La favorita del Mahdi

Chapter 20

Chapter 203,792 wordsPublic domain

Omar, dopo aver girato rapidamente lo sguardo attorno e di aver esitato qualche istante si cacciò fra una doppia fila di tende, saltando via i soldati che sonnecchiavano per terra. Un minuto dopo si arrestava soffocando a gran pena un grido di furore.

Davanti a lui, avvolto in un lungo _taub_, camminava un negro di statura colossale con un remington ad armacollo. Quantunque fosse notte e il mantello coprisse una buona parte del volto a quell'uomo, Omar lo riconobbe subito.

--Takir! esclamò egli con voce sorda. Che fa qui lo schiavo di Notis? Ti trovo sul mio cammino, il Profeta l'ha voluto: tu sei un uomo morto.

Un feroce sorriso, un sorriso da tigre sfiorò le labbra dello schiavo di Abd-el-Kerim. Le sue mani corsero all'impugnatura della scimitarra, la accarezzò con compiacenza e si mise dietro al nubiano, dandosi l'aria di un ufficiale in ispezione.

Takir in breve tempo oltrepassò le tende e giunse agli avamposti, dove arrestossi qualche istante a scambiare alcune parole colle sentinelle. Omar lo udì chiedere notizie sulle posizioni occupate dai ribelli e se questi ronzavano attorno al campo da quel lato. Ricevuta una risposta negativa, il nubiano, passatosi il remington sotto al braccio, uscì dall'accampamento inoltrandosi in un palmeto.

--Dove va? mormorò Omar. Seguiamolo.

Aspettò che il nubiano fosse lontano un centocinquanta passi, poi si gettò a terra e si mise a strisciare fra i cespugli e le roccie con sveltezza straordinaria e senza produrre rumore. Giunto nel bosco si rialzò e s'avvicinò al nubiano che camminava con precauzione girando gli sguardi ora a destra ed ora a sinistra. Stava per puntare il fucile quando Takir si arrestò mandando un debole fischio.

--Chi aspetta? mormorò Omar aggrottando la fronte.

Si gettò in mezzo ad una fitta macchia di acacie gommifere e attese colle pistole in pugno.

Passarono cinque minuti, poi un uomo, un negro quasi nudo armato di una corta lancia e difeso da un grande scudo di pelle d'elefante, sbucò dai cespugli. Con pochi salti egli raggiunse il nubiano che si era addossato al tronco di una palma col fucile montato.

--Sei tu Tepele? chiese il nubiano.

--In persona, Takir, rispose il negro che Omar riconobbe per un guerriero del Mahdi.

--Che hai saputo?

--Nulla fino ad ora. So però che fu fatto prigioniero dallo _scièk_ Tell-Afab.

--È vivo adunque?

--Non te lo posso assicurare ancora. Domani parlerò con un arabo che si trovò presente al combattimento e che accompagnò lo scièk verso il sud.

--Abbiamo almeno qualche speranza?

--Non bisogna nè sperare ne disperare, disse Tepele. Io credo però che Abd-el-Kerim non sia stato ucciso. Abbiamo bisogno di ufficiali per organizzare le nostre tribù ed insegnare a esse a combattere contro gli Egiziani.

--Quando potrò sapere se è vivo o morto?

--Vedi tu quel _tugul_ che s'arrampica su quella collina che sta a noi di faccia?

--Lo vedo.

--Domani, a sera, alla mezzanotte, trovati là e saprai ogni cosa.

--E i ribelli?

--Domani mattina abbandoniamo questi dintorni e ci portiamo in coda all'armata Egiziana. Questo luogo sarà deserto. Dammi ora i talleri, se gli hai portati.

Il nubiano gli porse un sacchetto.

--Qui vi sono cento talleri, disse Takir. Domani a sera verrò colla mia padrona al _tugul_ e ne avrai altrettanti.

--Che Allàh ti conservi, Takir.

--Che il Profeta ti guardi.

