La fantesca

Chapter 2

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GERASTO. Férmati un altro poco. Ti ricordo che non senza cagione ti han posto nome Fioretta, accioché tu ti accorga che questa tua bellezza se ne va come un fiore: la mattina è bello, la sera languido e secco. Or che sei nella primavera, sappilo conoscere, che presto verrá l'autunno, sfronderai, diverrai secco, e non serai buono né per insalata né per salsa.

ESSANDRO. Che vorresti dir per questo?

GERASTO. Ch'io vorrei essere il tuo orto, piantarti nel mio seno, zapparti ben bene, inaffiarti e farti produrre i piú bei frutti che nascessero giamai. Almeno fussi ape che andasse succhiando quel mele che sta dentro cosí bel fiore. Almeno potessi darli quel che li manca.

ESSANDRO. Ne ho soverchio e m'avanza.

GERASTO. Non dico quel che tu pensi.

ESSANDRO. Né tu pensi quel che dico.

GERASTO. Cosí potessi fartene veder l'esperienza!

ESSANDRO. Cosí io potessi farla vedere a tua figlia!

GERASTO. Che dici di mia figlia?

ESSANDRO. Dico che essendo serva di vostra figlia, mi dovreste amar da padre.

GERASTO. T'amo piú di tuo padre assai, e d'altro amor che non farebbe tuo padre o fratello.

ESSANDRO. Voi dite cose triste, mi fate vergognare: mi vo' partire.

GERASTO. Fermati, che vo' darti una buona nuova.

ESSANDRO. È qualche veste questa nuova che volete darmi?

GERASTO. Dico, novella la piú lieta che avesti avuto giamai.

ESSANDRO. Ditela, che mi sentiva prorir l'orecchia per ascoltarne alcuna.

GERASTO. Son certo che te la raspará, perché ti sará grata. Ma vo' duo baci per mancia, che mi sento prorir le labra.

ESSANDRO. Ditela, ché poi ve li darò.

GERASTO. Ho maritata la tua padroncina.

ESSANDRO. Con chi?

GERASTO. Con un giovane romano, ricco, dotto e bellissimo.

ESSANDRO. Chi è questo giovane cosí aventuroso?

GERASTO. Cintio, figliuol di Narticoforo, maestro di scola dottissimo. Ci abbiam scritto tante volte che alfin siamo restati d'accordo della dote e d'ogni cosa.

ESSANDRO. Come non n'avete fatto parola mai?

GERASTO. Se lo diceva a Santina mia moglie, che è una cicala, sarebbe andata cicalando per gli parenti, amici e vicini, e n'arebbe pieno Napoli in un'ora; e poi forse non essendo d'accordo, saressimo stati burlati da tutti.

ESSANDRO. Quando dunque verran costoro?

GERASTO. Quanto prima, e forse verran oggi che è giornata del procaccio.

ESSANDRO. Oimè!

GERASTO. Oh, come sei divenuta pallida! che ti duole?

ESSANDRO. Oimè, il cuore!

GERASTO. E come sará maritata, mariterò ancora te.

ESSANDRO. Mi sento morire, mi sento uscir l'anima!

GERASTO. Su, dammi i baci per la buona nuova.

ESSANDRO. Partetivi, di grazia: ho sentito la padrona in fenestra, e credo ne facci la spia.

GERASTO. Io mi parto non cosí mio come tuo; e amami, se ti par che l'amor mio lo meriti. Va' e da' questa buona nova a mia figlia, fatti dar la mancia e confortala a far la mia volontá. Oh, come sei tramortita! sará stato l'allegrezza della nuova che ti ho data? Fatti far una fregagione alle gambe, ché non sará nulla.

SCENA IV.

ESSANDRO solo.

