La favorita del Mahdi

Chapter 16

Chapter 163,717 wordsPublic domain

--Forse, ma ci difenderemo senza far troppo rumore. Dispenseremo colpi di scimitarra sui loro occhi o nelle loro gole. Andiamo a vedere come stanno le cose al di fuori, Fathma, e se l'oscurità è tanto fitta da impedire che quelli della riva ci scorgano.

Presi i fucili, Fathma e Omar tenendosi per mano guadagnarono la parete sfondata che guardava verso la riva sinistra, nascondendosi dietro un mucchio di rottami. Le _zacchie_ ardevano ancora spandendo all'intorno una luce rossastra che illuminava sempre però più debolmente la corrente e i campi di _durah_. Dense nubi di fumo, miste a scintille, s'alzavano vorticosamente al di sopra dei crepitanti legni, ondeggiando capricciosamente qua e là a seconda che il vento soffiava.

Sulle isolette del fiume vociferavano più di due centinaia di ribelli cogli occhi fissi sul rottame. Alcuni erano immersi nell'acqua fino alle gambe e scagliavano di quando in quando qualche lancia che si fissava fortemente sul ponte inclinato del legno, altri invece si studiavano di guadagnare degli isolotti per avvicinarsi vieppiù, ed altri ancora si affaccendavano a costruire dei piccoli _tugul_ di rami e foglie.

--Mi pare che quei birbanti abbiano intenzione di fissare la loro dimora su questi isolotti, bisbigliò Omar all'orecchio della compagna.

--Lo credi?

--Non vedi che stanno costruendo persino dei _tugul_. Essi calcolano di pigliarci colla fame, ne sono sicuro.

--E allora?

--Allora bisogna abbandonare il rottame più presto che sia possibile. La luna sta per nascondersi dietro a quella fascia di nubi, l'incendio sta per scemare e le stelle sono offuscate dalla nebbia della notte. Fra una mezz'ora vi sarà oscurità perfetta e potremo prendere il largo senza essere scorti.

--Quando è così fabbrichiamo la zattera. Allàh e il Profeta ci aiuteranno.

Essi ritornarono a poppa. Omar, salito sul capo di banda si lasciò discendere adagio adagio nel fiume tenendosi aggrappato ad una fune. Ben presto si trovò sul banco subacqueo coll'acqua fino alle ginocchia.

--Ci sei? chiese Fathma con un filo di voce.

--Sì, rispose il negro che tastava coi piedi la sabbia. Non vi è che mezzo metro d'acqua e il terreno mi pare sodo. Calami abbasso quanto legname puoi e quante fune trovi. Non fare rumore, sopratutto e non perdere di vista i ribelli.

--E i coccodrilli?

--Non ne vedo attorno al banco, eppoi ho la scimitarra. Il primo che vedo uscire dall'acqua e avvicinarsi a me gli rompo la testa. Orsù, affrettiamoci prima che l'oscurità sia perfetta.

I rottami non mancavano. Il tetto della _rekùba_ costruito in legno, come già dicemmo, al momento dell'urto era in gran parte caduto e questo era sufficiente per costruire una zattera capace di sostenere due persone. Di più il ponte era ingombro di pezzi d'albero e di antenne fornite ancora di numerose corde.

Fathma data un'occhiata ai ribelli che bivaccavano parte sulla riva e parte sulle isole senza più darsi pensiero della _darnas_, si mise alacremente all'opera. Afferrò un pezzo di tetto e radunando tutte le sue forze lo trascinò a poppa e lo gettò sul basso fondo. Omar fu lesto ad afferrarlo e a montarvi sopra.

--Là, così va bene, mormorò il negro stropicciandosi allegramente le mani. Animo, Fathma, getta giù dei pezzi d'albero o d'antenna che formi lo scheletro della nostra imbarcazione. Giù, giù!

La speranza di scampare all'immenso pericolo che la minacciava, triplicava le forze dell'_almea_. Ella gettò a Omar sei o sette tronconi d'albero, tavoli, pezzi di murata, pezzi di _rekùba_ e cordami in grande quantità. Il negro valendosi delle _zacchie_ che ancora ardevano, tenendosi sempre riparato dietro poppa della darnas per non essere scoperto dai ribelli, in capo a mezz'ora costruì la zattera, lunga quattro o cinque metri e larga appena due, ma solidissima. Egli vi imbarcò due remi, due fucili, munizioni, due scimitarre, alcuni vasi di _merissak_ del _kèsra_, (sorta di pane di _durah_ cotto su di una lastra di pietra) e parecchie libbre di carne fritto nel burro che si conserva lungamente.

