Chapter 7
GERASTO. Certo che veggendolo strapparvi le vesti da dosso con tanta furia, lo giudicai pazzo maniaco; e giá mi par pentito del suo errore, che vi ha chiesto perdono: deve patir di lucidi intervalli.
PANURGO. E vi promette trenta scudi per mancia.
GERASTO. Lo guarirò per amor vostro, non vo' premio altrimente.
PANURGO. Ma avertite che non intende molto bene: bisogna alzar la voce ragionando con lui.
GERASTO. Farò come volete. Ma bisogna aver alcuni con me, che bisognando lo ligassero. Trattenetelo un poco, ch'or ora serò qui.
PANURGO. Gentiluomo, Gerasto è andato a tor i trenta scudi, che non se gli trovava adosso; or será qui.
FACIO. Aspetterò quanto volete, non ho fretta.
PANURGO. Ma eccolo. Gerasto, sète contento voi per i trenta scudi?
GERASTO. Contento, anzi vi servirò adesso adesso, che anderemo in casa: voi restate meco.
FACIO. Volentieri.
PANURGO. Orsú, io vi lascio insieme, ch'io vo per una cosa importantissima e serò a voi tra poco. (Signor Facio, ragionando con lui, parlate alto, che non intende troppo bene).
FACIO. (Cosí farò).
NARTICOFORO. (Egli si parte senza sapersi ancora se sia Gerasto o Narticoforo).
SCENA X.
FACIO, GERASTO, NARTICOFORO.
GERASTO. Idio vi facci sano!
FACIO. E voi sano e contento!
GERASTO. Accostatevi, galante uomo.
FACIO. Voi giá vi contentate per i trenta scudi?
GERASTO. Mi contento non tanto per i trenta scudi, quanto per farvi vedere un miracolo di una mia ricetta, che un todesco, a cui avea fatte molte carezze in casa mia, morendo, me ne lasciò erede: con duo soli lattovari, non piú.
FACIO. Che lattovari, che tedeschi, che ricette?
GERASTO. Dico che vi servirò tra pochi giorni.
FACIO. Dico che li voglio adesso.
GERASTO. Che cosa?
FACIO. I trenta scudi in pegno delle mie vesti che colui, partendosi da voi, mi vi lasciò in pegno.
NARTICOFORO. (O poveretto, giá comincia a ferneticare!).
GERASTO. Che scudi, che pegni, che vesti?
FACIO. Dico i trenta scudi che mi avete promessi per le vesti.
GERASTO. (Il male è di piú cura ch'io non pensava. Mira come parla alto! ne deve stimar sordi).
NARTICOFORO. (Deve essere proprietá dell'egritudine).
GERASTO. (Non so che dice di trenta scudi e di vesti e di promesse. Non credo che un sacco intiero d'elleboro basterá per purgarlo).
FACIO. (Costui da vero è sordo: parlerò tanto alto che m'intenda). Dico che mi date i trenta scudi per che colui che si partí da voi--Famasio o Famosio che si chiama,--mi ve lasciò in pegno per le mie vesti. Intendetemi adesso o volete che parli piú alto?
GERASTO. Io non dico che non intendo la voce, ma non intendo quel che dici.
FACIO. Che parlo ebreo, greco o arabico, che non m'intendi?
GERASTO. Parli come me, ma non intendo che dici di trenta scudi e di vesti.
FACIO. Tu sei peggio che sordo, che il peggior sordo è quello che non vuole intendere. Tu sarai forse pentito di aver fatto sicurtá di trenta scudi, e fingi non intendere.
GERASTO. Che sicurtá? che pentire? che trenta scudi?
FACIO. Come trenta scudi? Dico che avendomi promesso...
GERASTO. Parole.
FACIO....trenta scudi...
GERASTO. Se non l'hai meglio di questa,...
FACIO....in iscambio delle mie vesti,...
GERASTO....tu sei matto da dovero.
FACIO....avendomegli promessi dinanzi duo testimoni,...
GERASTO. Tu erri in grosso.
FACIO....serò atto a farmeli pagare.
GERASTO. Arai a far con un tristo come tu sei.
