Part 2
Tu sai la vecchia diceria che corre tra la gente d'Anversa, e per tutta la valle del Sagittario, e dalla Forca d'oro alla Terrata fra i pastori.
BERTRANDO.
Sì, la so.
TIBALDO.
La casa magna dei Sangro, quella delle cento stanze, tutta crepacci e tutta ragnateli, che da tutte le bande si sgretola, e nessuno ci rimette pur una mestolata di calcina...
BERTRANDO.
Si, sì, la so.
TIBALDO.
E la famiglia fa magra cucina. E dentro un muro cieco è nascosto il tesoro di Don Simone; ed ogni primogenito eredita il segreto e l'avarizia...
BERTRANDO.
Ebbene?
TIBALDO.
Quanto sei impaziente, fratello! Vuoi che ti dica come stride ogni chiave arrugginita? come cigola ogni uscio sgangherato? Vuoi che ti nòveri tutto quel che si macchia, quel che si scolora, quel che si sloga, si curva, si sfalda, s'ammolla, cola, marcisce?
BERTRANDO, oscurandosi.
Tibaldo, non divagare.
TIBALDO.
Ascolta. Ho un po' d'affanno.
Ansa e soffia, simulando.
Ascolta. Il mio figliolo Simonetto è infermiccio, ed è svanito, anch'egli — ahimè — di vita troppo breve. E se ne va la primogenitura... Ah se tu non mi fossi tanto nemico! Acclozamòra contro Sangro.
BERTRANDO.
Io nemico? Oh no!
TIBALDO.
M'ingiurii sempre.
BERTRANDO.
Ma senza fiele. Per caldezza di sangue. La stessa madre ci portò. Se tu non mi rinneghi, io sono il tuo fratello, a cuore aperto. Le parole volano. Dimentica, ti prego. Ecco la mano.
Tibaldo rompe con uno scoppio di scherno la sua simulazione.
TIBALDO.
Tieni: un ducato, un ducato! Non vale di più questo tuo sùbito amor fraterno. Tieni. Per un ducato, lo compero.
BERTRANDO.
Ah mulo!
TIBALDO.
Prendilo dalla mano floscia. Ancóra mi regge al riso il cuore ammalato. Anzi questo mi giova meglio che la digitale.
BERTRANDO.
Non ti giova. Ti metto sotto i piedi, ti spezzo quel tuo dosso di buffone! Ah, per dio, questa volta non ti salvi da me. Ti faccio mordere, giuro, i tuoi calcinacci.
TIBALDO.
Lasciami! Bruto! Bruto!
BERTRANDO.
Giù! La nuca a terra! Acclozamòra contro Sangro.
TIBALDO.
No! Lasciami! Assassino!
BERTRANDO.
Mordi come una femmina...
TIBALDO.
Assassino!
SCENA QUARTA.
Appare la madre, accorrendo dalla cappella. E dietro di lei viene GIGLIOLA, seguita da ANNABELLA; e rimangono quivi in disparte.
DONNA ALDEGRINA.
Figli! Figli! Bertrando! Ah vergogna, vergogna! Forsennati! Non avete onta? Mi volete morta d'orrore? Su, gettatevi contro me. Su, rompetemi il mio petto. Su, squassatemi i miei capelli bianchi, più bianchi di dolore che di vecchiezza, e per voi, figli tristi, per voi nati da me, dalle mie viscere dilaniate. Ma che latte mai vi diedi io, che latte malvagio, perché me lo rendiate in stille e in sorsi di tòssico, ogni giorno? O Bertrando, o selvaggio, che follìa t'ha invasato? Sempre in guerra sei. Dove tu tocchi lasci l'impronta dell'artiglio. Sempre teso a nuocere. Metti dunque la mano anche su me. Soltanto questo ti resta.
BERTRANDO.
Taci, madre. So che non m'ami, da quando ti fu grave l'esser fedele ad una tomba, e guasto mi fu il mio nido, e imposta mi fu la servitù verso gli intrusi sempre più dura; e il vecchio nome, il mio, ti sonò male come una rampogna.
DONNA ALDEGRINA.
