La fantesca

Chapter 6

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NARTICOFORO. Mio figlio non è cosí fatto: è un Adone, un Ganimede, immo centies piú bello dell'uno e dell'altro. Questi è un deforme Tersite. Proh Iuppiter, questa Napoli deve essere qualche terra incantata, dove gli uomini diventano altri di quel che sono; onde son ancipite come si trovano qui uomini che non solo mentiscono chi sono, ma s'usurpano i nomi e le condizioni d'altri.

GERASTO. Ed è possibile che in Roma si trovino uomini cosí ignoranti e di sí fatta condizione che non si voglino persuadere che altri non sieno quelli che sono, e or si vogliono far conoscere per quelli che non sono?

NARTICOFORO. Non fu inteso mai il piú insigne mendacio in questa machina mundiale!

GERASTO. Perché sei incredulo?

NARTICOFORO. Anzi, tu bugiardo?

GERASTO. Questa tua barba bianca m'ave ingannato.

NARTICOFORO. La tua ciera m'ha detto la veritá. Mira faccia di boia!

GERASTO. Mira faccia d'appiccato! stolto ignorante!

NARTICOFORO. Mentiris per guttur! oh avessi la mia ferola, che ti vorrei far pentire di quanto hai detto.

GERASTO. Ti risponderei con le mani, se avessi qui un bastone, e ti impararei la creanza.

NARTICOFORO. Tu la creanza a me? il quale con publico stipendio lègo una lezione estraordinaria alla Rotonda di versi di Mancinello di costumi? Pensi che per esser qui forastiero non abbi in questa cittá alcun amico? o abbi la crumèna cosí vacua che non possa far pentirti del tuo stultiloquio? Condurrò io qui or ora il capitan Dante, hispanus Hector, e ti farò conoscere quanto importi usar ingiuria a chi non la meritò mai.

GERASTO. Né tu mi trovarai qui solo. Ma ben hai fatto a partirti, ch'essendo scemo di cervello, con un bastone ti volea far tornar savio. Mira che sorte di uomini vanno per lo mondo, mira che cantafavole! Diceva la casa mia essere appestata, che lui era Narticoforo e ch'io non fusse Gerasto; alfin volea che Cintio non fusse figlio di Narticoforo.

SCENA III.

ESSANDRO. GERASTO.

ESSANDRO. Voi sète Gerasto medico, eh?

GERASTO. Io son; che volete per questo?

ESSANDRO. Avete voi avuto rissa con un maestro di scola?

GERASTO. Con uno che per tale si volea far conoscere.

ESSANDRO. Va ragionando per le strade con quanti uomini da bene incontra, con dir che Gerasto de Guardati è un medicacavalli, castraporci, maneggiator di sterco e d'urina.

GERASTO. Egli ne mente, ché in ogni conto son miglior di lui.

ESSANDRO. Dice che ave un asino in casa, se li volete medicar i testicoli.

GERASTO. Oh, che mi vien tanta rabbia che, se fusse qui, vorrei fargli veder chi son io.

ESSANDRO. Dice che vi chiamate messer Orinale.

GERASTO. Son uomo da spezzarcene cento nel volto, di urina putrefatta.

ESSANDRO. Dice che voi solete patir di una certa infirmitá bestiale e che l'avete richiesto..., mi vergogno dirlo.

GERASTO. Egli ne mente insin dentro al suo cervello e quanti lo credono.

ESSANDRO. Va adesso a trovar un capitan spagnolo bravissimo, chiamato Dante, perché dá bravissime bastonate.

GERASTO. Sotterrerò lui e chi vuoi difenderlo, di bastonate. Ma io non sono di sí poca stima in questa cittá che non abbi una dozzina di spagnuoli a mio comando.

ESSANDRO. È rissoluto ammazzarvi in ogni modo; e penso sará qui tra poco.

GERASTO. Egli mi troverá qui piú tosto che pensa.

ESSANDRO. Io vo' a dirglilo.

GERASTO. Né io sarò cosí sciocco che, venendo egli accompagnato, mi voglia far trovar qui solo. Menarò meco el capitan Pantaleone spagnuolo, che lo medico gratis.

SCENA IV.

