Chapter 21
--È vivo!... Vivo!... ripetè ella con un'esplosione di gioia che pareva delirio. Sei proprio sicuro?.... L'hai veduto proprio coi tuoi occhi?... Dimmelo, Tepele, dimmelo!
--Io non l'ho veduto, rispose il guerriero, ma ho parlato quest'oggi con un arabo che veniva dal sud. Egli l'ha non solo visto, ma gli ha anche parlato.
--Posso fidarmi delle parole di quell'arabo?
--Danàqla è incapace di mentire.
--Dove si trova il mio povero Abd-el-Kerim?
--È nelle mani dello sceicco Tell-Afab il quale sta ora guerreggiando sulle rive del lago Tsherkela contro una tribù di _Bàggara_[1] che si è ribellata al nostro signore.
[1] Bàggara, da Bàgar (bove) sono mandriani arditissimi che abitano il sud del Kordofan.
--È prigioniero adunque? chiese con trepidazione la greca.
--È prigioniero.
--Lo si maltratta forse?
--Non abbiamo questa abitudine verso gli uomini che potrebbero esserci di grande utilità.
--Che vuoi dire?
--Abd-el-Kerim è ufficiale che se ne intende di cose di guerra e potrà servire sotto le nostre bandiere con un bel grado.
--Credi tu che accetterà?
--E perchè no? Egli è arabo e gli arabi non amano gli Egiziani.
--Ma se egli rifiutasse?
--In tal caso gli si taglierà la testa, disse tranquillamente Tepele.
--Tu mi fai paura. Rifiuterà, ne son certa.
--Non aver timore, che egli anzi accetterà. Appena lo _scièk_ Tell-Afab avrà soggiogato quei miserabili _Bàggara_, tornerà a El-Obeid, presenterà l'arabo a Mohammed-Ahmed e questi lo convertirà. Non sarei sorpreso se gli affidasse qualche buona tribù di guerrieri.
--Ed io, dove potrei vederlo? Cosa potrei fare per raggiungerlo? Oh! io voglio rivederlo, dovessi arrischiare la mia vita mille e mille volte, dovessi passare in mezzo a centomila ribelli.
--Sarà difficile che tu possa raggiungerlo.
--Anche se Hicks pascià rompesse le orde di Mohammed-Ahmed e s'impadronisse di El-Obeid?
Un sorriso ironico apparve sulle labbra del ribelle.
--Non illuderti, diss'egli. Non si vince l'inviato di Allàh. Ad un suo cenno i vostri cannoni invece di vomitare fuoco e bombe vomiteranno acqua.
--Ma non sai che siamo in undicimila e armati sino ai denti?
--Sicuro che lo so.
--Faremo di voi tutti un massacro.
--E che importa a noi il morire? Mohammed-Ahmed ci aprirà le porte del paradiso e tutti si batteranno come leoni per guadagnare questo premio. Lo vedrai, Ahmed disperderà il tuo esercito come il _simoum_ disperde le sabbie, poi conquisterà l'Egitto sgozzando egiziani, turchi e cristiani, passerà alla Mecca a rovesciare dal trono il Sultano dei turchi, conquisterà l'India e diverrà il padrone del mondo per farvi regnare la sua fede.
--Ti lascio nelle tue credenze. Ma non potrei in qualche modo raggiungere Abd-el-Kerim? Se passassi sotto la bandiera del Mahdi?
--Sei una donna e non si saprebbe cosa fare di te.
--Valgo più di un uomo. Sono una jena.
--Si potrebbe tentare.
--Quando?
--Questa istessa notte, disse Tepele. Domani forse sarebbe troppo tardi.
--Mettiamoci in cammino allora.
--Andiamo adagio Tu mi aspetterai qui. A un miglio da queste colline accampano i miei compagni; io andrò a chiedere a loro se ti accettano sotto la loro bandiera.
--Sta bene, ti aspetterò disse Elenka.