Misero te! Non è la prima volta che tu mordi tua madre alla mammella.
BERTRANDO.
Non mordo io già. Costui, vedi, ha tentato di mordermi le dita con i suoi denti di coniglio. E tu proteggilo. Proteggi costui che ha il viso smorto e il fiato grosso. Ei n'ha bisogno. Ma consiglialo a restar nascosto lungo tempo sotto le coltri.
DONNA ALDEGRINA.
O selvaggio, non vedi che la sua figlia è là con la faccia nascosta?
BERTRANDO.
Dille che, s'ella guarda nella pupilla al vedovo riammogliato, se gli guarda in fondo, vedrà...
DONNA ALDEGRINA.
Bertrando! Bertrando!
BERTRANDO.
Sì, taccio. Addio, madre. O Tibaldo, il tuo ducato, guarda, è rimasto per terra: mostra il rovescio. Bada! Raccàttalo e sii cauto.
Spinge col piede la moneta verso il fratellastro; poi apre la porta sinistra per uscire.
Addio, madre.
DONNA ALDEGRINA, seguendolo.
Bertrando, non andartene così. Ti prego! Torna in pace. Stendi la mano al tuo fratello.
BERTRANDO.
Per un ducato?
Esce.
DONNA ALDEGRINA.
Aspetta! Ascolta la tua madre. Ti prego!
Segue il figlio, che non si volge.
SCENA QUINTA.
TIBALDO DE SANGRO rimane seduto, tra le cartapecore, a capo chino, ancora affannato dalla lotta e pallidissimo. Gigliola leva il capo, guarda il padre, cammina verso di lui. S'odono le voci di fatica lontane.
GIGLIOLA.
Vattene, Annabella.
Si sofferma e segue con lo sguardo la nutrice che; se ne va silenziosamente, su per l'ombra della scala. Poi s'accosta al padre, e la voce le trema.
Padre, son io. Non c'è nessuno più. Son io sola, con te.
Egli si leva, timidamente, vacillando un poco, senza osare di guardare in viso la figlia.
TIBALDO.
Gigliola!
GIGLIOLA.
Oh no, non devi sorridere così. Tu mi faresti meno male, se tu mi calpestassi.
TIBALDO.
Non ti devo sorridere... Perché? Ti faccio male... Non so... Lascia allora ch'io mi metta in ginocchio avanti a te, figlia. Non so che altro potrei, figlia, ora. Tu no, non mi faresti male se tu mi calpestassi. Ma ti benedirei.
GIGLIOLA.
No, no, non in ginocchio. Sta diritto.
Una pausa. Corruga le ciglia.
Chi ti voleva piegare la nuca a terra?
TIBALDO.
Figlia, abbi pietà del tuo padre se tu sei stata testimone della vergogna.
GIGLIOLA.
Tremi tutto. Sei più bianco della tua camicia.
TIBALDO.
Soffro un poco.
GIGLIOLA.
Certo, tu non tremi... è vero? tu non tremi... per quello.
TIBALDO.
Per quello?
Una pausa.
GIGLIOLA.
Padre!
TIBALDO.
Di': che hai? che vuoi, Gigliola? Parla.
GIGLIOLA.
Tu non hai paura.
TIBALDO.
Di chi?
Una pausa.
GIGLIOLA.
Gli hai morso la mano.
TIBALDO.
Gigliola...
GIGLIOLA.
Forte?
TIBALDO.
Che mi domandi!
GIGLIOLA.
Forte dovevi. Tu non hai paura; è vero?
TIBALDO, balbettando.
Ma che hai? Che mi domandi! Se tu hai veduto quello che non doveva esser veduto dagli occhi tuoi, perdónami, perdónami.
GIGLIOLA.
Tutto ho veduto, veggo. Non ho più ciglia: sono senza pàlpebre: gli occhi miei non si serrano più, non battono più. Veggo, terribilmente.
TIBALDO.
Gigliola sei? Che mai avvenne? Chi ti dà questa forza? Che gridi, quanti gridi nella tua voce sorda!
GIGLIOLA.
