Chapter 17
--Ti cercò per una settimana intera mandando guerrieri in tutte le borgate del Kordofan. Ti amava alla follia, e quando ritornarono senza che sapessero dire ciò che era accaduto di te lo vidi piangere come un bambino, lui, Mohamed Ahmed, l'inviato di Dio!
--Povero Ahmed, mormorò Fathma con un rauco sospiro. Fu il destino che mi spinse ad abbandonarlo.
--Ma che ti aveva fatto?
--Nulla.
--E allora?
--Non parliamo di ciò. Dimmi, mi si crede morta?
--No, Ahmed ha saputo che tu sei viva.
L'_almea_ trasalì
--Chi glielo disse?
--L'ignoro, ma bada a me, Fathma, non farti più mai vedere in El-Obeid. L'amore di Mohamed Ahmed si è cangiato in terribile odio.
--Mi guarderò da lui; d'altronde sarà difficile che mi si veda nella capitale del Kordofan.
--Dove vai adunque che scendi al sud?
--A unirmi all'armata egiziana.
--Tu!... tu cogli egiziani!... esclamò lo _scièk_ con dolorosa sorpresa. Vedremo adunque noi la favorita del nostro signore, militare nelle file nemiche e volger il ferro contro i suoi antichi sudditi?
--No, non volgerò mai le mie armi contro gl'insorti, a meno che non mi costringano loro. Appena avrò raggiunto l'uomo che cerco e che avrò compiuta una vendetta che da due mesi aspetto, ritornerò per sempre al nord.
--Ah! tu hai delle vendette da compiere?
--Sono araba.
--Ma sai almeno dove puoi trovare Hicks pascià?
--No, ma lo troverò dovessi percorrere cento volte il Kordofan. Ah! se io potessi saperlo!...
--Lo vuoi proprio?
--Tu lo sai? Ah!...
--Sì Fathma, lo so, giacchè a noi nulla può sfuggire. Il 10 ottobre era giunto a Sange-Hamferid; ora si troverà nei dintorni di Kaseght. Il maledetto marcia rapidamente sulla capitale, ma Ahmed lo romperà e farà uno spaventevole massacro delle sue truppe, te l'assicuro.
--Grazie, Abù-el-Nèmr.
--Non ringraziarmi, Fathma. Forse questa indicazione ti riuscirà fatale.
--Perchè?
Lo _scièk_ non rispose. Egli si curvò verso terra portando una mano all'orecchio e ascoltò attentamente.
--Alto! diss'egli raddrizzandosi.
Aveva appena terminato il comando che da ambo i lati del sentiero scoppiava un clamore spaventevole. Il cavallo, colpito da una lancia nella testa, cadde sulle ginocchia gettando a terra coloro che lo montavano. Una cinquantina di guerreri armati di lance, di sciabole e di mazze saltò fuori dalle macchie empiendo l'aria di urla feroci.
Omar e Fathma furono pronti a levarsi afferrando le pistole e la scimitarra, ma lo _scièk_, invece non si mosse. La caduta, la perdita del sangue e lo sfinimento l'avevano fatto svenire.
--Fermi tutti! gridò l'_almea_. Abbiamo con noi lo _scièk_ Abù-el-Nèmr!
Gl'insorti nell'udire il nome del loro capo si erano arrestati colpiti da stupore: ma questo stupore durò un istante. Essi circondarono Fathma e Omar e in meno che lo si dica li atterrarono strappando a loro le armi. Sei o sette si precipitarono sullo _scièk_; vedendolo a terra pallido come un morto ed immobile lo credettero assassinato.
Lo _scièk_ è stato ucciso! gridò una voce. Ah! cani di arabi!
Tutti i ribelli si erano affollati attorno ad Abù-el-Nèmr urlando furiosamente. Un guerriero d'alta statura colle braccia armate di numerosi braccialetti d'oro e un ricco turbante sulla testa, s'inginocchiò accanto allo svenuto e lo esaminò attentamente per alcuni istanti.