FACIO. Non mi prometteva io ciò da questa tua vecchiaia.
NARTICOFORO. (Voi sapete che è capto di mente, e par che andate in contumelie).
FACIO. Son uomo di tòrvi le vesti da dosso.
GERASTO. Ecco il furore! o voi, toglietelo stretto e ligatelo che non si muova, ché gli vo' dar un lattovaro in casa.
FACIO. Che volete da me voi, furfanti? A dispetto di...
GERASTO. Riponetelo dentro, ché vo' curarlo.
FACIO....ché pensava aver a trattar con un cattivo, or ne ho ritrovato un altro peggio!
GERASTO. Se non parli come devi, ti torrò io la pazzia da capo, chè a medicare un pazzo ci vuole un pazzo e mezzo.
FACIO. Cosí mi fai tu ingiuria?
GERASTO. L'ingiuria la fai tu a me.
NARTICOFORO. (Costui mi par che parla a proposito).
GERASTO. (Non ti disse colui, che sapea la sua natura, che parlava tanto a proposito che ogniuno lo giudicava savio?).
NARTICOFORO. (Chi sa forse ora fusse tornato in sé?). Dimmi, uomo frugi, conosci che sei sano?
FACIO. Voi duo vi sète accordati insieme, e non sète pazzi ma ribaldi.
NARTICOFORO. Sodes, quaeso, di grazia, fatelo dislegare, lasciatelo libero; ché, l'animo mio se va ariolando la cosa e l'uno non intende l'altro, forse saran veri i fantasmi che mi van per la mente, e quel scurrile sicofanta ci ará ingannato con le sue sicofantie. Or ditemi voi, di grazia, che vi ha dato ad intendere colui che si è partito?
FACIO. Questa mattina venendo Pelamatti, servo di maestro Rampino sarto, a portarmi certe vesti nuove--che volea cavalcar per Salerno,--costui gli diede ad intendere che eran sue e che egli era Facio, ch'era io, e si tolse le vesti mie. Poi, cercando a ventura per Napoli, gliele avemo trovate adosso; e volendo torcele, mi pregò che le lassassi per tutto oggi, che mi arebbe dato costui per securtá di trenta scudi; e avendomegli lui promessi, l'ho lasciato andare.
NARTICOFORO. Or parlate voi, di grazia.
GERASTO. Ed a me ha detto che eravate pazzo e che sempre avevate in bocca trenta scudi, vesti e pegni; e mi pregò da parte vostra che vi avesse guarito, che mi volevate dar trenta scudi per premio; e che eravate sordo, però avessi parlato un poco piú alto.
FACIO. Un'altra volta arò perse le vesti mie! Dove lo cercarò? In un punto ha raddoppiati tre: non gli deve bastar lui solo, vuol servir per tre persone.
GERASTO. Ah, ah, ah!
NARTICOFORO. Ah, ah, ah!
FACIO. Voi forse ridete di me?
NARTICOFORO. Anzi, noi ci ridemo di noi stessi. A costui ha dato ad intendere ch'era me, a me ch'era costui: e cosí ha sicofantati tre.
GERASTO. Di piú, ha portato un mostro in casa con dir ch'era Cintio suo figliuolo: io ho tenuto voi per pazzo, non conoscendovi; poi, m'ave inviato un giovane, che questi diceva mal di me: ed è stato cagion, penso, d'azzuffarci insieme.
FACIO. Che si fará dunque delle mie vesti?
GERASTO. Io arò pensiero di ricovrarle da lui, inviarvele in vostra casa; che se ben egli ingannandovi ve l'ha promesse da mia parte, or che stimo lui un tristo, ve le prometto da senno, che vo' un poco informarmi del tutto.
FACIO. Dunque io vi cerco perdono se sono troppo con voi trascorso in parole.
GERASTO. Dove è Cintio vostro figliuolo?
NARTICOFORO. L'ho lasciato nel diversorio. Io nol condussi meco, perché il mio servo mi referí che voi l'avevate extruso di casa, con dirgli che Narticoforo era prima giunto.
