Chapter 1
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GIAMBATTISTA DELLA PORTA
LE COMMEDIE
A CURA DI VINCENZO SPAMPANATO
VOLUME PRIMO
BARI
GIUS. LATERZA & FIGLI TIPOGRAFI-EDITORI-LIBRAI
1910
PROPRIETÀ LETTERARIA
AGOSTO MCMX -- 25353
LA FANTESCA
LA «GELOSIA» FA IL PROLOGO.
So ben ch'ogniun di voi che mi vedrá cosí vestita di giallo, con faccia cosí pallida e macilente, con gli occhi sbigottiti e fitti in dentro e co' giri d'intorno lividi, con questi faci, serpi e stimoli in mano, desidererá saper chi sia e a che fin qui comparsa, rappresentandosi agli occhi vostri piú tosto una sembianza tragica e mostruosa che convenevole a' giochi e feste della comedia che aspettavate. Né io arei avuto ardir comparir in questa scena, se anticamente non vi fussero comparsi i Lari, gli Arturi, i Sileni, la Lussuria e la Povertá, e se l'amor che porto a queste mie carissime gentildonne non mi avesse fatto romper tutti gli ordini e le leggi. Dirò chi sia e a che fin qui comparsa. Io son la Gelosia.
Ma oimè! che in sentirmi nominare, tutte queste mie nobilissime signore si sono sbigottite e conturbate e hanno annubilato il sereno di lor begli occhi come avessero inteso qualche cosa orribile e paventosa, chiamandomi tòsco e veleno di cuori, peste infernale e conturbatrice de' piaceri, e che io finalmente impoverisca e conturbi tutto il regno di Amore. Orsú, lasciate l'odio e lo sdegno da parte, ascoltate le mie ragioni, che vedrete che non ha amor cosa né piú soave né piú degna di me. Dite, di grazia, che cosa è amore? Non è altro che desiderio di possedere e di fruire la cosa amata: e che sia vero, non vedete i vostri amanti i quali, per venire a questo ultimo fine, vi amano, vi servono e vi adorano, e per voi spendono la robba, la vita e l'onore? Ma, dopo aver acquistato il vostro amore, non vedete che quel desiderio a poco a poco viene ad intepidirsi, a raffreddarsi, anzi a spegnersi in tutto? Questo è vizio della umana natura: che le cose possedute sogliono rincrescere e le vietate esser desiderate. Agli amanti, dopo conseguito l'effetto, manca l'affetto; in voi, conceduto l'effetto, piú cresce l'affetto. Or considerate, signore mie care--se pur è alcuna fra voi che l'abbia provato,--che dispiacer sente quella poveretta, quando dopo tanti prieghi, o spinta da pari ardore o da vera pietade, gli fa dono dell'amor suo, e quando stima che l'amor debba crescere, quello veggia scemarsi, annullarsi, anzi in odio convertirsi? So che alcuna per non poter soffrir tanto martello, o col veleno o co' ferri o col precipitarsi in un pozzo, ha dato fine a sí acerbi dolori. Or ecco l'arte mia, ecco l'aiuto che vi porgo.
Primo, a questi svogliati gli propongo un rivale e gli lo depingo di maggior valore di lui; poi, subito gli avento al petto una di queste serpi, le quali scorrendogli per lo core, lo riempiono di gielo e di veleno; appresso, sottentro con queste faci accese nel foco tartareo e l'accendo di fiamme cocenti e ardentissime, e di passo in passo lo pungo con questi chiodi, coltelli e stimoli: talché in poco spazio di tempo gli riduco non solo ne' primi amori, ma piú tosto in rabie e furori e nella forma che voi mi vedete. Cosí piú ardenti e piú bramosi che mai, vi si buttano dinanzi a' piedi, a chiedervi perdono delle offese fattevi e desiar i vostri favori; e rinovellasi l'amore.