Dimenticato avevi il suono della mia gola ferita.
TIBALDO.
Rimasta eri velata per me, tutta velata dal tuo lutto, in disparte.
GIGLIOLA.
T'è nuova la mia voce? Per un anno in silenzio ho portata la piaga senza sangue, la piaga che fu fatta anche a me in un punto, lo sai, qui d'intorno al respiro...
TIBALDO.
Come ti guarderò? Eri velata. Vivere ho potuto, esiliato dall'anima tua, con l'amore dell'esule pel piccolo giardino ove non entra più...
GIGLIOLA.
Tutto è arso. Non aver parole di tenerezza per la creatura abbandonata nell'orrore, sola, come in fondo al burrone, come in mezzo al ghiacciaio. Ma guardami; ma leva gli occhi. Guardami quale sono: non più piccola e neppure più dolce... Nulla di giovine è rimasto in me. Passata in un anno è la mia primavera. Mi sono maturata non al sole ma all'ombra, all'ombra d'una sepoltura. Guardami; ché devo interrogarti, e il tempo incalza. Ho fretta.
Con uno sforzo angoscioso il padre solleva le palpebre, la fisa.
TIBALDO.
Oh, l'orrore, l'orrore nella tua faccia, gli occhi senza pàlpebre! Figlia, e m'odii anche tu? E chi t'ha fatta così dura? Dimmi.
GIGLIOLA.
Ti ricordi? Fra poche ore viene quell'ora: verso sera. Mia madre fu chiamata; e la povera entrò nella stanza già scura. E, poco dopo, quell'altra, la serva tortuosa, la femmina di Luco, escì gridando. E già la vittima non si moveva più...
TIBALDO.
No, no, non seguitare!
GIGLIOLA.
Bisogna che tu m'oda, e che tu mi risponda. Quell'altra è la tua moglie oggi. Tu me l'hai data per padrona. Mi fu tolta la madre e mi fu data per padrona colei che con lo straccio lavava il pavimento. Non è vero? Ma guardami!
TIBALDO.
Non posso più. Non ho più forza.
GIGLIOLA.
Eppure bisogna che, con gli occhi negli occhi, a viso a viso, tu mi risponda.
TIBALDO.
Sùbito parla. Dimmi che vuoi. Ti guardo.
GIGLIOLA.
Sai la verità?
TIBALDO.
Ma quale?
GIGLIOLA.
No, padre, no, non mi sfuggire. Tieni ferma l'anima tua nella pupilla come ho ferma la mia. Chi la fece morire? La verità! La verità!
TIBALDO.
Non fu la sorte iniqua? la percossa cieca?
GIGLIOLA.
Oh ti supplico, padre! Non mi mentire. Parlami come s'io fossi moribonda, come se dopo io mi dovessi avere negli orecchi e nella bocca il suggello per sempre. Non lo sai? Non sospetti? Quell'altra che uscì gridando...
TIBALDO.
No, no!
GIGLIOLA.
Ma sei tutto bianco.
TIBALDO.
Oh! Oh! E tu pensi, figlia, tu pensi di me questa infàmia: ch'io t'avrei sottoposta a tanto orrore nella casa dove mi nascesti, ch'io complice avrei congiunto col legame orrendo la bestia criminosa e la tua purità, qui nella casa dov'è custodita quella che fu sepolta...
GIGLIOLA.
Silenziosamente sepolta fu, silenziosamente: ed ogni viso intorno era come la pietra sepolcrale, come la pietra che si pone sopra la cosa buia e segreta. E il tuo viso...
TIBALDO.
Il mio viso...
GIGLIOLA.
Pareva che avesse un marchio d'onta.
Oh che pietà di te, padre! Ma tutto dire debbo. Pareva che già lo difformasse l'obliquità che poi ho riveduta mille volte, la maschera convulsa che t'ha messa la femmina e che tu non puoi strapparti...
TIBALDO.
Me la vedi? qui? l'ho qui? Se piango, non si fende? Ma chi t'ha fatta così crudele? Chi t'ha mutata, anche te? t'ha convulsa, anche te? Tu non sei più Gigliola.