ESSANDRO. Un poco piú che fusse tardato a partirsi, avrebbe veduto le lacrime ancora, ché non potea piú ritenerle. Fu tanta la doglia che strinse il cuore a questa nuova, che restai tutto conquiso; poi rivenuto e riscaldato, m'andò l'umore agli occhi: sento le lacrime, eccole cader fuora. O Amor, crudelissimo tiranno, prima ch'io conoscessi la libertá, me ne spogliasti; e prima che conoscessi la vita, mi facesti provar le tue morti. Mi vendi le tue brevi gioie, le tue fuggitive dolcezze a mari di lacrime, a milioni di sospiri, a prezzo di lunghi e infiniti affanni. Non mi tacesti provar dolcezza mai che non fusse meschiata d'assenzio, né piacere che non vi fusse il veleno sotto. In una sol cosa sei giusto, perché usi sempre ingiustizia. Con false lusinghe ne lievi fin alle stelle, per farci poi conoscere la caduta maggiore: e ché dalla grandezza del bene conoscessi l'infinitá del mio male, dal sommo dell'altezza mi abassi nel fondo de' fondi della miseria e disperazione. Maladetta sia quella altezza che è sol fatta per precipizio, maladette le tue dolcezze e maladetto sia tu, Amore, che ne le dái! O Cleria, sommo contento dell'anima mia, che farai quando sentirai questa nuova, se pur ami il tuo Essandro quanto dimostri d'amare? Tu meco ti querelerai, meco ti dorrai e da me cercherai consiglio: e io, misero e isconsigliato, che consiglio ti potrò dare? Almeno l'avessi saputo un anno prima, ché a poco a poco mi avessi avezzo a disamarla.

SCENA V.

PANURGO servo, ESSANDRO.

PANURGO. Veggio Essandro di mala voglia. Padron caro, che cosa avete?

ESSANDRO. Oimè, son morto!

PANURGO. Cattivo principio! cada questo augurio sovra chi ci vuol male.

ESSANDRO. È pur caduto sovra di me, ché non è sí misero stato col quale non cambiassi il mio.

PANURGO. Sète forse stato discoverto per maschio?

ESSANDRO. Peggio.

PANURGO. Il vecchio vi ha cacciato di casa?

ESSANDRO. Peggio.

PANURGO. Che cosa vi può accader peggio di questa? Avete confidato in me maggiori secreti, potrete confidar ancor questo.

ESSANDRO. Ho adesso quell'istesso animo, che ho avuto per lo passato, di fidarmi nella tua fede; né mi parrebbe aver compita felicitá, se non ne facesse a te parte.

PANURGO. Dite, ché forse ci troveremo rimedio.

ESSANDRO. Gerasto...

PANURGO. Che cosa Gerasto?

ESSANDRO.... ha pur...

PANURGO. Che cosa ave?

ESSANDRO.... dato...

PANURGO. Bastonate a voi, forse?

ESSANDRO. Volesselo Iddio!

PANURGO. Che dunque ha dato?

ESSANDRO.... marito a Cleria mia. Ecco venuto quel giorno che ho temuto e portato tre anni attraversato nel core! ecco la separazione e il fine di nostri amori! Cesseranno i ragionamenti, i baci e la dolcissima conversazione!

PANURGO. Non piangete.

ESSANDRO. La fiamma è cosí ardente nel petto che, se non avessi queste lacrime, abbruggiarebbe il cervello. Ma perché non debbo io piangere? che consolazione arò piú in questa vita? deh, perché non la lascio? perché non m'uccido per disperato?

PANURGO. Padrone, ricordatevi che la disperazione è ruina delle speranze; e il ricorrere che si fa piú tosto alle lacrime che a' rimedi, è di persona vile e che non vuole che i desidèri si conduchino a fine. Fa' vela quanto tu vuoi, ché con vento di sospiri mai si condusse nave in porto. Bisogna audacia contro la fortuna. Un buono animo ne' mali è un mezzo male. Non vi perdete d'animo!

ESSANDRO. L'animo non è possibile che piú lo perda.

PANURGO. Perché?

ESSANDRO. Perché è giá perso.

PANURGO. Richiamatelo a voi.

ESSANDRO. È gito in essiglio, va vagando troppo lontano.