Aveva appena terminato che sulla riva opposta, si udirono degli schianti seguiti da fischi sonori. L'oscurità diventò profonda.

--Bene, mormorò il negro. Le _zacchie_ hanno finito di ardere e i rottami sono capitombolati nel fiume. Presto, padrona, discendi.

Fathma non se lo fece dire due volte. Salì sul bordo, si aggrappò ad una fune e si calò lentamente sulla zattera che minacciava di rompere l'ormeggio sotto la spinta della corrente. I due fuggiaschi si sdraiarono sul ponte colla scimitarra dinanzi e i remi in mano.

--Coraggio, Fathma, disse Omar. Giuochiamo la nostra vita.

--Passeremo inosservati?

--Lo spero.

--Quale via terremo?

--Scenderemo il fiume fino a domani mattina. Sta attenta a respingere i coccodrilli che non mancheranno di assalirci.

--E perchè non approdiamo all'isola di Turà-el-Chadra? Siamo lontani appena duecento metri e si potrebbe, in dieci o dodici ore, giungere a Duên.

--Temo che i ribelli siano accampati nelle foreste e forse il borgo di Duên è caduto in loro mani. Lascia fare a me e vedrai che noi giungeremo più presto che lo credi nelle vicinanze di El-Obeid. Hicks e Dhafar devono accampare a poche miglia dalla capitale del Mahdi. Attenzione, padrona.

Il negro tagliò d'un colpo solo l'ormeggio. La zattera girò per alcuni istanti su se stessa, poi discese silenziosamente la corrente sfiorando a tribordo una larga zona di piante di loto.

L'oscurità era diventata allora profonda. Appena appena si scorgevano le due rive coperte di tenebrosi boschi ai cui piedi urlavano e ridevano atrocemente sciacalli e iene occupate a dissetarsi. I ribelli si distinguevano assai vagamente sdraiati sulle isole, quantunque qua e là ardessero dei fuochi a gran pena tenuti accesi sulle umide sabbie.

I due naviganti si misero a remigare nel più profondo silenzio guardandosi attentamente attorno; i loro cuori battevano di speranza e di timore, e non ardivano quasi quasi di respirare per paura di attirare l'attenzione dei loro nemici.

Avevano di già percorso quasi duecento passi quando la zattera urtò contro qualche cosa arrestandosi bruscamente. Nè l'uno nè l'altra ardirono muoversi.

--Che c'è, chiese sottovoce Fathma dopo qualche minuto d'angosciosa aspettativa. Ci siamo arenati?

--Zitto, disse Omar. Ora andrò a vedere. Tu non muoverti qualunque cosa accada.

Egli strisciò silenziosamente a prua e immerse un braccio nell'acqua. Egli sentì sotto mano un agglomeramento fitto fitto di piante acquatiche che impediva il passaggio.

--Bene, siamo dinanzi ad una barra, mormorò il negro.

Queste _barre_ altro non sono che vaste distese di piante palustri che si formano sui fiumi africani e segnatamente sul Nilo cagionando lo stagnamento delle acque e quindi miasmi mortali. Non di rado queste _barre_ si estendono per tre quattro e anche cinque chilometri, impedendo il transito persino ai battelli a vapore che solcano il Bahr-el-Abiad e il fiume delle Gazzelle.

Omar, appena si fu assicurato che non vi era mezzo di passare sopra quella _barra_, ritornò presso Fathma che non si era mossa.

--Padrona, diss'egli, bisogna deviare verso la riva sinistra. Abbiamo una _barra_ che fiancheggia la riva destra.

--Deviare sulla riva sinistra! esclamò Fathma, Ma allora ci avviciniamo agli insorti e verremo scoperti.

--Potrebbe darsi, ma non vi è altra via da prendere. Chissà forse passeremo ancora inosservati; la notte è sempre oscura.

--Tutto congiura contro di noi; maledetta sorte!

--Allàh così vuole. Orsù, deviamo e cerchiamo di non far rumore. È carico il tuo fucile?

--Sì.

--Quando è così, andiamo avanti e che il Profeta ci protegga.

La zattera sotto la spinta dei due remi comincia a deviare lentamente radendo la barra, sulla quale alzavasi una nebbiolina carica di esalazioni pestifere. I due naviganti, curvi, taciti, in dieci minuti raggiunsero l'estremità di quel colossale agglomeramento di piante. Già stavano per virare di bordo ed entrare nella libera corrente quando sei o sette coccodrilli uscirono dalle piante avvicinandosi alla zattera. Il più ardito allungò le mascelle spalancate verso di loro cercando, con un formidabile colpo di coda, di issarsi sul ponte.

