Chapter 2
Entrarono nella _zeribak_, in mezzo alla quale stavano inginocchiati i due animali. Questi _mahari_ o _hadjin_, meglio conosciuti per dromedari, sono cammelli riservati per le corse, docili come cani, più intelligenti dei cavalli, più sobri e più pazienti dei _djemel_ o cammelli comuni, dal portamento nobile, altero, e che alla menoma pressione della guida legata all'anello incastrato nelle nari, vanno rapidi come il vento percorrendo persino settanta miglia al giorno. S'accontentano di un nulla, d'un pezzo di pane, d'un pugno d'orzo o di datteri o di un fastello d'erbe secche e spinose, e son felici quando l'arabo lascia a loro aspirare il fumo del _scibouk_ prima che passi dalla cannuccia e doppiamente felici d'una parola affettuosa, d'una semplice carezza.
Il sudanese li aveva già insellati, accomodando sulla loro gobba una sella di pelle di montone cava nel mezzo e fornita dinanzi e di dietro di un pezzo di legno rotondo, posto orizzontalmente, che serve di appoggio al cavaliere, e appendendo ai loro fianchi i fucili remingtons, le borse di cuoio e le otri contenenti il cibo o l'acqua, viveri indispensabili in Africa, dove le città sono rarissime e i villaggi assai scarsi.
Nel mentre che il greco esaminava le cinghie della sua cavalcatura, Abd-el-Kerim con un cenno impercettibile chiamava a sè il sudanese.
--Hai veduto passare alcuno? chiese rapidamente e sotto voce.
--Sì, disse il sudanese.
--Chi?
--Due persone su di un _mahari_ dal mantello fosco.
--Erano?...
--L'ignoro, ma una pareami una donna.
Abd-el-Kerim sussultò. La sua faccia, che poco prima era tetra, s'illuminò di un raggio di gioia. Con un gesto congedò il sudanese.
--In sella Notis, diss'egli.
I due ufficiali fecero inginocchiare i _mahari_ emettendo un semplice _khh! khh!_ sospirato e s'arrampicarono sulle gobbe sedendosi colle gambe incrociate.
--Allàh vi guardi, disse il sudanese,
--_Ih! ih!_ gridò Notis.
I due _mahari_, obbedienti al segnale, uscirono dalla _zeribak_ e partirono seguendo il sentiero che menava all'ovest, prendendo un lungo trotto, alzando e abbassando bruscamente la testa e la coda, andatura assai malagevole per chi non vi è abituato, il quale crede sempre di perdere l'equilibrio e per le continue e violenti scosse prova forti dolori al capo, dolori alle mani che si gonfiano e dolori alle reni che si pestano e pare che si spezzino.
L'oscurità allora erasi fatta assai più fitta, specialmente sotto la foresta, le cui grandi vôlte di verzura impedivano che trapelassero quasi i raggi lunari. Appena appena scorgevansi i colossali tronchi di tamarindi i cui rami flessibili sostenevano enormi quantità di frutta sei volte più lunghe che larghe e ripiene di una polpa molle e acida; le grandi camerope a ventaglio dal fusto cilindrico coperto di grosse squame regolari e coronate alla sommità da un magnifico ciuffo di trenta o quaranta foglie disposte a ventaglio; le acacie mimose alte come un olmo, sui cui tronchi risaltavano le grossissime bolle della preziosa gomma che trasuda; le palme _deleb_ coi fusti rigonfi nel mezzo e tutti i centomila arrampicanti che s'attortigliavano come serpi attorno ai tronchi degli alberi e che s'arrampicavano sui rami formando spesso dei pergolati naturali veramente ammirabili.