Capitan DANTE, NARTICOFORO.

DANTE. Ahora decidme cuantos mil hombres quereis que yo envíe á los infiernos.

NARTICOFORO. Uno uomo solo, vecchio decrepito, veternoso e silicernio.

DANTE. ¡Ah, cuerpo de mis males! mirad lo que me dice, por vida de quien soy, que me agraviais en ello, que haya yo de atreverme á matar un viejo podrido, moho de la tierra, no es posible, porque solo en el desenbainar de esta mi espada, es tanto el aire que hace, que es bastante para hacer hundir una nave. Y al solo moto de mi persona se estremece la tierra como si por ventura fuera un terremoto. Y en fin soy tal que donde hinco mis ojos, pego fuego.

NARTICOFORO. Non m'era ancora pervenuto ad aures cosa alcuna di queste tue prove.

DANTE. Pues, ¿como no habeis oido por estos mundos mis grandes valencias?

NARTICOFORO. Nunquam, non mai.

DANTE. ¿Sabeis porqué? en solo poner mano á mis armas, el temblor de los enemigos es tan grande que luego vereis huir quien por acá y quien por acullá, quien se nasconde y quien muere de temor; y de esta manera jamás ninguno vee lo que yo hago.

NARTICOFORO. Dunque, io son nato secundis avibus, ché mai non m'accadde vederlo.

DANTE. Pues, decid de que muerte quereis que le hagamos perecer: toma este librecillo donde están dibujadas seiscientas suertes de muertes, escoje cual quereis que le hagamos provar.

NARTICOFORO. Per dirvi il vero, non vorrei mandarlo all'orco.

DANTE. ¿Que horca? Valgate todos los diablos, ¿que soy yo por ventura verdugo, que tengo de ahorcar?

NARTICOFORO. Orco, idest, cioè alle case di Dite, nel Tartaro abissale: cioè che non vorrei ucciderlo.

DANTE. ¿Como si dijese cortarle un brazo, las piernas, o llevarle medio casco?

NARTICOFORO. Non tanto, no.

DANTE. Pues, ven acá: quiero yo que le hagamos una burla.

NARTICOFORO. Dic sodes, dite di grazia.

DANTE. Sabed que yo tengo una espada de corte tan delgada y sutil que, dándole por detrás muy diestramente, le cortaré la cabeza con tanta destreza que apenas sentirá si es pulga que le morde; y andará sin saber que está descabezado, y cuando irá por abajarse, caerá la cabeza acá y el cuerpo acullá, y asi se le saldrá afuera la sangre y el ánima.

NARTICOFORO.

_Purpuream vomit ille animam sanguine místam, Vitaque cum gemitu fugit indignata sub umbras._

Ma questa mi pare una deterrima burla per lui.

DANTE. Quereis que le haga morir con un resuello o con un esternudo.

NARTICOFORO. Dunque, si può interficere un uomo con queste cose?

DANTE. Espera, que os lo quiero hacer ver, _aheh, aheh._

NARTICOFORO. Apage, apage, non vo' veder questa esperienza, io.

DANTE. Non puedo yo obras obrar con mis manos con tanta lijereza que donde toquen no despedacen carnes y huesos de tal manera que se pueden hacer salchichas de ellas; pero matemosle con un espanto.

NARTICOFORO. Come con lo spavento?

DANTE. Yo me paro el rostro en acto tanto fiero y espantable que non hay hombre que en viéndome no se hiele de cabeza á pies de temor, y que no le venga la cuartana.

NARTICOFORO. Dubito che la quartana non la facciate venire a me.

DANTE. Cuando vuelvo mi cara, cerrad los ojos y no temais.

NARTICOFORO. Cosí farò.

DANTE. Pues ¿donde está este, que hemos de enviar a los reinos de Pluton? A las armas, cuerpo de quien me parió, que es esto? Ya es hora de almorzar y no he matado una docena de hombrecillos; porque juro que en diez anos no he estado tan ocioso como ahora.

NARTICOFORO. Qui abbiamo avute le risse e le altercazioni.

DANTE. ¿Habeis hecho tañer las campanas á muerto?

NARTICOFORO. Non io.