--Omar! mormorò Fathma che sentiva la zattera inclinarsi spaventosamente a tribordo.

--Sta zitta. Ci sono.

Il negro aveva afferrata la scimitarra. Egli scagliò una tremenda botta fra i due occhi del mostro che si inabissò rumorosamente sollevando una nube di spuma. Quasi subito una voce partì dall'isolotto più vicino, sul quale bivaccavano alcuni insorti.

--Ehi! gridò un arabo. Guarda laggiù in mezzo alla corrente!

--Che vedi? chiese un'altra voce.

--Che Allàh e il Mahdi mi puniscano se quella là non è una zattera.

--Ne sei sicuro? mi pare un rottame.

--Ho veduto qualcuno alzarsi, anzi mi parve di aver visto una scimitarra in aria. Non hai udito una botta e un tonfo?

--Infatti ho udito. Che siano gli uomini della darnas?

--È quello che noi vedremo; prendi il moschetto..

Fathma e Omar avevano distintamente udita la conversazione dei due ribelli. Spaventati avevano abbandonati i remi e si erano sdraiati sul ponte colle mani convulsivamente strette attorno ai fucili.

--Non muoverti, padrona, bisbigliò con voce tremante Omar.

--Non mi muoverò nemmeno se vengo ferita, rispose Fathma con voce ferma. Attento alle palle.

Non avevano ancora terminato che due detonazioni echeggiarono sull'isolotto. I due naviganti udirono le palle penetrare nel legname a pochi pollici dalle loro teste. Rimasero immobili, irrigiditi.

--Ah! esclamò uno dei tiratori. Sono due cadaveri gettati sopra di un rottame.

--Che stupidi a sprecare polvere e palle, rispose l'altro. Buon viaggio razza di cani! Che il diavolo vostro patrono vi conduca a salvamento.

I due ribelli ruppero in uno scroscio di risa e tornarono a sdraiarsi sulle sabbie. La zattera, mercè la corrente che era alquanto forte, in dieci minuti soli oltrepassò tutte le isole occupate dai nemici. I due naviganti, persuasi ormai di non correre più pericolo alcuno, afferrarono i remi e si misero ad arrancare disperatamente, percuotendo a destra e a sinistra, senza riserbo, i coccodrilli che li minacciavano.

Alle tre di notte giungevano sani e salvi alla foce di un largo corso d'acqua, affluente di sinistra del Bahr-el-Abiad, e che ha le sue sorgenti nelle vicinanze di Sciula. Essi vi entrarono salendolo per cinque o seicento metri.

--Alt! comandò Omar. Qui non corriamo più il pericolo di venire raggiunti. Abbiamo percorso più di quindici miglia e questa distanza mi pare sufficiente per essere sicuri di passare tranquilli il resto della notte.

--Che facciamo adunque? chiese Fathma. Approdiamo?

--Mai più. Abbiamo dei leoni e delle jene sulle rive. Questa notte ci ancoreremo qui e domani vedremo cosa potremo fare. Sdraiati, padrona, e cerca di dormire.

Egli impiantò profondamente il remo su di un bassofondo, vi legò saldamente la zattera, accese il _scibouk_ e si sedette a prua col fucile sulle ginocchia. Fathma, affranta, si sdraiò sul ponte e non tardò ad addormentarsi, malgrado i ruggiti e gli scrosci di risa dei leoni e delle jene che vagolavano sulle boscose rive del fiume.

CAPITOLO IX.--Lo scièk Abù-el-Nèmr.

Erano le quattro del mattino quando Fathma si svegliò. Il sole alzavasi allora sull'orizzonte, rapidamente, versando torrenti di luce incandescente sul paese circostante che presentava un magnifico colpo d'occhio, tutto affatto speciale delle regioni dell'alto Nilo.

Il fiume scendeva tranquillo tranquillo descrivendo una gran curva, fra due magnifiche rive, coperte di superbi alberi, che si specchiavano quasi con civetteria nelle trasparenti acque, prolungando capricciosamente i loro rami sui quali andavano, venivano e saltellavano con sorprendente agilità numerose schiere di scimmie-leoni dal pelame cenerino azzurro, con una folta criniera affatto simile alla giubba dei leoni e il muso e le natiche d'un bel colore carneo.

