Chapter 5
NEPITA. Ho da burattar la farina per i maccheroni, e voi mi trattenete: lasciatemi andare.
NARTICOFORO. Bona verba, quaeso, ascoltiate.
NEPITA. In casa voi non alloggiarete, ben potrete andar altrove.
GRANCHIO. Bel modo di ricevere i forastieri amici del padrone!
NEPITA. Se non gli farò qualche burla, non mi torrò oggi questo barbagianni dinanzi.
NARTICOFORO. Dammi udienza, di grazia.
NEPITA. Eccovela.
NARTICOFORO. Ah, pedissequa, ancillula, scortulo, meretricula, che m'hai ottenebrati gli oculi con questa tua farina. Proh Iupiter, che l'avesse nelle mani per dilaniarla in mille frustuli!
GRANCHIO. Ecco, trovate vere le mie parole. Quanto era meglio credere e non voler provare. Ella è dentro, e noi, come quelli che non entrano mai, siamo restati fuora.
NARTICOFORO. Il canchero che ti mangi! abi in malam crucem! Costei deve essere qualche fantesca ignorante: che sa dei fatti del padrone?
GRANCHIO. Fate quanto volete, troverete vere le mie parole.
NARTICOFORO. Lasciami confabular con Gerasto, cosí vedremo chi arà ragione. Batti le valve con veemenzia, che scappino dalle fibie e contignazioni.
GRANCHIO. E pur volete battere le porte: avete la rabbia con i padroni e la volete sfogar con le porte.
NARTICOFORO. Se mi fai irascere, batterò te per lei.
GRANCHIO. Ecco s'apre di nuovo. O iudiciosa porta, quanto devi esser savia, poiché come stai per esser battuta, t'apri da te stessa.
SCENA IX.
PANURGO, NARTICOFORO, GRANCHIO.
PANURGO. O amico colendissimo, ben venghi il mio Narticoforo romano!
NARTICOFORO. O Geraste, patronorum patronissime, dii deaeque omnes te sospitent et salvum faciant, ben trovato per una miriade di volte!
GRANCHIO. (Costoro si conoscono: la cosa non va buona per me).
PANURGO. Dove è Cintio vostro figliuolo?
NARTICOFORO. Nel diversorio, ché per non essere assueto a viaggi, recumbe nel pulvinare; ma verrá quanto ocius. Ma certo, Gerastule, Gerastule lepidule, voi stesso vi lacèssite d'ingiuria, chiamandovi decrepito, che per la Dio mercé non mi parete di quaranta anni.
PANURGO. L'aria di Napoli è cosí sottile che nasconde gli anni alle persone.
NARTICOFORO. Mi scrivevate aver i piedi obsessi da nodose podagre; or veggio che gli avete scarni e delicatuli.
PANURGO. Scherzava cosí con voi, intendeva per le podagre due figlie che aveva da maritare.
NARTICOFORO. Oh lepidum caput!
PANURGO. Ma sia come si vogli, son al vostro comando.
NARTICOFORO. Ecco son venuto a tòrvi questa podagra e addossarla al mio figliuolo.
PANURGO. Di questo mi doglio ben, che v'abbiate tolto invano questo travaglio.
NARTICOFORO. Igitur, ergo, dunque col mio solo figliuolo si potevano far queste nozze?
PANURGO. Voi non sapete che voglia inferire?
NARTICOFORO. Nol posso ariolare, se non lo dite prima.
PANURGO. Dico che mi dispiace che siate venuto in Napoli, non potendosi piú effettuare questo matrimonio.
NARTICOFORO. La cagione?
PANURGO. I giorni a dietro, medicando lo spedale degli Incurabili, o fusse l'aria infetta di quel luogo o qualche occulta specie di peste, come tengo ben fermo, mi prese tutto e mi venne un spedal di malattie adosso. Questa mia figlia mi serviva a medicarmi e a mutarmi gli empiastri; fra pochi giorni, le venne la medema infirmitá e dal bellíco in giú l'ha tutta rósa e divorata, che non può piú servir per femina. E di piú, le è discesa una ernia di sotto, che è piú tosto un mostro che umana creatura; e ogni cosa che tocca infetta della medema peste. A me il male ha profundato le parti di dietro, e sono incancherite. Onde la poveretta non bisogna che piú si mariti, ma che si muoia in casa overo in un monistero, benché sian brevi i giorni suoi.
