Chapter 19
--L'occorrente per entrare nel campo senza destare sospetti, rispose O'Donovan congedando il negro.
--Forse con quelle vesti sulle spalle?
--Sedete e ascoltatemi.
O'Donovan empì una tazza di birra e la tracannò in un sol fiato, poi sedendosi dinanzi a loro due:
--Amici miei, diss'egli, in tempo di guerra, fare entrare in un campo degli sconosciuti, è sempre pericoloso.
--È giusto, disse Fathma.
--Ho fatto portare qui delle vesti di basci-bozuk, e mi pare che camuffati da soldati sia facile entrare ed uscire dal campo.
--Ah! fe' Omar ridendo. Voi volete vestirci da basci-bozuk?
--Sicuramente.
--Anch'io? chiese Fathma.
--Voi più del vostro compagno.
--È ridicola.
--Niente affatto, io la trovo una precauzione saggia.
--Mi si conoscerà facilmente per una donna.
--Non così facilmente come credete. Avete un bel portamento e una faccia ardita. Orsù, spicciamoci.
O'Donovan sciolse il rotolo e levò sei o sette vestiti di ufficiali basci-bozuk coi turbanti e le scimitarre. Fathma non esitò a scegliere quello che meglio adattavasi al suo taglio.
Si ritirò in una stanza attigua e cominciò a vestirsi, calzò le uose di pelle di capra, infilò i larghi calzoni rossi e la casacca ricamata d'argento, cinse la larga fascia nella quale passò un _jatagan_ e le pistole e raccolse i capelli a _chignon_, nascondendoli interamente sotto un gran turbante verde. Appesasi la scimitarra, ritornò dai compagni, colla dritta posata fieramente sulla guardia dell'arma e la testa alta.
--Ah! il bell'ufficiale! esclamò O'Donovan _By-good_! Non mi ricordo d'aver visto in Oriente un basci-bozuk così ammirabile.
--Siete certo? disse l'_almea_ sorridendo.
--Ve lo giuro. Se io fossi Hicks pascià vi darei subito da comandare uno squadrone di cavalleria.
--Burlone.
--E sono sicuro che lo comanderebbe meglio di qualche ufficiale, aggiunse Omar, che terminava di abbigliarsi.
--Siete certo che non riconosceranno in me una donna? chiese l'_almea_.
--Certissimo.
--Allora affrettiamoci a recarsi al campo. Mi preme d'interrogare Hicks pascià.
--Volete proprio venire dal generale?
--Certamente e voi mi presenterete per un vostro aiutante di campo o per qualche cosa di simile.
--Mi mettete in un bell'impiccio.
--Che c'è di nuovo? Avete paura che vi tradisca?
--Non è questo, ma...
--Che cosa allora? Dite su, voglio saperlo.
--Se Hicks pascià... se vi dasse qualche notizia su Abd-el-Kerim... Chissà, potrebbe darsi che questa notizia non fosse troppo buona...
--Sapete forse qualche cosa voi?...
--No, non so niente, ve lo giuro.
La faccia dell'_almea_ si alterò orribilmente; stette per alcuni istanti muta colle mani strette sul cuore.
--Sono forte, disse poi rizzandosi fieramente, e sono preparata a tutto. Conducetemi da Hicks pascià.
--Quando mi dite di essere preparata a tutto possiamo andare.
Si gettarono ad armacollo i _remington_ e uscirono dal _tugul_ inoltrandosi fra le tende delle compagnie accampate. Gli egiziani, vedendo uscire due ufficiali basci-bozuk invece di un uomo e di una donna si guardavan l'un l'altro sorpresi, non potendo credere ai loro occhi, ma O'Donovan non lasciò a loro tempo di osservare troppo.
--Prendiamo questo sentiero, diss'egli. Questi soldati si sono accorti del travestimento.
--Forse non ho il portamento d'un soldato, mormorò Fathma.