GERASTO. Inviate a chiamarlo. Questa è vostra casa, che in vostro nome colui se n'era fatto possessore.
NARTICOFORO. Ed io per tal la reputo. Vale.
FACIO. Oh, povere vesti perse due volte!
GERASTO. Non dubitate, venite di qua e l'arete. Ma chi piglia i fastidi per fastidi, entra in un mar di fastidi; però non vorrei io tanto ingolfarmi in questi fastidi, che lasciassi passar l'occasione che ho desiderata mille anni. Fioretta m'ha promesso aspettarmi in questa camera, e giá due ore sono: deve star a disagio. O me felice, or corrò il frutto tanto desiderato! Ma qui non è niuno. Ella è vergine e si deve vergognare venir da lei; e se ben muore per me, la vergogna la fa restia. In somma, se non ci la conduco per forza, non verrá da lei giamai. Io ho questi amici, la farò tor per forza e menar qui dentro; ma mi meraviglio che lo speciale non v'ha condotti quei lattovari che l'ho fatti far per trovarmi gagliardo con Fioretta. Ma eccola dinanzi la porta: o voi, prendetela e di peso menatela in questa camera terrena.
SCENA XI.
ESSANDRO, GERASTO.
ESSANDRO. (Oimè, ecco Gerasto e mena genti seco! Certo gli è palese il mio fallo: prima che m'uccida, será meglio gli chieda perdono!).
GERASTO. Toglietela! che fate?
ESSANDRO. Che volete da me infelice? chi sète voi?
GERASTO. Infelice son io che muoio di rabbia per amor tuo.
ESSANDRO. In che t'ho offeso?
GERASTO. Non meritava la conscienza che ho in te, che mi avessi cosí ingannato.
ESSANDRO. Diasi colpa ad amore la cui legge è fuor d'ogni legge: conosco l'errore e, il confesso, merito la penitenza, ne chiedo perdono.
GERASTO. Cosí farò io a te: dopo l'errore ne chiederò perdono.
ESSANDRO. Questi sono errori di giovani.
GERASTO. Ti farò conoscere che sono piú giovane che tu non pensi.
ESSANDRO. Amor fu colpa del tutto.
GERASTO. Non è amore ove si toglie l'onore.
ESSANDRO. Quel che è fatto non può farsi che non sia fatto.
GERASTO. Accomodaremo questo fatto poi con un altro fatto.
ESSANDRO. Merito per ciò, dunque, d'esser ucciso?
GERASTO. Ucciso, no; ferito di punta, ben sí, se il pugnale non mi vien meno, almeno finché ne serò satollo.
ESSANDRO. Sète voi tanto crudele?
GERASTO. A te è una pietá l'esser crudele.
ESSANDRO. Sei tu tanto ingordo del mio sangue?
GERASTO. Non è sangue che si sparga con maggior dolcezza di questo.
ESSANDRO. Abbi pietá della mia gioventú!
GERASTO. Tu della mia vecchiezza!
ESSANDRO. Avertite che sono nobile.
GERASTO. Se fussi di schiatta d'imperadori, non lascierei di far quello che m'ho proposto di fare.
ESSANDRO. (Proverò fargli bravate, poiché col buono non posso ottener nulla). Gerasto, avèrti che la disperazione fa assai: tu non la passerai né mi offenderai senza vendetta.
GERASTO. A tuo dispetto, andrai di sotto, se ben fussi una Ancroia, una Marfisa bizarra.
ESSANDRO. Son giovane, ho piú forza che non stimi: ancorché mi ponessi sotto, ho le braccia cosí robuste e la presa tanto gagliarda che ti romperò le reni e ti farò sputar l'anima.
GERASTO. Non potrai altro che farmi ingrossare il fiato e buttar fuori il sangue e l'anima.
ESSANDRO. Poiché sei cosí bravo, perché non vieni meco da solo a solo? perché con queste genti?
GERASTO. Di questo ti assicuro, che il nostro duello sará da solo a solo. Non ho tolti questi per paura di te, ma per condurti qui dentro con manco rumore. Ma a solo a solo, all'oscuro e dentro un forno combatterò con te.
ESSANDRO. Con che armi combatteremo?