Il ribelle s'allontanò correndo come un'antilope. Takir, dopo esser rimasto qualche minuto immobile, pensieroso, volse i suoi passi verso il campo mettendosi il fucile in ispalla.

Non aveva percorso ancora dieci metri che un colpo di pistola partiva dalla macchia di acacie. Il nubiano fece un salto gigantesco gettando un ruggito di dolore e cadde a terra con una gamba spezzata da una palla. Prima che potesse risollevarsi o porsi sulla difensiva, Omar gli ruinava addosso coll'_jatagan_ in pugno.

--Guardami in volto, Takir! gli urlò agli orecchi lo schiavo di Abd-el-Kerim.

--Omar! esclamò con profondo terrore il nubiano.

--Sì, proprio Omar, venuto al campo per vendicare l'infelice Fathma!

--Grazia!... balbettò Takir che si sentì agghiacciare il sangue. Grazia, Omar.

Il negro lo guardò con profondo disprezzo.

--Ah! Tu hai paura della morte, gli disse sogghignando.

--Sono giovane per morire. Lasciami la vita e io sarò tuo schiavo.

--Vigliacco!... Odimi, Takir: tu puoi riscattare la vita rispondendo alle domande che ti farò ed eseguendo quello che ti ordinerò.

--Sono pronto a ubbidirti, ma lasciami la vita. La morte mi fa paura.

--Sta bene. Dimmi innanzi a tutto come Abd-el-Kerim cadde prigioniero.

--Fu preso mentre eseguiva una ricognizione nei dintorni di El-Duêm.

--Che ne fu del capitano Hassarn?

--I ribelli gli tagliarono il capo.

--Cosa sei venuto a fare qui? Ti ho veduto parlare con un ribelle.

--Voleva sapere se Abd-el-Kerim era vivo o morto.

--Tanto interessa a te il saperlo? chiese ironicamente Omar.

--Non a me, ma alla mia padrona.

--A Elenka? Dove trovasi questa donna? Dove ha la sua tenda?

Il nubiano non rispose e lo guardò con smarrimento.

--Takir, gli disse cupamente Omar. La tua vita è in mia mano; se taci io la spengo.

--Che vuoi fare della mia padrona? Oh! non toccarla, Omar!

--Ne farò quello che meglio mi piacerà. Dov'è la tenda?

--Si trova a quattrocento passi da quella di Hicks pascià.

--Takir, disse gravemente Omar, sta in guardia, perchè se mi inganni io ti spezzo il cranio.

--Lo so, ed è per questo che non ardisco ingannarti. Anzi ti dirò che sulla tenda ondeggia una piccola bandiera greca.

--Chi ha con sè Elenka?

--Nessuno. I due dongolesi che l'accompagnavano sono stati uccisi.

--Conosce il _tugul_ che ti additò Tepele?

--Come conosci Tepele?

--Ti ho veduto parlare assieme e ho udito il suo nome. Rispondi, conosce quel _tugul_?

--Sì, ci siamo recati assieme un'altra volta.

Omar estrasse da una saccoccia un pezzo di carta e una matita.

--Scrivi quanto ti detterò, disse al nubiano.

--Tu vuoi rovinarmi, Omar.

--Se rifiuti ti rovinerò io e per sempre, disse Omar.

Il nubiano comprese la minaccia e scrisse, sotto dettatura di Omar, il seguente biglietto:

«_Padrona_,

«Non posso venire al campo perchè sono prigioniero degli insorti. Domani a mezzanotte recatevi al _tugul_ che già voi conoscete. Tepele vi darà informazioni precise sulla sorte di Abd-el-Kerim.

TAKIR

Omar prese la carta, la lesse e la nascose con cura in petto.

--Takir, gli disse, recita una preghiera.

Il nubiano guardò con terrore Omar che teneva alzato l'_jatagan_.

--Perchè vuoi che reciti una preghiera? gli disse con voce tremante.

--Perchè fra un minuto ti presenterai al Profeta.

--Grazia!... grazia!... M'avevi promesso di non uccidermi!... Grazia, abbi pietà di me, Omar!

