauto suo d'osso di cervo; ma niuno sa quel modo; lo sa egli e lo seppero i suoi morti. E dessa è la virtù, e dessa è l'arte. E d'altro non gli cale più della pelle che getta la biscia.

Egli fa l'atto di sciogliere un de' sacchetti; e dentro vi caccia la mano.

GIGLIOLA.

Ma che vai tu traendo ora, di quel sacchetto?

IL SERPARO.

Non aspidi. Fatti animo, figliuoluccia. Non sono aspidi.

GIGLIOLA.

Ho animo, Edia Fura. E se fossero aspidi, e qualcheduno vi cacciasse le mani dentro a un tratto, così, morderebbero?

IL SERPARO.

Certo morderebbono, da lasciar fino il dente nella vena. E non ti gioverìa manco l'aver beuto acqua della cisterna santa a bigonce.

GIGLIOLA.

E perché?

IL SERPARO.

Perché d'uno aspide l'uomo ciurmato si può guarire; ma di più non si guarisce mai, per la gran possa del tòsco che si spande sùbito, e prende la cima del cuore e fa cancrena negra.

GIGLIOLA.

E tu ne' tuoi sacchetti, tu n'hai di quella sorta, Edia Fura? o fai preda di bisce mansuete solamente?

IL SERPARO.

Male mi ridi, baronella. Io n'ho. Ho due marassi di padule e tre aspidi.

GIGLIOLA.

Senza denti?

IL SERPARO.

Male mi ridi. Il maschio dei marassi, a mezzo il corpo, è grosso quasi quanto il tuo polso. Cinericcio, ha la gran fascia scura e la crocetta. In cinquant'anni Edia giammai ne vide uno ardito così. Non sente ancóra l'incanto.

GIGLIOLA.

Dici il vero?

Il SERPARO, mettendo la mano su un de' sacchetti.

Ora gli do la via, e agli altri quattro.

GIGLIOLA, senza sbigottirsi.

Bene, Mostra.

IL SERPARO.

Hai animo.

GIGLIOLA.

Ho animo, Edia Fura, Ed è questo il sacchetto della gran morte, questo ch'è legato con la cordella verde? E come s'apre?

IL SERPARO.

Lascia, cìtola. Questo non è per te. Ti mostrerò, se vuoi, una sirènula, una coronella, un biacco...

GIGLIOLA.

E di': se, non ciurmato, l'uomo sciogliesse la cordella e follemente dentro cacciasse tutt'e due le mani, in quanto tempo ei morirebbe?

IL SERPARO.

In poco, figliuoluccia.

GIGLIOLA.

Non sùbito.

IL SERPARO.

Non sùbito.

GIGLIOLA.

Ma in quanto?

IL SERPARO.

Forse in un'ora, forse in meno, in più, secondo...

GIGLIOLA.

Tempo avrebbe di compire la cosa designata.

IL SERPARO.

Qual mai cosa? Che son questi parlari?

GIGLIOLA.

Tempo avrebbe un bifolco di staccare i suoi bovi e governarli.

IL SERPARO.

Certo che sì.

GIGLIOLA.

Ma là, dove hai la mano, son di che sorta?

IL SERPARO.

Cìtola, non sono serpi; son doni.

GIGLIOLA.

Quali doni?

IL SERPARO.

I miei. Ti dicevo che nulla Edia vuole. Non chiede ma dà. Recato avevo per la sposa questo pettine. Guarda.

GIGLIOLA.

È bello.

IL SERPARO.

Il vento dell'alidore le scapigli il capo!

GIGLIOLA.

A doppia dentatura, con la costola intagliata di cervi e di leoni...

IL SERPARO.

E questa collanetta. Guarda.

GIGLIOLA.

Oh come è leggiera!

IL SERPARO.

Le stia sul collo un giogo di bronzo!

GIGLIOLA.

Grani d'oro giallo ed àcini di vetro verdemare. Da chi l'avesti?

IL SERPARO.

E guarda: questo spillo lungo.

GIGLIOLA.

È un crinale: sembra uno stiletto.

IL SERPARO.

Da parte a parte la gola le passi!

GIGLIOLA.

Edia, che dici?

IL SERPARO.

Un motto vano dice Edia. E questo vasetto di vetro, guarda; che lustreggia come la pelle delle bisce a mezzodì.

GIGLIOLA.

Per l'unguento. Ma dove trovasti queste cose?

IL SERPARO.

Sopra Luco evvi un monte erto e serposo nomato Angizia, come la matrigna tua; dove salgo per far preda. E v'era una città, nei tempi, una città di re indovini. E sonvi le muraglie di macigni ed i tumuli di scheggioni pel dosso. E quivi su, cercando in luogo cavo, trovai dintorno ad uno ossame tre vasi di terra nera coperchiati. E nel primo trovai farro, nell'altro fiòcini d'uva, e tritoli di fave, nel terzo queste cose che ti dono.

GIGLIOLA.

A me le doni?

IL SERPARO.

A te. Non ho più figlia.

GIGLIOLA.

Prendo solo il crinale. Porta un capo di cignaletto. È bello. Edia, mi sei parente.

IL SERPARO.

Prendi tutto.

GIGLIOLA.

Solo il crinale. E in cambio ti darò questo anello con un rubino buono.

IL SERPARO.

No. Tièntelo nel dito. A me non m'entra. Lasciami in vece questa tua pezzuola che m'hai legata intorno alla mia mano.

GIGLIOLA.

Edia!

Ha un riso convulso.

IL SERPARO.

E che mi vuoi dire? Strano ridi, figliuoluccia. Che hai?

GIGLIOLA.

Lasciami per stasera quel sacchetto della cordella verde. Vorrei mettere spavento al mio fratello quando torna, e poi ridere con lui.

IL SERPARO.

Che pensiero ti passa nella mente? Ridi e ti smuori...

GIGLIOLA.

Guàrdati! Tua figlia viene.

Nasconde nella veste il crinale; e, mentre il serparo si leva e si volge, ella sottrae il sacchetto, lo cela dietro la veste addossandosi al pilastro.

SCENA SECONDA.

Appare alla porta sinistra ANGIZIA seguita da BERTRANDO ACCLOZAMÒRA.

ANGIZIA, gridando.

Ah, sempre quest'uomo! Chi è costui? Gigliola, ora tu fai entrare in casa gli accattoni e i ladri di strada?

IL SERPARO.

Non gridare, donna. Se questo è il tuo marito...

ANGIZIA.

No. M'è cognato. E che vuoi?

IL SERPARO.

Nulla voglio. Se questo è il tuo cognato, tu non temere, donna. Io non gli dico che il serparo di Luco è il tuo padre.

ANGIZIA.