--Chi ha ferito il mio capo? chiese egli, lanciando un'occhiata torva sui due prigionieri.
--Un leone, risposo Fathma senza perdersi d'animo.
--Tu menti, lingua di vipera, gridarono in coro gl'insorti digrignando i denti.
--Lo giuro su Allàh e sull'Alcorano. Noi l'abbiamo trovato ferito e lo medicammo, rispose l'_almea_!
--Non è vero disse il guerriero d'alta statura. Dove lo conducevi ora?
--Al vostro campo.
--Non è vero; tu volevi condurlo nel folto del bosco per assassinarlo a tuo comodo. Olà! miei prodi accendete un bel fuoco e abbruciamo questi arabi.
Omar e Fathma nell'udire quell'atroce comando, sentirono raggrinzarsi le carni e gelare il sangue nelle vene dallo spavento. Compresero di essere irremissibilmente perduti se lo _scièk_ non tornava più che presto in sè.
--Prodi guerrieri! gridò l'_almea_ con uno slancio disperato. Frenatevi, aspettate che Abù-el-Nèmr rinvenga, aspettate che egli parli, che egli solo ci giudichi. Noi siamo suoi amici, ve lo giuro, ed egli punirà orribilmente colui che avrà alzato la mano su di noi.
La sua voce invece di calmare gl'insorti parve che li eccitasse maggiormente. S'udì un solo grido tremendo, formidabile:
--Al fuoco gli arabi! A morte gli assassini dello scièk.
Ad un cenno del guerriero d'alta statura, che pareva fosse il sotto-capo, gl'insorti sollevarono con infinite precauzioni lo _scièk_ che era sempre svenuto.
--Portatelo al _tugul_ che trovasi in capo a questo sentiero, diss'egli, e voialtri accendete un bel fuoco e quando Abù-el-Nèmr ritornerà in sè gli mostreremo le ossa carbonizzate dei suoi feritori.
Il comando venne immediatamente eseguito. Lo _scièk_ Abù-el-Nèmr fu collocato su di una specie di barella formata con lancie incrociate e gli altri si misero a schiantare alberi o raccogliere legne morte, formando una catasta colossale attorno ad una palma isolata.
Il supplizio spaventevole s'avvicinava. Omar e Fathma, vedendo che ormai ogni speranza era perduta, tentarono salvarsi colla fuga. Gettati a terra con una repentina scossa coloro che li trattenevano, si scagliarono a testa bassa sul cerchio dei ribelli impegnando una disperata pugna colle mani, coi denti e persino coi piedi.
Per cinque minuti riuscirono a tener testa al nemico, poi scomparvero sotto una montagna di corpi. Atterrati, legati, percossi a sangue, colle vesti a brandelli, i due disgraziati, malgrado le disperate loro grida e i loro contorcimenti furono trascinati sul rogo e legati saldamente al tronco della palma.
Fathma gettò un grido d'angoscia.
--Aiuto Abù-el-Nèmr! Aiuto! urlò ella.
Le grida selvaggie dei ribelli e il fragore della _daràbuka_[1] soffocarono la sua voce e le imprecazioni di Omar che si dibatteva furiosamente insanguinandosi i polsi. Erano perduti.
[1] Sorta di tamburone.
Già un uomo si avvicinava con un tizzone per mettere fuoco alla pira, già i ribelli alzavano le lancie per saettare i corpi dei due prigionieri, quando si udì una voce tonante, imperiosa, gridare:
--Fermi tutti! voi abbruciate la favorita di Mohamed Ahmed!
Lo _scièk_ Abù-el-Nèmr era improvvisamente apparso sul sentiero, portato a braccia da quattro guerrieri, I ribelli, nello scorgerlo col volto contraffatto dall'ira, e nell'udire quelle parole, si erano arrestati come pietrificati, guardando con occhi smarriti ora il loro capo e ora i due prigionieri che tendevano le braccia verso il salvatore.