NARTICOFORO. Perché prima che mi fusse accinto a questo itinere, non mi avete reso cerziore di questo fatto?
PANURGO. Che strada avete voi fatta al venire?
NARTICOFORO. Dal Garigliano abbiam attraversata la via e venuti per Linterno, dove Scipio piangendo l'ingratitudine della patria commutò la vita con la morte. Poi, per la silva Gallinaria siamo venuti a Puteoli, detta cosí «_a putore vel a Puteorum multitudine_».
PANURGO. Ed io ho inviato una posta tre giorni sono per la via di Aversa e di Capua.
NARTICOFORO. Non mi potrete dar voi Ersilia, l'altra figlia? che parvi? refert sia l'una o l'altra, anzi mi piace piú di Cleria per non essere tanto formosa.
PANURGO. Piacesse a Dio che fusse viva, ché saressimo fuora di questi intrighi! sono piú di quattro mesi che si morio.
NARTICOFORO. Voi non me ne avete fatto parola mai.
PANURGO. Non mi parea convenevole, trattando di matrimoni e allegrezze, mescolarvi con augúri di morti.
NARTICOFORO. Io non parlo sine ratione; ché--avendomi voi interpellato la lezione, ché la mattina leggeva lo sesto di Virgilio con commune applauso degli audienti, e la sera le _Regole_ di Mancinello; e fattomi profugo da' regni latini--dalla cittá romulea son venuto qui in Palepoli seu Neapoli con auspici di copular un mio figlio in matrimonio; e ragionandosi di ciò tra consanguinei e amici in Roma--ché per la Dio mercé vi siamo di qualche conto--e or tornando alla patria senza la nuora, pensaranno qualche cosa cattiva di me o del mio figliuolo, ché le genti sono piú acconcie a credere il male che il bene. Però mi reduco genuflexo a deprecarvene.
PANURGO. Padron mio caro, non saprei che fare per rimediarci.
NARTICOFORO. Geraste carissime, se forse accipiendo informazione di me o del mio figliuolo, avete inteso qualche cosa che vi spiace--perché si trovano genti che multa dicunt,--o forse la dote è troppa o la mia supellettile è poca, ditelo alla libera, ché potremo rimediare al tutto.
PANURGO. Il parentado è cosí buono ch'io nol merito, la dote posso facilmente pagarla e giá i dinari erano in banco.
NARTICOFORO. Non potrei io entrar in casa e veder questa vostra figlia cosí abrosa?
PANURGO. Io non posso farvi intrare in casa mia, ché per esservi dentro la peste, come vi ho detto, con accostarvi solo alla porta o toccar queste mura, vi viene adosso la medema infirmitade: onde mi dispero di non potervi onorare, come è mio debito, meno di un becchier d'acqua. Ma farò che Cleria mia venghi giú, su la porta. O di casa, fate calar Cleria mia figlia; e recate un poco d'aceto per unger le mani, acciò il tufo e l'aria appestata non infetti questi gentiluomini.
NARTICOFORO. Gerasto caro, accioché sappiate chi sia io, io son quello che ho commentato il _Bellum grammaticale_, la _Priapeia_ di Virgilio; ridotte in compendio le _Regole_ di Mancinello e del Valla; enucleati sensi profundissimi, reconditissimi e abstrusissimi di Prisciano; fatte postille e scòli alle _Epistole_ di Cicerone: talché vòlito per ora virorum e per tutte le scole si parla di me. Ricordative che voi mi proponeste questo partito e io era piú avido rifiutarlo che accettarlo, ché alla mia prole non mancano matrimoni nella sua patria. Ma voi tanto mi sollecitaste e mi postulaste con iterati internunzi e chirografi, che mi facesti cadere; e or con le parole non s'accordano i fatti.
SCENA X.
MORFEO, PANURGO, NARTICOFORO, GRANCHIO.
MORFEO. Che volete, pa... pa... padre caro?