I _mahari_ eccitati dalla correggia dei cavalieri, che serve nel medesimo tempo di frusta, in meno di quindici minuti attraversarono la foresta, la quale stendesi in lunghezza, sì a destra che a sinistra del Bahr-el-Abiad, da Chartum fino ad Machadat Abu Zet, su due miglia o poco più di larghezza. Sbucati nelle grandi e aride pianure di Gemaije, animate solo da qualche gruppo di palme, da qualche acacia tisica e da miserabili _tugul_ o capanne, allungarono il passo filando come giganteschi e silenziosi fantasmi verso gli ondulati terreni del sud, in direzione d'Hossanieh.
Notis che galoppava a pochi passi di distanza da Abd-el-Kerim, s'avvide subito che questi dava segni strani d'inquietudine della quale non sapeva ancora indovinare la cagione. Lo vedeva spesso rizzarsi in sella come volesse abbracciare maggiore orizzonte, spingere lo sguardo a destra, a manca e dinanzi, e talvolta fare un gesto quasi di scoraggiamento e di stizza. Più volte lo vide portare ambe le mani agli orecchi e piegarsi verso terra come uno che cerchi raccogliere qualche lontano rumore.
--Che mai può avere? andava chiedendosi il greco tormentando la correggia del _mahari_ e figgendo sempre gli occhi addosso al compagno. Si vede che ha qualcosa che lo preoccupa ma cerca di nascondermelo. Quegli occhi fissi sul villaggio, anzi sul caffè, proprio in quel medesimo luogo ove danzò.... Potrebbe essere vero?...
Un terribile sospetto balenò nella mente di lui, sospetto che gli fe' gelare il sangue nelle vene e montare, nel medesimo tempo, una fiamma in viso. Un truce e sinistro lampo animò i suoi occhi che s'accesero come due carboni.
--Ah!... mormorò egli.
Trasse dalla sua borsa un pizzico di tabacco, lo arrotolò in un fogliolino di carta, ne formò una sigaretta che accese, malgrado la rapidità vertiginosa del _mahari_, mandò in aria tre o quattro boccate di fumo, e volgendosi verso Abd-el-Kerim:
--A che pensi cognato mio? gli chiese, affettando la massima noncuranza.
--A mille cose, rispose l'arabo.
--Tu pensi a mia sorella Elenka, Abd-el-Kerim, te lo dirò io.
L'arabo stette un momento muto, come non avesse capito.
--Non puoi ingannarti, rispose di poi. La fiamma che nasce nel cuore, non si spegne neanche in sogno.
--Ed io sai a chi penso?
--Leggere il pensiero dell'uomo non è dato che ad Allah e al suo profeta.
--Penso a quell'adorabile _almea_ che vidi danzare a Machmudiech.
Sulla bruna pelle dell'arabo passò un fremito.
--A Fathma, articolò sordamente egli.
--Sì, a Fathma. Come la trovasti tu?
--Mi pareva avere dinanzi...
Voleva aggiungere una _uri_ di Maometto, ma le parole gli morirono sulle labbra.
--Una bella donna, vuoi dire.
--Presso a poco. E come mai tu pensi a lei?
--Perchè?... Credo di non dir troppo, se ti confesso che i suoi occhi mi hanno affascinato e che la sua voce mi toccò il cuore.
Se fosse stato giorno Notis avrebbe potuto vedere le labbra dell'arabo contrarsi e la sua faccia diventare cinerea.
--Ah!... si sforzò di dire Abd-el-Kerim.
«Quella creatura ti ha morso il cuore?
--Di' invece che vi ha gettato una scintilla dentro.
--E questa scintilla sarebbe?
--D'amore.
L'arabo diede un sì violento strappo alla correggia che il _mahari_ fu forzato ad alzare la testa. Notis se ne accorse.
--Che diavolo hai Abd-el-Kerim?
--Nulla, ho sostenuto il cammello che stava per inciampare contro un sasso.
--Uh! fe' il greco. Non so come un sasso possa trovarsi fra questi terreni.
La conversazione finì li. I due _mahari_ che avevano per un istante rallentata la corsa, la ripresero più velocemente salendo e discendendo le colline cosparse d'erbe spinose chiamate dagli indigeni _alfèh_, arse dai cocenti raggi del sole equatoriale.