GIGLIOLA.
Non sono più Gigliola. Maturata sono, disfatta, e non dall'ombra sola di quel sepolcro ma dal fiato impuro che m'alita su l'anima continuo, e da quel tuo sorriso, dal sorriso di vergogna, che per un anno fu il segno della tua bontà paterna!
TIBALDO.
Mi struggevo d'amore per te, con un rimpianto senza fine, esiliato dall'anima tua, esiliato da tutte le dolci cose che conoscevo in te che m'eri il fiore di questo tronco guasto.
GIGLIOLA.
E perché l'hai gittato, il fiore, sotto i piedi assuefatti a camminare scalzi nell'immondezza?
TIBALDO.
Come potresti tu comprendere il mio male disperato, la mia miseria senza riparo?
GIGLIOLA.
Ah che pietà di te! Non sono crudele.
TIBALDO.
Me n'andrò, scomparirò. Non mi vedrai. Vuoi questo?
GIGLIOLA.
Scàcciala.
TIBALDO.
Tu non puoi, non puoi comprendere!
GIGLIOLA.
Scàcciala.
TIBALDO.
Me n'andrò.
GIGLIOLA.
Scàcciala. Il laccio è teso anche per te. Cieco tu sei. Io vedo.
TIBALDO.
Il ribrezzo ti va innanzi alla parola. Di': che vedi?
GIGLIOLA.
La turpitudine ovunque, la frode servile, il tradimento. Profanàti sono i miei occhi; e chiuderli non posso.
TIBALDO.
Con ogni tua parola come con una branca m'afferri il cuore e me lo serri. Dimmi tutto.
GIGLIOLA.
Sì, tutto debbo dire come chi sta per trapassare. Di tutte queste cose che m'insozzano mi purificherò.
Una pausa.
Scàcciala. L'uomo che ti voleva piegare la nuca a terra, e tu l'hai morso alla mano... Oh sozzura!
Si copre la faccia.
TIBALDO.
No, no, no!... Che sai tu? Come sai tu? O figlia, tu vedere... No, no. L'odio... l'odio t'abbaglia.
LA VOCE DI ANGIZIA, nell'ombra della scala.
Tibaldo! Tibaldo!
SCENA SESTA.
La femmina appare.
ANGIZIA.
Non rispondi? Che hai? Ma sei di sasso? È vero che c'è stato litigio col fratellastro? che siete venuti alle mani?
Vede Gigliola.
Ah, tu stavi qui con la tua taràntola...
TIBALDO.
Con mia figlia Gigliola. Parlavo con mia figlia. Abbiamo ancóra qualche cosa da dirci...
ANGIZIA.
Ch'io non posso stare a sentire?
TIBALDO.
Vieni, figlia, con me. Andiamo altrove.
ANGIZIA.
No. Tu resta qui. Lascia che vada.
TIBALDO.
Angizia, non alzare la voce. Non sei tu che comandi nella casa dei Sangro.
ANGIZIA.
Il pollo mette i denti? Che novità! Rideremo. Ma intanto io sono la tua moglie: e la figliastra deve obbedire. Vattene, Gigliola. Ho da parlare col mio marito.
GIGLIOLA.
Serva, se — ora che hai le chiavi — puoi senza sotterfugio intrattenerti a scemar le caraffe nella dispensa, almeno èvita di mostrarti alticcia innanzi a noi e di farci sentire nella tua arroganza l'odore del tuo vizio.
ANGIZIA.
Tibaldo, e non le dài una ceffata tu che sei presso? Da costei mi lasci ingiuriare? O taràntola, bada, ch'io non ti metta il mio calcagno sopra.
TIBALDO.
Taci, taci. Va via, va via di qui. Non voglio che tu parli così alla mia figlia. Non sei degna di scuoterle la polvere dall'orlo della veste.
ANGIZIA.
Impazzisci? Credi tu d'essere ancóra il mio padrone? Voglio sapere quel che dicevate. Certo costei ti sobillava contro di me, come fa sempre. Ma il veleno si spegne col veleno.
GIGLIOLA.