--Se io ti lascio in vita tu puoi tradirmi e mandare in fumo tutti i miei progetti. Recita una preghiera, Takir, che ho fretta.

--Allàh, aiutami, non uccidermi, sono giovane.... pietà, Omar, balbettò il nubiano che non aveva più sangue nelle vene.

--Recita una preghiera, urlò ferocemente Omar.

Il nubiano cacciò fuori un ruggito di disperazione e cercò, con un'improvvisa scossa, di rovesciare Omar, ma le forze lo tradirono e ricadde al suolo cogli occhi stravolti.

--Aiuto! aiuto!... urlò egli dibattendosi sotto il ginocchio dello schiavo. Aiu...

L'_jatagan_ di Omar scese rapido come un lampo fendendogli il cranio fino al mento; dall'enorme ferita sfuggì un torrente di sangue misto a brani di cervella. Il nubiano sollevò la terra colle unghie per due o tre volte poi s'irrigidì.

--E uno, disse Omar, asciugando la lama dell'_jatagan_. Domani Fathma scannerà l'altra.

Gettò uno sguardo sul colossale cadavere del negro, stette alcuni istanti in ascolto, poi, assicurato dal funebre silenzio che regnava nel palmeto, ripresa la scimitarra e le vesti, si allontanò a rapidi passi dirigendosi verso il campo.

CAPITOLO XIV.--L'appuntamento

Il campo si era già addormentato da un bel pezzo, quando Omar, tutto trafelato per la lunga corsa, giungeva alla tenda.

Fathma, sdraiata sulla coperta, col capo appoggiato su di uno zaino, dormiva tranquillamente e O'Donovan vegliava accoccolato presso di lei, fumando una sigaretta e leggendo alcune note del suo libriccino al vacillante chiarore di una torcia resinosa infissa nel suolo.

Al rumore che fece il negro entrando, il reporter alzò il capo.

--Finalmente, diss'egli. Dove sei andato?

--A dire due parole ad un soldato mio amico, disse Omar con aria imbarazzata. Come sta Fathma? Ebbe ancora il delirio?

--No, e spero non delirerà più.

La conversazione cadde lì, il negro e il _reporter_ si sdraiarono a terra, l'uno accendendo il suo _scibouk_ e l'altro ripigliando la lettura del suo _notes_.

La notte, sotto la tenda passò abbastanza tranquilla. Fathma si svegliò due o tre volte in preda al delirio, ma fu cosa da poco. Nell'accampamento invece vi furono parecchi allarmi, molti colpi di fucile ed anche un attacco da parte degli insorti che fu respinto dalla carica di uno squadrone di _basci-bozuk_ e dal fuoco delle mitragliatrici.

Appena il sole spuntò, O'Donovan saltò in piedi.

--Omar, diss'egli. Oggi non tornerò nella tenda avendo da fare una escursione nei dintorni del campo con lo Stato Maggiore. Questa sera, però, prima che il sole tramonti, sarò qui. Veglia sulla malata.

Il negro lo seguì fuori della tenda, poi, quando vide che era un bel tratto lontano, s'affrettò a rientrare chiamando ripetutamente la sua padrona.

La povera _almea_, alla voce del fedele schiavo, non tardò a svegliarsi. Ella si rizzò a sedere, girando attorno sguardi smarriti. Era pallida, abbattuta, aveva la disperazione scolpita in volto e tremava come avesse una potentissima febbre. Afferrò convulsivamente le mani che le tendeva Omar e le strinse con frenesia.

--Omar!... Omar!... esclamò essa con voce cavernosa.

--Come state mia disgraziata padrona? chiese il negro che frenava a gran pena le lagrime tremolantegli sotto le ciglia.

--Ah! Omar, sono stata alfine colpita proprio al cuore, sono stata alfine curvata dal potente soffio della fatalità! Povere mie speranze infrante, povero Abd-el-Kerim.

Un singhiozzo le montò alla gola e soffocò la sua voce. Gli occhi le si appannarono e l'abbronzato suo volto si rigò di pianto.