La pianura, rotta qua e là da radi ed intristiti palmizi e da qualche torrente pantanoso, andava allora allargandosi fiancheggiata all'est dalle selve che seguono il Bahr-el-Abiad nel tortuoso suo corso e all'ovest da piccole catene di montagne, dietro le quali giganteggiavano i monti Arab, Mussa, Scemela e Mantara.
A mezza notte avevano già percorso più di mezza via, e stavano per rallentare la corsa per dare un po' di riposo ai due animali, quando in lontananza scoppiò improvvisamente una detonazione.
Abd-el-Kerim a quello scoppio sussultò.
--Hai udito, Notis? chiese egli, staccando dalla sella il remington.
--Distintamente, amico mio, rispose il greco senza scomporsi.
--Può essere qualcuno che corre un pericolo.
--E può essere stato anche un cacciatore.
--È impossibile.
--E perchè di grazia? M'hanno detto che in queste contrade amano cacciare il leone e tu sai meglio di me che quest'animale non si caccia che di notte.
--Tuttavia...
--Aggiungi che siamo in un paese sollevato a rivolta e che le spie dei ribelli non di rado vengono a ronzare attorno agli accampamenti egiziani. Lascia Abd-el-Kerim, che colui che tirò la moschettata si appicchi.
L'arabo non rispose, però eccitò il _mahari_ e si sollevò maggiormente guardando innanzi a sè. Fu appunto elevandosi che scorse un'ombra giallastra galoppare furiosamente per la pianura.
--Oh! oh! Sta in guardia, Notis, che abbiamo un leone vicino, diss'egli.
--Quando è così, credo che faremo bene ad armare i remingtons. Spero che il signore del deserto non ardirà d'assalirci. Eh!...
Una seconda detonazione risuonò in lontananza, poi una terza un momento dopo.
--Ah! Notis, non è un cacciatore! esclamò Abd-el-Kerim. Te lo dico io.
--Hai delle idee strane, quest'oggi. Ti commuovi per due o tre fucilate!
--Abbiamo dinanzi a noi un _mahari_, Notis.
--Ebbene, e che vuol dir questo?
--Non sai... lo monta una donna, un uri...
--Chi? Chi?...
--È Fathma!
--Il mio amore! Vola, Abd-el-Kerim! Accorriamo!
La faccia dell'arabo si sconvolse trucemente a quelle esclamazioni, però non disse parola alcuna, Montò il remington e sferzò il cammello curvandosi in sella.
I due _mahari_ partirono come il vento e salirono una collina che impediva di scorgere la sottostante pianura. Un quarto colpo di fucile ruppe il silenzio della notte e così vicino, da credere che colui che l'aveva esploso fosse appena a un cinquecento metri dalle alture.
Quasi subito s'udì un terribile grido:
--Aiuto!... Aiuto!...
--Ah! qual voce! esclamò Abd-el-Kerim, Corri Notis, corri!
Giunsero sulla cima della collina, e di là videro rovesciati in mezzo alla pianura un cammello e un uomo che si dibattevano disperatamente fra le sabbie, e a pochi passi da loro una donna, la quale mirava un gigantesco leone che volteggiavale vertiginosamente attorno con salti mostruosi.
--Notis!... È Fathma! gridò Abd-el-Kerim.
Con un salto da tigre si precipitò di sella, s'inginocchiò e puntò il remington. Il colpo partì. Il leone ferito alla testa fece un balzo di quindici piedi, gettando uno spaventevole ruggito.
S'arrestò colla criniera irta che lo faceva parere due volte più grosso. Sfuggì alle moschettate di Notis e di Fathma e s'avventò contro l'arabo che aveva tratto l'_jatagan_.
L'urto fu terribile. Uomo e leone caddero al suolo, l'uno gettando urla selvaggie e l'altro ruggendo orrendamente.