Sugli isolotti sabbiosi sonnecchiavano pacificamente colossali ippopotami, grossi più dei rinoceronti, con testa enorme, muso assai rigonfio, nari larghe e sporgenti, gambe brevissime ma grossissime e la pelle cosparsa di rade setole e così grossa da sfidare le palle di fucile.

Alcuni di quei mostri talvolta si tuffavano con un fragore formidabile, portando sulla schiena i loro piccini grandi quasi quanto un bue e ricomparendo poco dopo nitrendo come cavalli.

Per l'aria volteggiavano invece stormi di fenicotteri, di pellicani, di ibis bianche e nere, di tantali, di anastomi, di pivieri e di falchi, che si incrociavano in mille differenti guise con un gridio incessante, precipitandosi di tratto in tratto nel fiume per uscirne quasi subito con un pesciolino nel becco.

Fathma e Omar, dopo di essersi rinforzati con una sorsata di _merissak_, visto che le rive erano deserte, s'affrettarono a spingere la zattera verso quella di destra e sbarcarono caricandosi delle armi, delle munizioni e di quanti viveri potevano portare.

--Dove andiamo? chiese l'_almea_, indecisa sulla via da prendere.

--Questo è il bello a sapersi, rispose Omar, imbarazzatissimo. A mio parere bisognerebbe guadagnare il villaggio più vicino per procurarsi dei cavalli o dei cammelli, senza i quali non riusciremo a raggiungere El-Obeid, Se ben mi ricordo a una quindicina di miglia da qui trovasi Sciula.

--Vi potremo entrare? Temo che i ribelli l'abbiano occupata.

--Lo so bene io, ma non c'è altra via da scegliere. Chissà forse i ribelli non l'hanno ancora assalita. Ad ogni modo ci avvicineremo con precauzione.

--La via sarà libera poi?

--È difficile saperlo. Sono certo che prima di giungervi incontreremo dei ribelli.

--La situazione nostra non mi sembra brillante.

--È quello che penso pur io, mormorò Omar sospirando. Mettiamoci nelle mani di Allàh che tutto può; è quanto ci resta da fare.

--Quando è così mettiamoci in cammino, disse Fathma risolutamente. Arma il fucile e apri per bene gli occhi. Che Allàh ci protegga.

Essi salirono la sponda e s'inoltrarono coraggiosamente sotto le foreste, aprendosi a gran pena il passo fra quegli immensi vegetali, dai tronchi colossali i cui rami s'intrecciavano a perdita d'occhio come gli archi gotici di una cattedrale sconfinata. Regnava là sotto un caldo soffocante, una temperatura da stufa che toglieva il respiro e che faceva zampillare addirittura il sudore dalla fronte degli intrepidi viaggiatori. Un silenzio lugubre rendeva la marcia più penosa, più monotona.

Dopo di aver percorso più di un miglio, essi si trovarono dinanzi ad una foresta di baobab. Nulla di più meraviglioso della vista di questi giganti delle boscaglie africane, ai quali non si esita a dare una longevità di seimila anni, dal tronco sproporzionato che supera spesso i venticinque metri di circonferenza dai rami bassissimi ma immensi che formano da soli un boschetto picchiettato da capsule legnose che sembrano zucche, lunghe venticinque o trenta centimetri, di tinta verdognola, coperte di bianca peluria, e delle quali sono ghiottissime le scimmie.

Fathma e Omar si erano arrestati ai piedi di uno di quei colossi per prendere un po' di riposo, quando a sei o settecento metri lontano echeggiò improvvisamente una detonazione seguita poco dopo da un formidabile ruggito e da un grido straziante.

Scattarono simultaneamente in piedi coi fucili in mano, gettando un rapido sguardo all'intorno paventando di veder sbucare dai cespugli qualche banda di ribelli.

--Che è successo? chiese ansiosamente Fathma, riparandosi prudentemente dietro una fitta macchia.

--I ribelli forse! esclamò Omar che tremava, suo malgrado, verga a verga.

--No, ho udito il ruggito del leone.

--Ma la detonazione? E quel grido?

--Che sia stato qualche cacciatore?

--Non credo, disse Omar. Quale cacciatore può avventurarsi in queste foreste battute dalle orde del Mahdi? Fathma ripieghiamoci sul fiume prima che capitino malanni.

--Ripieghiamoci, ma sta bene attento. Vi sono dei pericoli in aria.

Stavano per ritornare nella foresta di palme e di tamarindi, quando udirono una voce lamentevole gridare ripetutamente:

--Aiuto! aiuto!...