DANTE. Andad, que no es mi eostumbre poner mano á la espada sino que primero la haga tañer. _Ppu_, ¡ya me viene el hedor de su cuerpo podrido!

NARTICOFORO. Vo dunque. Mi allargarò piú tosto per il timor che mi assale.

DANTE. Ahora bien, andad, que yo entretanto sacaré mí.

SCENA V.

ESSANDRO, Narticoforo, capitan Dante.

ESSANDRO. Ancor sei qui, pedantaccio? non m'hai tu promesso partirti?

NARTICOFORO. «Arma virumque cano». Capitan Dante, mio Ercole alexicaco, aiutami!

DANTE. ¡Holá! quien va allá, tenganse y hinquense de rodillas, y hinchad, que os quiero dar un sopapo, si no juro por vida de quien soy que os mataré á puros boffettones, que por ser vos un muchacho, no sois hombre para mí.

ESSANDRO. Vien qui, mascalzone, ch'io ti vo' far conoscere che son miglior uomo di te.

DANTE. Yo te la doy por vencida, que en la cuenta de poltrones eres mejor que yo.

ESSANDRO. Fatti innanzi, poltronaccio.

DANTE. No me venga ninguno con bravadas, que en solo poner mi brazo en postura hago caer los hombres muertos. Y yo haré que essa palabra te cueste más que el queso á los ratones.

ESSANDRO. Volta la faccia qua, codardo.

DANTE. Los diablos me te trajeron delante.

ESSANDRO. Non sei una gallina tu? rispondemi.

DANTE. Anda, majadero, que si yo fuera gallina, con essos tus puntapies ya me habrías quebrado los huevos en la madrecilla.

ESSANDRO. Che vai facendo per questa strada?

DANTE. La calle es comun, y puedo pasear como cada uno.

ESSANDRO. È commune, se tu hai da appicarti in quella. Dimmi, che vai facendo per qua?

DANTE. Voy en busca de un amigo.

ESSANDRO. Farai come quello che gioca, che va buscando danari e trova bastoni. Ma cosa è questa che tu altro hai qui sotto?

NARTICOFORO. Il mio verbere, la mia fustiga, il mio baculo magistrale.

ESSANDRO. Con questa fustiga fustigherò te, ché per adesso io non mi vo' imbrattare le mani di sangue di pedante.

NARTICOFORO. Gentiluomo de indole prestantissima, «cedant arma togae»: non far questa ingiuria a questa toga venerabile.

ESSANDRO. Vien qua tu, alzami costui su le spalle.

DANTE. Soy para esso muy flaco de lombos.

ESSANDRO. Finiamola, poltronaccio.

DANTE. Dadme essas manos, ¡con todos los diablos!

NARTICOFORO. Ah, gentiluomo--ti vo' comporre un ottastico di versi scazonti, coriambici, anapestici, proceleusmatici, e vo' che dichino ne' capiversi il tuo nome,--non far ch'io vápuli come un putto!

ESSANDRO. Ti vo' proprio vapular come un putto.

NARTICOFORO. Avertite che fate falso latino: ché «vapulo» est verbum deponens, idest quod deponit significationem activam et retinet passivam: però «ego vapulo», io son battuto; non «vapulo», io batto.

ESSANDRO. Tu stai a cavallo e impari lo falso latino a me! Ma questa mattina io ti ho dato lo latino; e adesso vo' che lo facci a cavallo, e voglio che numeri le bòtte con la tua bocca, e come fai errore, cominciarò da capo.

NARTICOFORO. Fermate, di grazia; non cominciate ancora. Come volete che numeri, adverbialiter: semel, bis, ter; overo numeraliter: unus, duo, tres; overo ordinaliter: primus, secundus, tertius?

ESSANDRO. Non tante parole: stendi le gambe; se non, che te le farò tener da un fachino.

NARTICOFORO. Fate almeno che mi reminisca l'interiezioni dolentis.

ESSANDRO. _Taf_.

NARTICOFORO. Heu, unus!

ESSANDRO. _Taf_.

NARTICOFORO. Uhá, duo!

ESSANDRO. _Taf_.

NARTICOFORO. Oh, tria!