Notis volò coraggiosamente in aiuto di Abd-el-Kerim, ma prima che potesse giungervi vicino, questi erasi già sollevato coll'_jatagan_ lordo di sangue fino all'impugnatura, calmo, sorridente, e con un piede sul corpo del leone che era morto sul colpo.
--Sei ferito?... Tu mi fai paura!
--Non aver timore, Notis, disse Abd-el-Kerim. Il leone è morto senza che abbia avuto il tempo di toccarmi le carni.
--Tu sei stato pazzo assaltarlo coll'_jatagan_.
--In questa notte e in questo posto avrei lottato con dieci leoni.
Afferrò il suo _mahari_ per la correggia e si diresse a rapidi passi verso Fathma che si era inginocchiata accanto all'uomo. Notis lo seguì.
--_Es-selàm-alekom_ (la salute sia con te) disse l'arabo all'_almea_.
Fathma alzò il capo, lo guardò per alcuni istanti con quei due occhi che fiammeggiavano, si rizzò in piedi e tendendo la sua piccola mano verso di lui.
--Sei un eroe! gli disse.
--Grazie, Fathma.
L'_almea_ gli si avvicinò ancor più.
--Ah! tu sei quello che vidi a Machmudiech.
--Non t'inganni. Ecco qui il mio compagno.
--Allàh vi compensi del bene che mi avete fatto. Senza di voi sarei a quest'ora morta.
--E della tua morte non me ne sarei giammai consolato, adorabile creatura, disse galantemente Notis.
L'_almea_ crollò il capo e un sorriso sfiorò le sue labbra, ma parve un sorriso amaro, forzato e forse anche ironico.
--Dove ti rechi? le chiese l'arabo.
--Al campo d'Hossanieh.
--Come noi. Mi pare che il tuo _mahari_ e il tuo schiavo sieno morti,
--Il leone li ha uccisi.
--Vuoi salire sul mio _mahari_? È un animale forte e le mie braccia sono capaci di sostenere il leggero tuo corpo. Vi starai come in un _angareb_.
--E perchè no sul mio? domandò Notis.
--L'eroe è sempre più forte, disse l'_almea_.
Il greco aggrottò la fronte e strinse le pugna con dispetto.
--Ah! mormorò egli. Eroe!... Lo vedremo, Abd-el-Kerim!
L'arabo salì sul _mahari_, allungò le braccia all'_almea_ e la trasse in groppa, facendola sedere sulle proprie ginocchia e circondandola delicatamente colle braccia. Notis da canto suo s'accomodò sulla sella del suo animale.
--Va, mio nobile amico, disse Abd-el-Kerim, prendendo la correggia a facendola fischiare nell'aria. Tu sei abbastanza forte per portarci entrambi.
I _mahari_ ripigliarono la disordinata loro corsa in mezzo alla pianura, divorando la via con crescente rapidità.
Fathma, abbandonata fra le braccia dell'arabo che talvolta se l'accostava al petto in modo da sentire i battiti del suo picciol cuore, non diceva parola. Solo di tratto in tratto girava la testa verso colui che la reggeva, figgeva i suoi neri e grandi occhi sul di lui volto, e le sue labbra coralline aprivansi a un sorriso affascinante.
Abd-el-Kerim, nel sentirla appoggiata così mollemente sulle ginocchia, nel sentire la lunga e nera capigliatura sferzargli il volto, e talvolta circondare e arrestarsi intorno al suo collo, nel respirare l'ardente alito di lei, nel guardarla, provava delle emozioni così strane, così voluttuose, così dolci, che parevagli talvolta di sognare. Il sangue gli montava alla testa e gli circolava più rapido nelle vene, il cuore battevagli febbrilmente, i suoi occhi si fissarono involontariamente su lei, e, per quanto facesse, non riusciva a staccarneli.