Perché pensate voi che ne piaccia la primavera se non per gli freddi, per gli venti e per gli ghiacci passati? perché la pace se non per i passati travagli della guerra? perché i cibi piú saporiti se non per il digiuno e per la fame? Non si conosce la felicitá se non si prova prima la miseria. Io dunque col fargli provar queste pene cosí pungenti e acerbe, gli fo saper i gusti piú suavi e piú dolci. Vi porgo ancora un altro aiuto. Essendo la scortesia dell'amato troppo superba e villana e ch'io non basto ad addolcirla, adopro questo compagno che vien sempre meco. Questi è lo Sdegno, armato sempre di orgoglio e di furore; questi subito abbatte ed estingue l'amore, e vi guarisce affatto e vi rende di modo come se non mai piú l'aveste udito; questi sol vince amore: vedete come preso e incatenato lo tragge nel suo trionfo.
Ecco ch'io non son quella che pensavate, ma son vostra amica; e io rinuovo e accresco i vostri diletti. Voi ne avete l'essempio in questa comedia. Una fantesca gelosa di un'altra fantesca, perché l'ha tolto il padrone ch'era suo innamorato, divien piú ardente al servire. La moglie è gelosa del marito per questa fantesca, onde piú l'ama e lo guarda. Questa fantesca che dá gelosia a tanti, è avelenata da gelosia di un forastiero romano, e per me divien piú sollecita a procurar le sue nozze. Ecco qui le due fantesche che per gelosia se azzuffano insieme: cominciate a veder le mie prove, e lodate sempre la Gelosia.
PERSONE DELLA COMEDIA
NEPITA fantesca ESSANDRO giovane, sotto abito e nome di Fioretta fantesca CLERIA giovane innamorata GERASTO vecchio PANURGO servo di Essandro FACIO dottor di legge ALESSIO giovane PELAMATTI servo SANTINA moglie di Gerasto MORFEO parasito GRANCHIO servo di Narticoforo NARTICOFORO pedante Speciale Capitan DANTE spagnuolo Capitan PANTALEONE spagnuolo APOLLIONE vecchio TOFANO servo.
La scena dove si rappresenta la favola è Napoli.
ATTO I.
SCENA I.
NEPITA, ESSANDRO sotto nome e abito di Fioretta fantesca.
NEPITA. Non può esser mai pace in una famiglia, quando vi capita qualche fantesca di cattiva condizione. Da che ha posto piede in casa questa maladetta Fioretta, non ci è stata piú ora di bene. È stata mezana tra Cleria mia figliana e uno Essandro suo parente, che l'ha ridotta a divenir pazza e a menar vita da disperata; s'è attaccata a far l'amor col padron vecchio, e ha posto tanta gelosia tra lui e la moglie che stiamo tutti in scompiglio; l'ha tolto a me, che pur qualche voltarella mi recreava, di che mi scoppia il cuor di gelosia. Ma dove mi sei sparita dagli occhi, mona Fioretta? Mi vai tutto il giorno passeggiando con i guanti alle mani come una gentildonna: cosí si serve? cosí si mangia il pan d'altri, eh?
ESSANDRO. Nepita, come tu sei stracca di travagliar te stessa, attendi a travagliar gli altri: giocherei che non sai quel che vogli o non vogli.
NEPITA. Voglio che ti scalzi i guanti, vadi a lavar le scudelle, a nettar le pignate, a vôtar i destri e a far gli altri servigi di casa, intendi?
ESSANDRO. Cleria padrona mi ha invitata per i suoi servigi.
NEPITA. Son scuse tue. T'arai data la posta con qualche famigliaccio da stalla e or lo vai a trovar cosí mattino.
ESSANDRO. Misuri gli altri con la tua misura. Questa arte dovevi far tu, quando eri giovane.
NEPITA. E ti par dunque ch'or sia vecchia?
ESSANDRO. Mi par, no; lo tengo per certo, sí.
NEPITA. Dunque hai per certo che sia vecchia?
ESSANDRO. Tu stessa il dici.