Abù-el Nèmr con un gesto imperioso li fece cadere tutti in ginocchio col volto nella polvere.
--Sciagurati! esclamò egli. Liberate la favorita del vostro signore e ringraziate Allàh che m'abbia fatto giungere in tempo per salvarvi dalla vendetta dell'inviato di Dio!
Il guerriero d'alta statura che aveva ordinato il supplizio si avvicinò umilmente ai due prigionieri e tagliò i loro legami. Egli s'inginocchiò quindi dinanzi a Fathma baciandole i piedi.
--Perdono! perdono! balbettò con voce tremante.
L'_almea_, lo rialzò con un gesto da regina.
--Ti perdono, diss'ella. Vattene.
--Ma non io! gridò Abù-el-Nèmr baciando impetuosamente la mano di Fathma. Chi alza un dito sulla favorita dell'inviato di Allàh merita la morte e non una volta, ma cento, ma mille. E'l-Maktud, tu non puoi sopravvivere, io non lo voglio.
--Ti obbedisco _scièk_, disse il guerriero puntandosi una pistola sulla fronte. Che Allàh mi perdoni.
Fathma e Omar si slanciarono verso di lui per disarmarlo ma non ne ebbero il tempo, il guerriero, obbediente al comando del suo capo, premette il grilletto, facendosi saltare le cervella. Cadde su di un banco col volto inondato di sangue.
--È orribile! esclamò Fathma con ribrezzo.
--No, è giustizia, disse lo _scièk_ freddamente.
--Quell'uomo non mi conosceva, Abù-el-Nèmr.
--Peggio per lui. Fathma, perdonami se io non giunsi in tempo per impedire che questi cani di _Baggàra_ avessero a maltrattarti. La caduta mi cagionò un dolore sì atroce che svenni. Orsù ritorniamo alla capanna che mi sento estremamente debole. Tu rimarrai qualche giorno con me?
--Non è possibile, Abù; ho fretta di raggiungere Hicks pascià, ora che so dove trovasi.
--Ti preme molto, adunque, quella vendetta?
--Molto, rispose Fathma.
--Con chi partirai?
--Col mio schiavo Omar.
--Non arriverai a Sciula che cadrai in mano degli insorti. Quasi tutti i villaggi che conducono a El Obeid sono occupati dalle bando di Mohamed Ahmed.
--Allàh mi proteggerà.
Abù-el-Nèmr stette alcuni istanti pensieroso.
--Vuoi proprio lasciarmi? chiese alfine.
--Sì, e subito, se è possibile.
--Sta bene, Fathma. Olà Mustafah!
Un guerriero lungo e magro, ma dai muscoli di ferro dalla figura ardita e feroce, semi-nudo, spalmato tutto di grasso di cammello, e con un pugnale legato al braccio destro si fece innanzi.
--Mustafah, disse lo _scièk_, barderai tre dei migliori cavalli, li caricherai di provvigioni e partirai colla favorita del nostro signore. Tu le obbedirai come a me stesso, e le farai strada fra le orde dei ribelli.
Il guerriero partì come una freccia e cinque minuti dopo ritornava conducendo tre magnifici cavalli Abù-Rof puro sangue, bardati e carichi di provviste e con parecchie otri piene di fresca acqua, appese ai fianchi. I tre viaggiatori balzarono in arcione.
--Abù-el-Nèmr, disse Fathma, con voce commossa stendendo la mano allo _scièk_. Non mi scorderò mai di quello che tu hai fatto per me.
--Fathma, rispose gravemente lo _scièk_ senza di te io sarei a quest'ora probabilmente morto. Serberò a te eterna riconoscenza e se mai un giorno tu avessi bisogno di un uomo per proteggerti pensa ad Abù-el-Nèmr. Va ora, e che Allàh ti salvi.