GERASTO. Con l'ordinarie: tu con le tue, io con le mie.
ESSANDRO. Lasciameti dir due parole.
GERASTO. Il meglio che potresti fare è tacere; e se pur sono svergognato in casa, non mi svergognar qui nella strada publica. Portatela dentro.
ESSANDRO. Oimè!
GERASTO. Oh, come piange! non deve aver urinato questa mattina, ché le donne quando vogliono lacrime in abondanza per ingannare alcuno, la mattina non urinano. È vergine, la poveretta, e pensa che quel fatto sia qualche gran cosa, almeno d'andarne un mese zoppa; ma dopo ne será piú contenta che mai. Le vergini, se le richiedi, arrossiscono, e stimano la vergogna nelle parole, no ne' fatti. Ma perché trattengo me stesso? O mia Fioretta, o mio giardino vergine, ecco che vengo a còrre cosí bel fiore.
ATTO V.
SCENA I.
APOLLIONE solo.
APOLLIONE. Veramente la nostra vita è tutta piena di travagli, né si può prometter l'uomo che faticando sempre nella gioventú, possi nella vecchiezza riposare; ché quando stimi giá esser accomodato del tutto, allora da ogni parte vengono pericoli inopinati per turbarci il viver quieto. Avea un fratello chiamato Carisio Fregoso, il quale sbandito da Genova sua patria per cose di Stato, son quindici anni che non ne ho inteso novella; e mi lasciò in casa un maschio detto Essandro. Vengo in Roma, e per non esser costui un giorno andato alla scuola, promisi di batterlo: fuggì di casa mia tre anni sono, né ne ho potuto piú saper novella; solo ho inteso che era qui in Napoli e che stava in casa di un medico detto Gerasto, vestito da fantesca. Io non posso imaginarmi altro, perché vi stii, se non per qualche trama amorosa, onde potrá facilmente capitar male. Io per veder se posso rimediare prima che si venghi a questo atto, non ho voluto risparmiar fatica in soccorrerlo. Me ne andrò informando di lui e di sua casa.
SCENA II.
SPEZIALE, SANTINA, NEPITA.
SPEZIALE. (Chi arebbe pensato mai che Gerasto, stimato fin qui vecchio da bene, or sia entrato in ghiribizzi d'amore? È venuto in bottega con la maggior fretta del mondo, ché avesse fatte certe pilole, di che io ne ho una ricetta mirabile, e ché gli le porti subito in casa, che m'arebbe dato la mancia).
SANTINA. (Io non ho visto tutto oggi mio marito, e Fioretta non è in casa: dubito di qualche trama). Nepita, vien fuori, fammi compagnia.
NEPITA. Vengo, eccomi.
SPEZIALE. Madonna, sète voi di questa casa?
SANTINA. Sì bene.
SPEZIALE. Date queste pilole a Gerasto, e ditegli che non l'ho potuto recar piú presto.
SANTINA. Che pilole son queste? per qual infirmitá?
SPEZIALE. Certe pilole che m'ha chieste per esser gagliardo in una battaglia amorosa che vuol far con una sua serva.
SANTINA. Chi ha detto a te questo?
SPEZIALE. Me l'ha detto lui, mentre stava mescolando la composizione.
SANTINA. Come si chiama questa sua serva?
SPEZIALE. Garofoletta o Rosetta, se mal non mi ricordo.
SANTINA. «Fioretta» vuoi tu dire?
SPEZIALE. Sì, sì. Ditegli che il modo d'oprarle è questo: che s'ingiotta queste, poi mangi una libra di pignoli e beva vernaccia fina, non altro, che fará facende.
SANTINA. Come potrá ingannar sua moglie?
SPEZIALE. Mi disse che erano venuti certi forastieri ad alloggiar seco, e che la casa era sozzopra e la moglie non poteva attenderci; e che presso la sua casa aveva una camera terrena oscura dove avea ella promesso venirci.
SANTINA. Non deve egli amar molto la moglie, poiché tanto l'ingiuria.
