Chapter 22
Era una carneficina, un mostruoso massacro. Fathma, Omar e O'Donovan, riparati dietro i loro cavalli sventrati dalla mitraglia, guardavano con angoscia l'assottigliarsi di quelle schiere. Mai avevano assistito ad un macello simile; mai avevano visto tanti morti e tanti feriti; mai avevano udito tuonare assieme tanti fucili e tanti cannoni; mai avevano visto tanta rabbia e tanta ostinazione.
Alle undici, quando maggiore era la mischia, l'uragano che da alcune ore minacciava di scoppiare, venne ad accrescere l'orrore di quella notte di sangue.
Le cateratte del cielo improvvisamente s'aprirono e una pioggia furiosa si rovesciò sui combattenti mescolandosi ai torrenti di sangue che correvano pei boschi. Il vento cominciò a ruggire, la folgore a scrosciare, i lampi guizzarono illuminando d'una luce livida, infernale, l'orribile macello. Anche il cielo era contro i disgraziati che Hicks pascià conduceva contro il profeta del Sudan.
A mezzanotte urla strazianti s'udirono a destra del quadrato di Hicks e poco dopo un'onda di soldati sfondava uno dei reggimenti precipitandosi all'impazzata verso i muli, i cammelli e cavalli.
O'Donovan arrestò uno di quegli uomini.
--Che succede? gli chiese.
--Il quadrato del colonnello Farquhard è stato distrutto.
--Maledizione! ruggì il _reporter_.
La situazione diventava spaventevole. I mahdisti, ebbri di sangue e di carneficina, raddoppiavano gli assalti, sfondando una dopo l'altra le linee di battaglia. Di quando in quando si udivano, mescolati agli scrosci delle folgori, al rombo dei cannoni e alle fucilate, le urla strazianti degli egiziani che venivano spietatamente macellati.
Alla una del mattino un altro quadrato veniva sfondato e poco dopo venivano respinti, aperti, spezzati, tagliuzzati gli altri tre.
Più non restava che il quadrato di Hicks pascià ma in quale stato! Non vi erano più ufficiali che si erano fatti ammazzare alla testa dei loro battaglioni; non vi erano più basci-bozuk, distrutti totalmente in due cariche tentate contro quel formidabile nemico; non vi erano più artiglieri, morti accanto ai loro pezzi smontati o scoppiati.
V'erano invece enormi ammassi d'uomini, di cavalli e di cammelli orrendamente scannati, dietro ai quali tiravano ancora i superstiti anneriti dal fumo, ubbriachi di polvere colle dita abbrustolite dalle canne di remington diventate ardenti.
Alle quattro e pochi minuti, Fathma che distesa a terra sparava dove appariva confusamente il nemico, vide Hicks pascià che trovavasi solo, cinquanta passi più innanzi, portare le mani al volto, vacillare, abbandonare la sciabola e precipitare da cavallo.
--O'Donovan! gridò ella. Il pascià e caduto.
Il _reporter_ e Omar, che si trovavano alcuni passi indietro riparati da un cannone smontato, a quel terribile grido si slanciarono verso l'_almea_ malgrado le palle che continuavano a fioccare.
--Perdio! esclamò l'irlandese. Siamo tutti perduti. Dov'è caduto?
--Là in mezzo a quel gruppo di cadaveri.
--Accorriamo, amici, e non una sillaba. Se gli egiziani lo sanno siamo tutti morti.
O'Donovan e i suoi compagni, scalarono intrepidamente i cumuli dei cadaveri dal disotto dei quali sfuggivano torrenti di nero sangue, e giunsero là, ove era caduto il pascià.
In sulle prime, fra i vortici di fumo non iscorsero che un cavallo riccamente bardato che s'impennava nitrendo, ma poi in mezzo ai cadaveri dello Stato Maggiore, steso sul dorso, colle braccia incrociate sotto la testa scopersero l'infelice pascià.