Baciò un'ultima volta la mano all'_almea_ e chiuse gli occhi sospirando. I tre cavalieri subito dopo lasciavano gl'insorti galoppando verso l'occidente.
CAPITOLO X.--La pianura dei Leoni.
Calava la notte quando i tre cavalieri lasciavano gli ultimi alberi della foresta del Bahr-el-Abiad inoltrandosi arditamente nel deserto.
La luna, che alzavasi allora allora, rossa come un disco incandescente, illuminava vagamente quelle sterminate pianure del Kordofan, aride, sabbiose calcinate dagli ardente raggi del sole equatoriale. La vista che esse presentavano in quell'ora non poteva essere più sinistra, più bizzarra, più desolante.
Colline di sabbia formate dallo spirar furioso del _simoum_, si succedevano le une alle altre, in mille differenti guise, fino agli estremi limiti dell'orizzonte. Era molto se si scorgeva qualche palmizio intristito, ingiallito, morente di sete; era molto se vedevasi qualche gruppetto di cespugli uscire fra le sabbie accumulate. Non un _tugul_ non un _zeribak_, nemmeno il più piccolo recinto che indicasse la dimora di qualche essere umano.
Lunghe file di ossa biancheggiavano lugubremente su quei polverosi terreni; ossa di cammelli, ossa di buoi e di cavalli ma non di rado anche ossa umane che torme di schifose jene e di sciacalli rosicchiavano avidamente manifestando la loro soddisfazione o la loro delusione con atroci scrosci di risa e con urla lamentevoli che si ripercuotevano di collina in collina.
Il guerriero di Abù-el Nèmr, dopo aver esaminato attentamente la pianura e di aver dato uno sguardo alla stella del nord per non smarrire la via, spronò il cavallo dirigendosi verso l'occidente. Fathma e Omar, dopo aver calato il cappuccio del _taub_ sugli occhi per difendersi dalle sabbie e di aver collocato il fucile dinanzi alla sella, si misero dietro alla guida nel più profondo silenzio.
Faceva un caldo veramente terribile, quantunque la notte fosse di già assai inoltrata. Nessun soffio di vento spirava al disopra di quelle sconfinate e deserte pianure arse e riarse dal sole. Talvolta pareva che uscissero dal suolo vampe di fuoco.
I cavalli, uniti, a capo basso, grondanti di sudore, avanzavano con grande fatica e alzavano nubi di polvere impalpabile che penetrava negli occhi per quanto ben chiusi fossero, che penetrava nel naso nella bocca e nei polmoni rendendo la respirazione difficile e penosa. I cavalieri, presi da violenti colpi di tosse, ogni qual tratto erano costretti ad accostare alle labbra la fiaschetta dell'acqua, per inumidire la gola secca, arsa.
Per dieci ore marciarono senza interruzione, scendendo e salendo le colline, facendo spesso fuoco contro le bande di jene che rese audaci dal numero si avvicinavano minacciosamente con risa sgangherate, poi fecero alto. L'orizzonte allora s'infiammava e il sole alzavasi rapido rapido inondando la pianura di luce e di fuoco; sfidare quel calore sarebbe stata follìa.
La tenda che portava il guerriero fu rizzata e ognuno si affrettò a ripararvisi sotto aspettando con impazienza la notte per ripigliare la faticosa marcia.
Appena infatti il sole sparve all'occidente si rimisero in sella mantenendo una via rigorosamente diritta a El-Obeid, guidandosi sempre colla stella nord che per gli arabi vale quanto la bussola e forse meglio.
Così, per sette lunghe notti galopparono attraverso a quelle immense pianure, evitando con gran cura le borgate per non incorrere in imbarazzi, quantunque un ribelle li guidasse. All'ottavo giorno essi fecero alto a una trentina di miglia dal villaggio di Rakai, in una pianura cosparsa di monticelli pietrosi e di piccole oasi ricche di palmizi e di acacie gommifere.