--Tutto a me d'intorno è ruinato, ripigliò ella con disperato accento, tutto è finito, tutto è perduto. Oh! l'orribil sogno!... Aver tanto sperato, aver tanto sofferto, tanto lottato e poi non rivederlo... è spaventevole, è mostruoso!... Aveva sperato di rivedere ancora quegli occhi che mi avevano vinto, che mi avevano domato, di riudire ancora quella voce che mi aveva giurato eterno amore nelle foreste del Bahr-el-Abiad, quella voce che mi faceva saltare il cuore in petto, che mi rapiva in estasi; aveva sperato di rivederlo ai miei piedi ebbro d'amore, di essere alla fine felice dopo tanti strazi... e non lo rivedrò invece più mai... Allàh, dammi la forza di resistere che io muoio!... Oh Dio! quanto sono infelice!

Ella nascose il volto fra le mani, si rovesciò all'indietro e pianse. Omar, che non riusciva a frenare egli pure le lagrime, la risollevò.

--Padrona, non disperarti così, non piangere. Tutto non è terminato ancora, diss'egli. Lo ritroveremo, te lo giuro, e più presto di quello che tu credi.

--Perchè illudermi, Omar? Non spero più; tutto è irremissibilmente perduto, tutto! tutto!

--Ma no, non è perduto, tutto padrona. Anzi potei raccogliere, ieri sera, alcune notizie su Abd-el Kerim, e posso assicurarti che non è morto.

Fathma scattò in piedi come una leonessa. Ella afferrò Omar per le braccia scuotendolo quasi con furore.

--Notizie di lui! di Abd-el-Kerim! esclamò ella con una voce che l'emozione strozzava. Omar!.... Omar!... non farmi morire dalla gioia, non farmi balenare una speranza che forse non esiste.

--Te lo giuro, padrona, io ho avuto notizie di lui.

--Dov'è? Dove l'hanno condotto?.... Dimmelo, Omar, dimmelo!

--È prigioniero dello sceicco Tell-Afab.

--Ah!... dove si trova questo sceicco?... Io voglio vederlo.

--È impossibile, padrona. Si è recato al sud a combattere contro alcune tribù che si sono ribellate al Mahdi; dopo ritornerà certamente a El Obeid.

--Ed è sano il mio Abd-el-Kerim?

--Questo lo sapremo questa sera a mezzanotte

L'_almea_ lo guardò cogli occhi stravolti.

--A mezzanotte! esclamo ella con sorpresa. Da chi? Come?

--Da un ribelle che si chiama Tepele.

--E tu conosci questo ribelle? Oh! vorrei abbracciarlo quest'uomo.

--Sarebbe pericoloso, padrona, si correrebbe il rischio di buscarsi qualche colpo di lancia. Ascolta quanto m'è toccato questa notte.

L'_almea_ tornò a sedersi, tutta inondata di gelido sudore e tremante per la violenta emozione. Omar, accoccolatosi a lei accanto, le narrò per filo e per segno l'incontro di Takir, la gita di questi fuori del l'accampamento, il colloquio che aveva tenuto col ribelle Tepele, l'appuntamento per la mezzanotte con Elenka e infine il dramma sanguinoso che seguì la scrittura del biglietto.

Fathma l'ascoltò in silenzio, senza dare il più piccolo segno di collera o di gioia, ma quand'ebbe finito si alzò colle pistole in pugno, dirigendosi verso l'uscita della tenda.

--Dove vai? gli chiese Omar, spaventato, mettendosi risolutamente dinanzi.

--Vado alla tenda della greca, rispose Fathma con voce sorda. Fra mezz'ora le avrò fatto saltare le cervella.

--Ma tu vuoi perderci tutti e due! No, padrona, non lo farai.

--Ma sai Omar che ho il sangue che mi bolle? Sai che per ucciderla darei volentieri la mia vita?

--E se io ti fornissi il mezzo di ucciderla egualmente, senza che tu abbi a correre pericolo alcuno?

--Come? Parla, Omar, parla.