--Non è questo. Si sono accorti perchè vi avevano visto entrare e sapevano che il _tugul_ non alloggiava basci-bozuk. Del resto poco importa.
Presero un sentieruzzo che scendeva, serpeggiando, il declivio di un colle ed in poco tempo giunsero sul limite estremo del bosco. Fathma e Omar s'arrestarono sorpresi dal grandioso spettacolo che si presentava dinanzi ai loro occhi.
A duecento metri da loro, in una immensa pianura ondulata, cosparsa da gruppetti di palme, accampava l'esercito egiziano comandato da Hicks e da Aladin pascià, forte di undicimila e più uomini.
Immaginatevi tre o quattro mila tende, disposte nel massimo disordine, secondo il capriccio di coloro che le abitavano, ritte o atterrate, lacerate o rattoppate, bianche o dipinte, alcune aggruppate strettamente, altre separate da centinaia e centinaia di piedi, arrampicantesi sulle colline sabbiose o sui pendii di aridissime rupi. Nel mezzo s'alzavano, e queste con un po' d'ordine, le tende più elevate degli ufficiali, dello stato maggiore e quelle dei generali sulle quali ondeggiavano lacere bandiere egiziane.
Dappertutto si vedevano soldati, chi sdraiati per terra o aggomitolati come gatti al sole, chi seduti attorno ai fuochi a preparare il rancio, chi occupati a manovrare, chi a esercitarsi al tiro; vi erano egiziani, negri, turchi, basci-bozuk, europei, tutti in differenti costumi. Dappertutto vi erano fasci di fucili che rifulgevano ai torridi raggi del sole, cannoni, tamburi, barili di munizioni, e in mezzo a tuttociò cavalli, muli e cammelli che nitrivano, che ragliavano, che muggivano, formando colla voce degli uomini un baccano assordante, continuo, paragonabile al fragore del mare in tempesta.
--Quanti uomini! esclamò Omar. Che baccano, che confusione, quante armi, quante tende, quanti animali!...
--Tanti ma sempre pochi, disse O'Donovan con un sospiro.
--Non vi pare che bastino tutti questi?
--Pel Mahdi no, sono ancora pochi.
--Lo credete? disse Fathma.
--Sì mia cara, questi uomini non sono sufficienti per vincere il leone del Sudan. Orsù, andiamo da Hicks pascià.
--Qual'è la sua tenda?
--Quella che vedete là in mezzo.
--E quella...
--Di chi?...
--Tiriamo innanzi, mormorò Fathma mordendosi le labbra.
Entrarono nel campo, attraversando quel labirinto di tende, d'uomini e di animali e mezz'ora dopo si arrestavano presso la tenda d'Hicks pascià, dinanzi la quale vigilavano due sentinelle.
--Vammi ad annunciare al generale, disse O'Donovan ad una di esse.
--Ci accoglierà? chiese Fathma con voce visibilmente alterata.
--Certamente, rispose il _reporter_. Siate forte.
--Lo sono.
--Rammentatevi che un sol gesto può tradirvi e forse perdervi. Il generale non tollererebbe nel suo campo una favorita del Mahdi.
--Vi dissi già che sono pronta a tutto. Non abbiate paura.
Due ufficiali uscirono in quell'istante dalla tenda, e salutarono rispettosamente il _reporter_ che restituì a loro il saluto.
--Chi sono? chiese Fathma.
--Il capitano di stato maggiore Farquar e il barone Cettendorfs. Due uomini di ferro, specialmente il primo.
La sentinella ritornò annunciando che erano aspettati. O'Donovan strinse fortemente le braccia de' suoi compagni, come per raccomandare a loro prudenza, e li condusse dentro.
In mezzo alla tenda, seduto su di un tamburo, se ne stava il generale Hicks con alcune carte topografiche spiegate sulle ginocchia.
Era questi un uomo di bell'aspetto, alto, robustissimo, non ostante che gli pesassero sulle spalle più che cinquant'anni, con una faccia alquanto dura, abbronzata dai raggi solari delle torride regioni e rugosa per le fatiche, ombreggiata da una barba piuttosto lunga, liscia e brizzolata da parecchi fili bianchi.