Tepele gettò una nuova bracciata di legne secche sulle due pietre che formavano il focolare, prese la sua lancia e uscì.
Non erano ancora trascorsi due secondi che al di fuori s'udiva una detonazione accompagnata da un grido straziante. Elenka si precipitò verso la porta, ma retrocesse quasi subito fino all'estremità della capanna coi capelli irti sul capo. Il sangue le si gelò nelle vene; impallidì spaventosamente.
Dinanzi a lei, sul limitare della capanna, era improvvisamente apparsa l'_almea_ Fathma con due pistole in pugno. La greca gettò un urlo.
--Fathma!... Fathma!... balbettò poi con un filo di voce.
L'_almea_ col volto animato da una collera senza limiti e un crudele sorriso sulle labbra, le si avvicinò togliendola freddamente di mira colle pistole.
--Elenka! diss'ella con accento grave e cupo. Mi riconosci tu?
La greca, smarrita, senza forze, non rispose. Ella guardava fissamente la rivale, chiedendosi se era in preda ad uno spaventevole sogno. Un pallore cadaverico era diffuso sul suo volto orribilmente alterato.
--Mi riconosci tu, o mia odiata rivale? ripetè Fathma dopo qualche minuto di silenzio. Ah! Tu sei sorpresa di vedermi qui, in questa capanna? Tu mi credevi nelle mani di tuo fratello, laggiù, a Chartum non è vero? Elenka, sai che vengo a fare io qui?
La greca per un istante annichilita dallo spavento, ritrovò ben presto tutto il suo coraggio e la sua straordinaria energia. Ella si rizzò superbamente dinanzi all'_almea_, coi denti stretti, gli occhi animati dall'ira e additandole la porta:
--Esci, spregevole _almea_! le disse
Fathma ruppe in uno scroscio di risa
--Elenka, sai tu, cosa vengo a fare qui?
--Non m'importa di saperlo.
--Te lo dirò lo stesso. Io, Fathma, la Favorita del Mahdi, che tu tradisti e sferzasti nelle foreste del Bahr-el-Abiad, vengo a chiedere la tua vita!.... Ho sete del tuo sangue, sai, ma una terribile sete, nè uscirò di qui senza essermi dissetata. Sono due mesi che io anelo l'istante di trovarmi di fronte a te, sono due mesi che cerco la mia rivale, che mi rapì Abd-el-Kerim! Ora ti ho incontrata e non mi sfuggirai mai più!
--Ah! tu vuoi assassinarmi, adunque? Sta in guardia, perchè se mi ammazzi, col medesimo colpo ammazzi Abd-el-Kerim.
--Ho udito tutto e so tutto, Elenka; non riescirai no con degli inganni ad arrestare la morte che pende sul tuo capo. So dove trovasi Abd-el-Kerim, perchè udii ciò che ti narrò Tepele. Se conti poi sul ribelle, t'inganni; Omar l'ha ucciso.
Un tremito agitò le membra della greca. Comprese ormai che era irremissibilmente perduta ed ebbe paura.
--Fathma, diss'ella dopo alcuni istanti di esitanza. Se io partissi subito per Chartum, se io ti abbandonassi per sempre Abd-el-Kerim, mi lasceresti libera?
--No!
--Se io ti chiedessi perdono di quello che ti feci e se io, la nobil greca, mi inginocchiassi dinanzi all'_almea_?
--No, rispose l'implacabile araba. Bisogna che una di noi muoia. Guarda, potrei assassinarti scaricandoti addosso queste pistole e gettarti di poi in un burrone a pasto delle iene e degli sciacalli, ma non sono io, l'_almea_ Fathma, vigliacca a tal segno. Ti propongo un duello coll'_jatagan_, ma un duello a morte, mi capisci? Se ti rifiuti chiamo Omar e ti faccio saltare le cervella!
Un lampo di feroce gioia guizzò nei neri occhi di Elenka.
