La fantesca

Chapter 3

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MORFEO. Lascia dire a me: giotto, traditore, senza legge, senza fede, maldicente, scelerato, ingannatore. Di tutte queste cose ne ho fatto gran tempo professione e mercanzia e ne ho le botteghe e magazzini in questo petto.

PANURGO. Ma essendo tu cosí cattivo, come potrò io fidarmi di te, che non l'attacchi a me ancora?

MORFEO. Di ciò non dubitare, che corvi con corvi non si cavano gli occhi.

PANURGO. Cosí tu fossi appiccato, come piú tristo uomo di te non si trova nel mondo!

MORFEO. Cosí tu fossi squartato, come lo meriti piú di quanti vivono!

PANURGO. Tu solo hai tanti vizi che, avendonosi a partire a tutta questa cittá, a tutti ne toccarebbe bona parte.

MORFEO. Allegrati, beato te, che tu sei il priore, il monarca di tristi!

PANURGO. Per le tue grandezze meritaresti una collana.

MORFEO. E tu per le tue virtú una berlina.

PANURGO. Ho voluto dir che meriti esser un re.

MORFEO. E tu un principe di Cartagine.

PANURGO. Con un scettro in mano ben grosso e lungo per governatore e capo di quell'isoletta di legno che sta in mare.

MORFEO. E tu bersaglio di staffili.

PANURGO. Chi ti mirasse nel collo e ne' piedi, penso che ci troverebbe un callo delle collane e di cerchietti che ci hai portati.

MORFEO. Chi ti vedesse le spalle, le troverebbe di piú colori che i tapeti che vengono di Soria.

PANURGO. O forche, o scale, o capestri, che fate?

MORFEO. O berline, o scope, o asini, dove sète?

PANURGO. Ma torniamo a casa, che il tempo manca e le parole avanzano. E sovra tutto vorrei che appena accennandogli il principio, capisse il negozio e m'intendesse a cenno.

MORFEO. Anzi io in mirarti in faccia so quello che cerchi da me.

PANURGO. Dici da vero?

MORFEO. Piú che da vero.

PANURGO. E tu conoscesti la veritá mai?

MORFEO. L'ho inteso nominar cosí cosí; ma fu sempre mia capitalissima inimica.

PANURGO. La cagione?

MORFEO. Non ho mai doglia di testa se non quando son forzato dirne alcuna. E chi volesse a mezzo gennaio farmi sudar di sudor delta morte, sforzimi a dire alcuna veritá. Né pensar che cosí sia io: cosí fu mio avo, bisavo, trisavo, ventavo e settantavo.

PANURGO. Orsú, ho trovato il bisogno. Conosci tu Gerasto medico, un certo uomo da bene?

MORFEO. Io non conosco niuno uomo da bene. Che ho a far io con loro? io non prattico se non con ribaldi, perché mi danno da mangiare. Ma perché non andiamo a tavola e diamo una batteria a quel tuo apparecchio?

PANURGO. È troppo mattino.

MORFEO. Anzi mangiando presto la mattina, ogni cosa ti riesce a proposito quel giorno. Vuoi che vada a toccarli il polso, se avesse la febre?

PANURGO. La febre la devi aver tu nella gola per divorartelo; ma tu non assaggierai boccone se non prometti servirmi, anzi dopo servito.

MORFEO. Ti servirò a quel che tu vuoi, e ti loderai dell'opra mia.

PANURGO. Bisogna che tu finga esser uno sposo; e sconcierai la bocca, il viso e tutta la persona, di sorte che veggendoti il padre della sposa ti prenda a schivo e rivochi lo sponsalizio.

MORFEO. Se non mi saprò sconciar bene, piglia una ascia e sconciami a tuo modo. Ma, di grazia, avendomi a sconciar la bocca, fammi mangiar prima.

PANURGO. Mentre stiamo aspettando Alessio, un certo amico che ne manda le vesti a questo effetto, vuoi che te insegni a fingere quel che abbiamo a fare?

MORFEO. Imparami d'altro che di fingere: questo fu mio primo essercizio. Ma ecco il servo che ti porta le vesti.