SPEZIALE. Mi dice che sua moglie è una macra, brutta come una strega e vecchia; e che la vorrebbe veder tanto sotterra quanto ora sta sovra terra, e che non vede mai giunger l'ora che la morte gli la toglia dinanzi, tanto è ritrosa, superba e fastidiosa e rincrescevole. Ma io l'ho insegnata un'altra ricetta per farla divenir umile e benevole e di buona creanza.
SANTINA. E come è questa ricetta?
SPEZIALE. Che la mattina quando è nuda nel letto, le dii a bere un poco d'acqua di legno, poi le freghi la schena con un poco di grasso di frassino o di quercia; e se alla prima volta non facessi l'effetto, che continui la ricetta finché guarisca bene.
SANTINA. Nepita, io non confido d'andar a piedi fin alla commare, e mi duole la gamba: va' a tormi il mio bastone.
NEPITA. Vado.
SANTINA. Chi t'ha imparato cosí bella ricetta? n'hai ancor fatta la pruova?
SPEZIALE. La prima volta la provai a mia moglie, ed è riuscita miracolosa; poi l'ho insegnata a molti miei amici, e tutti m'han riferito che fa effetto grande.
NEPITA. Eccolo, padrona.
SPEZIALE. Che diavolo hai meco, vecchiaccia fradicia? che t'ho fatto io che mi batti?
SANTINA. Vo' che tu facci esperienza con questa tua ricetta: arai meglio creanza.
SPEZIALE. Ritorni di nuovo? che hai meco, ti dico? non accostarti, vecchia indiavolata!
SANTINA. Perché non fece effetto la prima volta, la vo' continuare finché guarisci, ché abbi meglio creanza: non vo' che dii questi consigli contro me.
SPEZIALE. Che consigli io ho dato contro te? dove ti conobbi mai? ho detto di sua moglie, non di te.
SANTINA. Io son sua moglie.
SPEZIALE. Che sapevo io che tu eri sua moglie? certo, che è assai piú di quello che lui n'ha raccontato. Un'altra volta oggi in questa maladetta casa ho patito disgrazie e ne son stato maltrattato!
SCENA III.
SANTINA, NEPITA.
SANTINA. Che dici, Nepita? non l'hai inteso con le tue orecchie? comporterò io d'esser cosí mal maritata? Non la passerá certo senza vendetta: io vo' aventarmegli adosso come una cagna.
NEPITA. Or questo no, padrona: fategli ogni altro dispiacere e lasciate questo.
SANTINA. Vo' cavargli gli occhi e troncargli il naso con i denti.
NEPITA. Cavargli gli occhi e troncargli il naso ben potete, ma non por mano ad altro.
SANTINA. Non ti par buona vendetta?
NEPITA. A me, padrona, no. Io gli renderei pan per focaccia.
SANTINA. Taci, ché sei una pazza. Vorrei piú tosto esser stracciata da mille lupi, che esser tócca da un sol uomo che non fusse mio marito.
NEPITA. Io vorrei piú tosto esser straccata da mille uomini, che esser tócca da un sol dente di lupo.
SANTINA. S'egli ha rotto le leggi del matrimonio, non l'ho rotte io né le romperò finché viva. Egli lo meritarebbe certo; ma io vo' mirar me non lui. Una donna deve far conto del suo onore.
NEPITA. L'onor non è bianco né rosso, che si possa vedere: l'onore sta nell'opinion degli uomini, però bisogna farlo secreto. È meglio esser tenuta bona e non esserci, ch'esser contaminata senza effetto.
SANTINA. Tu desii la morte a me. Vo' che paghi questo cattivo desiderio con l'ossa tue. Ecco la casa terrena. Sta serrata a pèstio, la spezzerò a calci: l'ira mi prestará forza.
NEPITA. Per iscampar da questo cattivo influsso, tuo marito deveria far come quello animale che si strappa i suoi genitali e gli butta a' cacciatori per salvar la sua persona, ché è ricercato sol per quelli. Ma io ti dico, padrona, ch'egli andrá per la decima e ci lascierá lo sacco.
SANTINA. Che vuoi dir per questo?
NEPITA. Io ben m'intendo.