O'Donovan, coi capelli irti, tremante, pallido, inondato di freddo sudore, si curvò su di lui e l'alzò. Il pascià aveva la faccia marmorea e alterata, la barba irrigata dal sangue che eragli uscito dalla bocca e la tunica forata da due palle.
--Gran Dio! balbettò il _reporter_. È morto.
Balzò in piedi, afferrò Fathma per una mano e disse:
--Fuggiamo o siamo perduti.
--Ma dove? chiese l'_almea_ pallida di terrore.
--Ho visto una rupe laggiù. La scaleremo.
--Ma il nemico circonda il quadrato.
--Non importa, venite o sarà troppo tardi. Vieni, Omar.
Il _reporter_, l'_almea_ e lo schiavo attraversarono il quadrato ingombro di morti e di moribondi, di armi, di cannoni, di cavalli e di cammelli e giunsero ai piedi di una gigantesca rupe che difendeva, verso oriente, le linee egiziane.
--Omar, vedi dei nemici sulla cima? chiese il _reporter_.
--No, rispose il negro.
--Hai una fune?
--Sì, l'ho.
--Sei capace di raggiungere quella sporgenza che scorgesi a mezza altezza della rupe?
--Sarà cosa difficile, ma lo tenterò.
--Sali adunque, ma fa presto. I ribelli stanno per rompere il quadrato e scannare tutti i soldati.
Il negro si liberò dalla casacca, dei calzoni e del turbante, si arrotolò attorno alle reni la fune e cominciò la pericolosa scalata mentre la mitraglia continuava a grandinare e i mahdisti macellavano le schiere egiziane che ancora resistevano ai loro furiosi assalti.
Aggrappandosi agli arrampicanti, appoggiandosi ai cespugli, cacciando le dita nei crepacci della rupe cominciò a elevarsi malgrado la pioggia che lo acciecava e le palle che fischiavano ai suoi orecchi.
Ogni qual tratto una scheggia staccavasi dalla rupe e rotolava al basso facendo guizzare Fathma e il _reporter_ che seguivano con viva trepidazione e col cuore sospeso l'ardita manovra del negro. Qualche volta era invece un ramo che spezzavasi e si vedeva Omar dondolarsi sopra l'abisso, sospeso ad un ramoscello o ad una semplice radice.
Dopo cinque minuti di sforzi incredibili, lo schiavo riuscì a raggiungere la prima piattaforma che trovavasi a mezza altezza della rupe.
Legò la fune ad un grosso macigno e gettò l'altro capo ai compagni che se ne impadronirono vivamente.
--A voi Fathma, disse il _reporter_, dominando colla sua voce il rombo dei cannoni, lo scrosciare delle folgori, le urla dei ribelli e le grida strazianti dei moribondi. Presto, presto o sarà troppo tardi.
Fathma non se lo fece dire due volte. Afferrò la fune e si issò nell'aria raggiungendo Omar.
--O'Donovan! gridò poi.
La sua voce fu coperta da urla terribili. I ribelli avevano sfondato il quadrato e macellavano spietatamente gli egiziani che si erano addossati ai cavalli ed ai cammelli.
--O'Donovan! ripetè Fathma.
Il _reporter_ s'avvinghiò alla fune e si issò malgrado le palle che grandinavano fitte fitte. Era giunto a mezza altezza quando fu colpito alla testa da una scheggia di mitraglia. Mandò un grido disperato.
--Sono morto!
Fu visto arrestarsi e cercare un appoggio nei crepacci della rupe, ma una nuova scheggia lo colpì al petto. Aprì le mani e precipitò roteando nell'abisso spaccandosi il cranio sulle roccie sottostanti.
Fathma e Omar, agghiacciati dal terrore, si curvarono sull'orlo della rupe cercando di scorgere lo sventurato _reporter_ del _Daily-News_, ma invano.
--O'Donovan! O'Donovan! gridò Fathma con disperato accento.