Hicks pascià era un soldato nel vero senso della parola, che sorto dal nulla, mercè la sua rara intrepidezza, la sua energia e il suo talento, era riuscito, passo a passo, a guadagnarsi il grado di generale.
Era entrato nell'esercito indiano l'anno 1848. Dopo aver combattuto in quasi tutte le battaglie della grande insurrezione indiana era corso in Abissinia a prendere parte alla guerra contro Re Teodoro, anzi entrava fra i primi in Magdala.
Ritiratosi in Inghilterra col grado di maggiore e nominato più tardi colonnello, ripartiva i primi del 1883 per Suakim onde prendere parte alla spedizione del Sudan.
Il 13 febbraio, nominato comandante supremo della spedizione, lasciava Suakim con uno stato maggiore composto di dodici ufficiali europei, dieci inglesi e due tedeschi.
Giunto a Chartum organizzava l'esercito incorporandovi Arabi, Egiziani, Etiopi e Basci-Bozuk e il 9 settembre mettevasi in campagna con 6000 fantaccini, 4000 basci-bozuk, ventidue cannoni, alcune mitragliatrici, 590 cavalli e 5500 cammelli.
Doveva avanzarsi lungo il fiume Bianco costruendo sei forti onde mantenere le relazioni e nell'ottobre o novembre dare battaglia alle orde del Mahdi.
Al forte di Kawa batteva i ribelli e poche settimane dopo tornava a vincerli, ma a nulla erano giovate queste vittorie.
Assalito continuamente, male organizzato, senza commissariato, senza mezzi di trasporto sufficienti, senza fondo di cassa, l'esercito s'era ben presto demoralizzato.
Hicks pascià aveva però tenuto fermo, e sfidando imperterrito le lancie dei mahdisti, la fame, la sete e il caldo, era finalmente riuscito a raggiungere El-Dhuem.
Riorganizzato alla meglio l'esercito erasi subito rimesso in campagna risoluto ad espugnare El-Obeid, la capitale del Mahdi, affrontando nuovamente altri ostacoli e altri pericoli senza nome. I soldati cadevano per la stanchezza, i pozzi erano pieni di cadaveri putrefatti appositamente gettativi dai ribelli, i cammelli insufficienti, i nemici sempre più accaniti.
Nella prima sola giornata di marcia aveva perduto sette ufficiali, cinquanta soldati e altrettanti cammelli per l'insoffribile caldo!
Il 10 ottobre, dopo un continuo scaramucciare, giungeva a Sange-Hamferid e agli ultimi di ottobre faceva accampare l'esercito sfinito, demoralizzato, a Kassegh, aspettando il momento opportuno per gettarsi su El-Obeid ed espugnarla.
CAPITOLO XIII.--Lo schiavo di Elenka.
Hicks pascià, appena vide entrare O'Donovan e i suoi compagni, mosse sollecitamente a loro incontro con un sorriso bonario sulle labbra. Salutati militarmente i due ufficiali basci-bozuk che gli restituirono spigliatamente il saluto, strinse vigorosamente la mano che il _reporter_ gli porgeva.
--Dove diavolo siete stato fino ad ora? chiese gaiamente il generale. Sono sei giorni che non vi fate vedere nella mia tenda, amico caro, e cominciavo a temere che vi fosse accaduta qualche disgrazia.
--Non ancora, generale, disse O'Donovan, sorridendo. Ho fatto una escursione agli avamposti per vedere come vanno le faccende.
--E che avete veduto?
--Ho trovato innanzi a tutto questi due ufficiali che conobbi a Chartum e che venivano appositamente in cerca del vostro esercito per arruolarsi. Vogliono combattere contro le orde del _Mahdi_.
--Ah! fe' il generale, fissando attentamente i due falsi ufficiali. Voi siete venuti appositamente per combattere contro i ribelli?
