La famiglia Bonifazio; racconto

Part 8

Chapter 83,743 wordsPublic domain

E seguitava: Ti raccomando quel pomo, è il migliore di tutti, almeno a mio gusto. Questo pomo ruggine ti sembrerà brutto, ma è squisito, quell'altro riesce benissimo nello _Strudel_, che il povero nonno non voleva mangiare, perchè diceva che è un piatto tedesco. Poi gl'indicava i ciliegi, ai quali cominciavano a cader le foglie, e gl'insegnava gli alberi ove si raccoglievano le frutta più belle. Fiancheggiando un filare di fichi glieli nominava tutti, gli faceva gustare i migliori. Prendi questo verdino, assaggia quello della goccia, e il nero di collina, e conchiudeva: Adesso conosci i più squisiti, ma l'esperienza ti renderà più esperto.

Poi visitarono le vigne. C'erano delle uve eccellenti, il povero capitano ne aveva fatta una raccolta stupenda.

Finita la passeggiata, Maria gli disse:

--Adesso passiamo alla presentazione dei miei amici. Non ho bisogno di dirti tutti i pregi di Argo, tu lo conosci abbastanza, questo fedele guardiano.

Silvio torceva il muso, Maria rideva, e intanto si avviarono verso la scuderia. Prima di entrarvi si udì il nitrito di Falcone che aveva riconosciuto i passi e la voce della padrona, e la invitava ad entrare, un po' per affezione, e un poco anche per interesse, perchè essa andava sovente a trovarlo portandogli un pezzetto di pane e dello zucchero.

Pasquale, il macaco che stava nettando i finimenti sotto al portico, quando s'avvide che i due giovani andavano a visitare il cavallo, corse ad aprire la porta, e li precedette. Egli aveva certamente qualche cosa da nascondere. Quando entrarono, si avvicinava al cavallo che ebbe un tremito di paura, ma poi scorgendo Maria la buona bestia ripetè l'allegro nitrito, le appoggiò la testa sulla spalla, guardandola affettuosamente coi suoi grandi occhi neri, e raspando il pavimento colla zampa, per domandare qualche cosa. Maria disse al cugino:

--Non gli manca che la parola. Egli distingue benissimo gli amici dai nemici,--e così dicendo fissava con disprezzo il domestico, che col suo grugno di scimmiotto faceva lo gnorri.

La fanciulla si diffuse a vantare le ottime qualità di Falcone, e accarezzandolo si accorgeva che era stato strigliato male, e ne faceva l'osservazione a Pasquale, il quale si giustificava accusando il fieno d'essere pieno di polvere.

Dalla scuderia passarono alla stalla delle mucche e dei vitelli. Maria le designava tutte per nome dicendone i pregi. _Mira_ è una grossa friburghese che fa un latte eccellente, _Macchia_ è sua figlia, è più bella della madre, ma meno lattifera. La _Tirolese_ con quell'occhio placido, sentimentale, è un bel tipo. _La Bianca_ non manca di buone qualità, ma la poverina cammina male.

Le buone bestie voltavano la testa a guardare, e mettevano un lungo muggito, poi cacciavano il muso nella greppia, o stavano ruminando.

Maria accarezzò i vitellini, poi uscì dalla stalla con un salto, dicendo al suo compagno:

--Andiamo a visitare il pollaio.

Prima di entrarvi andò a prendere una manata di becchime, poi aperse la porta del cortile. Pareva di entrare nell'arca di Noè, c'era ogni sorta di volatili, oche, anitre, tacchini, galletti e galline, capponi dalla ricca coda di colori metallici, pollastre calzate e cappellute, e un gallo adulto, rosso nero ed azzurro, coi bargigli accesi, la cresta ritta, e due speroni da fare invidia a qualunque cavaliere. Egli andava ruzzolando fra la terra smossa, la crusca e le foglie verdi di cavolo, guardando intorno con occhio vigilante, chiamando le sue galline a beccare i granelli scoperti.

Maria sparpagliò il becchime chiamando: _pire pire pitte pitte_.