--Ah! tu sei generosa adunque! esclamò ella con ironia.
--Sì, generosa come un'araba, generosa come il leone del deserto.
--Accetto il duello che mi proponi. Quando ci batteremo?
--Subito; la notte è abbastanza chiara per colpirci al cuore.
--Vieni adunque, ma ti pentirai di essere stata troppo generosa con me. Io non ti risparmierò.
Fathma si strinse le spalla. Rimise le pistole nella cintura, prese i remington della rivale onde non le saltasse il ticchio di servirsene e uscì dicendo:
--Seguimi?
--Sei sola? chiese Elenka arrestandosi.
--Ho meco Omar che ti darà il suo _jatagan_.
--Se io avessi la fortuna di ucciderti mi lascierà libera egli?
--Non ti toccherà, te lo prometto.
--Quand'è così, sono con te.
Le due rivali uscirono. La notte era chiarissima; la luna brillava in un cielo senza nubi rischiarando come in pieno giorno le dirupato colline e la sottostante pianura. Un leggier venticello fresco fresco spirava, facendo stormire lievemente le cime dei cespugli.
Omar andò incontro a Fathma.
--Dà il tuo _jatagan_ a quella donna, disse l'_almea_.
--Per che farne? chiese il negro con ansietà.
--Ci battiamo.
--Non farlo padrona. Diffida da quella donna che è più vile d'una iena.
--Lascia fare a me. Odimi ora: qualunque cosa accada, tu non prenderai parte al combattimento. Se io cado lascierai andare la mia rivale senza torcerle un sol capello. Io, la fidanzata del tuo padrone lo voglio!
Omar la guardò con occhi supplichevoli.
--Padrona! balbettò egli.
--Lo voglio! ripetè l'_almea_ quasi con ira.
--Sia fatta la tua volontà.
Trasse l'_jatagan_ e lo porse a Elenka che ne provò il filo e la punta.
--In guardia disse l'_almea_ con tono glaciale. Fra dieci minuti bisogna che tutto sia terminato.
Elenka alzò il gonnellino per essere più libera e andò a mettersi a venti passi dal burrone volgendogli le spalle. Fathma le si mise di fronte, raccolta su sè stessa come una tigre, colla punta dell'arma diretta al seno della rivale.
--Fathma, disse la greca. Una di noi due morrà, e probabilmente sarai tu quella che non vedrai il sole di questa mane. Vuoi dirmi che è successo di mio fratello Notis?
--L'ho ucciso.
--Ah! miserabile! urlò la greca furibonda. In guardia! In guardia che io t'ammazzo.
Le due rivali si scagliarono a testa bassa l'una contro l'altra e il duello cominciò. Era qualche cosa di strano, di fantastico, di terribile, il vedere quelle due donne assetate di vendetta, cieche pel furore, illuminate dai pallidi raggi lunari, avanzare con salti da felino, stringersi vicendevolmente e cercare tutte la astuzie, tutti i mezzi possibili per iscannarsi. Parevano proprio due tigri che volessero divorarsi.
I ferri si cozzavano rumorosamente mandando scintille, fischiavano nell'aria, si abbassavano e si alzavano con rapidità fulminea e si torcevano al punto da temere che si spezzassero tanto erano impugnati fortemente da quelle due donne che parevano deliranti.
Cinque minuti dopo la greca mandava un urlo. L'_jatagan_ di Fathma apparve bagnato di sangue.
--Toccata! esclamò l'_almea_, saltando innanzi come una pantera.
--Ma non sono ancora morta, rantolò la greca portando una mano al seno. Avanti, avanti!
L'_almea_ attaccò con uno slancio disperato, a corpo perduto, mirando il cuore della rivale e stringendola così davvicino che questa fu costretta a indietreggiare. Per la seconda volta il ferro dell'araba bevette sangue.
--Toccata, ripetè ella.
--Avanti! avanti! gridò la greca che balzava indietro avvicinandosi, senza accorgersene, al burrone.