PANURGO. Non viene a me, va dritto alla casa di Facio; deve essere il servo di maestro Rampino: vogliam far prova di torcele?

MORFEO. Eccomi all'ubidire.

PANURGO. Togliamcele calde calde.

MORFEO. Presto presto, che non puzzino.

PANURGO. Nasconditi, ascolta e vieni a tempo.

MORFEO. Mi nasconderò, ascoltarò e uscirò a tempo dall'imboscata.

SCENA VI.

PELAMATTI, PANURGO, MORFEO.

PELAMATTI. Non si vidde al mondo mai il piú bizzarro uomo di maestro Rampino. Mi pone le veste in spalla e dice:--Vai in tal parte, che troverai un uomo alto basso, magro grasso, che si chiama Facio; dágli queste vesti.--Se tardo, i gridi vanno al cielo; se non fo l'effetto, gioca di bastonate; se fo errore, guardite Iddio....

PANURGO. (Non conosce né lui né la casa. Queste seran mie, se tutto il mondo non m'è contrario).

PELAMATTI.... Ché per potermi ricordar tanto, bisognarebbe un cervello di lionfante, e per camminar tanto, le gambe di dromedario; dove cervello n'ho poco piú d'una oca, e gambe cosí debili che appena mi reggono sovra, e senza scarpe ancora....

MORFEO. (Va troppo carico: ne ha pietade, lo vorrebbe alleggerire).

PELAMATTI.... Oh, trovassi alcuno che me lo insegnasse. Ma ecco il fico selvaggio nel muro: questa è dessa.

PANURGO. Férmati, oh, oh, oh! a chi dico io?

PELAMATTI. So che non dici a me.

PANURGO. A te dico io, a te.

PELAMATTI. Ti ho forse ciera di cornacchia io, che per scacciarmi gridi: oh, oh?

PANURGO. Volevi tu spezzar quella porta?

PELAMATTI. Ancora non ci era accostato.

PANURGO. Ti toglio la fatica di battere, e par che te ne spiaccia.

PELAMATTI. E se fusse tua madre, aresti tanta paura che fusse battuta?

PANURGO. Se può dir mia madre, ché questa mattina, uscendone, mi ha partorito.

PELAMATTI. Dio ti facci esser nato in buon ponto. Figlio di questa porta, mi sapresti dir se dentro ci fusse Facio?

PANURGO. Facio ti sta innanzi e parla teco.

PELAMATTI. Dunque, voi sète...

PANURGO. Si, si, Facio padre di Alessio.

PELAMATTI. Me l'avete tolto di bocca, che proprio volea dimandarvi se voi eravate Facio.

PANURGO. Io son Arcifacio, son Faciissimo.

PELAMATTI. Me ne vo dunque: voi non sète quel che cerco. Vo' Facio, non Arcifacio né Faciissimo.

PANURGO. Io son quello che cerchi, or vengo dalla bottega di maestro Rampino, ché mi desse le vesti; e disse avermele inviate per un suo servo; e or aspettandole stava passeggiando dinanzi la mia casa.

PELAMATTI. Queste son dunque le vesti che aspettavate?

PANURGO. Sí, sí, queste son desse.

PELAMATTI. Ancor non l'hai viste, e dici: sí, sí. Se le volete, venite in bottega.

PANURGO. Perché non me le dai tu qui?

PELAMATTI. Non mi avete ciera di Facio.

PANURGO. Hai tu visto mai Facio?

PELAMATTI. Non io.

PANURGO. Come dunque non ti ho ciera di Facio? Ma mirami bene, questa mia ciera non è tanto buona che ne potresti far candele?

MORFEO. (Si da vero, céra proprio da esser bruggiata!)

PELAMATTI. La céra mi par cattiva e il mele deve essere assai peggiore, perché mi hai ciera di un gran ribaldo. Poiché sete venuto adesso da mastro Rampino, ditemi, dove sta sua bottega?

MORFEO. (Oimè, siamo incappati, ché non la sappiamo).