Al suono della sua voce si udì uno svolazzamento rumoroso accompagnato da accenti acuti, rauchi, sonori, uno squittire, un chiocciare confuso di chirichichì, di glu glu, di cocodè, si vide un accorrere ad ali spiegate, un saltellare, uno sparnazzare di zampe frettolose, un beccare furibondo di affamati. In coda alla svariata comitiva si avanzavano le anitre dondolanti sulle gambe corte, che ansiose di raggiungere i compagni annunziavano il loro arrivo: quà quà quà. Ultimi ad arrivare furono i tacchini, quei boriosi perdevano una così bella occasione di satollarsi per mettere in mostra la ruota della coda e le ciliegie scarlatte della loro pappagorgia, come i vanitosi della razza umana.

Uno stormo di colombi di tutti i colori era disceso dalla colombaia, e svolazzava intorno alla fanciulla, arrestandosi sulle sue spalle o prendendole i granelli dalle mani.

La campanella del pranzo richiamò in casa i due giovani. Il gatto che sapeva le ore meglio degli orologi, aspettava la sua parte sul balcone della cucina, e fu l'ultimo presentato. Maria corse ad accarezzarlo, ed egli arcuava il dorso e si fregava al viso della fanciulla, facendo le fusa.

--Ecco, disse Maria, il più furbo di tutti, Mumut viene a riposarsi sul mio panierino di lavoro, ma dorme con un occhio solo. Talvolta va a coricarsi fra le gambe di Argo, il quale non si muove più per non disturbarlo, e gli lava il muso colla lingua. Mumut fa la polizia della dispensa, visitata sovente da piccoli ladruncoli a coda lunga che rosicano il formaggio, mangiano la farina e il butirro. Ma qualche volta il briccone preferisce il vitello arrosto ai sorci crudi; allora è il gabelliere che fa il contrabbando, e la nonna va in collera.

Durante il pranzo Silvio rese conto delle presentazioni della cuginetta, e degli ottimi consigli che gli aveva dati sulle varie qualità delle uve e delle frutta. Gervasio lodava le cure di suo padre che non aveva lasciato un angolo di terreno senza cultura. La nonna si asciugava una lagrima pensando al suo vecchio compagno, era soddisfatta di udirlo ricordare con riconoscenza dal figlio, e aveva un sorriso affettuoso pei due nipoti, che formavano l'unica consolazione della sua vita.

Alla fine dell'autunno arrivò alla villa il capitano Alessandro, e fu accolto da tutti colle più cordiali dimostrazioni d'affetto. Maddalena non lo aveva più veduto dall'infanzia. Egli le apportò di quei cari ricordi domestici raccolti nella casa di Brianza, che sono i doni più preziosi che si possono fare a chi visse lungamente lontano dal tetto paterno.

Un ritratto in miniatura del colonnello colle assise dei cacciatori della guardia imperiale, un ritratto di sua madre prima delle nozze. Alcuni lavoretti della sua infanzia, alcune lettere che suo padre scrisse alla moglie da varie parti d'Europa, nelle quali parlava con sommo affetto della loro bambina.

Il mese che il capitano passò alla villa fu lieto per tutta quella buona famiglia, che rimase per tanto tempo dispersa. Si fecero delle belle gite nei siti più pittoreschi della provincia, ai colli d'Asolo e di Conegliano, ai monti ed ai laghetti di Ceneda e Serravalle, le due città congiunte in una sola dal Re liberatore, che le diede il nome famoso e immortale di Vittorio.

Tutti andavano a gara per divertire l'ospite gradito, e intanto si divertivano con lui. Ai primi di novembre egli partì, e Gervasio condusse a Treviso suo figlio per cominciare gli studi liceali, gli raccomandò di studiare, e di tenere una buona condotta, e ritornò alla villa.

Era la prima volta che Silvio si trovava affatto libero, e ne profittò subito per imparare il giuoco del bigliardo, pel quale si sentiva delle disposizioni incoraggianti. Fece una buona scelta d'amici, e di sigari; andava ogni sera al teatro e poi a cena, si coricava assai tardi, e alla mattina dormiva profondamente, dimenticandosi le ore delle lezioni, e così evitando la noia della scuola.

Ritornò a casa per le feste di Natale e vi restò fino dopo il principio del nuovo anno; a carnevale nuove vacanze, e a Pasqua rimase in famiglia quasi un mese. In giugno celebrò la festa nazionale con una settimana d'ozio, e in luglio aveva finito il primo anno, ed esaurito a suo modo il programma dello studio, passando anche agli esami.... pel buco della chiave, come egli stesso confessava agli amici.