La sua voce si perdè fra gli urli feroci dei mahdisti.
--Scendiamo! gridò ella.
S'aggrapparono agli arbusti per discendere, ma il tempo mancò. Dall'alto della rupe venivano giù precipitosamente dei nudi guerrieri agitando le loro lancie e le loro scimitarre.
--Siamo perduti! gridò Omar.
--Indietro cani! urlò Fathma, strappandosi dalla cintura l'_jatagan_.
Gl'insorti anzichè arrestarsi s'avventarono a testa bassa contro l'_almea_ e il suo schiavo, li circondarono, li disarmarono e li curvarono sull'abisso. Già stavano per precipitarli nel vuoto, quando una voce tonante, imperiosa, urlò:
--Fermi tutti! Chi li tocca è uomo morto!
Un guerriero riccamente vestito discendeva dall'alto della rupe con rapidità vertiginosa. Giunto sulla piattaforma egli si precipitò ai piedi di Fathma.
--Ah! mia povera padrona! esclamò egli baciandole le mani.
Fathma e Omar lo riconobbero subito.
--Abù-el-Nèmr! gridarono con gioia.
--Sì, amici miei, disse lo _scièk_. L'Abù-el-Nèmr che voi salvaste dalla morte quando il leone lo ferì nelle foreste del Bahr-el-Abiad e che ora viene a pagare il sacro debito. Amici, voi siete salvi e sotto la mia possente protezione!
Nel medesimo istante che il generoso _scièk_ pronunciava quelle parole, l'ultimo egiziano dell'infelice Hicks pascià cadeva morto sotto le lancie dei terribili guerrieri di Ahmed Mohammed profeta del Sudan[1].
[1] L'illustre missionario D. Luigi Bonomi, che quando accadde la battaglia si trovava a breve distanza da Kasghill, mi assicurò che il Mahdi perdette solamente 4 o 500 uomini. E.S.
FINE DELLA PARTE SECONDA.
PARTE TERZA
Il Mahdi
CAPITOLO I.--I prigionieri.
La mattina del 15 maggio 1883, una straordinaria agitazione regnava fra le innumerevoli orde dal Mahdi Mohammed Ahmed, accampate in una immensa e sabbiosa pianura, a corta distanza da El-Obeid la capitale del Kordofan.
Dal _tugul_, dalle tende, dalle _zeribak_, dalle tettoie e dalle _hose_[1] uscivano, vociferando a tutta gola, guerrieri vestiti con stoffe variopinte o semi-nudi, o nudi affatto, slanciandosi all'impazzata fra i cannoni, fra i fucili stretti in fasci, fra i cammelli e i cavalli che ingombravano il campo.
[1] Cortili chiusi fra capanna e capanna.
Ora passavan turbe di Baggàra Salem, guerrieri d'alta statura, di forme massiccie, dalle fisonomie feroci, coi cappelli intrecciati e ornati di pezzetti di ambra e di conterie di Venezia; ora di Baggàra Hamran montati su buoi e coi corpi spalmati di grasso di cammello e riparati dietro grandi scudi convessi e coperti di pelle d'antilope; ora di Abù-Rof, bella gente dalla tinta bronzina, lineamenti fieri, il petto racchiuso da scintillanti cotte di acciaio e il capo difeso da un elmetto nasale; ora di guerrieri del Beni-Gerar, terribili predoni propri del Darfur, colle membra cariche di anella d'avorio o di rame; poi attruppamenti di beduini Kababich in uniforme bianca, di negri Megianin, di Aulad-el-Behr, di Hababin; ondate di Sennaresi, di Nubiani, di Arabi, di Scilucchi, di Basci-bozuk rinnegati, tutti armati chi di remington tolti agli egiziani nella sanguinosa battaglia di Kasghill, chi di moschettoni a pietra o a miccia, chi di lunghe spade dritte a due tagli, chi di scimitarre di tutte le lunghezze e larghezze, o di lancie, o di mazze, o di scuri, o di coltellacci, o di randelli ferrati.