PANURGO. Ed è possibile che siate cosí povero di partiti che non sappiate trovar rimedio al vostro male?

ESSANDRO. Se non ho l'animo meco, come posso trovarlo?

PANURGO. Orsú, lasciate che ritiri me stesso un poco in consiglio secreto; suoni il tamburro e chiami sotto l'insegna le trappole, gl'inganni, le finzioni, le furfantarie; facci la rassegna e metta l'essercito in rassetto, accioché diamo l'assalto a questo vecchio e lo poniamo in tanti travagli che a suo dispetto lo facciamo cadere.

ESSANDRO. So che, disponendoti d'aiutarmi, posso promettermi dal tuo ingegno quanto desidero.

PANURGO. Pensi che sieno finite le stampe di quei Davi e Sosi e di quei Pseudoli delle antiche comedie? Or stammi di buona voglia.

ESSANDRO. Andiamo a casa tua, che vo' vestirmi da maschio, ché oggi la vo' finir con Cleria: tentar prima l'animo suo e palesarle il tutto, poi seguane quel che si voglia.

PANURGO. Andiamo, per la strada voi mi narrerete il successo, e pigliaremo qualche partito a disturbar questo matrimonio.

ATTO II.

SCENA I.

FACIO dottor di leggi.

FACIO. Un di travagli che abbiamo in questa vita è l'aver a trattar con questi sarti ladri assassini, che dopo averti fatte tutte le tirannie possibili al panno, a' finimenti e alle fatture, gli piace, per farti il peggio che sanno, di straziarti una settimana in darti le vesti fatte, ancorché potessero farle in una ora. Mi disse iersera che all'alba me l'arebbe recate, e omai è ora di pranso e non lo veggio comparire; e mi fará partir per Salerno molto tardi. Andrò in sua bottega. Chi vuol, vada.

SCENA II.

ESSANDRO, Panurgo.

ESSANDRO. Sí che, di grazia, narrami l'inganno che hai tu pensato per disturbar questo matrimonio.

PANURGO. È tanto a proposito e grazioso che mi muoio delle risa pensandovi.

ESSANDRO. Parla presto, di grazia, che non passi l'ora di trovarmi con Cleria.

PANURGO. Voi mi avete detto ch'eglino non si conoscono di vista.

ESSANDRO. No; ma la loro amicizia è sol per lettere.

PANURGO. Ascoltate, di grazia. Troveremo un uomo vecchio dell'etá di Narticoforo e un altro giovanetto storpiato, o lo sconciaremo noi piú della mala ventura, e li faremo oggi smontar in casa di Gerasto, che lui, veggendolo cosí brutto, si vergogni darlo per marito a sua figlia e gli dii licenza.

ESSANDRO. E quando Gerasto volesse pur darglilo, per contentarsi egli di poca dote, essendo molto ricco...?

PANURGO. Faremo che Cleria non si contenti.

ESSANDRO. Cleria è timida, rispettosa; non ardirá questo.

PANURGO. Mancherá di trovar il pelo all'uovo? Ho detto il disegno cosí in grosso, poi tanto voltaremo di qua e di lá e l'anderemo polendo e accommodando, che stii a modo nostro.

ESSANDRO. Se ben Gerasto non è degli accorti uomini di questa terra, pure con questo inganno ingarbugliaremmo altro cervello che il suo. Ma chi sará costui che saprá fingere Nartícoforo, e Cintio quel giovane cosí storpiato?

PANURGO. Stimate voi che disponendomi io a questo, non sappi fingere Narticoforo, quel maestro di scuola?

ESSANDRO. Ma bisognarebbe alle volte sguainare qualche parola in «bus» e in «bas».

PANURGO. Se ben pensate ch'io sia qualche poveruomo, son pur nobile; che per certe fazioni della mia patria fu bisogno scamparne fuori, e non avendo avuto modo come vivere, con quelle poche lettere che avea imparate in casa mia per mio trastullo, col fare il pedante in diversi paesi ho vissuto onorevolmente. A prima giunta gli darò in faccia un «_Quanquam te, Marce fili..._».