NEPITA. Menti per la gola: odoro piú io morta che tu non puzzi viva, e a tuo dispetto son piú aggraziata di te.
ESSANDRO. Io non son bella né mi curo d'esserci, e mi contento come mi fece Iddio.
NEPITA. Se tu ti contentassi come ti fece Dio, non consumaresti tutto il giorno ad incalcinarti la faccia e a dipingerlati di magra, e col vetro o col fil torto trarti i peli del mustaccio. Or puossi dir peggio che femina barbuta? Poi hai una voce rauca, che par ch'abbi gridato alle cornacchie. Sfacciata che sei!
ESSANDRO. Questa arte m'hai tu forzata a farla, e non devresti ingiuriarmi di cosa di che tu sei stata cagione.
NEPITA. Mira con quanta superbia mi favella e mi viene con le dita sugli occhi ancora! Pensi che sia alcuna ricolta dal fango e non si sappi donde mi sia, come tu sei?
ESSANDRO. Nepita, tu hai altro con me e mi vai cosí aggirando il capo.
NEPITA. Poiché siam venute su questo, vo' che il dica: se non, che ci daremo infino a tanto delle pugna che ne sputiamo i denti.
ESSANDRO. Ti duoli di me che t'abbi tolto il padron vecchio Gerasto, che prima era tuo innamorato.
NEPITA. Oh, lo dicesti pure!
ESSANDRO. Ma se tu sapessi la cosa come va, non mi porteresti tanto odio, non aresti gelosia di me e m'amaresti come amo io te.
NEPITA. Io non ho gelosia di fatti tuoi. Ma se questo fusse....
ESSANDRO. Se prometti tenermi secreta e aiutarmi, oh quanto sería meglio per te!
NEPITA. Che mi vuoi far vedere, che sei vergine?
ESSANDRO. Ti scoprirò cosa che non pensasti mai.
NEPITA. Piglia da me ogni sicurezza che vuoi.
ESSANDRO. Ma avèrti che son cose d'importanza, non da pugne ma da pugnali, e importa l'onor di tua figliana.
NEPITA. Parla presto, non mi far stare piú sospesa, non mi far consumare.
ESSANDRO. Prestami l'orecchia.
NEPITA. Eccole tutt'e due, te siano donate.
ESSANDRO. Tu pensi ch'io sia femina, e io son maschio.
NEPITA. E può esser questo vero?
ESSANDRO. Come ascolti, e si può toccar la veritá con la mano.
NEPITA. Come non m'hai fatto prima toccar con la mano questa veritá?
ESSANDRO. Non son còlto dal fango o dalla vil feccia del populazzo, come tu dici; ch'io son genovese. E se ben devrei tacer la famiglia per non macchiar lo splendor di tanta nobiltá con la mia mattezza, pur vo' scoprirlati. Son di Fregosi.
NEPITA. Perché in questo abito? che util cavi di questa pazzia?
ESSANDRO. Lo saprai, se m'ascolti. Fuggendo di Roma di casa di mio zio Apollione che, per non esser ito alla scuola, promise battermi, me ne venni qui in Napoli dove, appena giunto, Amor mostrandomi Cleria, la tua figliana, al suo primo apparir ricevei con tanta forza le sue divine bellezze nel cuore, che altro contento non arei potuto desiar in questa vita che vedermi sazi pur una volta gli occhi di mirarla. Prima feci ogni sforzo a me stesso per distormi da tal pensiero, ma tutto fu vano; ché il male era tanto impresso nel vivo che ogni rimedio faceva contrario effetto, piú accresceva la doglia e piú inacerbiva le piaghe. Onde per non morirmi di passione, poiché l'esser sbarbato mi porgeva la comoditá, mi vestii da femina e m'introdussi a servir questa casa....
NEPITA. Chi ti consigliò questo? chi ti diè tanta audacia?
ESSANDRO. Amor mi fu consigliero, Amor mi diè l'ardimento e di sua mano mi pose questo abito adosso, Amor mi fe' il sensale e mi condusse a servirla.