Tutti quei guerrieri che parevano impazziti, si dirigevano di corsa verso le trincee che difendevano il campo dal lato meridionale e vi si affollavano confusamente sopra, urtandosi, atterrandosi, bisticciandosi per arrivare primi. Mille e mille domande s'incrociavano per l'aria formando un baccano assordante che veniva smisuratamente ingrossato da un furioso strepitare di _noggàra_[1] e di _darabùke_, da un rullare di tamburi egiziani e da uno squillare acuto di mille bizzarri istrumenti musicali.
[1] _Noggàra_ e _darabùke_, sorta di tamburoni di legno scavato che vengono percossi con delle mazze.
--Ma siete sicuri che verranno? chiedevano gli uni.
--Ma sicurissimi, rispondevano gli altri.
--Avete veduto il cavaliere che recò la notizia?
--Coi nostri propri occhi e l'abbiamo udito colle nostre orecchie.
--Hanno dunque vinto?
--Ma sì, sono vincitori.
--Ci sono prigionieri?
--Altro che! E prigionieri egiziani. Una cinquantina.
--Un centinaio.
--Un migliaio.
--Che marmellata che faremo. Li massacreremo tutti.
--E pianteremo le loro teste dinanzi le porte di El-Obeid a tener compagnia a quella di Hicks pascià.
--Benissimo! Bravi! Morte agli infedeli! Guerra ed esterminio.
--Morte agli infedeli!
--Eccoli! gridò una voce tonante.
--Eccoli! ripeterono cinquantamila voci.
--Viva lo scièk Tell-Afab! urlarono tutti.
In lontananza scoppiò una scarica di fucili e si udirono strepitare i _noggàra_ e le _darabùke_. Il più profondo silenzio regnò come per incanto fra quella moltitudine di guerrieri accavallati sulle trincee: tutti gli occhi si fissarono attentamente verso il sud.
Una nube di polvere alzavasi verso quella direzione ed in mezzo ad essa, percosse dai raggi del sole, brillavano lancie, scimitarre e baionette. Un grosso attruppamento di guerrieri si avanzava a passo di corsa verso il campo.
In testa cavalcava un bel negro col petto racchiuso in una cotta d'acciaio, un gran turbante verde sul capo e una magnifica _farda_ d'egual colore pendentegli dalle spalle. Nella mano dritta impugnava una larga scimitarra, una _sekkin_, e nella sinistra teneva la bandiera del Mahdi che faceva vivamente ondeggiare al disopra della sua testa.
Dietro a lui si trascinavano con grandi stenti ventisei prigionieri egiziani, scalzi, laceri, insanguinati, tutti piagati e solidamente legati.
Venticinque erano poveri fantaccini sulle cui spalle grandinavano ad ogni istante colpi di _corbach_ che strappavan a loro urla di dolore. Il ventiseiesimo era invece un tenente arabo di alta statura, di forme eleganti ed insieme vigorose.
Era più triste e in più deplorevole stato degli altri; camminava facendo sforzi sovrumani e teneva il capo inclinato sul petto. Ogni qual tratto però lo rialzava con violenza e allora mostrava una faccia abbronzata, maschia, ardita, ma sulla quale, un attento osservatore, avrebbe scorto le traccie di crudeli dolori, di sofferenze indicibili. Sulla piega delle palpebre si vedevano ancora le umide traccie di recenti lagrime.
All'intorno dei prigionieri si accalcavano confusamente guerrieri Baggàra, Denka e Bongo, che agitavano freneticamente le loro armi, scaricando in aria colpi di fucile e acclamando a piena gola lo sceicco Tell-Afab e Ahmed loro profeta.
Quando la truppa giunse all'accampamento, una oscillazione violenta, burrascosa, si fece sentire da un capo all'altro delle orde stipate addosso alle trincee. Un immenso e terribile grido lacerò l'aria e salì fino alle nubi.