Erano le sei di sera. La tenda era stata di già rizzata e si preparavano a cuocere alcuni grani di _durah_, gli ultimi che possedevano, quando Omar si accorse che le otri non contenevano nemmeno una goccia d'acqua. Questa scoperta, trovandosi in mezzo a quel deserto, lo sgomentò.
--Dove possiamo trovarne? chiese egli al guerriero che fumava beatamente sul limitare della tenda.
--L'ignoro, ma in qualche luogo la troveremo rispose l'interpellato. Il paese che attraverseremo domani manca totalmente di pozzi.
--Ti ricordi di aver visto qualche fonte, questa notte?
--No, ma adesso che ci penso, quattro o cinque miglia verso il sud deve trovarsi un pozzo, quello di Gelba, mi pare.
--Bisogna andarci, disse Fathma. Tanto noi che i cavalli siamo morenti di sete. Hai paura tu a recarti a quel pozzo?
--È ancora giorno e le bestie feroci sono rifugiate nelle loro tane; non posso incontrare che dei ribelli e questi non faranno male alcuno ad un loro fratello d'armi, rispose il guerriero. Fra due ore sarò di ritorno.
Fe' alzare il suo cavallo dilombato da tante corse, vi appese ai fianchi una dozzina di otri, salì in sella e dopo di aver cangiata la polvere al suo moschettone partì alla carriera. Dieci minuti dopo scompariva dietro le colline di sabbia.
Era trascorsa appena un'ora quando una rumorosa detonazione d'arma da fuoco fece saltare in piedi Omar e Fathma. In sulle prime credettero che fosse stato il guerriero che avesse tirato su qualche capo di selvaggina, ma alcune grida lontano e un rumore sordo sordo come di parecchi cavalli lanciati alla carriera e che andava rapidamente avvicinandosi, fecero a loro supporre che fosse invece accaduta qualche disgrazia.
--Resta qui e prepara i cavalli, disse Omar pigliando il fucile. Io vado a vedere cosa è successo.
Si diresse verso la collina più vicina che alzavasi una sessantina di metri sul suolo e la scalò. La scena che vide dall'alto della vetta gli agghiacciò il sangue nelle vene.
A soli ottocento passi di distanza trottava furiosamente il cavallo Abù-Rof, trascinandosi dietro il guerriero insanguinato, un piede del quale era rimasto impigliato nella staffa. A mille passi e forse meno, galoppavano venti cavalieri colle lancie in aria e urlando come ossessi.
Il negro non volle saperne di più. Scese a precipizio la collina e corse verso la tenda giungendovi nel momento in cui Fathma terminava di bardare i cavalli.
--I ribelli! esclamò egli. A cavallo, padrona, presto che fra poco ci saranno alle spalle!...
--Come? E il guerriero? chiese l'_almea_ arrestandolo violentemente.
--L'hanno ammazzato. A cavallo! a cavallo!
Le grida andavano avvicinandosi sempre più. Omar e Fathma, senza aggiungere parola balzarono in arcione spronando furiosamente i cavalli.
Avevano appena percorso cinquecento passi che la banda nemica compariva. Vedendo i due fuggiaschi lasciarono il cavallo del guerriero per dare la caccia a loro.
--Dove andiamo? chiese Fathma, senza volgersi indietro.
--Dritti a quella gola che vedi laggiù, rispose Omar. Sferza o siamo perduti.
La pianura fu attraversata alla carriera coi ribelli alle calcagna che percuotevano colle aste delle lancie gli affranti loro corsieri. I due fuggiaschi stavano per cacciarsi nella gola designata che metteva capo ad una foresta, quando una banda di quindici negri armati di fucili, sbarrò la via.
--Maledizione! esclamò Fathma, rattenendo violentemente il corsiero.
--Siamo perduti! urlò Omar, strappando la carabina e armandola.