NEPITA. O Dio, che cosa ascolto!
ESSANDRO.... Entrato che fui dentro, tu ben sai con quanta diligenza abbi servito la casa, e principalmente la mia divina padrona; sí che in poco spazio di tempo le son divenuto cosí grato che sempre ragiona meco: m'ha scoverto tutti i suoi segreti e postomi tutte le sue cose in mano, non vuole che altri la spogli e la lavi, mi bacia e mi fa tante carezze che, se fossi nella mia forma, non le saprei desiderar maggiori....
NEPITA. Dunque sei giunto a quanto desiavi, sei felicissimo.
ESSANDRO.... Ahi, che non fussi mai stato! Ho fatto come l'infermo che sempre appetisce quel che gli nòce. Pensava io miserello che, accostandomi a quello incendio onde tutto brugiava, la mia focosa brama fusse estinta; ma io mi sento piú acceso che mai. Son avampato di sorte che non fu mai fiamma, combattuta da venti, cosí ardente come questa alma. Ardo nel fuoco ch'io medesimo m'ho fatto, e come fenice mi rinuovo nella mia fiamma. Or conosco che di tutti gli umani desideri solo l'amoroso è insaziabile. Onde, avendo gustato cosí dolcissima donna, mi par impossibile il poter vivere senza lei....
NEPITA. Dunque l'hai gustata, eh?
ESSANDRO. Dunque non si può gustare senza conoscerla?
NEPITA. Come hai potuto contenerti?
ESSANDRO.... Io, vedendo ch'ella era vergine e che non sentiva ancora di cose di amore, dubitai che, scoprendomele, l'avesse manifestato a suo padre o madre che m'avessero scacciato di casa, e la mia temeritá m'avesse posto a rischio di farmi perdere tanto bene. Mi parve piú sicuro soffrire e godere quanto poteva. Anzi, alcuna volta veggendola star allegra, volli scoprirle ch'io era uomo e l'inganno che aveva usato per servirla; ma delle parole, che prima m'avea preparate attissime a manifestarle il mio stato, parte vituperava e parte mutava; alfin, avampato di rossore, restava mutolo. Ed ella mi pregava che finisse il ragionamento, non pensando dove avesse a riuscire.
NEPITA. Sei stato un bel grosso a non manifestarti!
ESSANDRO. Anzi niuna cosa mi fe' restio se non l'esser stimato da lei per un grosso.
NEPITA. Non dubitar che alle donne piacciono piú questi uomini di grosso ingegno che quelli di delicato e sottile, per esser troppo fastidio a trattar con loro che nel piú bel maneggiargli o si torcono o si spezzano. Ma come ponno star insieme due cose contrarie? se tu sei innamorato di Cleria, come sei ruffiano di Essandro, quel tuo parente?
ESSANDRO. Or saprai il tutto.... Stando in questi dubbi, Amor che non lascia mai perir i suoi seguaci, mi scoverse un modo come avessi potuto sicuramente tentar l'animo e il suo onesto proponimento. Un giorno mi mandò per un suo servigio, tardai molto, mi domandò la cagione. Le dissi che avea incontrato un mio fratello nato meco ad un parto che tutto rassomigliava a me, che l'avea lasciato picciolo in Roma e or servea per paggio al viceré; e glie lo dipinsi tanto grazioso che a lei venne desiderio di vederlo. Come la viddi ben accesa, e me ne pregò molte volte, me n'andai a casa di Panurgo mio servo che trattengo in una osteria; e vestitomi delle mie vesti da maschio, passeggiandole intorno la casa, conobbi chiaramente ch'ella non poco godeva della mia vista. Mi spoglio le vesti da maschio, mi rivesto la gonna e torno a casa. Giunto, mi butta le braccia al collo e mi dá mille baci, dicendo che mentre baciava me, le pareva di baciar mio fratello....
NEPITA. La povera figlia diceva il vero, non s'ingannava. Alfine?