Il terribile duello continuò per altri cinque minuti in capo ai quali la greca, che non riesciva a tener testa all'araba che era assai più agile e assai più forte, trovossi spossata, col giubettino insanguinato, sull'orlo del burrone.
--Guardati, le disse l'_almea_. Sei morta.
La greca volse il capo dietro di sè, vide l'abisso in cui stava per precipitare e gettò un grido di spavento.
--Grazia, balbettò ella che sentivasi mancare le forze.
--Una di noi deve morire! Urlò l'implacabile Fathma facendo fischiare l'_jatagan_. Guardati!
Non aveva ancora terminata l'ultima parola che il suo _jatagan_ sprofondavasi più che mezzo nella gola della greca, facendo uscire uno sprazzo di sangue spumoso.
Elenka, colpita a morte, emise un rantolo. Traballò, cercò di rimettersi in equilibrio, ma le forze le vennero meno; lasciossi sfuggire di mano l'arma, dilatò spaventosamente le pupille nelle quali brillava un ultimo lampo di minaccia e precipitò, roteando, nel fondo del baratro. S'udì un tonfo sordo sordo come d'un corpo che si fracassa, poi successe un silenzio di morte.
L'_almea_, pallida per l'emozione, coll'_jatagan_ insanguinato in mano, s'avanzò fino all'orlo del burrone e guardò giù. Nel fondo fra le roccie aguzze, scorse il deformato e straziato corpo della bella Elenka illuminato vagamente dai freddi e melanconici raggi dell'astro della notte.
Rabbrividì e dette indietro.
--È morta! è morta!... mormorò ella con voce cupa. Allàh mi perdonerà.
Si volse per fuggire da quell'orribile luogo e si trovò dinanzi a Omar.
--È proprio morta? chiese il negro.
--Sì, Omar.
--Siamo adunque vendicati. Fratello e sorella sono entrambi spenti.
--Taci, fuggiamo di qui. Questo luogo mi fa paura.
--Dove andiamo?
--A salvare il mio fidanzato.
--Vuoi recarti sulle rive del lago?
--Zitto, disse Fathma. Odi?
Il negro tese l'orecchio. In lontananza, verso il campo egiziano, s'udivano squillare le trombe e rullare fragorosamente i tamburi.
--Che succede? chiese egli. Una battaglia forse?
--No, è l'esercito egiziano che marcia sulla capitale del Mahdi.
--E noi andiamo?
--A El-Obeid.
L'_almea_ si gettò ad armacollo il remington e discese di corsa la collina seguita dal negro. Ella si arrestò alcuni istanti nella pianura cogli occhi fissi su due punti neri che scendevano dal cielo, ingrandendo a vista d'occhio.
--Guarda, Omar, diss'ella rabbrividendo.
--Vedo, rispose il negro. Sono aquile che calano nel burrone.
--Povera Elenka! Questa sera non rimarranno di lei che le spolpate ossa a pasto delle belve feroci.
Soffocò un sospiro e riprese la corsa internandosi nel palmeto. Man mano che si avanzavano gli squilli di tromba e il rullo dei tamburi diventavano più sonori. Talvolta s'udivano nitriti di cavalli, voci confuse di uomini e muggiti di buoi, che il vento portava.
Cominciava ad albeggiare quando essi giungevano agli avamposti. Il campo era in piena rivoluzione ed interamente mutato. Le tende erano state levate, i fasci di fucili sciolti, i cannoni attaccati ai cavalli, i cammelli e i muli aggruppati alla rinfusa e carichi di viveri, munizioni e bagagli.
Gli ufficiali correvano dappertutto dando ordini, formando le compagnie, i battaglioni e i reggimenti che si spiegavano formando un immenso quadrato ai cui lati galoppavano disordinatamente i _basci-bozuk_ colle scimitarre sguainate e le pistole in pugno.