ESSANDRO. _Tif, taf, tif_.

NARTICOFORO. Heu, oh, uhá, quater: a quatuor usque ad centum sunt indeclinabilia.

ESSANDRO. Vuoi partirti?

NARTICOFORO. Mi partirò quanto ocius; se non, vo' essere trucidato.

ESSANDRO. Lascialo calar giú. Avèrti, ascolta bene: all'altra, io ti passerò questa spada per i fianchi.

NARTICOFORO. Oh, come m'hai difeso, capitan Dante! ti dovereste piú tosto chiamar capitan Recipiente che Dante!

DANTE. ¿Parecete cosa conveniente que yo ponga mano á las armas para reñir con un rapaz, con un mancebo? ¿no sabeis vos que no es costumbre los leones pelear con ratones, sino con animales feroces? ¡Ponedme á combatir con hombres bravos y vereis lo que sabré hacer!

NARTICOFORO. Ecco il mio inimico!

SCENA VI.

PANTALEONE spagnolo, GERASTO.

PANTALEONE. ¿De manera que no sabeis como me llamo?

GERASTO. Non io.

PANTALEONE. El capitan Pantaleon, destruidor de castillos, asolador de ciudades, dejarrettador de ejércitos y desplanta campaña.

GERASTO. Potrebbe essere che fussi sfrattacampagna, perché spesso fuggi.

PANTALEONE. Porque hallándome en medio de un ejército de enemigos, así siego piernas, cabezas, brazos y cuerpos, como el villano segador siega el trigo con la hoz; y cuando yo combato, es menester que haga tres cosas á un mismo tiempo: con el brazo derecho cortar hombres al través; con la izquierda tener alto el broquel para defenderme de los brazos, piernas y cabezas que llueven por el aire; y con los puntapies apartar los cuerpos destrozados, para que no me cerquen á la redonda y me sepulten vivo.

GERASTO. Dunque, non bisogna starvi molto vicino?

PANTALEONE. Antes huir luego, porque alguno de estos miembros cortados no te coja y te meta en las entrañas de la tierra. Yo me llamo Pantaleon matador de panteras y leones; y quando tengo alguna entre las manos, la desuello como se fuera oveja, y me visto de la piel y me voy entre los bosques y me junto con ellos, y juntándome azgo una con una mano y otra con la otra por los pezcuezos, y doyles con las cabezas de tal manera que le hago saltar los huesos por los ojos; y como otros van á cazar pájaros y liebres, yo voy á cazar panteras y leones.

GERASTO. Piú tosto a caccia di cappe e ferraioli.

PANTALEONE. Ahora escucha esta otra caza.

GERASTO. Non piú, di grazia.

PANTALEONE. Escucha, viejonazo, si no vate ahorca.

GERASTO. M'andrò piú tosto ad appiccare che ascoltarne piú.

PANTALEONE. ¿Pero donde están los ejércitos de estos tus enemigos?

GERASTO. Io non ho inimicizia se non con un solo che será qui tosto.

PANTALEONE. ¿Un solo, ah? ¿o más de uno? juro por esto poderoso brazo y por esta tajadora espada, con la cual he hecho tantas hazañas en essas nuevas y vejas Indias, que si no fuesses pobre hombrecillo te enviaría por embajador de las ánimas dañadas.

GERASTO. Per adesso non ho altri inimici.

PANTALEONE. Pues, no es menester poner mano á la dorlindana: con el puño solo, con un dedo, con un soplo, con un pelo de mis barbas, le haré más agujeros en lo cuerpo que no tiene un hervidero. Pero decidme, ¿esta mañana ha dicho la de mi tierra este tu enemigo?

GERASTO. Non so qual sia questa di tua terra.

PANTALEONE. Por causa mia han añadido á la: de Pantaleon.

GERASTO. Non l'ha detta certissimo.

PANTALEONE. Peor por él.

GERASTO. Ma ecco l'inimico, e porta seco un altro bravo. Bisogna menar le mani, signor capitan Pantaleone.

PANTALEONE. Teneos, que me pongo en orden: ¡ay de mí! que haré, que juro si me pegan las haldas traseras de la camisia, cierra los ojos, para que el resplandor de la espada no te haga cegar.