Serva, tu sei esperta di veleni. Lo so. Tu sei dei Marsi. Porti il nome della montagna amara. E ieri sera vidi il tuo padre che ti cerca, che ti richiama col sufolo di canna. È un ciurmadore di vipere.
ANGIZIA.
Questo t'ha detto? Non è vero, non è vero, Tibaldo. No, colui non è il mio padre. Non lo conosco. È un uomo di Luco, che passava per di qui e voleva da me l'elemosina.
GIGLIOLA.
Via, non t'affannare. Vedremo poi. L'uomo di Luco è ancora qui ne' pressi, e ti spia. Ma non questo dicevo.
ANGIZIA.
E che dicevi?
GIGLIOLA.
Serva, che oggi è l'anno.
ANGIZIA.
Bene, sì. Oggi è l'anno. E tu mi guardi.
GIGLIOLA.
Ti guardo.
ANGIZIA.
Bene, sì. Eccomi. Guardami. Credi ch'io abbia paura?
GIGLIOLA.
Ti guardo.
ANGIZIA.
Che hai da dire? Su via, di', di' tutto. Parla. Credi che abbassi gli occhi? No, no, non li abbasso. Credi ch'io non sappia quel che dicono sempre gli occhi tuoi quando mi fissi? Dicono: «Sei tu! Sei tu! Sei tu!.» Ebbene, sì, è vero.
TIBALDO.
No, Gigliola, non l'ascoltare. È pazza di furore, è la bestia furente: ha la vertigine dell'odio. L'hai provocata. Non sa quel che dice. Non l'ascoltare. Vattene, Gigliola. Costei mentisce per esasperarti.
ANGIZIA.
No, non mentisco. È vero, è vero. Sono io. Te lo grido, e non abbasso gli occhi. Eccomi. T'ho risposto, senza tremare. Io l'ho fatto. Oggi è l'anno.
TIBALDO.
Non è vero! La vedi: è fuor di sè; è la bestia impazzata.
GIGLIOLA.
Madre mia, madre mia, anima santa, questo è il punto. Sostienimi. Ho promesso; manterrò. Sarò forte.
ANGIZIA.
E che farai? Che mi potrai tu fare? Sono coperta dal tuo padre. Due siamo, due fummo.
TIBALDO.
Taci, cagna rabbiosa. Vattene. Ti scaccio. Se ancóra parli, ti trascino fuori pei capelli, ti sbatto al pavimento.
ANGIZIA.
Non hai forza: ti tremano i ginocchi; ora stramazzi. Due (tu che ancora mi chiami serva, intendimi intendimi!) due fummo. Te lo dico perchè tu sappia bene che per toccarmi devi passare sul tuo padre.
TIBALDO, piegando i ginocchi, curvandosi a terra.
Non la credere! Ha mentito, ha mentito, per vendetta. È frenetica d'odio. Te lo giuro, figlia. Ma passa, ma passa su me.
ATTO SECONDO
Appare il medesimo luogo, declinando il giorno.
SCENA PRIMA.
SIMONETTO è seduto presso la nonna, mentre le due nutrici attendono all'opera del filo.
DONNA ALDEGRINA.
Va, Simonetto, va con Annabella a dar due passi, prima che si faccia sera. Svàgati un poco.
SIMONETTO.
No, non ho voglia. Sono stanco, nonna.
DONNA ALDEGRINA.
Ti sei levato or ora!
SIMONETTO.
Vedi, non c'è più sole. Fra poco piove. Senti come gridano le rondini.
ANNABELLA.
È una nuvola di giugno.
SIMONETTO.
Tuona.
ANNABELLA.
Non tuona. È il Sagittario in piena, che romba.
DONNA ALDEGRINA.
Va a vedere il Sagittario, Simonetto. Va fino alla spianata. È tutto spume, fa l'arcobaleno, bello a vederlo.
SIMONETTO.
Allora fammi portare con la portantina, nonna.
DONNA ALDEGRINA.
Bambino pigro, che capriccio ti viene? È tutta rotta: non si regge più su le stanghe. È più vecchia di me. Quando la povera Monica (s'abbia pace nel cielo) venne sposa, ed io le andai incontro a Bocca Mezzana con otto portatori per cambio, il broccatello rosso era già stinto.