In mezzo a quelle emozioni che a poco a poco facevansi più forti, l'immagine abbagliante della fiera Elenka s'oscurava, sfumava, scompariva. Persino l'immagine di Notis s'abbuiava e cancellavasi, e a segno che l'arabo credevasi di essere solo con Fathma a percorrere la pianura.
--Fathma, disse d'un tratto egli, con una voce nella quale suonava un accento infinitamente accarezzevole.
L'_almea_, nell'udirsi chiamare, si scosse e volse il capo verso di lui.
--Fathma, dove andrai quando saremo a Hossanieh?
--Perchè? chiese ella.
--Perchè?... Ma...
--Ti interesserebbe forse il saperlo?
L'arabo sussultò e ammutolì.
--Rimarrò in Hossanieh.
Abd-el-Kerim la trasse vivamente sul petto. Egli si chinò verso di lei, come volesse dirle qualche cosa, ma non ne ebbe il tempo.
--Abd-el-Kerim! gridò Notis in quell'istante.
L'arabo tremò e si volse indietro come se una vipera l'avesse morso.
--Siamo in vista del campo!
Un profondo sospiro uscì dalle sue labbra.
CAPITOLO III.--I due rivali.
Il campo egiziano era piantato in una pianura aridissima, solcata però qua e là da piccoli ruscelli e sparsa di antichi _bir_ o pozzi, a pochi passi dalle ultime capanne o _tugul_ del villaggio d'Hossanieh. Si componeva di un trecento tende, disposte su tre ordini, che si piegavano cingendo la gran tenda del pascià sulla quale sventolava la bandiera egiziana, e quelle inferiori ma non meno elevate, degli ufficiali.
Ottocento uomini, la maggior parte dei quali nubiani e sennaresi, con pochi pezzi d'artiglieria e una compagnia di basci-bozuk a cavallo, erano tutti quelli che occupavano il campo, sotto il comando di Dhafar pascia, uomo agguerrito ed intrepido che conosceva a menadito e l'Hossanieh e il Sudan, e che si era proposto di raggiungere, nonostante che il paese fosse battuto da numerose orde del Mahdi, l'esercito di Hicks e di Aladin pascià che operava verso El-Obeid, la capitale del Kordofan.
I due _mahari_, appena che ebbero fiutato la vicinanza dell'accampamento, s'affrettarono ad allungare il passo, sicché pochi minuti dopo arrivarono alle prime sentinelle, le quali conosciuto in coloro che li montavano due ufficiali, li lasciarono passare senza dare l'allerta né chiedere chi fossero.
Abd-el-Kerim s'arrestò dinanzi alle ultime capanne d'Hossanieh.
--Dove vai, Fathma? chiese egli all'_almea_.
--A quella casipola che vedi laggiù sull'orlo di quel campo di _durah_, rispose Fathma con voce dolce. Non occorre che tu mi accompagni, il leone che uccise il povero Daùd non mi minaccia più.
Notis era disceso da sella e si era avvicinato al _mahari_ dell'arabo. Egli tese ambe le mani, sulle quali s'appoggiarono i piccoli piedi dell'_almea_, tanto piccoli da muovere ad invidia quelli delle chinesi, e la depose a terra.
--Ci rivedremo ancora, adorabile creatura? domandò il greco.
Un sorriso leggiadro sfiorò le labbra di Fathma.
--Se Allàh lo vorrà, rispose ella.
--Proverei gran dispiacere se tu avessi a scomparire per sempre.
--Ah!...
--Sei bella, Fathma.
--Non te lo domando.
--Sei più bella delle urì del paradiso. Ed io...
L'_almea_ gli lanciò un'occhiata fulminea e aggrottò la fronte.
--Notis, disse l'arabo gravemente.
Il greco, che stava allungando le braccia verso l'araba, si arrestò.
--_Allàh ybàrek fik_, (Iddio ti benedica) disse Fathma, alzando le mani verso Abd-el-Kerim.