--Aspettiamo questa notte innanzi tutto. Appena il campo si sarà addormentato noi raggiungeremo il _tugul_ e ci nasconderemo nell'interno o lì vicini. Elenka verrà, noi assisteremo al suo colloquio col ribelle Tepele, poi, quando sarà rimasta sola, o nel _tugul_ o nella foresta noi l'assaliremo e la scanneremo come io ho scannato Takir. Ti pare? Nessuno ci vedrà, nessuno saprà nulla, non rimarrà nemmeno la più piccola traccia dell'assassinio, poichè i leoni e le iene s'incaricheranno di far sparire il cadavere.

--E O'Donovan? Egli vorrà venire con noi e ci sarà d'ostacolo.

--Niente affatto, egli non verrà. Lascia fare a me, e vedrai che tutto andrà bene.

--Ma sei certo che Elenka si recherà all'appuntamento?

--Più che certo. Io vado a farle recapitare il biglietto scritto da Takir. Quando leggerà che trattasi di sapere ove trovasi Abd-el-Kerim non esiterà un solo istante a partire.

--Se così fosse!... Oh!... quale ebbrezza, nel vederla morta ai miei piedi in un lago di sangue.

--La vedrai morta, padrona. Rimani adunque, pazienta ancora alcune ore.

--E sia, aspetterò la mezzanotte, L'ora sarà più propizia per la vendetta.

--Allora io mi reco alla tenda di Elenka.

--E se ti conosce?

--Non mi riconoscerà perchè non sarò già io che le consegnerò il biglietto.

Il negro sturò una bottiglia di caffè, l'ultima che possedeva O'Donovan, vi aggiunse alcune goccie di _wiscky_ che trovò in una fiaschetta e ne fece trangugiare buona parte all'_almea_. Ne sorseggiò qualche poco, poi uscì per compiere la difficile missione.

L'_almea_, in preda ad un'ansia indescrivibile, si sdraiò sul limitare della tenda colla testa fra le mani e il volto cupo. Venne il mezzodì; il rancio composto di pochi grani di _durah_, d'una piccola porzione di carne di cammello morto di fatica e di alcune goccie di acqua putrida e calda, fu dispensato, ma Omar non comparve.

Passarono altre otto lunghe ore. Già Fathma cominciava a temere che gli fosse accaduto qualche disgrazia, che fosse stato scoperto e preso, quando comparvero dinanzi alla tenda il negro e il _reporter_ del _Daily-News_.

--_By-good_! esclamò allegramente O'Donovan, entrando. Di già in piedi, mia buona amica! Come state?

--Molto bene, rispose Fathma guardando Omar che le fece un rapido cenno.

--Non posso fare a meno di ammirarvi, riprese il _reporter_. Siete d'acciaio.

--Sono araba, ecco tutto.

--Che avete pensato di fare? Rimarrete al campo?

--Per ora sì. In seguito vedrò.

--Sapete che siamo lì lì per levare le tende e marciare su El-Obeid?

--Ah! di già?

--Sicuro. Oggi Aladin e Hicks pascià si sono riuniti collo Stato Maggiore e hanno deciso di partire.

--E quando?

--Probabilmente domani. Ma ho paura che succeda dei guai.

--Perchè?

--I due pascià non s'intendono sulla via da scegliersi per marciare su El-Obeid. Hicks vuole andarvi per la pianura che è la via più corta, Aladin invece vuole andarvi pei monti e fare alto a Melbass prima di dare battaglia.

--E cosa hanno concluso? chiese Fathma.

--Che l'esercito si separerà in due corpi. L'uno marcerà su El-Obeid e l'altro su Melbass.

--Che ne dite di questa separazione?

--Io dico che ci condurrà ad una catastrofe, disse tristemente O'Donovan. Lo vedrete, Fathma, saremo schiacciati dal Mahdi.

Nella tenda regnò per alcuni istanti un penoso silenzio. D'improvviso Fathma s'avvicinò al _reporter_ che era diventato pensieroso, e posando le mani sulle spalle di lui, gli disse:

--O'Donovan, ho un piacere da chiedervi.