--Fathma si fermò bruscamente stringendo forte forte il braccio dello schiavo.

--Vi è qualcuno in pericolo, diss'ella...

--Lascialo che muoia, rispose il negro. Che dobbiamo farci noi?...

--Forse quell'uomo non è un ribelle.

--Peggio per lui. Non possiamo esporre le nostre vite per soccorrere uno sconosciuto. Vieni con me Fathma, spicciamoci a guadagnare il fiume.

L'_almea_ scosse il capo.

--Aiuto!... Aiuto!... ripetè la voce lamentevole.

--Non è possibile abbandonare così un povero uomo, Omar, disse Fathma. Accada ciò che vuole, io vado a soccorrerlo. Forse quell'uomo può esserci ancora di qualche utilità, forse... Vieni, io lo voglio!

Vi era tanta autorità in quel comando che Omar non ardì opporsi altro. Uscirono dalla macchia e si slanciarono di corsa verso il luogo ove erasi udita l'invocazione disperata.

Cinque minuti dopo giungevano in una piccola radura circondata da bauinie. Là in mezzo eravi un leone che si dibatteva nelle ultime convulsioni della morte, colla testa bruttata di sangue a pochi passi da lui stava sdraiato per terra un bel negro, di statura alta colle braccia e le gambe ornate di anelli d'oro, un ricco turbante ricamato d'argento sul capo e una farda rossa avvolta intorno al corpo. Gemeva lugubremente e colle mani stringevasi fortemente la gamba destra scarnata fino all'osso. Un torrente di sangue nero e spumoso sfuggiva a rapide pulsazioni dall'enorme ferita.

Appena egli scorse Fathma e Omar si rovesciò all'indietro raccogliendo un pistolone che puntò rapidamente verso di essi.

--_B'Allai!_ (perdio!) bestemmiò egli facendo fuoco.

La palla andò a forare il _fez_ di Omar, un pollice appena sopra la testa. Fathma puntò il fucile verso il ferito.

--Se ti muovi ti ammazzo come un cane! diss'ella con un tono di voce da non mettere in dubbio la minaccia.

A quella voce il volto del ferito s'alterò. S'alzò bruscamente a sedere fissando l'_almea_ con due occhi che fiammeggiavano.

--Fathma! esclamò egli con profondo terrore.

Il fucile sfuggì di mano all'_almea_.

--Fathma! mormorò ella sorpresa.

--Fathma! ripetè Omar, che cadeva dalle nuvole. Cosa vuol dir ciò?...

L'_almea_ e il ferito si guardarono per alcuni istanti fissamente senza dir parola. La prima era sorpresa di udirsi chiamare per nome da quell'uomo che non aveva mai veduto; il secondo invece pareva sorpreso di non essere riconosciuto da quella donna che aveva veduta più di cento volte.

--Chi sei? chiese alfine Fathma. Come sai il mio nome?

Un sorriso apparve sulle labbra del ferito.

--Non mi conosci?

--Non mi ricordo d'averti veduto.

--Non sei tu Fathma l'_almea_?

--Non lo nego.

--Non sei stata tu a El-Obeid?

--Sì, disse sordamente l'_almea_. Vi fui.

--Non sei stata un tempo una donna potente? continuò il ferito che pareva avesse dimenticata completamente la sua gamba scarnata.

Il volto dell'_almea_ s'alterò spaventosamente, burrascosamente. La sua fronte si aggrottò e i suoi occhi parvero incendiarsi.

--Lo fui, diss'ella dopo qualche istante di silenzio.

--Allora non m'inganno più. Tu fosti la favorita di Mohammed-Ahmed.

--Come tu sai questo? Chi te lo disse?

--Lo so perchè ti vidi cento e più volte quando io era guardiano dell'_harem_ di Mohammed-Ahmed.

L'_almea_ gettò un grido di spavento e di sorpresa e retrocesse vivamente.

--Chi sei?... Chi sei?... chiese ella tremando.

--Sono lo _scièk_ Abù-el-Nèmr luogotenente del Mahdi, comandante gli insorti del Bahr-el-Abiad.

Omar aveva rapidamente puntato il fucile verso di lui.

--Ah! cane d'un ribelle! esclamò il negro.

L'_almea_ con un brusco gesto abbassò l'arma, poi traendo una pistola e posando la fredda canna sulla fronte del ferito gli disse con calma glaciale:

--Abù-el-Nèmr, tu sei in nostra mano. Se tu giuri di farci uscire sani e salvi da questa foresta io ti guarisco, se tu invece rifiuti ti faccio saltare le cervella. Scegli!