ESSANDRO. Ti conosco di tanto ingegno che saresti per aggirar altro capo che il suo. Ma chi fingerá Cintio?

PANURGO. Ci sono il Capestro, il Truffa, e Morfeo parasito, che è il miglior di tutti, perché attaccandomi un fegadello al tallone, me lo strascinerò appresso dieci miglia, ed è poco conosciuto in questa terra.

ESSANDRO. Bisogna che sia ribaldo da dovere

PANURGO. Egli è ribaldo, arciribaldo, re di ribaldi e mille volte peggio di quel che vogliamo; né bisogna che molto l'ammaestriamo, ché appena accennandogli il principio, capisce il negozio e compone di testa.

ESSANDRO. O Dio, che quanto piú mi volgo questo inganno per l'animo, piú mi riesce a proposito! Dove arremo vesti orrevoli per vestir Narticoforo?

PANURGO. Pregheremo Alessio nostro amico, overo ne allogheremo alcune, se ci mancano.

ESSANDRO. Qui bisogna prestezza, ché la ruina è vicina. Vai e ritrova il parasito e Alessio, e reca le vesti a casa tanto presto che quando io stimi che cerchi le cose, ti trovi a casa.

PANURGO. Me ne vo, dunque.

ESSANDRO. Dove?

PANURGO. A casa, senza far altro, accioché quando stimi che cerchi le cose, mi trovi a casa.

ESSANDRO. Burli? di grazia, vola.

PANURGO. Dammi l'ale, che volarò. Non dubitate, sarò io colá prima che voi. Ma prima vedrò se potrò trovar Alessio per le vesti.

ESSANDRO. Io fra tanto farò il segno, poiché non è in fenestra. _Fis, fis_. La sento venire.

SCENA III.

CLERIA, ESSANDRO.

CLERIA. Essandro, anima mia, mirate, di grazia, se per gli usci e per le fenestre sia alcuno che curi piú gli altrui che i suoi propri affari.

ESSANDRO. Signora, giá potrete sicuramente comparire, che non appar anima viva.

CLERIA. Dolcissimo Essandro, io non vorrei, per essermi cosí volentieri condotta a ragionar con voi, vi cadesse nell'animo qualche sospetto della mia onestá: ché certo non mi sarei ridotta a questo termine, se non avessi fatto prima deliberazione di esser vostra; e se ben son in potestá di mio padre e a lui tocca disponer di me quel che ne vuole, pur se a me ne resta qualche particella, ve la dono tutta, né vo' viver se non vostra.

ESSANDRO. Né pensiate, signora, ch'io avessi avuto ardir di venir a ragionarle, se non avessi fatto fra me la medema deliberazione. Son troppo incomparabili le vostre bellezze, né il mio cuore sa arder se non per voi, né questi occhi sanno in altro specchiarsi se non in voi, lucidissimo mio sole.

CLERIA. In me non fu bellezza giamai, e se pur ve n'è qualche segno, vien dalla reverberazion della luce che senza pari è in voi. Onde oggi io vi fo dono di me stessa, e se il presente è troppo basso, accompagnato dall'affetto dell'anima mia, merita che sia accettato e gradito da voi.

ESSANDRO. O dolce oggetto degli occhi miei, come io potrò ringraziarvi del ricco presente che voi mi fate? Non è spirito in me che non si sforzi ringraziarvi, né ponno giungere al segno; vorrei che voi poteste ascoltar la lingua dell'anima, ch'ella sola lo può esprimere: onde con quello animo che ho accettato il vostro dono, accettate il mio che vi fo di me stesso.

CLERIA. In man vostra sta il far prova di questo amore, se è tal quale io lo dico.

ESSANDRO. Cuor mio caro, accorgendomi quanto sia la finezza dell'amor suo, e conoscendovi signora di gran cuore, prendo baldanza di chiederle una grazia col piú interno affetto che possa pregar un cuore: che queste parole, che con tanto periglio dell'onor suo si possono ascoltar da vicini, gliele potessi dir in camera sua.