Si gettò la carabina ad armacollo, s'avvolse nel suo bianco _taub_ e s'allontanò con passo rapido, con andatura fiera e maestosa facendo tintinnare graziosamente le numerose anella che ornavano le sue braccia.
--Per Allàh! esclamò Notis quasi con collera. Non ho mai trovato in vita mia un'_almea_ simile. Da quando una donna che va a danzare pegli accampamenti, torce il viso per una parola melata?
--Ti sorprende forse? chiese Abd-el-Kerim, con un tono di voce sotto il quale sentivasi una leggiera vibrazione ironica.
--E sfido io!
--Fathma, non è un'_almea_ comune.
--E nondimeno s'abbandonò fra le tue braccia. Ah! Abd-el-Kerim tu sei fortunato.
--Perchè?
--Avrei pagato mille piastre per sentirmela pur io adagiata sulle mie ginocchia, colla sua testolina appoggiata sul mio petto.
--Sei pazzo, Notis. Saresti per caso innamorato morto di lei?
--Non ti pare che sia bella?
--Più bella di tutte le donne che vidi da venticinque anni a oggi.
--Anche più bella di mia sorella Elenka?...
L'arabo preso alla sprovveduta si turbò e non rispose.
--Ah! fe' il greco ironicamente. Elenka adunque la trovi inferiore a quell'_almea_, tu, l'innamorato, il fidanzato di mia sorella.
--Tu discorri senza riflettere, disse Abd-el-Kerim, rimettendosi prontamente, come vuoi che io, che adoro Elenka, trovi che un'altra donna, che non mi interessa nè punto nè poco, la sorpassi in bellezza! Hai torto di dubitare di me.
--Sono pazzo, amico mio, lo so, a dubitare di te. Orsù, riparliamo di Fathma.
--Come vuoi Notis.
--Sai innanzi a tutto chi è e da dove venga?
--L'ignoro. So che chiamasi Fathma e nulla di più. E perchè queste domande.
--Perchè sono innamorato cotto di quella bella danzatrice.
--Di già? Corri come un _mahari_ dei più rapidi, disse l'arabo sforzandosi a far parer calma la sua voce che invece tremavagli.
--Sento qui, nel cuore, una fiamma che comincia ad ardere. È fiamma d'amore, e temo che prenderà fra non molto proporzioni gigantesche.
L'arabo alzò Le spalle e cercò di sorridere, ma senza riuscirvi.
--Se non vi eri tu, ti giuro, Abd-el-Kerim, che avrei stampato sulle sue piccole labbra un gran bacio. Ma la ritroverò e sola.
Una fiamma balenò negli occhi di Abd-el-Kerim, ma una fiamma d'ira e di sdegno. La sua fronte s'increspò e le sue mani si posarono sui calci del revolver.
--Sta in guardia, Notis! diss'egli con accento cupo.
--Credi che io abbia paura di una donna?
--Chi sa! Potrebbe darsi che su quella donna brillasse una scimitarra!
Il greco rimase di stucco, guardandolo cogli occhi stravolti. Mai aveva udito parlare Abd-el-Kerim con quel tono cupo e minaccioso e in quel modo. Credette di aver compreso male.
--Una scimitarra, hai tu detto? chiese egli.
--Sì, e la scimitarra di un uomo che ha il braccio di ferro.
--Avrei forse un rivale? Abd-el-Kerim, tu sai qualche cosa e cerchi nascondermelo.
--Non so nulla.
--Tieni a mente che io amo di già Fathma come tu ami Elenka, e forse io l'amo più ancora di te.
--Zitto, Notis, non parliamone più. È tardi, e io ho sonno.
--Eh! per Allàh! Vorrai bene dirmi qualche cosa prima.
--Non mi caverai una parola di bocca nemmeno colle tenaglie. Buona notte, amico mio. Vado a dormire nella mia tenda e tu va nella tua che trovasi a pochi passi da quella del pascià.