--Si parte? chiese Fathma arrestando un _basci-bozuk_ che le passava vicino.
--Sì, rispose il turco.
--Tutti assieme?
--Tutti assieme.
--E Aladin pascià?
--Viene con noi.
--Dov'è Hicks?
--In mezzo al campo col suo Stato Maggiore.
--E O'Donovan?
--Sarà presso il pascià.
--Accorriamo, Omar, disse Fathma, congedando con un gesto il _basci-bozuk_.
Entrarono nel campo facendosi largo fra tutti quei soldati affaccendati ad arrotolare le tende, a caricarsi degli zaini, a bardare i cavalli, a trascinare i cannoni, a dispensare armi munizioni e raggiunsero lo Stato Maggiore in mezzo al quale stavano Hicks pascià discutendo vivamente col colonnello Farquhard. O'Donovan, che era nel gruppo, s'affrettò a correre a loro incontro conducendo tre cavalli bardati.
--_By-good_! esclamò egli. Credeva che vi fosse toccata qualche disgrazia e stavo per radunare alcuni _basci-bozuk_ per venirvi a cercare... Sapete qualche cosa di Abd-el-Kerim?
--Sì, mio nobile amico, rispose Fathma. Sappiamo più di quello che speravamo.
--E dunque?
--È prigioniero dello _scièk_ Tell-Afab che sta ora guerreggiando sul lago Tscherkela.
--Vivo allora?
--Sì, vivo, ma non per questo salvo.
--Che avete intenzione di fare?
--Dove va l'esercito?
--A dare battaglia alle orde del Mahdi sotto El-Obeid, rispose il _reporter_.
--Vengo con voi.
--Fate bene. Quando avremo espugnata la città pregherò Hicks pascià che ci dia un centinaio di uomini per andar a liberare Abd-el-Kerim. Presto, amici miei, in sella, e che Iddio ci aiuti a vincere!
CAPITOLO XVI.--Il massacro di Kasghill.
Erano le sei del mattino del 1° gennaio, quando l'esercito egiziano comandato da Hicks pascià si mise in marcia dirigendosi verso El-Obeid, la capitale del Kordofan, la città forte, o meglio, il quartier generale del Mahdi Ahmed Mohammed.
Si componeva di oltre diecimila uomini fra egiziani e _basci-bozuk_, nubiani e sennaresi, bene armati, ma affatto demoralizzati, affranti dalle fatiche, dalle sofferenze, dalle malattie, dai torridi calori; di diecimila uomini infine risoluti bensì a espugnare El-Obeid, poichè la presa di questa città era l'unica risorsa che a loro rimanesse per mettere fine a quella interminabile campagna e per evitare un probabile disastro, ma impotenti di sostenere un vigoroso urto delle orde del Mahdi.
L'esercito procedeva diviso in sei quadrati, ma assai lentamente, fiancheggiato sulle ali dei basci-bozuk i quali galoppavano nel massimo disordine colle scimitarre in pugno.
Ogni soldato aveva la baionetta inastata per essere pronto a respingere i primi assalti degli insorti che non dovevano molto tardare.
Faceva un caldo terribile. Il sole versava proprio a piombo, raggi infuocati che rendevano le sabbie così ardenti che il camminare a piedi scalzi, era affatto impossibile. Per di più, un'immensa nuvola di polvere si alzava sotto quelle migliaia e migliaia di piedi o ricadeva qua e là acciecando e soffocando quei disgraziati soldati.
Per due ore l'esercito fiancheggiò il palmeto di Kasegh cercando di tenersi all'ombra, poi entrò in una vastissima pianura sabbiosa, calcinata dal sole, sparsa di arditissime rupi e di magri cespugli.
--Che brutto luogo, disse O'Donovan, che cavalcava a fianco di Fathma.
--Temete qualche cosa? chiese l'_almea_.
--Non scordatevi Fathma, che oggi è il 1° gennaio.
--Che vuol dire ciò?