PANURGO. Narticoforo caro, eccovi un poco di aceto, ungetevi le nari, togliete questa balla di profumi.
NARTICOFORO. O mi Deus, o Iuppiter, che mostro è questo? mi incute terrore!
PANURGO. Ecco, vedetela, miratela a vostra posta.
GRANCHIO. A me ha fatto passar la voglia di mangiare.
PANURGO. Camina qua, Cleria mia.
MORFEO. No, no po... posso, pa... padre mio.
PANURGO. Orsú, entra in casa.
MORFEO. Vo... volete altro, pa... padre caro?
PANURGO. Non altro, figlia, coltello di questo cuore; va' e còrcati. Non togliete, di grazia, la balla dal naso, finché non sia entrata e ventilata quest'aria rimasta infetta per il suo apparire. Avete visto mia figlia? Or vedete, da cosí bella giovane qual era, la violenza del morbo a che l'ha ridotta e come l'ha contrafatta!
NARTICOFORO. Che sfinge, che arpia, che Medusa con la testa crinita di serpenti!
PANURGO. Assai piú difforme è quello che cuopre la gonna, che quello che appar di fuori.
NARTICOFORO. Uhá, uhá, che orribil putore che vi ha lasciato: par che sia un putrido cadavere! O che pettuscolo niveo dove sta spaziando Venere con gli Amori! Ma io dubito, Gerasto, che non vogliate ludificarmi; e poiché voi la volete romper meco, io la romperò vosco. Queste non son cose di viro probo, trattar cose di onore e venir meno della parola. Io mi armerò di iambi e di endecasillabi; narrerò lo fatto in modo che la presente e la futura etade non ignori questo facinore: durerá col tempo, che si leggeranno per i trivi publichi e per i triclini.
PANURGO. Fate quel che vi piace: non so che farvi. Perdonatemi, ho da fare a casa.
SCENA XI.
ESSANDRO, NARTICOFORO, GRANCHIO.
ESSANDRO. (Eccolo, mi sforzerò spaventarlo talmente che sgombri questa cittá). Deh, se posso trovar uomo che me lo facci conoscere, se non il farò pentire d'aver posto piede in Napoli, voglio essere sbranato in mille parti!
NARTICOFORO.
(Pape Satan, pape Satan, aleppe!
Granchio, questi è un troiúgeno Ettore o un Aiace flagellifero!).
GRANCHIO. (Ascoltiamo che dice).
ESSANDRO. Ancora che fusse in mezzo un essercito de nemici, farò tal scempio di lui che non vo' che lasci segno alcuno d'esser stato nel mondo. Che mi curo io di vita? che di giustizia? Dieci anni di vita piú o meno non m'importa.
GRANCHIO. (Chi ardirebbe toccar a costui la punta del naso?).
ESSANDRO. Mi dicono che è romano e maestro di scuola, e che si chiama Arcinfanfano. Dimandarò ogniuno che incontro, accioché per negligenza non resti di trovarlo.
GRANCHIO. (Or so che dice di maestro di scuola e di romano. Fuggete, padrone).
NARTICOFORO. (Io sono insonte, non sono stato infenso ad alcuno).
GRANCHIO. (Mirate che ciera, che guardo fiero!).
NARTICOFORO. (Le ciere torte e i guardi fieri non pungono né tagliano. Dimandagli un poco chi sia).
GRANCHIO. (Non son uomo da questioni).
NARTICOFORO. (Sii almeno da parole).
GRANCHIO. (A questo sí, son buono, e non ve ne farò mancar mai; ma avertite che, venendo egli a fatti, io lascio le parole).
NARTICOFORO. (Sará meglio arripere la fuga).
ESSANDRO. Vien qua tu: perché fuggi?
NARTICOFORO. Voleva andare, amicto, exonerare il ventre delle superfluitá della digestione.
ESSANDRO. Dimmi, tu chi sei?
NARTICOFORO. Né romano né ludimagistro.
ESSANDRO. Alla puzza de' piedi conosco che sei pedante. O tu sei quel desso o devi conoscere quel pedante ch'io cerco. Conosci tu Narticoforo romano?