Ad ogni vacanza regolare ad arbitraria andava a spasso per la città a farsi vedere come i tacchini della corte. Il cappello sull'orecchio destro, il sigaro in bocca, si dava un'aria spaccona da far ridere le mosche.

Suo padre si stupiva di quelle incessanti vacanze, di quella vita dondolona, di non vederlo mai con un libro in mano, e si rammentava il sistema diverso del tempo nel quale egli andava alla scuola, l'appello dei professori, il rigore degli esami, il bisogno di studiare che sentivano gli studenti. Silvio gli rispondeva:

--Quello era un tempo di pedanti, adesso è l'epoca della libertà!...

--Libertà dell'ignoranza! soggiungeva suo padre. Noi ci siamo apparecchiati sui libri a liberare la patria....

--E avete fatta della retorica e delle famose corbellerie, che vanno celebri nella storia, col nome di _quarantottate_!

Gervasio restava sbalordito. Le quarantottate!... il 1848 l'aveva lasciato storpio, aveva veduto coi suoi occhi i morti di Marghera, e del Ponte, gli pareva che le congiure, le carceri, i patiboli, la guerra non fossero retorica, ma forse si era ingannato. Egli pensava che la libertà ottenuta avesse bisogno di coltura per conservarla, ma suo figlio lo assicurava che il mondo cammina da sè, e che si diventa dottori anche senza dottrina.

«Divento vecchio! pensava fra sè papà Gervasio, vivo troppo lontano dal mondo per essere in caso di giudicarlo. Non voglio parer rimbambito, nè dar noia colle mie prediche all'unico figlio.»

Talvolta s'intratteneva di questi suoi dubbi, col vecchio maestro Zecchini, il quale gli rispondeva colla sua invariabile convinzione:

--L'uomo è un asino!... va avanti fino a un certo punto poi ritorna indietro; i figli sono sconoscenti, i popoli sono ingrati, e dimenticano facilmente i benefizii ottenuti con tanti dolori dai loro padri. Io sono un vecchio testimonio dei tempi trascorsi. Ho veduto il sangue e le lagrime che vennero sparse dalla nostra generazione per ottenere la indipendenza. Adesso che è raggiunto lo scopo, i neonati si burlano del passato, e si apparecchiano all'avvenire con fatua dabbenaggine. Ne vedremo col tempo le conseguenze.

Gervasio abbassava la testa, e procurava di distrarsi colle cure del giardinaggio e dei campi, cercava di far conoscenza con delle persone che dividessero i suoi gusti, e vedeva nella associazione al lavoro, non solo un vantaggio, ma eziandio un vero piacere.

I Pigna erano tutti agricoltori. Il vecchio era decrepito, il figlio gli pareva un uomo da nulla, ma il figlio del figlio era un giovinotto dell'età di Silvio, e frequentava la famiglia, e con lui cominciò ad intrattenersi di colture, e a metterlo a parte de' suoi progetti. Lo invitava a pranzo, e lavoravano insieme potando gli alberi, seminando, e trapiantando le pianticelle nei vasi. Era amico di Maria, e la nonna gli voleva bene. Per farsi un concetto preciso di questo giovane richiese il parere del maestro Zecchini.

--I Pigna, gli rispose, sono piccoli possidenti, e grandi ignoranti; il giovane Andrea fu mio scolaro, ed è un asino come tutti gli altri suoi pari. Tutti i nostri agricoltori coltivano il suolo da padre in figlio, senza sapere che cosa sia la terra, l'aria, l'acqua, la luce colle quali lavorano, contrariando la natura, e ricavando meschini prodotti.

Gervasio cercava d'istruire questo giovane amico, ma gli trovava la testa dura, e si doleva col maestro di quella tarda intelligenza.....

--Sono ignoranti, ma furbi ed astuti, gli osservava il maestro. Contano sulle dita, ma non fallano mai a loro danno.....

--Mi pare che s'interessi alla coltura dei fiori..... diceva Gervasio.

--Perchè gli piacciono i desinari della signora Maddalena. È un ghiottone che ama i buoni bocconi, che per lui sono i veri prodotti dei vostri fiori.

Papà Gervasio sorrideva del pessimismo del povero vecchio, che pareva nato con un paio di occhiali scuri sul naso, tanto vedeva tetro nel mondo.