PANURGO. Te lo dirò. Búttati giú per questa strada, e come sei a quel cantone che ti dá in faccia, torci il collo a man dritta; e quando sbocchi in quei cessi e lordure, cala giú finché darai di petto in un uscio: poi rovescia gli occhi su, ché vedrai l'insegna della fistola: il vicolo si dice del Maltivegna, incontro la casa di Perotto Malanno.

PELAMATTI. A te oh come starebbe bene questa casa!

PANURGO. Anzi a te starebbono buoni questi duo luoghi, accioché quando l'uno ti fosse venuto a noia, mutassi nell'altro fresco e senza pagar pigione.

MORFEO. (Con questa burla ha saltato il fosso, il poltrone).

PELAMATTI. Poiché aspettavate me, come mi chiamo?

PANURGO. Malaventura.

PELAMATTI. Mala ventura arei da vero, se te le dessi. Io mi chiamo Pelamatti.

PANURGO. Tu ti chiami cosí, per scherzo, Pelamatti, perché poco pelo metti in barba.

PELAMATTI. Di che etá è questo maestro Rampino?

PANURGO. Non l'ho mirato in bocca. Ma m'accorgo che tu hai poca voglia di darmele.

PELAMATTI. Perché n'hai soverchia di riceverle.

PANURGO. Come se dicessi ch'io ti volessi rubar queste vesti.

PELAMATTI. Come tu lo dicessi e io me lo vedessi.

PANURGO. Altri che tu m'arebbe credito di mille scudi.

PELAMATTI. Tu potresti esser tesoriero del re, che non ti arei credito di un quadrino.

PANURGO. Ancora non mi è stata fatta tanta ingiuria!

PELAMATTI. Il maestro m'ave ordinato che consegni queste vesti al padrone, non che le butti via. In questa terra si fan delle burle: veggio ch'hai la febre quartana d'averle nelle mani. Ma io perdo qui le parole.

MORFEO. (Giá è tempo uscir dagli aguati).

PANURGO. Ecco il servo che ho mandato per esse.

MORFEO. Padrone, maestro Rampino m'ha detto che un pezzo fa ve l'ha mandate per Purgamatti o Pelamatti suo servo.

PANURGO. Haigli tu dato i danari della fattura e de' finimenti?

MORFEO. Si bene, ecco la poliza della ricevuta.

PANURGO. È restato sodisfatto del tutto?

MORFEO. Sodisfattissimo.

PANURGO. Haigli tu rotta la testa, come t'ho detto, in farmi aspettar tutta questa mattina?

MORFEO. Signor no, perché mi disse avervele inviate, e datomi tante buone ragioni che mi parve degno di scusa.

PANURGO. Io la vo' adesso rompere a te che non fai quello che ti comando.

MORFEO. Eh, padron, per amor di Dio, quel che non è fatto, pur siamo a tempo di farlo: ci andrò adesso. Ma quel delle vesti va via.

PANURGO. Dágli tanti calci su lo stomaco fin che vomiti il sangue.

PELAMATTI. Non son tuo schiavo.

MORFEO. Perdonagli, padrone, ché maestro Rampino m'ha detto che è un grossolano: non vedete che visaccio da bufalo? quella ciera parla e grida che è la magior bestia del mondo.

PANURGO. Giá mi era venuta la stizza al naso.

MORFEO. Daglile in nome... che non voglio dire, che non so come abbi avuto tanta pazienza. Egli prima gioca de mani che de lingua. Padrone, è forastiero, non è uso a trattar con gentiluomini, tratta al modo del suo paese.

PANURGO. Andiamo a maestro Rampino; e s'egli in mia presenza non gli rompe la testa la spezzerò a tutti due.

MORFEO. Non andate, di grazia, padrone, ché costui le vuol dare a me. Dagliele.

PELAMATTI. E ti par che gli le dia?

MORFEO. Ancor dici: mi pare?

PELAMATTI. Salvi e contenti...

MORFEO....da' mille cancheri che ti divorino o t'avessero divorato duo anni sono!

PELAMATTI. Ecco te le dono. Ma fate che non venghi in bottega.

MORFEO. Camina, sgombra, fuggi, ché la tua presenza gli accresce rabbia.

PELAMATTI. Se ho fatto errore, non mi manca la testa rotta. Orsú, ti lascio,...