L'arabo non aggiunse una sillaba di più e lasciò lì Notis, dileguandosi fra le tenebre col suo _mahari_.
--Un rivale! esclamò il greco con mal repressa ira. E chi potrebbe mai essere?
Rimase un istante lì, pensieroso, cupo, tormentando l'impugnatura della scimitarra, poi si cacciò in mezzo alle tende e ai fasci dei moschetti, traendosi dietro il suo animale. Dopo dieci minuti s'arrestava dinanzi alla sua tenda, sulla cui entrata russava un nubiano colossale del più bel nero.
Lo svegliò, gli affidò il _mahari_ e si gettò sulla coperta, dopo aver acceso un sigaretto. Il suo pensiero volò subito dietro all'_almea_.
--Ho un bel dire che quell'adorabile creatura diverrà mia, mormorò egli, ma ho certi timori dei quali, mi pare che io dovrei tener conto. Non so, ma Abd-el-Kerim mi ha parlato in una certa maniera, con un tono così grave, così strano che mi dà da pensare seriamente. Se non fossi sicuro che egli ama alla pazzia Elenka, quasi, quasi, direi che egli parlava con rabbia, che parlava come fosse mio rivale.
«Come mai egli mi ha parlato di una scimitarra che brilla su Fathma? Ciò vuol dire che vi è qualcuno che veglia sull'_almea_, è chiaro, chiarissimo. E chi potrebbe mai essere quest'uomo? Che abbia egli spifferato questa minaccia per indurmi a starmene lontano da quella donna?
«Se è vero questo, hai sbagliato Abd-el-Kerim. Gli occhi di Fathma si sono impressi nel mio cuore in modo tale, che nessun altro amore sarebbe capace di velarli. Vi è una fiamma che arde nel mio petto, fiamma appena accesa e che è di già immane!...
Egli si levò a sedere e guardò attorno. Gli parve vedere ovunque degli occhi fiammeggianti che lo fissassero: gli occhi dell'_almea_. Scattò in piedi come spinto da una molla, staccando la sua carabina.
--Egli mi ha parlato di un rivale, diss'egli con ira. Andrò ad assicurarmene e guai a lui, se lo trovo ronzare nei dintorni della casupola!...
Saltò via il nubiano che era tornato ad addormentarsi, e uscì con passo silenzioso. Si guardò attorno sospettosamente, ma non vide che i soldati di guardia che vigilavano accanto ai fuochi. Tese gli orecchi, ma non udì che il fragoroso russar dei negri che dormivano sotto le tende e il sibilo del vento che agitava gli stendardi infioccati.
--Tutti dormono, mormorò egli. A noi due, o mio incognito rivale!
Attraversò il campo e s'arrestò alle prime capanne di Hossanieh. Si gettò a terra per non esser visto da alcuno, e si mise a strisciare lentamente, senza fare più rumore di un serpente, tenendosi nascosto dietro le macchie di mimose. Ben presto si trovò nei pressi della casupola di Fathma, un'abitazione col tetto di paglia e le pareti di legno fiancheggiata da una _rekùba_, sorta di tettoia sostenuta da pali, sotto la quale si riposano ordinariamente i cammelli ed i viaggiatori.
Si alzò e guardò attentamente dinanzi, di dietro, a dritta e a manca, ma non vide anima viva ronzare all'intorno. Alzò gli occhi verso le finestre, ma le vide oscure e socchiuse. Respirò.
--Che mi abbia ingannato? E con quale scopo? mormorò.
Fece il giro della casupola per due o tre volte, e stava per allontanarsi, quando vide un'ombra che moveva verso quella volta. Impallidì e afferrò rapidamente la carabina.
--Il rivale! esclamò egli con voce sorda.
Esitò, poi si cacciò sotto la _rekùba_ e guadagnò, senz'essere stato scoperto, una macchia di leguminose arborescenti nascondendovisi nel mezzo.
--Chi sei? chi sei tu, che vieni a disputarmela? si chiese egli.