La famiglia Bonifazio; racconto

Part 7

Chapter 73,731 wordsPublic domain

Lasciò la casa e pochi campi d'intorno al nipote Alessandro: «colla certezza che conserverà religiosamente le memorie e le tradizioni domestiche, servendo fedelmente il paese in guerra ed in pace, come i suoi padri, non chiedendo mai verun compenso per aver fatto il proprio dovere.»

Tutto il resto della modesta sostanza spettava all'unica sua figlia Maddalena Bonifazio, rappresentata dal figlio Gervasio nella liquidazione ereditaria, che fu condotta a termine prontamente dall'amichevole accordo dei due cugini.

Mentre avevano luogo questi piccoli avvenimenti di famiglia, un avvenimento clamoroso sorprendeva il mondo. Mille Italiani condotti da Garibaldi conquistavano il mezzogiorno d'Italia, e la patria andava rompendo le barriere che la dividevano in varie parti contro natura; e il famoso punto geografico di Metternich si andava allargando, affermava la sua volontà, e proclamava altamente i suoi diritti.

La Massoneria si annetteva tutte le società segrete, riordinava le loggie disperse, ed esercitava la sua potente influenza sul Parlamento, che avendo dichiarato «Roma capitale d'Italia» attendeva il momento opportuno per occuparla. E dopo ceduta Nizza e la Savoja, in compenso dell'assistenza ricevuta dalla Francia, si trasportava anche la capitale da Torino a Firenze fra le minaccie e le adesioni, le aspirazioni, le proteste, e gli eccitamenti dei vari partiti che bollivano confusamente nella gran fornace della rivoluzione nazionale, per fare l'Italia; come si fondono i metalli di varie specie per ottenere il bronzo di Corinto, per una statua immortale. L'Austria chiusa nel quadrilatero, come un cane alla catena, non poteva più minacciare i vicini, e tutti pensavano che il suo dominio era vicino alla fine. I giornali parlavano con sicurezza dei futuri destini d'Italia, e il popolo manifestava i suoi voti scrivendo col carbone sui muri:--Vogliamo Roma e Venezia--viva Vittorio Emanuele--viva Garibaldi.

L'anno 1866 cominciava con preludi d'inalterabile tranquillità. Si parlava di trattati secreti per la cessione del Veneto; Napoleone, aprendo il Parlamento francese, il 22 gennaio, assicurava che tutto prometteva la pace.

A Milano si celebrava ogni giorno qualche lieto avvenimento, e la giovane generazione cresceva fra i piaceri e le feste. Era una vita allegra piena di musiche, di feste, di bandiere e di entusiasmi. Silvio frequentava di preferenza gli studenti più avanzati di lui, erano giovinotti pieni di grilli, che facevano i critici letterari prima di aver compiuti gli studi, e discutevano di politica andando alla scuola.

Il giovane Bonifazio si sentiva elettrizzato dai suoi compagni, sognava avvenimenti felici per la patria e per sè stesso, si vedeva aperto l'adito a tutte le soddisfazioni, e pensava che un giorno avrebbe preso la sua parte nella vita pubblica, e sarebbe diventato senza fatica, deputato, segretario generale e ministro. Prendeva una posa grave come quella dei ritratti dei grandi personaggi, si guardava nello specchio per vedere se l'aspetto corrispondeva alle sue idee, e si doleva grandemente di non vedersi ancora spuntare i mustacchi. Si era scelto un buon sarto, guidato dal consiglio dei colleghi più eleganti, e pensava che un uomo mal vestito non avrebbe mai potuto raggiungere le altezze ambite nelle sue fantasticaggini. Esigeva dal parrucchiere che la scriminatura fosse netta e perfetta, dalla fronte fino al collo, perchè l'acconciatura del capo rivelasse la finezza del cervello. Il bastonello nella tasca del paletot, e il zigaro fra l'indice e il medio, completavano il giovinotto precoce.

Il babbo lo trovava un po' troppo attillato, ma non osava contrariarlo, vedendo che i suoi compagni di scuola gli rassomigliavano quasi tutti, e non volendo che fosse meno degli altri. Ma non lo abbandonava mai; passavano insieme la sera al caffè ed al teatro, col cugino Alessandro; e il giovinotto doveva contentarsi di vedere il mondo alla superficie, perchè l'oculatezza paterna gl'impediva di seguire i compagni nei loro stravizi.