MORFEO. Che cosa?

PELAMATTI.... perché mi vo' partire.

MORFEO. Mi pensavo che mi volessi lasciar qualche cosa: lascio io te.

PELAMATTI. Non ho che lasciarvi se non miserie e povertá.

PANURGO. Non le voglio, portale teco.

PELAMATTI. Voleva dir: ti lascio con bona ventura che ti aiuti.

MORFEO. N'hai tu piú bisogno di noi: che il maestro non ti rompa la testa, come s'accorgerá che sei stato burlato. Che ti par, so ben fingere?

PANURGO. Tanto bene che l'aresti dato ad intendere ad altra persona che non è lui. Oh, come ci ha giovato costui! Giá si può tener disfatto il matrimonio.

MORFEO. Andiamo a magnare, che le vivande si guastano, e di qua ne sento la puzza.

PANURGO. Andiamo a travestirci, ch'Essandro ne deve aspettare.

SCENA VII.

GERASTO, SANTINA, NEPITA.

GERASTO. (Questa mattina al far dell'alba ho fatto un sogno giocondissimo. Parevami che fussi divenuto un gatto rosso che avemo in casa, e stava innamorato d'una gatticella detta Bellina; e questa era guardata da una cagna rabbiosa. Parevami la cagna si partisse; la gattolina veniva a me, e mentre la facea miagolar come fussi mezzo gennaio, pareva che divenisse maschio come io. Ecco la cagna, la gatta fugge: cosí mi sveglio. Son stato strologando gran pezza che può significare, e l'interpreto cosí. Il gatto rosso son io, ch'ardo per Bellina, cioè Fioretta, guardata da una cagna rabbiosa--questa è mia moglie, piú rabbiosa d'ogni cagna;--quando si partirá di casa, la goderò. Quel divenir maschio non posso pensar altro se non che la impregnarò d'un figlio maschio. Or me ne vo in casa, ché questa mattina mia moglie disse volersi partire; e il mio sogno ará effetto).

SANTINA. Fate che quel gatto rosso si castri, e se non potete, strangolatelo e buttatelo in un cesso, come merita; che non vo' che vada su per i coppi de' vicini.

GERASTO. (Oimè, che tristo augurio è questo? non lo potea sentir da peggior bocca!).

SANTINA. Nepita, Nepita!

NEPITA. Signora.

SANTINA. Vien qui. (Io non mi parto di casa mai ch'io non lasci Fioretta serrata in camera con mia figlia col chiavistello, accioché, venendo mio marito in casa e non vi essendo io, non mi facesse qualche burla).

NEPITA. (La gelosia ha posto cento diavoli adosso a questa vecchia: mi chiama la notte e il giorno mille volte per saper Fioretta dove sia).

SANTINA. Come hai tardato tanto?

NEPITA. Avea il pistone in mano, l'ho forbito e riposto.

SANTINA. Dove è Fioretta?

NEPITA. In camera con Cleria.

SANTINA. (O sia benedetto Iddio! come sta volentier con mia figlia, non se le distacca da lato mai; però l'amo piú del dovere). E che fa?

NEPITA. Lavorano insieme.

SANTINA. Lavora volentieri?

NEPITA. È tanto gonfia di voglia e sta tanto col pensiero dritto a quel lavoro, che par non vorrebbe mai far altro; né si riposa se non va tutta in sudore.

SANTINA. Da vero?

NEPITA. Adesso l'ha posto l'aco in mano, e fanno quel lavore del punto brisato: piglia un filo e duo ne lassa de fuori.

SANTINA. Digli ch'io trovi finito lo staglio quando ritorno.

NEPITA. Non bisogna dircelo, ché giocano a chi piú fa. Ma Fioretta lavora tanto gagliardo che Cleria gli cede e si dá per vinta.

SANTINA. Dille che si serrino dentro e ponghino il chiavistello.

NEPITA. Ce l'han posto.

SANTINA. Non ci l'ho inteso entrare.

NEPITA. Ci è dentro, vi dico.