Tuttavia dopo d'aver passato un paio d'anni al contado, anche Gervasio era convinto che cittadini e contadini italiani sono due popoli affatto diversi, che vivono sullo stesso suolo, con idee e costumi differenti. Questa anomalia, questo dualismo della civiltà e dell'ignoranza selvaggia, del lusso e della miseria, è un gravissimo ostacolo alla vera unità nazionale.

Tocca alla giovane generazione di fondere insieme queste diverse nature, egli pensava, e mio figlio sta apparecchiandosi all'ardua impresa.

Suo figlio, in quello stesso momento, carambolava allegramente sul prediletto bigliardo, mentre il suo professore si sforzava a dimostrare agli scolari, che «la coltura d'una nazione è la più sicura garanzia della sua libertà.» Finiti gli studi liceali, Silvio andò a Padova a studiare la legge, e a giuocare al bigliardo, e ritornando alla villa dopo il secondo anno di studio cominciò ad accorgersi che sua cugina Maria era proprio una bella ragazza. Guardandola negli occhi gli sembrava di sprofondarsi in un lago senza fondo, e sommerso in quel pelago soave diventava muto come un pesce. Essa pure appariva più impacciata del solito.

Correvano ancora come due fanciulli attraverso i prati del parco, o sotto i boschetti, mangiavano insieme le frutta seduti sull'erba, egli la contemplava in silenzio, gli pareva la più bella pesca matura della villa, l'avrebbe divorata viva e la invitava a fare una merendina nel nido come nei primi tempi, ma adesso ch'egli mostrava di andarci tanto volontieri, e senza paura delle biscie, essa non voleva andarci più, e furono vane tutte le preghiere.

Silvio entrava nelle serre, raccoglieva i fiori più rari, ne faceva dei mazzetti eleganti e li presentava alla cugina che se ne mostrava lieta, e sapeva farli vivere lungamente, cambiando spesso l'acqua del vaso, e gettandovi dentro del carbone polverizzato.

Ma la perfetta felicità non è pianta che attecchisca sul nostro pianeta; e appena s'intravede il paradiso terrestre, ecco che salta fuori il serpente. Silvio credette di vedere, con profondo rammarico, che quello stolido di Andrea Pigna gli vogava sul remo. Senza aver percorso gli studi universitari forse anche costui aveva fatta la stupenda scoperta del suo sapiente compagno; aveva trovato che Maria era una bella ragazza, e la contemplava con piacere. Allora il cuginetto si rammentò la storia di Cristoforo Colombo, e di Amerigo Vespucci, e pensando che non è sempre il primo scopritore che dà il nome alla scoperta, si sentì ferito nell'amor proprio, e cominciò a guardare di mal occhio il supposto rivale.

Così ebbe principio una burrasca nell'ambiente ristretto della villa, prodotta dai nuvoloni che si alzavano dal cervello dello studente. Il suo odio per Andrea glielo faceva vedere più brutto del vero; ne sparlava con suo padre e con la nonna, ma tutti lo difendevano con simpatia, e giustificavano il suo carattere, che sotto la rozza scorza mostrava delle buone qualità. Allora Silvio parlando con Maria scherzava ironicamente sul bellimbusto, ed essa che lo aveva sempre guardato con indifferenza, si mosse a compassione, e si mise ad osservarlo con interesse.

--Povero Andrea! essa diceva al cugino, è così premuroso nel contentare lo zio, è così attento ai suoi consigli, ha tanta cura dei nostri fiori.

--Capisco, capisco, gli vuoi proprio bene a quel ragazzo.

--Ma sicuro gli voglio bene. Ci siamo conosciuti da piccini, abbiamo giuocato insieme, è figlio e nipote di vecchi amici di casa.

--Che il cielo vi benedica! e vi conservi lungamente concordi e felici, in questa valle di lagrime, che è per voi un vero giardino di delizie!...

--Non so cosa vuoi dire colle tue declamazioni enfatiche, ma hai torto di usare delle sgarbatezze a quel ragazzo inoffensivo, e compiacente.

E si bisticciavano sovente sul medesimo argomento. Silvio guardava in cagnesco Andrea, il quale gli faceva degli occhiacci dispettosi. Tutti questi malumori furono causa di malintesi, di equivoci, di risentimenti e di corrucci.