SCENA VII.

NARTICOFORO, capitan DANTE, GERASTO, capitan PANTALEONE.

NARTICOFORO. Ecco il vecchio mio inimico, capitan Dante; bisogna mostrar valore!

DANTE. Boto á Dios que soy la mayor gallina covarde que hay en el mundo. Pero yo dissimularé cuando pudiere.

PANTALEONE. Yo estoy aquí.

DANTE. Y yo también estoy aquí.

PANTALEONE. ¡Sus, á las armas!

DANTE. ¡Sus, á las manos!

PANTALEONE. Llegaos, fanfarron.

DANTE. Llegaos, picarazo.

PANTALEONE. Sino os llegais vos, llegareme yo.

DANTE. Yo os vendré a encontrar.

PANTALEONE. ¿Pero que hace esta mi espada tanto tiempo en la vaina?

DANTE. Yo quiero que provais una estocadilla de esta mi chabasca que sabe mejor hallar la via del corazon que la tienta del cirujano la herida.

PANTALEONE. ¡Ay, pecador de mí! la sangre me se hiela y el corazon me da más badajadas, que el reloj de Palacio.

DANTE. Yo tiemblo de temor. Esfuérzate, traidor, y haz de las tripas corazon.

PANTALEONE. Oh, serán más duras tus carnes y huesos que esta mi espada.

DANTE. ¡Oh cuanto tardo a matarte! pues tengo menester d'essos tus huesos para hacer un par de dados.

PANTALEONE. Y yo he menester de esse tu pellejo para hacer un zurron de traer naipes.

DANTE. Esta stocada no repararas, que passará una torre, aunque sea la de Babilonia, de una parte á otra.

PANTALEONE. A este revés no tendrás reparo, que juro portará una galera por través.

DANTE. Yo te arrebataré d'essos cabellos, y te arrojaré cinco jornadas más acullá de los montes Pirineos.

PANTALEONE. ¡Ah, villano montañero!

DANTE. ¡Ah, ladron ciudadano!

PANTALEONE. Oh, beso las manos de V. M., señor capitan don Juan Hurtado de Mendoza, de Ribera, de Castilla.

DANTE. Beso a V. M. mil veces las manos y los pies, señor capitan don Pedro Manriquez, Leyna, Guzman, Padilla y Cervellon.

PANTALEONE. ¿Pues como en estas partes y tanto tiempo que no le he visto?

DANTE. Vengo de las Indias del Perú, donde habiendo yo acabado de conquistarlas, dejado he en aquellas partes muy grandes palacios y rentas, y por remuneracion de mis servicios me ha dado el rey don Felipe un capitanazgo de infantaria en este reino, con ventaja de quinientos mil maravedis; y mientras los venia á gozar, los bandoleros me desbalijaron por el camino; y por está desgracia me hallo en la manera que me veis.

PANTALEONE. Y yo también me he hallado en la conquista del reino de Portugal, y por merced de mis grandes y señalados servicios susodichos, me tiene aquí entretenido con paga conveniente á mi persona.

DANTE. Pensaban estos viejonazos que por los hijos de puta de sus ojos bellidos nos habriamos aquí de agujiar y despedazar.

PANTALEONE. Si, por cierto, allanado estaba la cuenta.

GERASTO. Forastiero, questi bravi per non azzuffarsi e porsi a pericolo di ferirsi, si sono accordati insieme.

NARTICOFORO. Cosí mi pare, e videre videor trattato da un barbagianni.

GERASTO. Poco anzi diceva che si chiamava Pantaleone e or dice che si chiama don Pedro Caravaial.

NARTICOFORO. Oh, come arei a caro che la rabbia che avevamo contro noi, la disfogassimo contro loro!

GERASTO. Io son del medesimo parere.

NARTICOFORO. Io ho sotto il mio baculo magistrale.

GERASTO. Io ho un legno qui presso.

NARTICOFORO. Orsú, diamogli adosso!

GERASTO. Adosso!

DANTE. ¿Que haceis? teneos, viejos mohosos, picaros ¡á tras, á tras!