--A morte i prigionieri! A morte gli infedeli! Viva Tell-Afab!
I guerrieri del Mahdi si rovesciarono come una fiumana giù per le trincee e andarono a cozzare furiosamente contro i guerrieri dello sceicco Tell-Afab dividendoli in mille differenti gruppi. Ogni arma si tese minacciosamente verso gli egiziani che si erano arrestati tremanti di spavento.
--A morte gli infedeli! gridavano gli uni.
--Al fuoco gli egiziani! urlavano gli altri.
--Tagliate a loro la testa!
--Ammazzate col _corbach_ quei cani!
--A morte!... a morte!...
Lo sceicco Tell-Afab, scorgendo il pericolo che correvano quei poveri diavoli, volse in furia il cavallo e urtando quelli che gli si stringevano d'attorno e calpestando quelli che gli si paravano dinanzi, corse in loro aiuto.
--Largo! largo! tuonò lo sceicco.
--Morte agli egiziani! vociarono i guerrieri del Mahdi, agitando freneticamente le armi.
--Fate largo! ripetè Tell-Afab. Fate largo!
I suoi guerrieri percuotendo a dritta e a manca colle impugnature delle scimitarre, coi calci degli archibusi, colle aste delle lancie, riuscirono a ributtare l'onda dei fanatici e si spinsero innanzi trascinando con loro gli egiziani che non avevano più sangue nelle vene.
Venti volte i guerrieri di Ahmed tentarono di sfondare il cerchio formato dai Baggàra, dai Denka e dai Bongo e venti volte furono ributtati lasciando sul terreno più di uno di loro malconcio. Ciò non impedì però che una lancia spaccasse la testa ad uno dei prigionieri, il quale, lasciato a terra moribondo, dopo essere stato spietatamente calpestato dai Bongo, dai Baggàra e dai Denka, cadde nelle mani dei guerrieri di Ahmed.
Il disgraziato, quantunque ancora respirasse, fu sollevato sulle punte delle lancie e sbranato: la sua testa, infissa in uno spiedo, andò ad ornare la capanna d'un potente sceicco.
Questo incidente diede tempo ai guerrieri di Tell-Afab di giungere in mezzo al campo dove rizzavasi una vastissima _zeribak_ con solide palizzate. I prigionieri furono in fretta e a suon di legnate cacciati là dentro e cinquecento uomini li circondarono colle armi in pugno sia per impedire a loro la fuga, sia per arrestare i guerrieri di Ahmed che già tornavano alla carica vociferando spaventosamente.
Gli egiziani, pallidi, disfatti, tremanti di spavento, si lasciarono cadere a terra girando all'intorno sguardi inebetiti. In piedi non rimasero che il tenente arabo e un vecchio soldato sulla cui giacca stracciata e scolorita scorgevansi ancora dei gradi in gran parte strappati.
--Tenente, ripetè, toccandogli una spalla.
L'arabo che pareva assorto in tetri pensieri, non rispose.
--Tenente, ripetè, toccandogli una spalla.
--Che vuoi? chiese l'arabo volgendosi verso di lui.
--Che succederà di noi?
--Fra qualche ora le nostre teste andranno ad abbellire le capanne degli sceicchi.
--Giusto Allah!
--Hai paura della morte tu? gli chiese con accento quasi ironico l'arabo. Per me la morte è un sollievo. Benedirò la scimitarra che mi spiccherà la testa dal busto.
Il vecchio soldato lo guardò con ispavento.
--Oh! non dite così! esclamò.
--Perchè? Quale speranza, ormai mi rimane? A che vivere quando la vita è un continuo tormento, un continuo strazio? Soffro troppo... ho il cuore spezzato.... bisogna che muoia!
--Ma forse non è morta... chissà...
Sulle labbra dell'arabo spuntò un sorriso pieno di amarezza.