Silvio teneva il broncio acciecato dalla gelosia, e si credeva in dovere, per tutelare la propria dignità, di nascondere l'amore nascente che covava sotto la cenere. Maria indispettita del cambiamento di tono del cugino, del suo linguaggio bisbetico, delle sue ingiustizie, alzava le spalle e lo lasciava in disparte, e guardava il povero Andrea con compassione e indulgenza, e tutto ciò incoraggiava il giovine a contemplarla con riconoscenza, e a sentire i primi sintomi d'una sincera affezione.

X.

Fra queste e altre varie vicende di poco rilievo passarono gli ultimi anni di studio, e finalmente Silvio ebbe la laurea, e si dispose a fare la pratica. Papà Gervasio, secondo la sua promessa, e coll'aiuto degli amici, gli aveva trovato un avvocato di Venezia che consentì di riceverlo come praticante, lo accolse con cortesia, e lo presentò alla sua famiglia, composta della moglie e d'una figlia.

L'avvocato Annibale Ruggeri aveva una buona clientela che faceva prosperare il suo studio. Silvio non tardò a persuadersi della somma utilità della pratica che andava facendo nella trattazione degli affari. Colla sua giovanile ingenuità egli credeva che il merito dell'avvocato dovesse consistere nella rapidità della procedura. Considerando le lungaggini della giurisprudenza italiana, colle infinite pratiche precauzionali per guarentire tutti i diritti, egli la trovava eccessivamente diffusa e prolissa e pensava che la condotta d'ogni causa dovesse studiarsi in modo da correggere il difetto delle leggi, per soddisfare le parti colla massima possibile sollecitudine. Ma era tutt'altro. Gli bastò poco tempo per accorgersi che l'avvedutezza dell'avvocato consiste nell'arte di non precipitare le sentenze, che potrebbero riuscire funeste senza le dovute precauzioni. Bisogna che l'istruttoria sia ponderata e completa, l'esame dei documenti scrupoloso, è necessario di moltiplicare le conferenze, di allargare le informazioni, di pesare gli atti, di prevedere i sotterfugi degli avversari, di cercare le prove, domandando proroghe sopra proroghe, suscitando incidenti, promovendo dilazioni, mettendo in campo tutti gli amminicoli possibili per tirare in lungo, e avere il tempo di complicare le faccende, come una matassa arruffata, che avvolga l'avversario in una rete di abilissimi cavilli, e di argomentazioni imprevedute da rendergli impossibile l'uscita.

E nello studio Ruggeri si lavorava a fondo con tali principii, moltiplicando all'infinito la lista delle spese, per bolli, scritturazioni, consulti, copie, corrispondenze, ma con piena rassegnazione dei clienti che affluivano in gran numero attirati dalla rinomanza dell'avvocato, e dalla speranza che il suo merito e la sua esperienza troverebbero il modo di abbindolare i giudici, facendo trionfare i loro torti come se fossero buone ragioni. E facevano delle lunghe anticamere per attendere il loro turno, alle conferenze. Cosicchè il denaro pioveva in abbondanza ed avrebbe apportata la ricchezza se la casa fosse finita agli ammezzati; ma disgraziatamente aveva un altro piano, e se la scala del piano inferiore faceva salire l'oro alla cassa, la scala del piano superiore lo faceva discendere e sparire. Quella casa era una vera pompa aspirante e premente; gli affari la riempivano, il lusso la vuotava.

L'avvocato impallidiva sulle carte e sui codici, ci perdeva gli occhi e i capelli, l'appetito ed il sonno; e si consumava in quella vita sedentaria e in quella atmosfera morbosa, mentre il frutto delle sue fatiche svaporava con prodigiosa rapidità, per pagare le polizze dei tappezzieri e dei merciai, degli orefici, delle modiste e delle sarte. Quella testa forense dell'avvocato era un vero vulcano che sconvolgendo le viscere del mondo giudiziario ne faceva uscire delle eruzioni di cappellini, di fiori, di pizzi, di abiti, di mantelli, nastri, fiori, svolazzi e gioielli. Il prodotto d'ogni conflitto di diritti, d'ogni contratto di nozze e d'ogni testamento finiva sempre in un capriccio di moda. Infine dei conti, marito e moglie, senza saperlo, lavoravano col medesimo risultato, quello di dar da intendere al mondo lucciole per lanterne. Mentre l'avvocato si scervellava sul codice e sul dizionario onde trovare un articolo favorevole, e un vocabolo opportuno per mascherare una verità pericolosa, la moglie davanti lo specchio cercava di raffusolarsi magistralmente per nascondere le sue rughe, per far passare il fintino per capelli effettivi, e i cuscinetti d'ovata per rotondità naturali.