--Perchè vuoi che io alzi la mano su chi fu un tempo la mia signora? disse dolcemente il ferito. Avrei paura che Allàh mi fulminasse. Comanda e io farò per l'antica favorita del Mahdi, tutto quello che ella vorrà.

--Grazie Abù-el-Nèmr, mormorò Fathma con voce commossa. Non credeva d'avere ancora degli amici fra i ribelli. Distendi la tua gamba ferita; io ti guarirò.

Lo _scièk_ ubbidì. L'_almea_ esaminò accuratamente la ferita che continuava a sanguinare. Era orribile: il leone con un potente colpo d'artiglio aveva lacerato la carne fino all'osso della coscia. Comprese subito che un ritardo di pochi minuti poteva riuscire funesto.

--Vammi a prender dell'argilla in quel fossatello, diss'ella a Omar, e raccogli un po' d'acqua fresca.

Il negro partì come un lampo e ritornò poco dopo con una grossa palla d'argilla grigiastra e morbida e una fiasca d'acqua. Fathma ravvicinò delicatamente le labbra della ferita, vi sovrappose un pezzo di tela bagnata, e coprì il tutto con un grosso strato di creta che impediva al sangue di trasudare. Tre o quattro foglie e alcune braccia di corda terminarono l'operazione. La gamba del ferito si trovò chiusa in una specie di manicotto ben legato.

Ora, diss'ella, bisogna lasciare il più presto possibile questa foresta e raggiungere qualche luogo abitato. Dove possiamo trovar gente?

--L'ignoro, rispose il ferito con voce debole, tergendo il sudore che colavagli abbondante dalla fronte. Ho lasciato da due giorni il campo e mi sono smarrito in questa foresta.

--Quale distanza corre dal fiume a Sciula?

--Meno di una giornata di cammino. Se tu mi conduci là troverò i miei guerrieri.

--Ma... e noi?

--Oh! non temere! esclamò vivamente lo _scièk_. Io sono il loro capo e sventura a colui che ardirà alzare una mano sopra di voi.

--Sta bene, ma come ti trasporteremo? Bisognerà costruire una barella.

--Ho il mio cavallo che deve pascolare nei dintorni, se non fu divorato da qualche leone.

--Chiamalo. Non bisogna perdere tempo; la febbre e forse il delirio fra poche ore ti assaliranno.

Abù-el-Nèmr accostò le mani alla bocca e mandò un lungo fischio. Quasi subito si udì un calpestìo precipitato e un cavallo comparve movendo sollecitamente verso il padrone.

Era questo un superbo corsiero, Abù-Ròf puro sangue, piuttosto piccolo, dalla fronte larga e un po' schiacciata, l'occhio vivo e intelligente, le nari molto aperte, orecchie piccole, corte, sottili, le ossa zigomatiche molto sporgenti, muso elegante, gambe secche e vigorose, petto sviluppatissimo e ventre assai ristretto che annunciava quella grande sobrietà che è propria degli animali dei deserti sudanesi.

Omar e Fathma sollevarono con molte precauzioni il ferito che non lagnavasi malgrado soffrisse atroci dolori e lo misero in sella. L'_almea_ vi salì dietro sostenendolo fra le vigorose braccia e il negro prese l'animale per le briglie.

--Avanti, disse Fathma.

Essi si misero in viaggio percorrendo un largo sentiero che un tempo doveva essere stato una via per le carovane. Il ferito si lasciò sfuggire suo malgrado un gemito soffocato.

--Soffri molto? gli chiese l'_almea_.

--Un po' lo confesso, rispose titubando lo _scièk_. Il moto del cavallo mi fa orribilmente male.

--Appoggiati bene sul mio petto.

--Ah! esclamò il ferito. Quanto sei buona Fathma eppure sono un ribelle.

--Questo ribelle un tempo fu mio suddito, disse con voce commossa l'_almea_.

Il ferito si volse verso di lei e la guardò con tenerezza.

--Fathma, perchè hai abbandonato il mio signore che tanto ti amava e che ti avrebbe resa tanto potente?

--Non chiedermelo se non lo sai, disse con aria tetra l'_almea_.

--Fu la fatalità forse?

--Forse.

--Sai che quel giorno che tu sparisti io l'ho veduto piangere il mio Signore?

La faccia dell'_almea_ diventò ancor più cupa.

--Che fece egli quando io scomparii? chiese ella.