--Perchè illudermi?... Son tre mesi che io interrogo quanti uomini mi passano dinanzi, e non udii mai parlare di lei. È morta!... è morta... oh! io lo sento! esclamò egli.
--Ma chi lo afferma?
--Il mio cuore, il suo silenzio, tutto!... Povera Fathma!... povera donna!
Egli si prese la testa fra le mani con un gesto di disperazione e un singhiozzo lacerò il suo petto.
--Non parliamone più, mormorò egli con voce cavernosa. Il dolore è troppo atroce. Forse nella tomba troverò la felicità che mi fu negata quassù!...
La sua voce fu coperta da uno spaventevole baccano, da un urlo indescrivibile, da un cozzar fragoroso d'armi e da un rullar furioso di _noggàra_ e di _darabùke_. Alzò la testa che aveva chinata sul petto. Lo spettacolo che si presentò dinanzi ai suoi occhi lo fece vivamente retrocedere, urtando il sergente.
--Siamo perduti! mormorò egli. Ecco la morte.
I guerrieri del Mahdi, che a poco a poco si erano addensati attorno alla _zeribak_ scagliando tremende occhiate sui prigionieri, si erano improvvisamente gettati sui cinquecento Diuka di Tell-Afab, impegnando una sanguinosissima battaglia.
Gli egiziani, che avevano subito compreso il motivo dell'attacco, erano balzati in piedi gettando urla disperate, stringendosi l'un contro l'altro, facendo sforzi sovrumani per ispezzare i legami e vendere almeno cara la vita.
--Coraggio! gridò il tenente arabo. Tutti attorno a me!
Sette od otto lancie, scagliate dagli insorti, caddero nel mezzo della _zeribak_. Alcuni egiziani, spezzati i legami, raccolsero quelle armi e le impugnarono disponendosi in cerchio intorno ai compagni inermi.
Era tempo. I guerrieri di Tell-Afab, dopo una debole resistenza, oppressi dal numero strabocchevole degli assalitori, avevano gettato le armi dandosi a precipitosa fuga. I guerrieri del Mahdi, scalata la palizzata, si riversarono giù nella _zeribak_ mandando urla feroci.
L'urto che successe fra questi e i prigionieri fu tremendo. Più di venti uomini caddero al suolo, chi colla testa spaccata fino al mento, chi passato da parte a parte dalle lancie, chi orribilmente mutilato, senza gambe o senza braccia. Il suolo s'inzuppò di sangue per trenta passi all'ingiro.
Assaliti e assalitori, spumanti d'ira, mugulando come belve, si mescolarono confusamente menando all'impazzata le armi, adoperando i pugni, le unghie, i denti, strangolandosi, straziandosi le carni, atterrandosi e calpestandosi rabbiosamente. In un momento non si scorse più che un attruppamento di persone che ondeggiavano per di qua e per di là, che avanzavano o che indietreggiavano, che cadevano o che si rialzavano empiendo l'aria di spaventevoli clamori, di urla, di lamenti, di rantoli.
Ogni qual tratto da quel gruppo di combattenti uscivan dei guerrieri tutti coperti di sangue, che dopo di aver barcollato rotolavano al suolo per non rialzarsi più. Talvolta era invece un egiziano, livido, esangue, colle vesti a brani, che veniva quasi subito raggiunto, sbranato a colpi di scimitarra o inchiodato a colpi di lancia contro le palizzate.
Da cinque minuti la sanguinosa pugna durava, rianimata dall'arrivo di nuovi guerrieri ohe volevano «bere sangue egiziano», quando in lontananza si udì improvvisamente una voce metallica, imperiosa gridare:
--Fermi tutti! Ahmed, nostro profeta, lo comanda.
A quel comando dell'inviato di Dio, la pugna tutta d'un colpo cessò. Le armi si arrestarono in aria o caddero a terra, poi il gruppo di guerrieri si sciolse colla rapidità del lampo. Ognuno volse le spalle fuggendo a rompicollo, scalando le palizzate e confondendosi fra le orde che si pigiavano attorno alla _zeribak_.