SIMONETTO.
Come il mio sangue, nonna. È stinto già. Vedi quanto mi dura questo piccolo taglio, qui, sul dito! Non mi si chiude più: ci si fa sempre una goccia bianchiccia come una perla. Nonna, sono tanto malato.
DONNA ALDEGRINA.
Non è vero. Stai meglio. Oggi sei meno pallido.
SIMONETTO.
Ma che male è questo?
DONNA ALDEGRINA.
Il male dell'adolescenza, non altro. Cresci. Sei su i diciassette anni.
SIMONETTO.
M'avevi detto: «A primavera guarirai.» L'estate è venuta, e mi sembra di morire a poco a poco. No, non voglio. Nonna, perchè non mi guarisci? Benedetta, tu che m'hai allattato, sei così forte; e tu non fai niente per me. La lana nera! E fili e fili sempre. Mi fai la coltre.
BENEDETTA.
Figliuolo mio, ti faccio un voto ad ogni agugliata che traggo dal pennecchio. E come incocco e come do la torta, sei sempre meco nel mio filo pieno.
SIMONETTO.
Ah che tanfo di polvere e di muffa in tutta questa pergamena. Nonna, non lo senti? E che fa Gioietta? Qualche cosa mi mancava e non sapevo che; ed era la sua voce.
ANNABELLA.
Non dà più acqua. Il canale s'è ingrommato.
SIMONETTO.
È chiusa anche la vita di Gioietta! Le hanno tolto il gioco di ridere e di piangere a un tempo con tre piccole bocche. Nonna, e ci restano le carte muffite. E scartabelli, e scartabelli! E quel poco di vento che si muove da ogni foglio, è la volontà dei morti. E ridiventeremo ricchi! Allora voi manderete a Napoli Simonetto de Sangro in portantina e pagherete cento dottori e glie li metterete intorno a medicarlo... Datemi aria!
DONNA ALDEGRINA.
Non t'agitare, Simonetto. Sei smanioso. Hai la fronte che stilla, le mani sudaticce.
SIMONETTO.
Voglio andare a Cappadòcia, dalla zia Costanza. Mettetemi sul mulo che sa la strada. Ah come si respira nei boschi di castagni! Voglio ancóra il mio schioppo e i miei cani pezzati, bianchi e neri, bianchi e falbi; e quei belli occhi franchi, e quelle orecchie molli come il velluto; e le sorgenti fredde del Liri tra i macigni, dove scendono e salgono le donne con le conche sul capo; e quella stanza bianca, dove si dorme in pace tra l'armadio e il canterano che stanno cheti senza scricchiolare e sanno di lavanda. Voglio tornare là.
DONNA ALDEGRINA.
Ci tornerai quando vorrai.
SIMONETTO.
C'ero di questo mese, or è l'anno; di questo giorno, c'ero. E non sapevo che la morte...
DONNA ALDEGRINA.
Quando vuoi partire? Domani?
SIMONETTO.
Anche tu, anche Gigliola, però. Anche Annabella e Benedetta. Andiamo via, tutti noi!
Una pausa.
Nessuno mi chiamò quando la mamma ebbe il vaiuolo nero.
DONNA ALDEGRINA.
Il contagio... il pericolo per te.
SIMONETTO.
Si può partire e poi...
BENEDETTA.
Ogni tanto diceva Donna Mònica: «No, no, per carità! Viene, e si prende il mio male... Tenetelo lontano.»
SIMONETTO.
Ahimé, nutrice, anche diceva quando era l'estate (non te ne ricordi?) «Stasera apparecchiate sotto il platano. Ceneremo all'aperto.» E veniva da i monti la frescura su la tovaglia, ed era intorno ai lumi un aliare di farfalle, e noi gittavamo le mandorle novelle contro i pavoni appollaiati...
Si leva di sùbito.
Andiamo, Annabella.
DONNA ALDEGRINA.
Che hai? Perchè sobbalzi?
SIMONETTO.