NARTICOFORO. Ti giuro per il quaternario e per la brassica ch'io non lo conosco.
ESSANDRO. Che quaternario? che brassica?
NARTICOFORO Pythagoras, philosophus philosophorum, giurava per lo numero quaternario; iuro ego similiter per numerum quaternionem. E Socrate, che fu giudicato dall'Oraculo per il sapientissimo di viventi, giurava per la brassica.
ESSANDRO. Alla loquela e all'abito mi pari un pedante.
NARTICOFORO. Non aedepol, non Hercle, non certo, non son unquanco....
ESSANDRO. Vien qua tu: conosci costui chi sia?
GRANCHIO. Nol conosco né il viddi pur una volta.
ESSANDRO. Se non mi dici chi sei, ti passerò questa spada per i fianchi.
NARTICOFORO. Saltem, annunciatemi, in che v'ha egli offeso?
ESSANDRO. Non si vergogna questo pedante pedantissimo, feccia di pedanti, voler fare una mia cugina per moglie al suo figliuolo. Siamo dieci nipoti congiurati insieme di ammazzarlo, perché l'abbiamo promessa maritare con un nostro parente, e ci va la vita di tutti; e noi per non essere uccisi tutti, vogliamo uccider lui.
NARTICOFORO. Quid igitur faciendum?
ESSANDRO. Fuggir subito da questa cittá.
NARTICOFORO. Lubenter faciam: non mi darete voi tempo ad colligendum sarcinulas?
ESSANDRO. Abbi mezza ora di tempo. E se per disgrazia dirai nulla di ciò che ti ho detto a Gerasto, guai a te! il pezzo maggior sará l'orecchia.
NARTICOFORO. Mi partirò adesso adesso.
ESSANDRO. Verremo insino a Roma ad ucciderti: non so io che abiti vicino al Culiseo?
NARTICOFORO. Non certo: alla Rotonda, sí.
ESSANDRO. Cosí prometti, fa' che l'attendi, se non..., misero te! (Io mi tratterrò da qui intorno per far un'altra bravata a Gerasto che, cosí vestito da maschio, non será per conoscermi).
SCENA XII.
SPEZIALE, PANURGO, MORFEO.
SPEZIALE. (Veggio un uomo innanzi la porta di Gerasto). Gentiluomo, qui m'invia Gerasto medico, che facci un serviggiale ad un forastiero ammalato. Se sète di casa, mi sapreste insegnar dove abbiti?
PANURGO. Entra in questa camera terrena, presso la scala, che lo troverai giacente infermo. Di grazia, disponetelo prima con belle parole, poi fate l'ufficio vostro.
SPEZIALE. Volentieri. Non mi darete voi due legna, che possa riscaldar questo pignatino?
PANURGO. Fratello, noi siamo forastieri, legne non ne abbiamo; fate il meglio che si può.
SPEZIALE. Cosí farassi.
PANURGO. (Come fui sciocco questa mattina non rispondere alcuna cosa a questo fatto; ché difficil cosa mi pare che Morfeo si conduca a farselo. Egli è tristo a tutta passata, e dubito non facci delle sue e ruini il negozio).
MORFEO. Va' via, parteti di qua.
SPEZIALE. Che faresti se t'apportassi alcun male, che, apportandoti la sanitá, cosí mi scacci?
MORFEO. Sia maladetta la sanitá che vien per tal via!
SPEZIALE. Fratello, nessun male si scaccia con piacere.
MORFEO. Mi fai del filosofo ancora. Fuggí di qua e fai bene.
SPEZIALE. Lásciatelo fare, e fai meglio.
MORFEO. Eh, va' via!
SPEZIALE. Eh, férmati!
MORFEO. Levamiti dinanzi, dico.
SPEZIALE. Io non ti sto innanzi ma dietro.
MORFEO. Dici il vero, che dovunque mi volgo, mi ti trovo dietro; par che sii l'ombra mia.
SPEZIALE. Tutto è per tuo bene.
MORFEO. Vuoi tu un buon consiglio? Vattene via ben presto.
SPEZIALE. Vuoine tu un altro migliore? lásciatelo fare.
MORFEO. Tu sei risoluto non partirti?