CLERIA. Ah, Essandro, or conosco che siete come gli altri uomini, che vedendo una donna che vi mostri qualche segno d'amorevolezza, subito volete abusar la cortesia col voler giungere a quel termine senza il quale l'amor par che sia nulla; e per sodisfarvi d'un capriccio di niente, volete vituperarla per sempre. Or non è questo piú tosto umore che amore? Pregovi dunque che non mi comandiate ch'io facci cosí gran torto all'onor mio: considerate bene la dimanda che mi fate, e siate giudice di voi stesso. Vostra sorella m'ave assicurato che da voi non mi sará chiesto cosa che ad onestissimo amor non si convenga: mi volete parlare, ecco vi ubidisco; accettate dunque col mio buon volere tutto quello ch'io posso.

ESSANDRO. E vi basta l'animo, signora mia, far cosí grande oltraggio al debito e alla riverenza che vi porto, cadendovi nell'animo ch'io disegnassi farvi cosí gran torto? Può dunque essere che, veggendomi scolpita nella fronte ogni mia voglia, facciate di me cosí iniquo pensiero? Non merita tanta asprezza la mia fede che vi osservo, né l'inestimabil amor che vi porto, amandovi sovra ogni cosa mortale. V'ho chiesto questa grazia sol per iscovrirvi certi secreti de' nostri amori, non con quello animo certo che stimate; e con questo desiderio son venuto a provocar la grandezza del vostro animo a una grazia cosí segnalata. Tranquillate dunque ogni torbido del vostro cuore e scacciate da voi cosí vano sospetto. E se fedel servitú merita qualche guiderdone, fate forza a voi stessa a sodisfarmi; che qui si tratta di far cimento della realtá dell'amor che dite portarmi, e di dar vita ad uno che ha sol cara la vita per spenderla in vostro onore.

CLERIA. Padron mio caro, se son caduta in error di troppa amorevolezza, non vorrei cader in opprobrio di troppo sfacciatezza e disonestá; onde vi prego a non far cosa onde giuntamente abbiamo a pentircene, anzi voi stesso debbiate portarmene odio perpetuo. E se la cosa amata può impetrar alcuna grazia dal suo amante, vi prego che soffriate questo disgusto e compensiatelo per quando saremo nostri, col ricordo di non aver fatto mai cosa che onestissima non fusse stata.

ESSANDRO. Misero me, non ancor conoscete la mia fede a mille segni? Assicuratevi tutta nella mia fede, che la troverete piú fedele dell'istessa fedeltá, e sappiate che dubitar nella fede dimostra infedeltá.

CLERIA. S'io non fusse fidelissima, non vi arrei amato e servito con tanta fede.

ESSANDRO. E se mai fedel amor meritò che gli sia prestato fede, credetemi a questa volta; e se altramente vedrete succedere, vo' che la vendichiate con quanta asprezza e crudeltá meritarebbe cosí iniqua discortesia. Io non ardirò alzarvi gli occhi su il viso, né far altro di quello che da voi, mia regina, mi sará espressamente comandato.

CLERIA. L'amor che vi porto e la gelosia che ho dell'onor mio, stanno al pari ad una bilancia. Dio sa come posso negarlovi.

ESSANDRO. Non mi avete detto poco anzi, signora, che voi me vi donavate e che eravate mia? Dunque, come di cosa mia ne vo' disporre a quel che voglio, né voi potrete negarmi cosa alcuna; e il negarmi questa grazia è il negarmi voi stessa.

CLERIA. Io non niego che non me vi abbi donata e che non sia tutta vostra; ma in quel solo che può apportar biasmo e disonore al nostro commune amore, mi sottraggo dal vostro imperio: e in quello mi prestiate per un poco a me stessa, e poi subito torno ad esser vostra piú che era prima.

ESSANDRO. La donazione fu libera e senza queste eccettuazioni: vi dovevate pensar prima che donarmevi. Or essendo mia, vo' disponere di voi come di cosa propria.