PANTALEONE. ¡Válame Dios, que estos vellacones no quieren irse de mi presencia, que juro que si pongo mano á la mi espada, os haré mil pedazos!

GERASTO. Ah, furfanti!

NARTICOFORO. Ah, poltronacci!

PANTALEONE. ¡Teneos, teneos!

GERASTO. Orsú, la rabbia l'abbiamo sfogata con costoro.

NARTICOFORO. Sí bene; ma io exoptava dilucidarmi del vostro fatto.

GERASTO. Ecco, sia lodato Iddio, chi ci torrá d'ogni dubbio.

NARTICOFORO. Ecco chi ne può dilucidar del tutto.

SCENA VIII.

PANURGO, GERASTO, NARTICOFORO.

PANURGO. (Che sieno maladetti quei corbi che non ti cavaro quelli occhi, ché non m'avessero veduto. Eccomi incappato nella rete che ho teso. Se fuggo gli pongo in maggior suspetto: o che contrasto che nascerá fra noi tre!).

GERASTO. Signor Narticoforo, oh come vi veggio volentieri!

NARTICOFORO. Signor Gerasto, oh come opportune advenis!

PANURGO. (Che farò, che dirò? o bugie correti a monti, a diluvi per liberarmi da questo incontro). Voi siate gli ben trovati!

GERASTO. Signor Narticoforo, di grazia, dite, chi sète voi?

NARTICOFORO. Signor Gerasto, di grazia, dite, chi sète voi?

PANURGO. Desidererei saper ben prima da voi: sapete chi sia io?

GERASTO. Io lo so bene.

NARTICOFORO. Ed io ancora mi penso saperlo quam optume.

PANURGO. Dunque, se lo sapete, perché me lo dimandate?

GERASTO. Lo dimando per sapere se sei me.

NARTICOFORO. Ed io ancora flagito, posco, peto, rogo saper se sei me.

PANURGO. Con una risposta sodisfarò ad ambiduo. Io essendo me, non posso essere né te né lui.

GERASTO. La differenza che avemo fra noi, è se siate me o lui.

NARTICOFORO. Sí bene, non desidero saper altro se non se sète lui o me.

PANURGO. Diavolo, fammi essere altro se non che io.

GERASTO. Questo sappiamo bene; noi disiamo sapere voi chi sète.

NARTICOFORO. E per questo vi dimandiamo: voi chi sète?

PANURGO. Io son io, né posso esser altro che io.

NARTICOFORO. (Questi m'ave ottuso e retuso il cervello e postomi in tanta ambage che omai non so discernere se io sia io o un altro). Se tu sei me, io non posso esser io; e se io non son io, sarò un altro; e quello chi è o chi fu? Se tu non vuoi dirci io chi sia né costui né tu stesso, dicci almeno, chi sei di noi duo.

GERASTO. Di grazia, fatene questo piacere, chi sei di noi duo?

PANURGO. V'ho detto dieci volte ch'io son io e voi sète voi, né io posso essere alcun di voi.

NARTICOFORO. Oh, non posso far rispondere costui ad petita! Volgeti a me, parlami sine perplexitate: sei Gerasto come hai detto a me, o Narticoforo come hai detto a costui?

PANURGO. Mira con che arroganza mi parla! hai tu qualche imperio sovra di me, che sia forzato a dirti io chi sia? Io son chi piace essere a me.

NARTICOFORO. Io non mi curo che tu sia chi piace essere a te, ma non vorrei che dicessi che sei me.

PANURGO. Che dunque vorresti, ch'io non fusse niuno?

NARTICOFORO. Anzi, che non foste ad un tratto tre.

PANURGO. Orsú, fatevi tre pezzi di me, e ognuno si pigli la parte sua.

SCENA IX.

PELAMATTI, FACIO, PANURGO, GERASTO, NARTICOFORO.

PELAMATTI. Tanto sará l'andar cercando questi per Napoli?

FACIO. «Come Maria per Ravenna». Ma tu chi miri?

PELAMATTI. Facio, colui che ragiona con quei vecchi, mi par colui che mi tolse le vesti.

FACIO. Mira bene che non facci errore.

PELAMATTI. Egli è certissimo. Non vedete che le tien sovra?