--Ho udito dire che il 1° gennaio il Mahdi ci darebbe battaglia.
--Ubbie, amico mio.
--Non correte tanto, Fathma. È un bel pezzo che io sento dire che la luna del 1° gennaio è incaricata di vendicare l'Islam.
--E ci credete?
--Un po'.
--Ma io non vedo i ribelli, O'Donovan.
--Non è ancora sera, Fathma.
La conversazione finì lì.
L'esercito intanto continuava ad avanzarsi, ma non più coll'ordine di prima, i soldati spossati, trafelanti, arsi vivi, andavano a capriccio, a branchi a drappelli, coi fucili ad armacollo, tentennando come ubbriachi. Uno cadeva qui colpito da una insolazione, e rimaneva boccheggiante sulle sabbie ardenti; un altro cadeva là impotente di fare un passo, un terzo si arrestava più lontano, un quarto, si sbandava cercando invano una goccia d'acqua.
I cavalli, i cammelli ed i muli, abbandonati a sè stessi dai cammellieri, accrescevano ad ogni istante la confusione, rimanendo indietro, avanzando od andando a traverso a urtare le ali dell'esercito.
Invano Hicks pascià sagrava, invano gli ufficiali si spolmonavano, invano lo Stato Maggiore galoppava a dritta, a sinistra, dinanzi e di dietro radunando le disperse compagnie.
Verso mezzogiorno l'esercito entrava nei boschi di Kasghill colla speranza di trovare delle sorgenti ed estinguere l'ardente sete. Era appena entrato che urla terribili scoppiarono in coda al quadrato del colonnello Farquhard. Migliaia e migliaia d'insorti, difesi da grandi scudi e armati di coltellacci, di fucili, di lancie, di scimitarre e baionette, erano improvvisamente usciti dai circostanti boschi caricando furiosamente gli egiziani.
L'urto fu sanguinosissimo. Gl'insorti, niente atterriti dal fuoco del quadrato, si avventavano sulle punte delle baionette emettendo urla acute, tentando di sfondare quella muraglia umana. Ma fulminati dinanzi e sciabolati a tergo dai basci-bozuk, si ritirarono confusamente gettandosi in mezzo alle fitte boscaglie dove l'inseguimento diventava impossibile.
Hicks pascià fece suonare il segnale della fermata e si fece porre in batteria le mitragliatrici e i cannoni. Era tempo.
Nuove torme di insorti sbucavano dai boschi con impeto disperato sfidando impavidi il vivissimo fuoco della moschetteria e l'uragano di piombo delle mitragliatrici. Alla loro testa marciavano i _dervis_[1] incoraggiandoli colla voce e coll'esempio e recitando le terribili parole dei Khuatsar che suonano così:
[1] _Dervis_, uomini che hanno una fama di santoni. Il Mahdi, ne aveva molti.
--Colpisci senza tema, giacchè colui che tu odi ha meritato la morte.
I sei quadrati avevano un gran da fare a tenere testa a quei furibondi che sprezzavano la morte e non chiedevano altro che di colpire. Ne uccidevano cento e ne sorgevano duecento, ne ammazzavano di più e ne sorgevano mille, duemila, cinquemila, ventimila.
La strage durò tre ore senza interruzione poi vi fu un po' di sosta. Gli insorti, respinti su tutta la linea, sventrati e mutilati dal fuoco delle mitragliatrici, si ritirarono ma senza abbandonare i boschi di Kasghill.
Hicks pascià, premuroso di giungere a El-Obeid, fece riordinare i quadrati e diede il segnale di rimettersi in marcia. Non aveva, l'esercito, percorso duecento passi, che nuovi insorti apparvero dinanzi e di dietro, a destra e a sinistra, saettando colle loro lunghe lancie i basci-bozuk e massacrando orribilmente i disgraziati che feriti o affranti o colpiti dalle insolazioni rimanevano indietro.