CLERIA. Ma ditemi, signor mio, come io me vi donai tutta, cosí voi intieramente vi donaste a me: or come cosa mia e non vostra, io vi comando che non mi debbiate astringere a questo fallo. E se voi sète gentiluomo e non m'avete detto mentita, mi ubidirete; e se non m'ubidirete, è segno che mi vi sète dato per beffarmi e per mancarmi di parola; e io non vo' per signor della mia vita persona che manchi al debito di gentiluomo.

ESSANDRO. Imaginatevi, anima mia, che siate in un steccato dove si combatte con arme di amore e di cortesia; e se ben la vittoria rimane appo il vinto, pur è gran carico lasciarsi vincere di cortesia. Se questa speranza che ho in voi mi vien fallita, non mi resta altro che morte. Signora, a tanti oblighi aggiungete questo altro. La vostra cortesia vinca il mio merito; gradite la mia dimanda la qual quanto è piú importante, piú mi dimostra il vostro amore e la cortesia. Fioretta mia sorella m'ha riferito che per questo vicolo rare volte vi passa persona, e vi è una porta che vien dritto in camera vostra, e la balia ne tien la chiave: se ciò mi negate, dirò che non da téma di onore, ma vien da desiderio della mia morte.

CLERIA. Io conosco, cuor mio, che non è cosa al mondo, per grande che sia, che voi non la meritiate. Mi sento tanto intenerita da' vostri prieghi che non posso negarvi cosa che vi piaccia. Vo' che le leggi d'amore e di cortesia abbino quella forza che conviene. Disponete dunque di me come cosa veramente vostra; entrate in questo vicolo, ché Nepita v'aprirá la porta.

ESSANDRO. Ecco ch'io non posso non chiamarmi vinto dal nobilissimo animo vostro. Conosco che veramente m'amate.

SCENA IV.

PANURGO, ALESSIO.

PANURGO. O Alessio carissimo, come comparite a tempo! parmi questa una ventura dal Cielo. Voi solo mancavate al buon disegno.

ALESSIO. Eccomi al tuo comando, Panurgo caro.

PANURGO. Tu, Alessio, sei l'istesso e commune aiuto degli amici; però aiutaci: il bisogno ne fa importuni.

ALESSIO. M'uccidi tardando tanto a dirmi che vogli.

PANURGO. Essandro vi prega, straprega e scongiura che l'accommodiate per un giorno d'una veste da dottore.

ALESSIO. A che vuole egli servirsene?

PANURGO. Lo saprete poi: non lo dico adesso per non dar fastidio a questi che stan qui, che l'hanno inteso un'altra volta.

ALESSIO. A questo potrò servirti agevolmente; che Facio mio padre se n'ha fatto far certe nuove per andare a leggere a Salerno nello Studio, e or sta in casa aspettando maestro Rampino che gli le porti. Partito che sará, che fia tra poche ore, ti potrò accomodar di quelle che lascia, per parecchi giorni.

PANURGO. Per chi le mandarete?

ALESSIO. Per Tofano, mio servidore, che vi conosce; o ne cercará altre in presto. Attendete all'altre cose da farsi, che subito partito mio padre, le manderò; sol fate che non vi abbi a cercare.

PANURGO. Io abito qui presso: fate solo che compaia qui, che sará veduto.

ALESSIO. Cosí farassi.

PANURGO. Ma quello di che ti aremo maggior obligo, è la prestezza, che non è cosa di che abbiamo maggior bisogno. Al vostro servo promettete la mancia da nostra parte, accioché corra e usi diligenza.

ALESSIO. Vado.

PANURGO. E se non possiamo per adesso darvene piena ricompensa, almeno conosceremo il beneficio e resteremo con obligo di riservirvelo; e perdonateci del fastidio che vi diamo.

ALESSIO. Or queste parole sí, che mi danno fastidio; che non potrei aver consolazione a par di quella che ricevo, che Essandro si avaglia dell'opra mia.

PANURGO. Ma io veggio Morfeo parasito che vien verso qua; non potrebbe comparir a tempo piú opportuno.