--Parlate amica mia, rispose l'irlandese con voce affettuosa. Sono ai vostri ordini.

--A mezzanotte devo trovarmi fuori dell'accampamento per parlare con un ribelle. Mi darà importanti notizie su Abd-el-Kerim.

--Oh! fe' il _reporter_ sorpreso. Vi recate ad un appuntamento!

--Sì, questo ribelle, al quale io salvai, due anni addietro, la vita, parlò oggi con Omar. Egli disse che a mezzanotte potrebbe darci notizie esatte sul luogo ove fu tratto il mio fidanzato. Non bisogna che io manchi.

--Ebbene, ci andremo tutti e tre.

--No, voi non potete venire. Il piacere che vi chiedo è che voi rimaniate nella tenda.

--Che io rimanga qui!... E perchè?

--Perchè la presenza di un bianco, di un infedele, potrebbe irritare quel selvaggio.

--Ma, se quel ribelle vi tendesse invece un agguato? La mia compagnia è un remington di più che parlerebbe, ve l'assicuro, con una precisione terribile.

--Non abbiate timore che ci si giuochi un brutto tiro, O'Donovan. Quel selvaggio _Baggàra_ è un uomo di parola e mi ha giurato sul _Corano_ che nessuno ci torcerà un capello.

--Quando è così, rimarrò nella tenda.

--Giuratelo.

--Lo giuro.

--Grazie, O'Donovan, disse Fathma con voce commossa. Prima che l'alba spunti noi saremo di ritorno e sapremo che sarà successo del mio infelice Abd-el-Kerim.

La sua faccia s'alterò fortemente e la voce le si spense in un singhiozzo.

--Andiamo, padrona, disse Omar porgendole il remington.

L'_almea_ che aveva chinato il capo sul seno, lo rialzò con un gesto d'indomita fierezza. I suoi occhi si accesero d'una cupa fiamma e le nari si dilatarono straordinariamente.

--Vieni, Omar! esclamò ella. Là ci aspettano.

Strinse la mano al _reporter_ e uscì a rapidi passi col negro, inoltrandosi silenziosamente fra la moltitudine di tende. Erano quasi le undici di notte quando oltrepassati gli avamposti, entravano nel palmeto.

--La via? chiese Fathma. La conosci tu?

--A menadito, rispose Omar. Cammina dietro di me e sta bene attenta. Il ribelle assicurò Takir che non correrebbe alcun pericolo ma non bisogna fidarsi.

--Verrà la mia rivale?

--Sicuramente, Fathma.

--Come hai fatto a consegnarle il biglietto di Takir?

--Lo diedi ad un soldato che per un pugno di parà lo portò. Egli mi disse che la greca, nel leggerlo, mandò un grido di gioia immensa.

--Ah! esclamò Fathma coi denti stretti e accarezzando l'impugnatura dell'_jatagan_. Allunghiamo il passo; sono impaziente di vedere il luogo dove cadrà per sempre la mia odiata rivale!

Al disotto di quella foresta v'era oscurità perfetta; era molto se qualche raggio lunare, azzurrognolo, d'infinita dolcezza, penetrava fra il fitto fogliame delle palme, dei tamarindi e dei colossali baobab, a formare una chiazza biancastra sul suolo erboso o coperto di immani radici che uscivano da terra come serpenti. Mille urla, mille ruggiti, mille scrosci di risa s'udivano a destra e a manca, emessi dagli sciacalli, dei leoni e dalle iene che si disputavano i cadaveri degli Egiziani o dei ribelli rimasti sul terreno nella scaramuccia della notte precedente. Di quando in quando, verso le lontane pianure o verso il campo, echeggiavano scoppi rumorosi di remington o di moschettoni seguiti poco dopo dagli allarmi degli avamposti.

Omar e Fathma, procedendo silenziosi come ombre e colla massima circospezione, in capo a mezz'ora ebbero attraversato il palmeto senza aver incontrato alcun insorto. Essi si trovarono dinanzi ad una serie di scoscese colline, in cima ad una delle quali alzavasi un _tugul_ conico.