SPEZIALE. Tu indovini, se prima nol faccio. Fa' buon animo.
MORFEO. Come ho a far per far buon animo?
SPEZIALE. Rissoluzione: cala la testa, stringi i denti e tira il fiato a te.
MORFEO. Cosí farò.
PANURGO. (Pur alfin s'è contentato! Ma che rumore è questo?).
SPEZIALE. Oimè, oimè! che sia ammazzato quel fabro che fece quella scure che tagliò quegli alberi che féro quella barca che ti portò in questo paese!
PANURGO. Che cosa hai, uomo da bene?
SPEZIALE. In questa casa dicevi tu che ci era carestia di legne? che in nessuna casa m'è accaduto mai me ne siano state date in piú abondanza né a miglior mercato né con peggior modo!
MORFEO. Ancor sei qui, brutto poltrone?
SPEZIALE. Se non ti piaceva, non potevi licenziarmi senza cacciarmene come si cacciano i cani?
MORFEO. Sgombra, fuggi di qua!
SPEZIALE. (Deh, se posso appuntartelo dietro, o ce lo ficcherò insino al manico o farò il brodo tanto caldo che ti scotterò tutte le budelle. Ti farò peggio che non hai fatto a me).
MORFEO. Che borbotti, sozzo asino?
SPEZIALE. Era venuto a farti il serviggiale, non per esser battuto.
MORFEO. Che hai ad impacciarti se voglio vivere o morire? sei mio tutore?
SPEZIALE. Era venuto qui per un carlino, non bastano quattro a medicarmi.
MORFEO. Ti duoli forse che non t'abbi dato quanto merita la tua perfidia?
SPEZIALE. Che gran fatto era lasciarti far il rimedio? Questo ti cava tutti i cattivi umori dal corpo: ti allegerisce la testa, ti leva le fumositá dal cervello, ti mantien largo da dietro, che non arai piú male in tua vita. Il male è poco, l'utile è molto: non sète giá putto, che abbiate a vergognarvene.
MORFEO. Ben dice il proverbio: «Sei piú fastidioso del serviggiale»; ma tu avanzi tutti i serviggiali del mondo.
SPEZIALE. Lo farò con tanta destrezza che, quando stimerai che non abbi cominciato, arò finito.
MORFEO. Orsú, io fo stima che non abbi cominciato; fa' stima tu che abbi finito, e va' via.
PANURGO. (Morfeo, di grazia, obedisci: non scopriamo il fatto per cosa cosí leggiera).
MORFEO. (Fattelo far tu o il tuo padrone a cui appertiene questo, accioché vi purgasse quelli umori che dice lo speziale. Che ho a far io con gli umori tuoi o con gli amori di Essandro?).
SPEZIALE. Vorrei saper da te, vuoi o non vuoi farti questo rimedio?
MORFEO. Vorrei saper da te, vuoi o non vuoi partirti di qua?
SPEZIALE. Non accostarti, che giuro passarti questo alla trippa.
PANURGO. Di grazia, vattene.
SPEZIALE. Non me n'andrò senza vendetta: almeno, gli spezzarò questo pignatino in testa e gli butterò il brodo in faccia.
MORFEO. Ah, poltron asino, che m'hai cieco! se ti giungo!
ATTO IV.
SCENA I.
NARTICOFORO, GERASTO.
NARTICOFORO. (Heu, misero Narticoforo, tu stai in un pelago di ancipiti pensieri! A me duole partirmi senza far molti consci della ingiuria con che m'ha lacessito Gerasto; e se non mi parto, quel suo nipote vuoi trucidarmi: io sono tra Cariddi e Scilla!).
GERASTO. (Fioretta non è in camera: andrò in casa, gli farò cenno che venghi, e vedrò se gli forastieri han pranzato e se si riposano).
NARTICOFORO. (Costui deve esser forastiero in questa cittá, perché va alla casa appestata e la batte per entrare). O viro probo, arrige aures a quel che dico.
GERASTO. O son sordi o dormono.
NARTICOFORO. Perché battete quel ostio con tanta veemenzia?
GERASTO. Perché ho voglia d'entrare.