FACIO. Giá le conosco. Taci tu, lascia dire a me. Galante uomo, vi vorrei dir due parole.

PANURGO. (Oimè, costui deve essere il padron delle vesti! O terra, apriti e ingiottimi vivo!). Sto ragionando con questi gentiluomini di cose d'importanza.

FACIO. Adesso adesso vi spediremo.

PANURGO. (Che farò per scappar dalle mani di costoro?).

FACIO. Vorrei sapere se sète Facio, dottor di leggi.

PANURGO. Perché me ne dimandate?

FACIO. Ho buona relazion di voi, vorrei servirmi di voi per avocato....

PANURGO. (Bene, che non è quel pensava!).

FACIO....Voi dunque sète Facio?

PANURGO. Io son Facio, vi dico; ma, di grazia, parlate piú basso.

FACIO. Ch'io parli basso? parlerò tanto alto che m'oda tutto lo mondo. Menti che tu sii Facio, che Facio son io, e tu col farti me, mi togliesti le vesti mie.

PANURGO. Saran vostre, se me le pagherete; e voi pigliate errore.

FACIO. Error pigli tu, se pensi che voglia pagar il mio.

PANURGO. Fermatevi, non m'usate forza.

FACIO. È lecito usar forza a tòrre il suo dove si trova.

PANURGO. Voi forse pensate che sia una bestia?

FACIO. Bestie stimaresti tu noi, se ti lasciassimo la robba nostra.

PANURGO. Tanto fusse tua la vita! Ma ascoltate.

FACIO. Che vuoi che ascolti? Pelamatti, pela tu questo matto, toglili le vesti; e se non si lascia pelare, peliamolo a pugni.

PELAMATTI. Lascia, ladro assassino!

PANURGO. Voi mi spogliate in mezzo la strada e mi chiamate ladro assassino.

GERASTO. Mira con quanta prosonzione costoro lo trattano male!

NARTICOFORO. Devono esser genti senza vergogna o non lo devono conoscere o l'aran preso in cambio.

PANURGO. Ah, ah, ah! or m'accorgo che tutti e tre siamo ingannati. Ascoltate. I giorni a dietro da maestro Rampino mi feci far certe vesti da dottore; e aspettando questa mattina le vesti, vedo questo giovane che le portava sotto. Dimando:--Di chi sono?--mi risponde:--Di Facio.--Io che mi chiamo Famazio, pensai subito che avesse smenticato il nome, che sono simili Fazio e Famazio; e me le presi per mie. Ma or che m'avveggio, avea fatto un bel guadagno! che dove il mio panno è finissimo e val dieci scudi la canna, questo appena val cinque Ma per mostrar che son gentiluomo, andrò a maestro Rampino e gli dirò che vi dia le mie vesti per tutto oggi--ch'or mi rincresce spogliarmi,--e fra tanto vi darò trenta scudi in pegno, dove queste non vagliono quindici.

FACIO. (Pelamatti, tu hai fatto contro il tuo nome: ti pensavi pelar un matto e pelavi un savio). Datemi gli trenta scudi in pegno per tutto oggi, e mi contento; delle vostre vesti io non me ne curo altrimenti.

PANURGO. Conoscete voi quel medico?

FACIO. Conosco benissimo.

PANURGO. Vi contentate ch'egli ve gli dii per me?

FACIO. Contento. Ma perdonateci, di grazia, se non sapendo questo, fusse trascorso piú del dovere.

PANURGO. Gerasto, vedete quel galante uomo?

GERASTO. Vedo.

PANURGO. È scemo di cervello. Venendo da Roma, lo trovai nell'osteria; e ragionando come si suole, dicendogli che veniva in casa di un medico famoso, mi pregò che l'introducesse a voi che lo guarissi d'una infirmitá che patisce, non so se umor maninconico o discenso lunatico. Parla sempre di vesti, di trenta scudi, di pegni e simil cose, e le replica mille volte; ma le dice con tanto proposito che lo giudicaresti un filosofo. E alcune volte il giorno gli piglia questa pazzia--quando, credo, si muove quello umore,--onde ti viene adosso e ti vuol spogliar le tue vesti con dir che sieno sue, che è una cosa mirabile.