SANTINA. Or esco con animo quieto. Tu sali su. Ben si dice che amor fa diventar gli uomini pazzi; poiché Gerasto mio marito, da che è intrato in questo farnetico d'amore, è uscito di gangheri, che non so come i fanciulli non gli tirino i sassi dietro.

GERASTO. (O che amorevol moglie, come ben cuopre i difetti del suo marito! Che deve dir di me, quando ha chi le ne domanda, che or non sapendo a chi dirlo, lo va dicendo per le strade?).

SANTINA....Va attillato su la vita, profumato. Giunto a casa toglie lo leuto, canta, suona, sospira. La notte non dorme mai; e io per gelosia che non vada a Fioretta, sto sempre desta: mi dá la veglia. Non attende piú alla cura degli ammalati; ha due figlie in casa che gli paiono sorelle, e non prende cura di casarle; e se per altrui diligenza ne abbiamo maritata una, e aspetta lo sposo che d'ora in ora viene a casa, ne prende quella cura come se non venisse nella sua....

GERASTO. (Beato me, se nella mia morte avesse un oratore come costei, che onorasse i miei funerali!).

SANTINA.... Ben fu infelice quel giorno che lo tolsi!...

GERASTO. (Ben la tolsi io in mal punto per me!)

SANTINA.... Che mi avessi rotto una gamba piú tosto,...

GERASTO. (Mi avessi rotto il collo io!).

SANTINA.... Sventurata me!...

GERASTO. (Anzi me!).

SANTINA.... che non si trova piú sciagurato uomo!

GERASTO. (Che non si trova la piú fastidiosa e bizarra diavola di te! E il peggio è che bisogna farle carezze contro mia voglia, per non farla suspetta del fatto. Orsú, bisogna far buon animo, come si avesse a tòrre una medicina). Ben trovata la mia moglie carissima, non posso tenermi che non ti baci un par di volte per amorevolezza!

SANTINA. «Chi ti fa quello che far non suole, o t'ha ingannato o ingannar ti vuole».

GERASTO. Non si può star sempre ad un modo, moglie mia cara.

SANTINA. Oh come odori di muschio, mi pari una profumeria.

GERASTO. Passando per la bottega di maestro Cesare profumiero, mi spruzzò un poco d'acqua nanfa sul volto.

SANTINA. Non so chi mi tiene la lingua.

GERASTO. Lasciamo il ragionar di questo adesso. Maritata che sará nostra figlia con questo romano, ci vogliam menare una vita la piú felice del mondo.

SANTINA. Come será questa vita felice?

GERASTO. Maritaremo subito Fioretta e la caveremo di casa, che non è buona per servire: è troppo delicata, pare una gentildonna; ne troveremo una piú rustica, che possa spezzar legna, carriarle, far la bucata, star in cocina e sovra tutto, bisognando, toccar delle bastonate.

SANTINA. Fioretta l'ho maritata giá.

GERASTO. L'ho maritata io con un mio amico con men di dugento ducati di dote.

SANTINA. Io con men di cento.

GERASTO. Io con men di cinquanta.

SANTINA. Io con men....

GERASTO. Lasciami finir di parlar, se vuoi. Colui se la torrá nuda.

SANTINA. Questo mio gli fará la sovradote.

GERASTO. Il mio gli dará cento ducati di piú.

SANTINA. Il mio, dugento.

GERASTO. Il mio....

SANTINA. Anzi il mio....

GERASTO. Tu non sai che voglio dire, e passi innanzi.

SANTINA. E tu dici prima che altri risponda.

GERASTO. Hai detto?

SANTINA. Sí bene.

GERASTO. Invano hai detto, perché l'ho maritata io prima che tu.

SANTINA. Io l'ho maritata e dato la mia fede, né posso contravenire al giuramento.

GERASTO. A te non sta maritarla, ma al padron della casa.

SANTINA. Impácciati tu di maschi, che a me tocca la cura delle femine.

GERASTO. Tu non ti intendi di matrimoni, a pena sai filare; attendi a filare.

SANTINA. E tu attendi a medicare. Ma qualche cosa ci è di sotto: non stimi ch'io abbi prima pensato a quello che tu pensi? Se tu mi tenti...

GERASTO. Che cosa?