--Sì, generale, disse Fathma
--Da dove venite?
--Dal Bahr-el-Abiad.
--Avete incontrato dei ribelli dietro via?
--Ci hanno inseguiti dieci o dodici volte.
--Avete avuto un bel coraggio, amici miei, e una bella costanza per raggiungere il mio esercito attraversando un paese sollevato a rivolta. Ah! voi volete battervi? Vi batterete e presto.
--Si fa partenza forse? chiese O'Donovan.
--Fra qualche giorno, rispose il generale, diventando d'un tratto pensieroso. Sapete, O'Donovan, che noi ci troviamo in una posizione che può chiamarsi disperata? Se noi non entriamo più che in fretta in El-Obeid, corriamo il pericolo di terminare la campagna con una catastrofe.
--Cosa c'è di nuovo?
--Che l'esercito muore di stenti e di sete. Non vuole più obbedire ai miei comandi, si lamenta che manca di tutto, che così non la può durare, che ne ha abbastanza della campagna e che vuole ritornare a casa.
--Quando è così si ricorre a mezzi estremi per ridurlo all'obbedienza.
--Allora si ribella.
--Si fucilano i ribelli.
--Con Aladin pascià è impossibile fucilare. Anche ieri l'altro un circasso sparò una fucilata contro un ufficiale dei basci-bozuk e fu un vero miracolo se non l'uccise. Io voleva far passare per le armi il circasso, ma Aladin s'interpose e dovetti cedere. Come è possibile farsi ubbidire con questi esempi?
--Ma non siete voi il comandante supremo dell'esercito?
--Sì, sono io, ma solo di nome, disse con amarezza il generale.
--Qui mi si odia, qui si mormora che io conduco l'esercito a completa ruina, che non so comandare, che mi curo degli Egiziani come fossero i miei cani. Sono inglese, e voi sapete guanto gli Egiziani odiano noi. Vi sono dei giorni che mi pento di essermi messo alla testa di questi miserabili, ve lo giuro.
--Quando marcieremo su El-Obeid?
--Appena che avrò appianate le questioni con Aladin pascià. Io voglio marciare seguendo la pianura, lui vuole prendere la via dei monti, e intanto si perde tempo e il pericolo cresce.
--Dove trovasi l'esercito del _Mahdi_?
--Chi lo sa? Le guide ci tradiscono, le spie si contraddicono; non sappiamo affatto nulla. Per maggior disgrazia un tedesco la scorsa notte disertò e si dice che siasi recato al campo del _Mahdi_.
--Chi è questo traditore? chiese con indignazione O'Donovan.
--Il vostro servo.
--Che?... Gustavo Klootz...[1] Tuoni e fulmini!... È impossibile.
[1] Il 20 agosto 1885 mi abboccai coll'illustre missionario D. Luigi Bonomi, reduce dal Sudan dopo essere stato per tre lunghi anni prigioniero del Mahdi. Interrogatolo su Gustavo Klootz mi disse: «È vero che scomparve dal campo ma non credo che abbia informato il Mahdi dell'indisciplina che regnava nel campo degli Egiziani.
«Gustavo Klootz, divenuto poi mio amico, era un buon giovane, incapace di un tradimento. Il Mahdi l'aveva fatto suo consigliere e lo stimava molto.
«Più volte il Klootz aiutò noi prigionieri e s'adoperò per calmare il suo terribile padrone che ci minacciava di morte.» (E. S.)
--Ve lo dico io, O'Donovan.
Il _reporter_ vibrò un pugno spaventevole ad una scranna che non resse all'urto e andò in pezzi.
--Miserabile Klootz! tuonò. Chi avrebbe detto che quel giovanotto sarebbe diventato un traditore! io non lo credo ancora.
--Eppure è vero. È scomparso la scorsa notte.
--Forse fu ucciso.
--No, delle spie l'hanno visto entrare nel campo di Ahmed.