--Olà! gridò in quella uno dei negri, fatevi da un lato che malmeneremo noi quei cani di ribelli. Su i fucili! Fuoco!
Una scarica formidabile seguì il comando. Cinque ribelli vuotarono sconciamente l'arcione insanguinando le sabbie. Gli altri, dopo di aver un momento esitato volsero le briglie dandosi a precipitosa fuga fra una densa nube di polvere.
--Là, così va bene, ripigliò con accento allegro la medesima voce di prima. Ohe! fatevi innanzi senza paura, che non siamo Abù-Ròf, noi.
Fathma e Omar, ancora sorpresi da quell'inaspettato soccorso, si affrettarono a raggiungere i loro salvatori. Erano quindici uomini semi-nudi, d'alta statura, magri e ossuti. Riconobbero subito in quelli dei _giallàba_, trafficanti dongolesi che viaggiano tutto il tempo dell'anno pel Kordofan portando _durah_ e maiz, infaticabili camminatori dotati di una frugalità eccessiva. Basta un pugno di grano ogni ventiquattr'ore per accontentare quei negri, che sanno però, quando si presenti loro l'occasione, divorarsi un montone intero in due o tre persone.
Il loro capo aiutò galantemente Fathma a discendere da cavallo baciandole la mano.
--Posso chiamarmi fortunato di aver salvato una così bella araba, diss'egli, sorridendo. M'immaginai subito che quei cani di ribelli ti dessero la caccia. Sei ferita?
--Niente affatto, mio bravo _giallàba_, rispose Fathma. Lascia che io ti ringrazi d'avermi salvata.
--Non corriamo troppo, tu non puoi chiamarti ancora salva.
--Cosa intendi di dire? esclamò l'_almea_ sorpresa.
--Credi tu che i ribelli non tornino alla carica? Non sarei sorpreso se fra un paio d'ore ci vedessimo capitare addosso un due o trecento di loro.
--E non ti fanno paura?
--Altro che paura, io rabbrividisco al sol pensarlo.
--E che intendi di fare?
--Faccio montare i miei uomini e me la batto. Se vuoi venire con noi?
--Dove vai?
--Al campo di Hicks pascià per arruolarmi sotto la sua bandiera.
--Ma anch'io vado al campo di Hicks! esclamò l'_almea_.
--Meglio così; allora verrai con noi.
--Credi che la via sia libera?
--Uhm! fe' il _giallàba_ crollando il capo. Ne dubito.
--Credi che quei selvaggi abbiano tanto coraggio da ronzare attorno al campo Egiziano? Hicks pascià, se non erro, deve avere con sè un esercito di dieci od undicimila uomini.
--E il Mahdi duecentomila. Sai che ho una paura maledetta che un dì o l'altro Hicks o Aladin pascià vengano sconfitti? Quel diavolo di Mohamed-Ahmed è un uomo di ferro e di gran coraggio che dirige le sue bande come noi dirigiamo i nostri _mahari_ e fors'anche meglio. I suoi guerrieri non hanno paura della morte, perchè il furbo ha dato ad intendere che chi morrà combattendo per la santa causa andrà dritto in paradiso a trovare le urì. Con simile promessa anche i più vigliacchi diventano leoni.
--Sai tu quali idee abbia Hicks pascià?
--Di muovere su El-Obeid, a quanto potei udire. Pare che voglia dare il colpo di grazia al _Mahdi_ privandolo della sua capitale che è anche il suo quartier generale. Bisogna raggiungerlo prima che dia battaglia. Orsù tutti in sella e avanti, prima che arrivino quei cani di Abù-Rof.
I diciasette uomini ubbidirono e si cacciarono nella gola, sbucando in una seconda pianura sabbiosa ondulata, perfettamente deserta, limitata all'est e all'ovest da rocce colossali, dirupate, di una aridità spaventosa. I cavalli vennero spronati e si diressero al galoppo verso l'occidente sollevando ondate di finissima polvere bianca.