SANTINA. La porta s'apre: eccolo venir fuora tutto rosso, la serra dentro di piú. Mira come sta stracco e affaticato.
NEPITA. Ascoltiamo di grazia, padrona, che dice. Giá non vi può scappare, che non facciate le vostre vendette.
SCENA IV.
GERASTO. SANTINA, NEPITA.
GERASTO. Misero e infelice Gerasto, che meglio ti fossi posto ad arare che ad amare, che misera fortuna è questa che hai tu oggi incontrata?
NEPITA. (Dice che s'allegra della buona fortuna che ave incontrata oggi).
GERASTO. Veramente tutte le sciagure corrono dietro la vecchiezza, come le mosche a' cani magri. Ed il mio dispetto è l'allegrezza e la festa che ne fará mia moglie del fatto mio.
NEPITA. (Dice che è in festa e allegrezza a dispetto di sua moglie).
GERASTO. Non tanta furia, ascoltate bene!
SANTINA. Non posso piú tenermi! Ahi, vecchio rimbambito brutto, disgraziato fantasma, non so chi mi tiene che non ti cavi gli occhi dalla testa con queste dita, e con i denti non ti tronchi il naso dalla faccia!
NEPITA. (E tu savia, che mutasti opinione a non strappargli i fatti suoi!).
GERASTO. (Or questa sì, che è magior disgrazia della prima! Dovunque mi volgo, mi trovo aviluppato in nuovi guai).
SANTINA. Che dici adesso, bel fanciullino, innamorato galante, valente gallo che vuoi calcar due galline, e hai un piede nella fossa e un altro nel cataletto, vecchio col capo tutto bianco?
GERASTO. O capo rosso o verde che sia, moglie, ti prego che m'ascolti, e vedrai che non t'ho offeso come stimi.
SANTINA. Tu, vecchio fradicio....
GERASTO. So che vuoi dire: traditore, infame, manigoldo, e pur ancora. Hai ragione! Ascolta, che d'oggi innanzi cessaranno le discordie fra noi mentre vivremo. Ascolta, moglie mia cara....
SANTINA. Che mia? or son tua moglie cara; poco innanzi era strega, macra, puzzolente: tu non arai a far piú meco.
GERASTO. Io non dico questo, che tu abbi a distorti dal tuo proponimento; ma ascolta, e poi inteso il tutto, fammi castrare, ch'io starò piú paziente d'un agnello; e se non basti tu sola, chiama i parenti, gli amici, i vicini e Nepita ancora, ch'io perdono a tutti.
NEPITA. Padrona, di grazia, ascoltate, ché certo sará altro di quel che pensate.
SANTINA. Ragiona presto, finiamola: ti vo' dar questa sodisfazione prima che facci la festa di fatti tuoi.
GERASTO. Sappi per certo, moglie mia cara, ch'io son stato innamorato di Fioretta, e per dirtelo chiaro, arei pagato la robba, i figli e la vita, per godermi una volta lei,...
SANTINA. Lo so meglio di te, non bisognaria che lo dicessi a me.
GERASTO.... e v'ho fatto mille tradimenti per averle le mani adosso....
SANTINA. Ma poco ti ha valuto.
GERASTO.... Oggi vedendo l'occasione che la casa andava sozzopra, la feci prender da certi amici e la feci condurre in questa camera terrena oscura, e io mi serrai con lei. Ella stava dubbiosa e timida, come la volessi uccidere; e io con le piú dolci parole che sapeva, dicea:--Dolce Fioretta mia, cara mia moglieretta, core, vita, occhi!...
SANTINA. Mira il furfante con quanto sapor lo dice!
GERASTO.... L'abbraccio e mi sento pungere il mustaccio, come fusse uomo. Alfin le stava inginocchiato denanzi; ella tira a sé i piedi e mi da una coppia di calci sul petto e mi fa cascar supino in terra, che mancò poco non mi scavezzassi il collo....
SANTINA. Sia maladetto quel «poco»!
GERASTO.... Pur facendo animo a me stesso, innamorato e pesto, come meglio posso, dicendo che calci di stallone non fanno male a giumenta, con maggior rabbia e ardore torno alla battaglia....