NARTICOFORO. Voi dovete esser forastiero e l'arete presa in cambio.
GERASTO. Or questa è bella, che un forastiero dica ad un cittadino che è forastiero, e gli vogli insegnar la sua casa!
NARTICOFORO.
_Heu fuge crudeles terras, fuge littus avarum!_
GERASTO. Perché mi dite voi questo?
NARTICOFORO. In questa casa ci è la peste, e ponendovi la testa dentro o toccando la porta, s'apprende.
GERASTO. Penso che voi vogliate darmi la baia.
NARTICOFORO. Vuoi tu un buon consiglio? scostati da quella porta, perché ti appestará. Gerasto. Vuoi tu un miglior consiglio? non trattar di quello che non sai, altramente sarai giudicato di poco consiglio e di manco cervello.
NARTICOFORO. Or giudica temet ipsum di poco cervello e di poco consiglio, che parvipendi l'ottime admonizioni di chi ti dice che questa casa è pestifera e ti importa la vita.
GERASTO. Che peste? chi t'ha riferito questo?
NARTICOFORO. Il padron istesso di queste edicole.
GERASTO. A che proposito il padron di queste case ti l'ave riferito? certo costui sará scemo di cervello.
NARTICOFORO. Lubenter faciam. Commorando io in Roma, mi scrittitò molte lettere, chiedendo copular una sua figlia in matrimonio con un mio figlio; e giá d'accordo, piú con la sua che con la mia sodisfazione, mi chiama che venghi col mio figlio a tor la sposa. Vengo, e lascio i miei consanguinei che mi venghino ad incontrar con la nuora; adesso mi dice che me ne ritorni.
GERASTO. Certo costui non può essere uomo da bene, perché vien meno della sua parola. Ma che ragioni assegna egli?
NARTICOFORO. Dice che medicando agli Incurabili s'attaccò la peste, ed egli l'ha attaccata a sua figlia nelle parti pudibonde e l'ha tutta guasta, che non vi è rimasto segno del sesso; e che a lui gli è venuta da dietro--o stomacali o peste,--che è tutto rovinato. E poi m'ha mandato un suo abnepote o trinepto a minacciarmi, se non mi parto fra mezza ora, di voler uccidermi.
GERASTO. Che cosa è trinepto?
NARTICOFORO. Mon sapete voi la linea delia consanguineitá? «_Est nepos cuius relativum est avus, sic proavus cuius relativum est pronepos, sic abavus cuius relativum est abnepos_».
GERASTO. Non mi curo saper questo io.
NARTICOFORO. Ascolta, che non so come puoi tu vivere senza saper questo.
GERASTO. Seguite la cagion della peste.
NARTICOFORO. Alfin, per giungerlo, gli dico che mi facci copia di veder quella sua figlia che aveva; e mi disse che avea commutato la vita con la morte.
GERASTO. Perché non vi facesti mostrar quella sua figlia appestata?
NARTICOFORO. Lo chiesi; e venne fuori con certe tumefazioni nella bocca, con una ernia di sotto, che non so se Tesifone o Megera potesse essere piú difforme di lei. E allora mi disse che mi fusse scostato dalla casa, perché era pestifera.
GERASTO. Questa mi pare una forfantaria e indegna di uomo da bene; e ne meriterebbe castigo. Però vi prego, se è però lecito, dirmi il nome, acciò ci possiamo guardar da lui.
NARTICOFORO. Lubentissime faciam. Suo nome è Gerasto di Guardati.
GERASTO. Gerasto de Guardati! come, quando e dove fu questo?
NARTICOFORO. Hic, in questo luogo; illic, in quel luoco; istic, per qua: poco innanzi, come v'ho detto.
GERASTO. Gerasto di Guardati ti ha detto che ha una sua figlia con una fistola dinanzi, ed egli un'altra di dietro?
NARTICOFORO. Certissimo, quello che ascolti.
GERASTO. Come sta fatto questo Gerasto che tu dici?
NARTICOFORO. Gracilescente, col collo obtorto, con oculi prominenti, strabbi e di color fosco.