--Quello là, disse Omar, è il luogo dell'appuntamento. Saliamo con precauzione, Fathma. Potrebbe darsi che Tepele si trovasse di già sul posto.

Aggrappandosi ai cespugli, aiutandosi l'un l'altro e sempre nel più profondo silenzio, essi guadagnarono la cima della collina, piana, sparsa di macigni e di cespugli, con un profondo burrone nel mezzo, dalle pareti tagliate a picco e nel cui fondo urlavano bande numerose di sciacalli.

Omar si spinse fino al _tugul_ ma era oscuro e deserto.

--Benone, mormorò egli ritornando presso Fathma. Non sono ancora giunti ma non staranno molto a venire. Ti senti forte padrona?

--Più forte e più risoluta che mai, rispose Fathma. Lascia che venga la mia rivale e io ti farò vedere di quanto sia capace un'araba.

Ella mostrò al negro un fitto cespuglio distante appena venti passi dal _tugul_ e vi si nascosero nel mezzo, cogli occhi fissi sulla sottostante pianura.

Erano passati appena dieci minuti che dal nord fu visto venire innanzi un uomo semi-nudo armato di una lunga lancia. Omar conobbe in lui Tepele, l'amico di Takir.

--Sta attenta Fathma, mormorò il negro all'orecchio della compagna.

Tepele era giunto ai piedi del colle. Lo salì con una agilità da scimmia, passò a pochi passi dal cespuglio, entrò nel _tugul_ e accese un po' di fuoco.

D'improvviso Fathma afferrò fortemente il braccio d'Omar e lasciò uscire dalle labbra contratte una sorda esclamazione.

--Guardala! diss'ella con voce arrangolata. Guardala!

Una donna armata di fucile e affatto sola, era apparsa sul limitare del palmeto. La luna che batteva su di lei, rendeva perfettamente visibili i suoi lineamenti e il costume greco che indossava.

--Erano passati due mesi, quando una notte ebbi la brutta idea di invitarlo a cacciare il leone. Io camminavo dinnanzi e lui camminava dietro a me.

--Elenka! balbettò Omar che provò involontariamente un brivido.

--Appena che mi capita a tiro di fucile io l'abbatto! Ho il sangue che mi bolle e nubi di fuoco dinanzi agli occhi. Oh! la vendetta!... la vendetta!...

--Non ti muovere, padrona! Se tu l'ammazzi prima che abbia a parlare con Tepele non sapremo più mai dove potremo trovare Abd-el-Kerim. Frenati per mezz'ora.

L'_almea_ che si era rizzata sulle ginocchia col remington in mano, tornò a sdraiarsi.

--Aspetterò, mormorò.

La greca dopo aver esitato, si era messa a salire la dirupata china saltando di sasso in sasso, di scheggione in scheggione come un'antilope. Si fermò tre o quattro volte, girò e rigirò attorno al _tugul_ dalle cui fessure uscivano raggi di luce, poi entrò. Fathma e Omar balzarono fuori dal cespuglio, e si appostarono ai lati della porta, spingendo gli sguardi nell'interno della capanna.

--Frenati, mormorò un'ultima volta Omar.

--Non aver paura di nulla, rispose Fathma. Ora Elenka è mia!

CAPITOLO XV.--Due tigri

Tepele, che si era accoccolato accanto al fuoco, nello scorgere la greca si era subito alzato andandole incontro. Egli le baciò la mano, la fece sedere su di un _angareb_ malandato e gettò una nuova bracciata di legne secche sul fuoco.

--Ebbene Tepele, disse la greca, con un leggiero tremito nella voce. Sai alfine qualche cosa?

--Sì, ma dov'è Takir?

--Non ha potuto venire. Su, narra, fa presto che ho l'inferno nel cuore. Dove si trova? È vivo?... È morto?...

--Posso assicurarvi che Abd-el-Kerim è vivo.

Elenka scattò in piedi come una pazza.