ESSANDRO....Alfin mi scuopre ch'era innamorata di lui e che la sua pena era indicibile, e mi priega che gli porti alcune ambasciate e presentucci; e io, tutte le risposte che piacevano a me, glie le diceva da parte di mio fratello.
NEPITA. Io non ho inteso al mondo mai la piú bella istoria: orsú, che pensi di fare?
ESSANDRO. Or io vedendo che la barba tuttavia spunta fuori, come hai tu detto, non posso star piú nascosto in questo abito; e il peggio è che Gerasto, il padron vecchio, è cosí sconciamente innamorato di me che fa le pazzie. Tu lo sai: non mi incontra mai sola per la casa che alla sfuggita non mi tocchi e solletichi. O Dio, a che pericolo mi trovai! che pensiero sarebbe stato il mio, se trovato altro di quel che pensava!...
NEPITA. Ah, ah, ah, con quanto piacere ascolto questo!
ESSANDRO.... Onde oggi ho proposto venirci da maschio, scoprirle i miei secreti e, se m'accetta per sposo, avisarne mio zio e farla chiedere legitimamente per sposa; ché come Gerasto sará informato ch'io mi sia, me la concederá davantaggio.
NEPITA. Certo che mi è caro, ché m'affliggeva il cuore veder patire quella povera figlia. Le vengono alle volte certi svenimenti di cuore, che par che si muoia: ti porta tanto amore che avanza ogni meraviglia. Or credo che sei de' Fregosi, poiché l'hai posta in tanta frega.
ESSANDRO. Or la fede che ho avuta in te, di averti scoverto quei secreti che fin qui non ho confidato con niuno, ti obliga ad essermi fedele; ché conseguito il matrimonio, farò che le leggi della nobiltá abbino quella forza in me che aver denno. Io ho un servo in casa, che ha gambe sotto cosí robuste ch'è buon per caminare quattro e cinque miglia per ora, come tu proprio vorresti: te lo darò per marito, e serai madre di mia moglie e padrona della casa.
NEPITA. Ne vedrai la prova, che d'oggi innanzi m'adoprerò in tuo aiuto con ogni modo possibile.
ESSANDRO. Tuo ufficio sará d'aiutarmi, poiché cosí speranza me ne dai.
NEPITA. Ma, per parlarti alla libera, non posso credere che tu sia maschio.
ESSANDRO. Credilo, che è cosí.
NEPITA. Giamai credei a parole.
ESSANDRO. Dunque, nol credi?
NEPITA. No, che voi giovani vi dilettate di dar la baia: però bisogna prima chiarirsene e poi credere.
ESSANDRO. Farò che lo vedrai.
NEPITA. E questi che fan le bagattelle, pur fan veder molte cose che non sono.
ESSANDRO. Farò che tocchi la veritá con le mani.
NEPITA. Or questo è altra cosa.
ESSANDRO. Va' e dille che si facci su la fenestra, ché vuol ragionarmi, e a questo effetto sono qui fuora.
NEPITA. Volentieri.
ESSANDRO. Col fidarmi di costei, ho fatto duo buoni effetti: toltomi dinanzi lei, che era la maggior nemica che avessi in questa casa, e adesso, come consapevole, mi aiutará con la sua fígliana.
SCENA II.
CLERIA giovane, ESSANDRO.
CLERIA. Fioretta mia, fatti piú in qua, che non m'oda mia madre che sta nell'anticamera.
ESSANDRO. Eccomi, signora mia.
CLERIA. Dirai primieramente ad Essandro mio che vorrei mandargli mille saluti e consolazioni, ma non posso; che non ho né salute né consolazione, e mal posso partir seco quelle cose che non possedo. E se pur volessi mandargli qualche salute, bisogneria che mandassi se stesso a lui medesimo; perché egli solo è il mio contento e la mia salute, e sempre che son priva di lui, son inferma e scontentissima.
ESSANDRO. Appresso?