Sul campo insanguinato non rimasero che quattro uomini colle vesti a brani e imbrattate di sangue: il tenente arabo che stringeva convulsivamente in mano una scimitarra e tre egiziani che non si reggevano più sulle gambe.
Attorno ad essi c'erano quaranta o cinquanta moribondi che si dimenavano urlando e altrettanti morti, fra i quali uno _scièk_ di colossale statura colla testa quasi staccata dal busto.
--Fermi tutti!... Ahmed nostro profeta lo comanda! ripetè la voce metallica e imperiosa di prima.
All'entrata della _zeribak_ comparve lo _scièk_ Tell-Afab seguito da dodici Abù-Rof della guardia del Mahdi, montati su bianchi cavalli.
Egli si diresse verso i prigionieri che lo aspettavano a piè fermo, risoluti ancora a vendere cara la loro vita. Scorgendo lo _scièk_ disteso ai piedi del tenente arabo, un lampo di collera balenò ne' suoi occhi e le sue labbra si contrassero mostrando i denti candidi come l'avorio.
--Chi ha ucciso questo _scièk_? gridò.
--Io! rispose il tenente arabo senza sgomentarsi.
--Sei uomo morto!
--Poco mi cale.
--Abbassate le armi.
Il tenente invece di ubbidire, impugnò saldamente la scimitarra, dirigendo l'insanguinata punta verso di lui.
Lo _scièk_ parve più sorpreso che spaventato di quella minaccia.
--Abbassate le armi! ripetè con un tono di voce da non ammettere replica.
--Io l'abbasserò quando tu avrai promesso salva la vita a me e ai miei compagni, rispose il tenente.
--Non sono l'inviato di Dio, io.
--In tal caso ci difenderemo fino a che avremo la forza di alzare le braccia. Morremo tutti e quattro, lo so, ma assieme a noi morrà anche un buon numero de' tuoi scherani.
Tell-Afab divenne cinereo per l'ira, ma si contenne. Alzò la mano dritta e indicando l'immensa pianura nella quale ondeggiavano e brontolavano minacciosamente le terribili orde del Mahdi, gli disse con voce tetra:
--Guarda! Basta un mio cenno, uno solo, capisci, perchè tutti quegli uomini si gettino su te e sui tuoi. Se ti arrendi, il Profeta forse ti salverà, se ti rifiuti morrai: scegli!
L'arabo esitava. Era evidente che se non deponeva le armi, i guerrieri del Mahdi non avrebbero tardato a scannarlo assieme ai compagni per quanta resistenza avesse ad opporre. Non vi eran molte probabilità di uscire salvi dalle mani del Mahdi, tuttavia qualche speranza c'era.
--Mi arrendo, diss'egli, scagliando lungi da sè la scimitarra. Compagni, abbasso le armi.
Non aveva ancor terminato l'ultima parola, che dieci Abù-Rof si gettarono su di lui e sui suoi compagni afferrandoli strettamente pei polsi e trascinandoli via.
I tre egiziani furono condotti in una capanna lì vicina, dinanzi alla quale si affollarono urlando parecchie centinaia di guerrieri; il tenente invece fu condotto dinanzi a un gran _tugul_ sul quale ondeggiava la bandiera del Mahdi.
Tell-Afab con un pugno gli fe' volar dalla testa lo sdruscito e scolorito _fez_, poi lo introdusse nella capanna, lasciandolo solo.
--Dove sono? si chiese l'arabo che sentivasi agitato da sinistri timori.
Girò gli occhi all'intorno con un misto di curiosità e di diffidenza. Vide che la capanna era divisa da un tramezzo di pelle e che era assai miseramente ammobiliata.
Stava per cercare l'uscita, quando un lembo del tramezzo s'aprì e dinanzi gli comparve un uomo che fissò su di lui due occhi vivi, brillanti, a riflessi di due colori.