--Allora siamo perduti. Il miserabile narrerà al _Mahdi_ che l'indisciplina regna nelle nostre truppe e che manchiamo di tutto.
--È cosa certa, disse il generale.
--Spingerà il _Mahdi_ a piombarci addosso.
Il generale crollò il capo.
--Forse è meglio, disse, dopo qualche istante di meditazione. Una battaglia la desidero poichè la sola vittoria può salvarci.
--E se invece di vincere si perde?
--Dio nol permetta; neppur uno di noi scamperà all'eccidio!
La fronte del generale s'aggrottò. Chinò il capo sul petto, incrociò macchinalmente le braccia e si mise a passeggiare in preda a brutti pensieri.
Il più profondo silenzio regnò per qualche minuto nella tenda.
Ad un tratto O'Donovan sentì urtarsi il gomito. Si volse e vide Fathma che lo guardava con occhi supplichevoli; comprese subito ciò che voleva.
--Generale, disse.
Hicks pascià rialzò la testa interrompendo la passeggiata.
--Avete qualche cosa da dirmi, chiese distrattamente.
--Conoscete voi gli ufficiali che condusse Dhafar pascià?
--Tutti.
--Fathma s'avvicinò vieppiù a O'Donovan, Non respirò più e strinse le mani sul petto quasi volesse imporre silenzio ai precipitosi battiti del suo cuore.
--Generale, continuò il _reporter_, avete conosciuto un tenente che si chiama Abd-el-Kerim?
Hicks pascià lo guardò in silenzio passandosi la mano manca sulla fronte come cercasse nella memoria.
--Un arabo? disse poi.
--Sì, un arabo esclamò Fathma con veemenza.
--Era alto, dal nobile portamento, capelli e baffi neri.
--Sì, proprio così, proprio così, balbettò l'_almea_.
--L'avete conosciuto anche voi?
--Era... Era un mio amico.
--Ah! fe' il generale. Lo conobbi a Duhem assieme al capitano Hassarn.
Un rauco sospiro sortì dalle labbra contratte di Fathma e la sua fronte si coprì di stille di sudore. I suoi occhi si aprirono smisuratamente fissandosi in quelli del generale, come volesse leggere ciò che passavagli per la mente.
--L'avete conosciuto, mormorò ella con un filo di voce. Ed ora... si trova qui?
--No, nè lui ne Hassarn.
L'_almea_ indietreggiò tre o quattro passi barcollando come se fosse stata percossa dalla folgore. O'Donovan l'afferrò per un braccio stringendoglielo come in una morsa. Ella s'arrestò di botto; comprese il pericolo che correva, l'abisso in cui stava forse per precipitare.
--Che è successo di loro? chiese O'Donovan stornando l'attenzione del generale. Sono stati forse uccisi?
--Sono caduti in una imboscata appena usciti da Duhem. Il capitano Hassarn fu ucciso da tre colpi di lancia, l'altro...
--L'altro?... chiese Fathma con voce strozzata.
--Fu fatto prigioniero dagl'insorti!...
--Dio!... rantolò ella.
Cacciò fuori un urlo disperato, straziante, portò le mani alla testa e cadde fra le braccia di Omar. O'Donovan impallidì come un morto; credette che tutto fosse perduto.
--Che è successo? chiese il generale correndo verso Fathma.
--Non è nulla generale, disse O'Donovan, sbarrandogli il passo. Abd-el-Kerim era suo... era suo fratello.
--Ah! disgraziato!... slacciategli le vesti, lasciatemi vedere:
--Non è nulla, vi ripeto, non è nulla.
--Chiamatemi il capitano medico, replicò il generale cercando di avvicinarsi all'_almea_ svenuta. Lasciatemi vedere se posso fare qualche cosa io.
--Lo chiamerò più tardi, generale, non datevi pensiero di nulla, lasciate che lo trasporti nella mia tenda. Portalo via Omar.