SCENA V.

MORFEO parasito, PANURGO.

MORFEO. Son omai stracco e non ho trovato ancora chi mi inviti a pranso: non ci è piú caritá né piú cortesia al mondo. Un tempo era invitato da quattro e da sei, chi mi strascinava di qua e chi di lá; e or sto un mese che non sono richiesto. Non mi servono piú i motti arguti, non le buffonarie, non il dir mal d'altri per dar spasso a' convitati.

PANURGO. (Sta morto di fame a punto come io desiava, benché la fame non l'abbandoni mai; ché non ho miglior mezzo per condurlo a quanto desidero).

MORFEO. E se pur m'invito da me stesso, tutti si trovano con una parola in bocca: che mangia altrove o non ave ancor digerito o vòl perdere quel pasto o che digiuna. O che ogni volta che dicono queste scuse gli cadesse un dente di bocca! Almeno la natura mi avesse fatto polpo, che nella gran fame potessi mangiarmi le braccia proprie.

PANURGO. (Farò vista di non essermi accorto di lui e di far un apparecchio, accioché gli aguzzi e susciti l'appetito). Olá, apparecchiate la tavola e ponetevi quei presciutti e verrine fredde;...

MORFEO. (Dice bene, che se non son cotti duo giorni prima, non vagliono. Gran filosofo deve esser costui delle cose della buccolica).

PANURGO....fate che quel gallo d'India sia piú pelato del pelatoio e tutto infilzato di fettoline di lardo, accioché cocendosi pian piano, venghi tenero, ben cotto e non disseccato;...

MORFEO. (Questi vuoi far frollo me, non quel gallo, ché sentendo questo apparecchio, tutto mi sento intenerire).

PANURGO....quei pasticci stieno sempre in caldo, accioché le midolle che vi sono per dentro e di fuori non si gelino e paiano assevati, ma che sieno caldi e ben strutti;...

MORFEO. (Oimè, che a me si struggono le midolle dentro l'ossa!).

PANURGO....che le torte sfoggiate sieno ben cotte e succose, ma non tanto che nuotino nel brodo;...

MORFEO. (Mi par che questi mi sia uscito dal corpo, tanto sa ben egli ordinare quanto desidero).

PANURGO....il vin sia fresco. Date prima il greco, poi la lacrima, poi tramezzate il chiarello e moscatello. E sopra tutto il presto sia in capo alla lista, accioché venendo con quel mio compagno, non abbiamo ad aspettare ma subito porci a tavola.

MORFEO. (Io non posso ascoltar piú: l'anima si ha fatto un fardello delle sue robbe e si vuol partire; lo stomaco s'è ribellato, m'ave occupato la gola e mi strangola. Ma a che tardo ad invitarmi da me stesso?). Oh, ben trovato il mio Panurgo galante, intendente della buccolica piú di tutti gli uomini del mondo!

PANURGO. Ben venghi Morfeo!

MORFEO. Sería da vero ben venuto, se venissi per un terzo a questo tuo cenino che apparecchi.

PANURGO. L'apparecchio per un mio amico di che ho da servirmene in un bisogno importantissimo.

MORFEO. Sèrvite di me, che ti servirò al servibile e all'inservibile.

PANURGO. Vuoi tu prestarmi mille scudi?

MORFEO. Con che faccia cerchi a me mille scudi, che tutto intiero non vaglio dieci quattrini? Cercar dinari a me è come cercar acqua ad una pomice. Non posso altro prestarti se non la fame che ho adosso. Ma dammi da mangiare, e satollo vendimi ad una galea per quanto vaglio.

PANURGO. Io non ho bisogno di danari, burlo teco. Io ho bisogno di un ladro, infame, giuntatore, assassino,...

MORFEO. Questi sono i titoli dell'arte mia.

PANURGO....tristo, cattivo, malizioso, astuto, truffatore,...

MORFEO. Giá giá l'hai ritrovato.

PANURGO....bugiardo, mentitore.