SANTINA. Vuoi che dica?

GERASTO. Di' tosto.

SANTINA. Quella...

GERASTO. Chi quella?

SANTINA.... che tu sai...

GERASTO. Che so io?

SANTINA. Tu non sai chi dico io, eh?

GERASTO. Ben fu grande la mia sventura aver te per moglie! che seccaggine, che febre, che inferno è questo? Che sia maladetto colui..., non lo voglio dire.

SANTINA. Che si fiacchi il collo chi fu il primo a farne parola!

GERASTO. Che fussi piú tosto morto che incorso in simil sciagura!

SANTINA. Non è stata né sará mai la piú infelice femina di me per esser maritata a tal uomo! Mira a chi ho data cosí bella dote e cosí grande intrata...

GERASTO. Tanto grande che la metá mi soverchieria; me ci affogo dentro.

SANTINA.... e bella e profumata,...

GERASTO. Puzzulente piú d'una carogna.

SANTINA.... senza quello che vi vien dietro, ché me l'hai guasto e consumato.

GERASTO. Menti per la gola! parla piú chiaro, bestia!

SANTINA. Non m'hai guasto e consumato tutto il correrio che hai avuto dietro la dote?

GERASTO. Quattro stracci fradici.

SANTINA. Non sono io nobile? non sei tu un povero medicaccio?

GERASTO. Se non fusse stato per me, i tuoi parenti sarebbono morti mille volte di fame.

SANTINA. Or vo' cominciare a farti conoscere chi son io.

GERASTO. O misero me, quando questi sassi si rompono di stracchezza, ella adesso vuol cominciare! quando finirá, se adesso comincia? in ogni modo, tu hai da star di sopra.

SANTINA. Forse non son io la peggior femina trattata del mondo?

GERASTO. Ti batto, forse?

SANTINA. Guai a te, se avessi tanto ardire!

GERASTO. Di che dunque ti lamenti?

SANTINA. Mi fai star tutta la notte in un canton del letto, sola; e se per disgrazia ti tocco le gambe, subito:--Fatti in lá, che mi rompi il sonno, mi fai caldo.--Io non sono storpiata né mi puzza il fiato.

GERASTO. Tanti figli che abbiam fatto, dimostrano se ti abbi trattato male.

SANTINA. Questo fu cosí nel principio.

GERASTO. Or son vecchio, la complession non mi aiuta: vuoi che mi muoia?

SANTINA. Ci è altro sotto: lasci il tuo terreno incolto per cacciar il vomero nell'altrui terreni; ma s'io me ne accorgo, farò le mie vendette.

GERASTO. Su su, finiamola, ché saresti per durarla tutto oggi. Dove ti eri avviata?

SANTINA. Io non ho da uscire, vo' tornarmene a casa.

GERASTO. Entriam, su presto.

SCENA VIII.

ESSANDRO solo.

ESSANDRO. Veramente, i spassi amorosi sono i piú dolci che fioriscono ne' giardini della gioventú, menati dalla primavera degli anni. È degno che un sol momento di quelli s'acquisti con lunga e penosa servitú d'anni; perché questo sol piacere par che eguagli il sommo diletto che si può trovar qui in terra, e mentre si bacia il viso della amata donna, si ha quello contento compito che possa da noi gustarsi in terra. O felici e sovramodo felici coloro che in lieta coppia, da pari ardor feriti, amor gli annoda, e senza sospetto alcuno di gelosia si godono felici insino alla morte! Entrato che fui dentro, le persuasi il mio fatto; non ebbi molta resistenza. Baciandola, diceva che il mio fiato sapea di quel di Fioretta; allora gli scoversi come io e Fioretta eravamo una cosa medema, e l'inganno che avea usato per servirla. Le dispiacque non avercelo scoverto al principio; che senza inganno arei avuto da lei quello che in sí lungo tempo avea acquistato, né saressimo stati tanto tempo ociosi. E mi cercò perdono se mentre la serviva, non sapendolo, m'avesse offeso. Ahi, quanta sarebbe la mia gioia, se non fusse interrotto da questo romano! Ahi, che quanto è stato piú smisurato il piacere, tanto sará piú senza pari il dolore, sapendo che ho da lasciarla. O fortuna, che fusse nato senza cuore, che or non sería ricetto di tante fiamme! Ma farò prima tutto quello che sará possibile, accioché i loro desideri non abbino effetto. Andrò a travestirmi, ridur quelli a casa e attendere al fatto mio.