Il negro vedendo il generale avvicinarsi e comprendendo il gran pericolo che correva l'_almea_ se veniva scoperta, s'affrettò a gettarle sul volto il turbante, poi, presala fra le braccia, uscì di corsa dalla tenda.
--Permettetemi di seguirlo, generale, disse O'Donovan che sentì il cuore allargarsi. Quel povero ufficiale ha avuto un terribile colpo.
--Fate pure O'Donovan, ma potevate lasciarlo qui.
Il _reporter_ finse di non aver udito e raggiunse il negro.
--Ah! che disgrazia!... esclamò il povero Omar colle lagrime agli occhi. Povero mio padrone!...
--Pensiamo a Fathma ora, poi penseremo a lui. Omar, disse il _reporter_. Portiamola nella mia tenda.
In pochi minuti entrarono nella tenda elevata a cinquecento passi da quella del generale. O'Donovan adagiò Fathma su di una coperta, le slacciò le vesti e l'esaminò attentamente per qualche istante.
--Ebbene? chiese il negro, con voce rotta.
--Non sarà nulla, Omar. È svenuta, ma fra poco si riavrà. Questa donna è troppo forte per rimanere a lungo così.
Si fece dare la sua fiaschetta e spruzzò il volto della svenuta. Un sospiro non tardò ad uscire dalle labbra di lei, seguito da un singhiozzo straziante, rauco, soffocato.
O'Donovan le versò in bocca alcune gocce di _merissak_; l'_almea_ sbarrò spaventosamente gli occhi e si rizzò a sedere guardando all'intorno con smarrimento.
--Abd-el-Kerim! Abd-el-Kerim! balbettò ella con disperato accento. Dov'è Abd-el-Kerim? Oh! Dio!
--Coraggio Fathma, disse O'Donovan commosso. Siate forte.
--Padrona non disperarti così, singhiozzò Omar. Cerca di essere forte.
--Amici miei... ho il cuore spezzato... ho l'anima infranta... Abd-el-Kerim, mio adorato Abd-el-Kerim! Tutto è perduto, tutto è crollato... non v'è più speranza... Ah! sorte crudele!
Un singhiozzo le soffocò la voce e scoppiò in lacrime nascondendosi la faccia fra le mani. Un eccesso di delirio spaventevole la prese quasi subito.
Si strappò i capelli, si lacerò le carni colle unghie, si rotolò per terra forsennatamente. O'Donovan e Omar penarono molto a tenerla ferma e a riadagiarla sulla coperta.
--Abd-el-Kerim urlava la sventurata cogli occhi stravolti, schizzanti fuori dalle orbite, Abd-el-Kerim dove sei?... lascia che ti veda, lascia che ti abbracci, lascia che ti contempli! Dove sei, vieni da me, dalla tua Fathma che tanto ti amò, vieni fra le mie braccia... Prigioniero!... M'hanno detto che tu sei caduto prigioniero!... No, non è possibile, non è vero... mi hanno ingannato... ma perchè non vieni, ah! è adunque vero, i ribelli ti hanno preso, ti hanno condotto via... Maledetto sia il Mahdi!...
Si dimenò per qualche tempo urlando e ruggendo come una belva, straziandosi le labbra coi denti, stringendo freneticamente le braccia di O'Donovan e di Omar che si sforzavano di tenerla ferma, poi con un improvviso scatto si alzò a sedere colle mani tese innanzi a sè.
--Ah! ripigliò ella con uno scoppio di risa convulse. Sei tu... ancora tu, che mi vieni dinanzi... sempre tu, maledetta donna, mostruosa creatura, spaventevole apparizione!... Che vuoi da me? che vuoi dalla tua vittima? Non ti basta avermelo rubato, non ti basta avermelo perduto, non ti basta di avermi dilaniato il cuore... vieni a deridermi, vieni ancora a sogghignare dinanzi alla vittima... Ti odio! ti odio... ho sete del tuo sangue! Ah! potessi fulminarla!...