Ho sentito un fruscìo giù per le scale. Ora scende la femmina.
DONNA ALDEGRINA.
È Gigliola. Guarda.
SCENA SECONDA.
SIMONETTO, correndo verso la sorella.
Sorella mia! Sei tu! Di dove vieni? Sei stata, fino ad ora nella mia stanza?
GIGLIOLA.
Sì.
SIMONETTO, sotto voce.
Si sentiva gridare ancora?
DONNA ALDEGRINA.
Sai, Gigliola? Simonetto vuol ritornare a Cappadòcia.
SIMONETTO.
E tu con me.
GIGLIOLA.
Sì, caro.
SIMONETTO.
Domani.
GIGLIOLA.
Bisogna che prima ti rinforzi un poco. È troppo disagiato il viaggio.
SIMONETTO.
Il mulo ha l'ambio dolce.
GIGLIOLA.
Tutti i torrenti ora fanno rapina ai monti.
SIMONETTO.
Allora tu mi prendi con te nella tua stanza per queste notti, come m'hai promesso. È vero?
GIGLIOLA.
Sì, sì, caro.
Ella gli prende il capo tra le mani e lo bacia.
SIMONETTO.
Che mani fredde! Bada, non t'ammalare anche tu come me.
GIGLIOLA.
No. Me le son lavate nell'acqua diaccia or ora.
SIMONETTO, guardandole le mani.
Hai su le dita le macchie, che non se ne vanno... Tutte, è vero? le hai gettate dalla finestra: tutte quelle polveri e quelle acquette! Nonna, sai? Gigliola ha tolto via tutte le medicine, non vuol più ch'io ne prenda.
GIGLIOLA.
Erano troppe e troppo amare...
SIMONETTO.
Oh sì!
GIGLIOLA.
Non ti giovavano.
DONNA ALDEGRINA.
Veramente, Gigliola?
GIGLIOLA.
Erano guaste. Bisognava gettarle.
SIMONETTO.
E le guardava contro luce a una a una, e le agitava e le versava a gocce nel cavo della mano, e le fiutava alla maniera degli speziali...
Egli ride d'un riso fievole.
Se tu l'avessi vista, nonna! Sa le ricette Gigliola, sa le dosi e le misture, tutto sa.
GIGLIOLA.
È vero; tutto so.
SIMONETTO.
Tu guariscimi, sorella! Non mi lasciare mai.
GIGLIOLA.
No, caro, caro!
Ella lo stringe a sè, lo accarezza, quasi materna.
SIMONETTO.
Benedetta, ritrova quel paravento vecchio della China figurato di tutte quelle giunche con le vele di stuoia ed i pennoni lunghi (sorella, non te ne ricordi?) dove facemmo tanti bei viaggi per tanti mari e porti prima d'addormentarci... Ritrovalo, nutrice; e rimettilo al posto, tra i due letti, là nella stanza verde. Vuoi, Gigliola?
SCENA TERZA.
Dalla porta sinistra entra TIBALDO. SIMONETTO ammutolisce. Le donne restano in silenzio.
TIBALDO, convulso e smarrito.
Nessuno parla più... Questo silenzio... Entra un'ombra? uno spettro v'apparisce? Tutti muti, di pietra. Eri tu che parlavi, Simonetto... Ti sei levato... Come stai? Ti senti meglio?
SIMONETTO.
Così, sempre così.
TIBALDO.
Ma oggi t'è ritornata quella febbricina?
SIMONETTO.
Non è l'ora. Più tardi. Tornerà.
Il padre gli s'avvicina e fa il gesto per accarezzarlo. Egli scansa la mano con un moto istintivo, reclinando la testa contro la spalla della sorella.
TIBALDO.
Non soffri ch'io ti tocchi?
DONNA ALDEGRINA.
È nervoso, inquieto. Sussulta ad ogni soffio. Lascia che vada, Tibaldo. Voleva uscire un poco all'aria. L'accompagna Annabella. Su, va, Simonetto, che non si faccia tardi.
SIMONETTO.
Vieni, Gigliola, con me!
GIGLIOLA.