Per quattro ore consecutive viaggiarono con celerità sorprendente, poi, essendo i cavalli stanchi, si arrestarono nelle vicinanze di un largo pozzo colmo di acqua sulle cui rive s'alzavano due grandi palmizi. Fathma additò al capo _giallàba_ una gran _zeribak_ che mostrava qua e là dei varchi.
--Possiamo accamparci là dentro, diss'ella. Siamo abbastanza lontani dal luogo dello scontro. Gli insorti non ci raggiungeranno più.
--Veramente il luogo non mi pare adatto, rispose il _giallàba_. Siamo troppo vicini a questo pozzo.
--E che vuol dir ciò?
--Che tutte le bestie feroci, essendo la pianura arida, verranno dissetarsi qui. Corriamo il rischio di passare il rimanente della notte assai malamente.
--Abbiamo i nostri fucili, rispose Fathma.
I _giallàba_ si affrettarono a raggiungere la _zeribak_ nella quale trovavasi abbondante raccolta di fieno, di sterpi e di sterco di cammello, usato dagli arabi per accendere il fuoco. I cavalli furono legati, i fuochi accesi e la magra cena di _durah_ in un batter d'occhio fu preparata e divorata.
Dopo di aver a lungo discusso sulla via da tenersi all'indomani, ciascuno s'accomodò alla meglio coi piedi rivolti al fuoco, acceso nel mezzo della _zeribak_. Erano le due quando Omar fu svegliato dal nitrire e dallo scalpitare disordinato dei cavalli.
Si levò, prese la carabina e si spinse fuori della _zeribak_. La luna faceva capolino fra uno squarcio delle nubi e illuminava vagamente la pianura fino agli estremi limiti dell'orizzonte. Il negro s'arrestò sorpreso e spaventato alla vista di sei o sette leoni che s'avanzavano silenziosamente verso il recinto tenendosi dietro le collinette sabbiose. Alzò l'arma e tolse di mira uno di essi ma poi l'abbassò e andò a svegliare Fathma.
--In piedi, padrona, diss'egli, con un tono di voce che non ammetteva replica.
--Gli Abù-Ròf sono vicini forse? chiese l'_almea_ alzandosi subito.
--No, ma s'avvicinano dei nemici ancor più pericolosi di quei ladroni. Vi sono dei leoni che vengono a questa volta.
Fathma non disse verbo. Armò la sua carabina e seguì il negro fuori della _zeribak_.
Non erano più sei o sette leoni, ma una ventina. Alcuni strisciavano e altri saltellavano fra le sabbie colla criniera al vento emettendo bassi ruggiti.
--Che facciamo? chiese Omar spaventato.
--Or ti farò vedere, rispose tranquillamente l'_almea_.
Appoggiò la carabina sulla biforcazione di una magra acacia che cresceva stentatamente fra le sabbie mirò attentamente il leone più vicino.
--Fuoco! mormorò ella.
La detonazione non era ancora cessata che il felino faceva un salto di quindici piedi ricadendo poi su un fianco. I _giallàba_ al rumoroso scoppio saltarono in piedi colle armi in pugno, credendo d'aver a che fare cogli Abù-Ròf.
--All'erta! gridò Fathma caricando prontamente l'arma.
--Che accadde? chiesero i _giallàba_ accorrendo presso di lei.
--Tutti nella _zeribak!_ comandò Omar.
I cavalli nitrivano di spavento, scalpitavano e saltellavano cercando spezzare i legami e al di fuori i leoni ruggivano con furore e minacciavano di varcare le cadenti barriere del recinto.
I _giallàba_, perduto il loro sangue freddo, si precipitarono confusamente nella _zeribak_ cercando di salire sui cavalli per darsi alla fuga. Fathma si gettò in mezzo a loro colla carabina spianata.
--Fermi tutti! gridò ella. Chi si muove è uomo morto!