SANTINA. Mira come me lo dice onestamente! Taci, taci, vecchiaccio senza vergogna! parti cosa onorevole ragionar di queste sporchezze?
GERASTO.... Ascolta, di grazia....
SANTINA. Non vo' ascoltare, so che vuoi dire.
GERASTO.... Anzi men sai che voglio dire, né imaginartelo puoi giamai....
SANTINA. Forse il giardinetto cominciava a spuntar fuori l'erbe piccine?
GERASTO.... Che erbe piccine? anzi, mi diè tra mano..., mi vergogno dirtelo.
SANTINA. Ti dovevi vergognar di farlo.
GERASTO.... Dico ch'era piú maschio ch'io, tanto maschio che n'aresti fatto tre maschi.
NEPITA. Se fussi gravida, mi sgravidarei: l'ha narrato con tanto sapore che m'ha fatto venir la saliva in bocca.
SANTINA. Oimè, che dici?
GERASTO. Quanto ascolti.
NEPITA. Alfin, tu serai stata la ruffiana a tua figlia, che la tenevi in gelosia sempre serrata con lei.
SANTINA. Ahi, che mirandola oggi in fronte gli leggeva il commesso peccato! Ma chi avesse potuto pensar questo? Infelice me, disgraziata me!
GERASTO. Taci e fa' rumor manco che puoi, acciò le corne che avemo nascoste in seno, non ce le ponghiamo in fronte, e altri imparino a nostre spese. Egli m'ha detto che è gentiluomo genovese di Fregosi, e si contenta star prigione finché si pigli informazione di lui; e se è vero, se gli dii per moglie, perché ella, non men che lui, lo desidera ardentemente.
NEPITA. Credetelo, che è cosí; perché dicea mia madre che queste radici han gran virtú di farsi amar dalle donne.
GERASTO. Taci, vattene a casa. Io l'ho serrato qui dentro; or andrò a certi gentiluomini genovesi miei amici e mi informerò di lui con molta destrezza.
SCENA V.
SANTINA, NEPITA.
SANTINA. O figlia, figlia, che infelice fortuna è questa che tu hai incontrata!
NEPITA. Sventura ti pare ritrovarsi con un giovane bello, di diciotto anni, nel fior degli anni suoi? oh, l'aveste incontrata voi, padrona, questa sventura!
SANTINA. Taci, porca, pensi che tutte le donne sieno cattive come sei tu? Frena la tua lingua cattiva.
NEPITA. Cattiva lingua vi pare quella che dice il vero? Vedete vostra figlia che ha manco anni di voi ed è stata piú savia di voi, che se l'ha tenuto tre anni in camera e non ha fatto saper cosa alcuna né a te né a me. A fé, che le fanciulle d'oggi san piú dell'attempate del tempo antico.
SANTINA. Tu non solo sei di cattiva lingua ma di peggiori operazioni; e se non lasci le baie, ti romperò la testa.
NEPITA. O che l'avesse incontrata io questa sventura, che non l'arei fatto saper né a voi né a vostra figlia, e me l'arei saputo goder questo tempo.
SANTINA. E chi può guardarsi da simil sciagura? entrar un giovane prosontuoso, vestito a donna, in una casa onorata per disonorarla?
NEPITA. Sarebbe assai bene farsi un officiale che, quando se avessero a tor le fantesche, le ponessi le mani sotto per veder se son uomini o femine. A che giova tener le donne serrate in camera con porta e fenestre e chiavistelli, se i giovani se trastullano con loro sotto altro abito?
SANTINA. Apri la porta: entriamo.
SCENA VI.
GERASTO, PANURGO, TOFANO.
GERASTO. Non posso cavarti di bocca una parola vera di questo fatto?
PANURGO. Certo, Gerasto, che voi non pigliate la cosa per il suo verso.
GERASTO. Che vuol dir che non piglio la cosa a verso? Tu non rispondi a proposito.
PANURGO. Che volete che vi risponda se non quello che sempre vi ho detto?
GERASTO. Che m'hai tu detto mai se non certe parole che l'una non attacca con l'altra?