Gli occhi della delirante si chiusero e le mani si raggrinzarono. Poco dopo si calmò e cadde in un profondo torpore che potevasi chiamare un semi-svenimento.
--Ma con chi l'ha? chiese O'Donovan. Chi è questa orribile creatura che tanto odia e che tanto la sgomenta?
--Delira, rispose Omar. Non so chi sia, Potrà riaversi da questo terribile colpo?
--Non sarà nulla, ti ripeto, rispose O'Donovan Quando si sveglierà starà molto meglio.
--E del mio povero padrone, che ne sarà? Ah quante disgrazie. Se fosse morto? Se non lo rivedessimo più mai?
--Ho paura che tutto sia finito per lui, mormorò O'Donovan con un sospiro. Sventurata ragazza!
--Non c'è alcuna speranza? Nemmeno la più piccola probabilità di poterlo un giorno rivedere?
--Forse, Omar. Se noi siamo tanto fortunati da rompere le orde del Mahdi e di entrare in El-Obeid, chissà si potrebbe ritrovarlo fra i prigionieri.
--Voi dunque credete che sia ancor vivo.
--So che parecchi ufficiali egiziani che caddero nelle mani degl'insorti, invece di essere decapitati o fucilati furono nominati capi-tribù.
--È vero quello che mi raccontate?
--Verissimo, amico mio. Il Mahdi ha bisogno di buoni ufficiali per istruire le sue orde che sono affatto disorganizzate.
--Quanto bene mi fanno queste parole.
--Non illuderti amico mio.
--Non mi illudo ma spero.
--Sta zitto ora. Alza un po' un lembo della tenda che qui sotto si soffoca.
Omar ubbidì, ma aveva appena alzata la tela che gettava un urlo feroce. Dette indietro traballando come un ubbriaco cogli occhi stralunati.
--Ah!... esclamò egli con voce strozzata.
--Che hai? chiese O'Donovan, sorpreso. Chi hai veduto?
Il negro non rispose. Curvo, guardava innanzi a sè col più profondo terrore scolpito in volto e colle mani convulsivamente strette sui calci delle pistole. Pareva che fosse lì lì per slanciarsi fuori della tenda.
--In nome di Dio, ma chi hai visto? chiese O'Donovan che non capiva il perchè di quella viva emozione. Cosa ti è accaduto? Perchè tanto spavento? Viene forse Hicks pascià?
--Silenzio, balbettò il negro. Rimanete qui, io devo uscire.
--Ma perchè? dove vuoi andare?
--Ho visto una persona che non credeva di vedere in questi luoghi, ecco tutto. Fra venti minuti sono di ritorno.
--E tanta paura ti cagiona quella persona?
--No, mi ha sorpreso.
Il negro raccolse un mantello, s'avvolse da capo a piedi avendo cura di nascondersi parte della faccia e uscì in furia.
La notte era di già scesa sull'immensa pianura sabbiosa. In cielo scintillavano le stelle e sull'orizzonte alzavasi l'astro delle notti serene, il quale illuminava fantasticamente quel caos di tende, di cavalli, di cammelli, d'uomini, di fucili, di cannoni, di bandiere.
Per ogni dove s'accendevano i fuochi pel rancio della sera, per ogni dove s'aggruppavano Arabi, Negri, Egiziani, Turchi e Circassi a narrarsi vicendevolmente le avventure della giornata, fumando il _narghiléch_ o il _sibouk_; per ogni dove s'aggiravano cavalli e muli condotti a dissetarsi ai pozzi.
Dappertutto s'udiva un brusìo, un mormorìo, un chiacchierìo, un muggire, un nitrire, che venivano coperti talvolta dalle preghiere dei devoti, o dai canti e dai tamburelli degli Arabi, o da un fragoroso rullar di tamburi, o da uno squillar improvviso di trombe e non di rado da una scarica di fucili delle compagnie accampate agli avamposti che venivano assalite dai bersaglieri insorti.