CLERIA. Che non mi veggio mai sazia d'odiar me stessa per amar lui, e che il fuoco è tanto cresciuto che son tutta di fiamma; son tanto sua che in me non vi è nulla piú del mio, son transformata in lui stesso; e se volesse essere per qualche breve spazio mia, bisogneria che me gli cercasse in presto, avendo locato in lui la somma d'ogni mio desiderio e avendolo eletto per fin d'ogni mio bene.
ESSANDRO. Benissimo.
CLERIA. E digli che s'io potessi, vorrei chiamarlo crudele; che sapendo bene che dalla sua vista gli spirti miei prendono l'alimento della lor vita, e mancandomi la sua vista mi mancaria la vita, perché mi fa carestia di cosa che sí poco gli importa, e dandomene molto, a lui non scema nulla? E che quindi fo argomento che non risponde con amore a chi l'ama, né con la fede a chi gli è fedele: e non cercando vedermi, come posso creder che m'ami?
ESSANDRO. Signora, state sicura ch'egli sempre vi vede.
CLERIA. Mi vede, eh?
ESSANDRO. Vi vede, vi parla, vi tocca e vi sta sempre appresso.
CLERIA. Egli mi tocca e vede? Fioretta, dici da vero?
ESSANDRO. Cosí da vero come vi vedo e tocco io.
CLERIA. Egli mi tocca?
ESSANDRO. Ti abbraccia, ti bacia e ti vede sempre, e ha tanto piacer di vederti e di abbracciarti che mai simil ebbe; ed egli si terrebbe felicissimo se in quel punto fusse riconosciuto da voi.
CLERIA. Scherzi, eh?
ESSANDRO. Possa morir se scherzo.
CLERIA. Perché dunque non mi si scuopre?
ESSANDRO. Perché dubita.
CLERIA. Di che dubita?
ESSANDRO. Che avendolo forse a male, lo privaste di tanta gioia; e s'egli stesse un sol giorno senza vedervi, si morrebbe di ambascia.
CLERIA. Col pensiero forse mi tocca, ch'altrimente non so come possa esser vero ch'egli mi tocchi.
ESSANDRO. Dico che vi vede con gli occhi.
CLERIA. Come con gli occhi?
ESSANDRO. Con gli occhi aperti, e vi tocca con le sue mani proprie.
CLERIA. Lo dici per ischerzar meco; né io sarei cosí sciocca o fuori di me medema, che veggendomi innanzi e ragionandomi quello che piú della propria vita amo, io non lo conoscessi.
ESSANDRO. Anzi, or ora vi vede.
CLERIA. Forse sta nascosto qui intorno?
ESSANDRO. Dico che vi sta innanzi come io, e vi parla come io.
CLERIA. Come può esser questo vero, se qui non veggio niuno altro che te, né altri che tu mi parli? Ma dimmi, Fioretta carissima, sai tu quanto egli m'ami?
ESSANDRO. V'ama quanto io.
CLERIA. So che tu m'ami, non ne sto in dubbio; ma tu sei mal cambiata da me, che ti amo quanto si può, perché mi rassomigli tutta a tuo fratello.
ESSANDRO. Anzi piú m'amaresti, se mi conoscessi.
CLERIA. Come non ti conosco? cosí tu conoscessi l'amor che porto a tuo fratello, che trovaresti modo di darmi qualche rimedio.
ESSANDRO. O Dio, che non è cosa che piú desii al mondo, che darti questo rimedio.
CLERIA. Se ben tu dici cosí, pur ben m'accorgo non essere amata quanto merita l'amor mio. Perché se pur alcuna volta passa per qua, lo veggio cosí timido e sospettoso, cosí celato il viso nella cappa che par che dubbiti di qualche tradimento; e quanto può piú presto, da qui si parte, il che mi dá tanto dolore quanto è l'amor che li porto.