Ogni mezz'ora Hicks pascià era costretto a far suonare l'alt, far mettere in batteria le mitragliatrici e comandare il fuoco.
Alle sette di sera fu giocoforza accampare. L'esercito, sfinito, assetato, arrostito dal sole, acciecato dalla polvere, non era capace di fare due passi innanzi.
I cammelli e i cavalli dei convogli vennero legati gli uni agli altri in modo da formare un'ampio cerchio e attorno a essi i sei quadrati si accamparono.
La notte era oscurissima. Dense nubi, nerissime come se fossero di pece, si erano accavallate in cielo e correvano come cavalli sbrigliati. Colpi di vento umido, di quando in quando scendevano facendo curvare gli alberi della foresta. Al sud lampeggiava e il tuono brontolava.
O'Donovan, Fathma e Omar, divorato in furia il magro pasto, si diressero verso gli avamposti per vedere coi loro occhi come stavano le cose.
I soldati erano tutti in piedi e i cannonieri erano ritti accanto ai loro pezzi. Tutti aspettavano il nemico che aveva silenziosamente circondata la boscaglia e che aspettava il momento propizio per gettarsi sopra i quadrati.
--Che brutta notte che si prepara, disse O'Donovan.
--Verremo attaccati? chiese l'_almea_.
--Senza dubbio.
--Con questa oscurità?
--Gl'insorti s'accosteranno più facilmente.
--Vinceremo?
--Non credo, Fathma. I nostri soldati hanno paura e non possono tenersi in piedi tanto sono stanchi.
In quel momento la luna apparve sull'orizzonte facendo capolino fra due gigantesche nubi. O'Donovan impallidì.
--Ecco la luna che vendicherà l'Islam! esclamò. Non aveva ancora finito che alcuni spari rimbombavano agli avamposti.
--All'armi! s'udirono gridare le sentinelle.
--Il nemico! gridò Omar.
La sua voce fu coperta da urla feroci, da urla di guerra e di morte.
--Colpisci senza tema, gridavano quelle voci. Colpisci senza tema giacchè colui che tu odi ha meritato la morte.
I _dervis_ s'avanzavano colla scimitarra in pugno rovesciando sull'esercito egiziano migliaia e migliaia di fanatici. Una terribile grandinata di palle cadde sugli egiziani, molti dei quali stramazzarono a terra mandando urla dolorose. I sei quadrati vacillarono da un capo all'altro e le linee si ruppero in varii luoghi. Alcune compagnie, côlte da invincibile panico, presero la fuga gettando armi e zaini.
--Si salvi chi può! urlarono alcuni vigliacchi.
--Fuoco! s'udì tuonare Hicks pascià.
--Fuoco! ripeterono i comandanti.
Le trombe diedero il segnale di cominciare il fuoco e il combattimento accanito, terribile, sanguinosissimo, cominciò.
Il fracasso diventò ben presto spaventevole. Gli egiziani, assaliti da tutte le parti da migliaia e migliaia di guerrieri, tiravano furiosamente, all'impazzata e assaltavano colla baionetta; i cannoni tuonavano, ruggivano, vomitando veri torrenti di ferro e le mitragliatrici stridevano sui fianchi dei reggimenti tempestando i cespugli, fracassando i tronchi degli alberi, sollevando per ogni dove il terreno, sventrando i cavalli, i cammelli e gli uomini.
Dalle negre boscaglie, avvolte da giganteschi vortici di fumo che il vento sbatteva e lacerava, uscivano senza posa correndo e urlando, drappelli di nudi guerrieri i quali si precipitavano contro le baionette a corpo perduto, sfondando i battaglioni e diradando con ispaventevole rapidità le file.
Gli uomini cadevano a dozzine, a cinquantine, a centinaia, dinanzi, a destra, a sinistra, senza quasi sapere da qual lato venivano colpiti, chi colle braccia tronche, chi colle gambe fracassate, chi colla testa nettamente portata via, chi forato da cento colpi.