GERASTO. Dio me ne guardi che Gerasto fusse cosí fatto! Tu mi hai dipinto un appiccato. Gerasto è tutto di contrarie fattezze: che è grasso, collo corto, naso schiacciato, colorito; e per non tenerti a tedio, io son Gerasto di Guardati. Né mai viddi te se non adesso: né ebbi io fistola dietro mai, né mia figlia innanzi, se non quella che ci ha fatto la natura istessa; e se lo luogo di mia figlia fusse men onesto, or la snuderei; e se io non stessi nella strada publica, or ora mi slacciarei le calze e te lo mostrarei in prospettiva, accioché con gli occhi tuoi vedessi il tutto. Né io ho nipote né trinepote che possa pormi legge: e tutto è mentita quanto hai detto.
NARTICOFORO. Ho detto il vero, piú vero di quel vero che tu dici.
GERASTO. È ben vero che ho promesso a Narticoforo romano, onoratissimo uomo, dar mia figlia Cleria per moglie a Cintio suo figlio, e a lui sta a menarsela in Roma quando gli piace; e tu devi esser di cattiva lingua.
NARTICOFORO. Poco anzi con encomi egregi onorasti Narticoforo ludimagistro, e or ricanti la palinodia chiamandolo semifatuo e mentitore.
GERASTO. Ho lodato Narticoforo; ho detto mal di te.
NARTICOFORO. Ego sum Narticoforus «_fama super aethera notus_».
GERASTO. Tu Narticoforo romano?
NARTICOFORO. Ipsissimus Narticoforus.
GERASTO. Se tu sei Narticoforo e te ho lodato, mi sono ingannato e ne mento per la gola.
NARTICOFORO. Non mi sono ingannato io di te, che ho detto quel che sei.
GERASTO. Narticoforo e suo figlio sono in casa mia; e ti farò veder la veritá quando vorrai.
NARTICOFORO. Quando venne in tua casa Narticoforo?
GERASTO. Poco innanzi; han pranzato e or si stanno a riposare per lo viaggio fatto.
NARTICOFORO. Narticoforo e suo figlio sono in casa tua?
GERASTO. Quante volte vuoi tu sentirlo?
NARTICOFORO. Potrei vedergli io?
GERASTO. Per vincer col vero la tua perfidia, vo' che gli veda. Olá, o di casa, fate venir Narticoforo e suo figlio fuori. Ti farò veder la mia veritá.
NARTICOFORO. Qui non può esser veritá alcuna; né vedrò altrimente Narticoforo se non vedo me stesso, né Cintio mio figlio se non vado nel diversorio dove l'ho lasciato.
SCENA II.
MORFEO, GERASTO, NARTICOFORO.
MORFEO. Che dimandate pa... padre ca... ca... caro?
GERASTO. Ecco il suo figlio Cintio.
NARTICOFORO. Questa non è l'indole di mio figliuolo.
GERASTO. Questo forastiero ha caro vedervi. Morfeo. Chi è questo fo... fo... forastiero?
NARTICOFORO. Profecto desio saper chi voi sète.
MORFEO. Io Ci... Cintio romano.
NARTICOFORO. Di chi sète figlio?
MORFEO. Di Na... Na... Nas... Nasincolfino romano.
NARTICOFORO. Narticoforo vuoi tu dire? Che arte egli essèrse?
MORFEO. Maestro di sco... sca... sce..., mastro di scola.
NARTICOFORO. Pensava volessi dir mastro di solar scarpe. Che sei qui venuto a fare?
MORFEO. A sbo... sbu... sbosar la figlia di questo me... men... medico.
NARTICOFORO. Di quanto hai detto, tu menti del tutto.
MORFEO. _Sbu, sbu._
NARTICOFORO. Oimè, che putore! che cosa è questo che m'hai buttato in faccia?
MORFEO. È ro... rotta la postema: è lo san... sangue e la mar... marcia.
NARTICOFORO. Oimè, che fetulenzia, che cloaca è questa!
MORFEO. Ti giuro...
NARTICOFORO. Non giurare a chi non crede al tuo giuramento. Parteti di qua; se non, mi partirò io.
GERASTO. Entra, Cintio mio caro. Ecco, hai pur visto esser vero quanto ti ho detto.