Silvio cominciò a frequentare la famiglia Ruggeri, e nelle conversazioni serali ebbe campo di studiare l'arte soprafina della signora Emilia, come durante la giornata aveva potuto ammirare l'abilità magistrale del dottore Annibale nel maneggio degli affari.

Nell'ombra prodotta dal cappello della lucerna in un angolo romito del salotto il giovane praticante osservava attentamente quelle due figure caratteristiche; una testa calva piena di pensieri e una testa vuota fornita di ricciolini posticci, che vivevano nel lusso a spese dei litiganti. E pensava fra sè: «le discordie domestiche, l'ignoranza, la mala fede, gl'inganni, le frodi, le rapacità della nostra vita civile forniscono questi tappeti turchi, questi stipi eleganti, questi mobili artistici, scelti nelle sale di Guggenheim e nell'officina di Besarel, questi vetri di Murano, questi ninnoli artistici, e i fiori freschi che profumano il salotto in quel magnifico vaso di Ginori.»

Ma il più bel fiore era Metilde, quella bella bionda, leggiadra, snella ed eterea come un angelo dipinto da Morelli. Con quei capelli d'oro e quegli occhi turchini, quella vita di vespa, quell'incesso leggiero di silfide!... quando muoveva agilmente sul pianoforte le dita affusolate, Silvio restava estatico a contemplarla, quando in un giro di valzer essa scopriva gli stivalini arcuati che calzavano i suoi piedini eleganti, egli si tirava indietro per paura di toccarla, tanto gli pareva una divinità scesa dal cielo. La prima volta che essa si degnò d'indirizzargli la parola fu tanto confuso che le rispose una sciocchezza che la fece ridere mostrando due file di dentini meravigliosi per la regolarità ed il candore. Ed essa s'avvide subito che quella timidità proveniva da ammirazione, e ne fu soddisfatta. Suo padre aveva detto in famiglia che Silvio Bonifazio, nato in Francia, in esilio, era stato educato a Milano, pareva un giovinotto che accoppiasse le buone qualità francesi e italiane, mostrava spirito e ingegno, ed era audace come suo nonno, un antico soldato del primo Napoleone.

Quell'aureola dell'esilio intorno ai capelli profumati, quei mustacchietti giovanili sulla freschezza del volto, quello spirito ecclissato dal semplice aspetto della bellezza gli guadagnò subito tutte le simpatie della fanciulla, e gli assicurò la più indulgente amicizia.

A poco a poco venne anche il coraggio, e l'abitudine lo rese sempre più facile. Allora Metilde s'accorse che il giovinotto non mancava di brio, e non tardò a trattenersi seco lui con piacere in lunghe e geniali conversazioni, nelle quali essa pure faceva mostra d'eccellenti qualità intellettuali che raddoppiavano l'effetto della bellezza colla grazia d'un dialogo vivace, e dell'accento veneziano, che la rendevano incantevole. E davvero faceva onore al babbo che l'aveva fatta istruire dai migliori professori. Essa aveva corrisposto benissimo, imparando con pronta intelligenza, e continuando a coltivarsi con buone letture. E parlava con esatte cognizioni di storia e di letteratura, giudicando coll'acuto buon senso della donna accoppiato ad un gusto fine, istintivo e personale che rendeva interessanti i suoi giudizi. E faceva onore anche alla mamma che la vestiva a suo modo, come una bambola, ma con supremo buon gusto, e ben inteso, senza risparmio; non contentandosi di scegliere le stoffe e gli artefici migliori a Venezia o a Milano, ma ricorrendo anche a Parigi, mediante le grandi facilitazioni procurate dai Grandi Magazzini del Louvre, che spediscono gratis, disegni, modelli, campioni, e gli oggetti scelti senza domandare un soldo anticipato. A Venezia pagavano i clienti.