ATTO III.

SCENA I.

ESSANDRO, PANURGO, MORFEO.

ESSANDRO. Oh, con quanto buon animo vi meno a casa, poiché vi veggio cosí bene adobbati e andar con tanta riputazione che sareste per darlo ad intendere ad altra persona che Gerasto.

PANURGO. Che ti par di questo mio raschiar grave e sputar tondo? che della portatura, delle vesti e de' guanti? che del caminare? Non ti paiono nati dalla quinta essenza della pedantaria?

ESSANDRO. Non vi manca altro se non che con gli effetti si confaccino i ragionamenti: che ragionando di cose che non sappiate, gli respondiate con parole tanto sospese e ambigue che si possono adattare ad ogni proposito, e ti lasci cadere alle volte dalla bocca qualche parola allatinata.

PANURGO. Lascia fare a me, che ti farò veder miracoli. Ma che ti par del mio aiutante? non ti ha egli ciera di magnifico?

ESSANDRO. Dimmi, Morfeo, che ballotte son queste che tieni in bocca?

MORFEO. Queste non solo mi servono che, ponendole in bocca, mi contrafanno il viso; ma son composte di agli pisti, di galbano e di assa fetida che come il vecchio s'accosterá per ricevermi, gli farò rutti in faccia tanto puzzolenti che giudicherá essere insopportabili a soffrirsi da sua figlia.

ESSANDRO. La lingua perché cosí di fuori, con gli occhi stralunati che pari un appiccato?

MORFEO. Accioché ogni persona si muova a vomito in guardarmi; ma tutto è una delicatura a par di quello che vo' mostrarvi. Che vi par della campana che ho tra le gambe?

ESSANDRO. Ah, ah, ah, a che effetto cotesto?

MORFEO. Gli darò ad intendere che per la rottura mi sieno caduti nella borsa non solo gli intestini, ma tutte le massarizie di casa ancora; accioché sua figlia esca di speranza, che non solo non sará pagata da me di grossi o di doppioni, ma né di un sol picciolo ancora.

ESSANDRO. O Morfeo galante, antivedo la cosa, che riuscirá netta. Entrarò prima e farò con bel modo che Gerasto venghi a ricevervi.

MORFEO. Ricordati dirgli che siamo stracchi e affaticati e morti di fame per essermo stati mal trattati nelle osterie, accioché ne proveda benissimo.

ESSANDRO. So che non pensi ad altro.

MORFEO. E se lo sapete, perché farvelo ricordare da me?

PANURGO. Morfeo, ricordati chiamarmi Narticoforo e tu Cintio, e avermi rispetto proprio come ti fusse padre.

MORFEO. Me ne ricordo e straricordo cosí bene che lo potrei ricordare allo ricordo istesso.

PANURGO. Ricordati ancora...

MORFEO. Non tanti ricordi, che ad uno che si ricorda, i troppi ricordi lo fanno smenticare; ricorda te stesso, che ne hai piú bisogno di me.

PANURGO. Io che ho caro che la cosa rieschi netta, vo prevedendo tutte le cose che ne ponno fare errare.

MORFEO. Taci e poniti in postura, la porta s'apre, eccolo. Al viso conosco che è terra da piantarvi carote, la preda sará nostra, l'incapparemo al primo.

SCENA II.

GERASTO, PANURGO, MORFEO.

GERASTO. (Quel vecchio, che viene innanzi, certo deve essere Narticoforo; quell'altro storpiato non posso imaginarmi chi sia).

PANURGO. Dopo il secondo vicolo non mi posso ben reminiscere se fusse la terza o la quarta ede.[**?]

GERASTO. O Narticoforo carissimo, voi siate il ben venuto per mille volte!

PANURGO. O Geraste, lepidum caput, voi siate il ben trovato! Cinthi fili, inchinati reverenter.