ESSANDRO. È giovane, signora: questo è il suo primo amore. Vorrei io esser lui, ché conoscendo quella bellezza che in voi singular si scuopre, i divini costumi e l'onestá, sí ricco tesoro di grazie, mi terrei felicissimo; quando una sol volta fussi mirato da voi, saresti osservata e riverita da me, qual si conviene al vostro merito.
CLERIA. Mi vergogno non essere come tu dici, solamente per piacergli. Ma se tu fossi lui e t'accorgessi ch'altri ti amassi e si struggesse per te, faresti come gli altri uomini, cominciaresti a star in contegno, far del re e alzaresti la coda.
ESSANDRO. Avete il torto, signora, far questa stima di me, che non alzarei piú la coda di quello che fo al presente o feci per lo passato.
CLERIA. Dunque, poiché t'è cosí aperto e nudo il cor mio come la fronte, perché non gli manifesti quanto l'amo?
ESSANDRO. Anzi, egli si duole di me che non gli manifesti il suo amore: alfin, io sarò la cagione d'ogni male.
CLERIA. Anzi, la radice e fonte d'ogni bene. Va' dunque, Fioretta mia, e digli che avendomi comandato che volea ragionarmi, ecco ch'io sono apparecchiata;...
ESSANDRO. Andrò volontieri.
CLERIA.... ch'io piango e ch'io muoio....
ESSANDRO. Sará fatto...
CLERIA.... E se m'ama, che venghi presto....
ESSANDRO.... quanto comandate....
CLERIA.... E se mio padre non si contenta darmelo per sposo, digli ch'io vo' fuggirmene seco nella fin del mondo.
ESSANDRO.... Volete altro?
CLERIA. Non altro; raccomandamegli strettamente.
ESSANDRO. Entratevene, che vostro padre non vi vegga.
CLERIA. Fa' di modo che tu mi porti bone novelle.
ESSANDRO. Bene.
CLERIA. E se pur non mi trovasse in fenestra, che fischi, ché verrò subito.
ESSANDRO. Me ne vo.
CLERIA. Aspetta, aspetta, ascolta questo.
ESSANDRO. Entrate, ché Gerasto vostro padre vien fuora; che non vi vegga.
SCENA III.
GERASTO vecchio, ESSANDRO.
GERASTO. Non è piú infelice vita al mondo di quella d'un vecchio e innamorato; ché se la vecchiezza porta seco tutte le infirmitá e imperfezioni, amor tutte le doglie e passioni--ch'una di queste non bastano diece persone a sostenerle,--or pensate queste due in un sol uomo quanti travagli gli ponno dare. Io amo una che, se ben la fortuna me la fa serva, la sua bellezza me le fa schiavo; e se ben l'ho in casa, n'ho carestia: se l'ho innanzi, non posso mirarla. Son come colui che sta dentro l'acqua e si muor di sete, gli pendono i frutti sovra la testa e si muor di fame; ché l'arrabbiata cagna di mia moglie n'arde di gelosia, non la lascia un sol passo sola per la casa, e se si parte, la lascia serrata a chiave in camera con mia figlia. E se desio di starmi in casa, a mio dispetto m'è forza di starne fuori. Ma eccola qui. Dove si va, Fioretta mia, mio maggio fiorito?
ESSANDRO. Per un servigio della padrona.
GERASTO. Non ti partir, Fioretta mia: lascia che ti miri un poco, se a te non è discaro l'esser mirata; e lasciami sfogar cosí parlando teco, poiché non posso altro. Tu non sei fiore che nasci a tempo di primavera; ma a suo dispetto la primavera nasce dove tu sei. Niun fiore può paragonarsi con te, che porti i giacinti negli occhi e i gigli nelle carni, e parli rose e spiri gelsomini e fior di naranci.
ESSANDRO. Dove avete lasciati i garofoli?
GERASTO. Perché son troppo palesi in questi tuoi labrucci. E se Dio volesse far un re sovra i fiori, non eleggeria altro che te, tante sono le tue bellezze.
ESSANDRO. Vo' partirmi.