Nelle ore di scuola Gervasio restava solo, e allora egli andava a passeggiare ai giardini, o visitava gli stabilimenti d'orticoltura, pensando alle terre di famiglia, che un giorno sperava di coltivare a suo modo, e faceva progetti di riduzioni, semine e piantagioni, per quando sarebbe tornato a casa sua. E questo felice avvenimento non poteva tardare.

A tutte le proposte di congressi o di cessioni, gli Italiani rispondevano coll'accrescere e perfezionare l'armamento, e desiderosi di compiere l'indipendenza e l'unità della patria, contrariavano continuamente i segreti maneggi della politica, e i vani progetti della diplomazia, diffidavano delle scaltre blandizie, e non trovavano accettabile nessuna proposta, tranne quella della totale emancipazione dagli stranieri.

Furono inutili le proposte d'un disarmo generale, inutili tutte le promesse e le minaccie, perchè la nazione fremente ed ansiosa si agitava per raggiungere il suo scopo finale, che oramai non avrebbe più abbandonato.

Anche Vittorio Emanuele ambiva di terminare ogni agitazione colle armi alla mano, ed apparecchiava l'esercito; Garibaldi invocava armi e volontari; tutta la nazione voleva combattere. L'alleanza colla Prussia rese possibile la guerra, che finalmente venne dichiarata con generale contento il 20 giugno del 1866. In quel giorno tanto desiderato scomparvero tutte le dissenzioni, tutte le discordie, tutti i partiti; la nazione e il Parlamento furono unanimi. Il re annunziò che riprendeva la spada per la libertà del popolo e l'onore del nome italiano, facendo all'Europa questa solenne promessa: «L'Italia indipendente e sicura del suo territorio diventerà un pegno d'ordine e di pace, e ritornerà efficace strumento della civiltà universale.»

Dopo la battaglia di Custoza l'esercito italiano passava il Po, ed occupava le provincie venete.

Il primo drappello giunse a Treviso il 15 luglio, data incancellabile fra i ricordi più memorabili di questa città. La campana del Comune annunziò l'avvicinarsi dei soldati liberatori, la bandiera tricolore sventolava in ogni casa, le bande musicali suonavano l'inno nazionale, la folla immensa acclamava la libertà, l'esercito, il re con tale entusiasmo che pareva frenesia. Forse il capitano Bonifazio e i morti per la patria scossi dall'aria elettrizzata di quel giorno, trasalirono nelle tombe.

IX.

Pochi giorni dopo l'arrivo dei primi soldati italiani, si arrestava davanti il cancello della villa Bonifazio una carrozza da viaggio dalla quale scendevano inaspettati Gervasio e Silvio. Il telegrafo e la ferrovia essendo stati riservati all'esercito, non fu possibile agli esuli di annunziare la loro venuta. Le suonate di campanello e i latrati di Argo fecero accorrere Pasquale. Aperti i cancelli entrarono in casa commossi, si gettarono nelle braccia di Maddalena che se li strinse al seno, Maria venne subito dal giardino, e finalmente tutti i superstiti della famiglia si trovarono riuniti.

Il primo effetto del loro incontro furono le lagrime, lagrime di gioia e di tenerezza, sgorgate dal rapido risveglio di tanti ricordi dolci e luttuosi, sereni e strazianti, da tante speranze lungamente nutrite invano, e alfine soddisfatte; lagrime miste ai baci e ai sorrisi. La vecchia madre che abbracciava il solo figlio ancora vivo, ma invecchiato, lontano da' suoi occhi, per diciotto anni di assenza, che vedeva per la prima volta il giovane nipote, il quale finalmente conosceva la nonna; il figlio che leggeva sul volto rugoso e sui capelli bianchi della madre tutte le angoscie sofferte, che trovava un vuoto doloroso prodotto dalla morte del padre, del fratello, della cognata, e d'un vecchio e fedele domestico; i due cugini che si vedevano per la prima volta, tutte queste affezioni, queste gioie, questi dolori, queste sorprese, confusi insieme si fondevano in una tenerezza che non aveva altra espressione che il pianto.

A poco a poco vennero le confidenze, i racconti, le storie. Quante domande, quanto desiderio di espansione dopo sì lunga separazione, così grandi avvenimenti, così atroci dolori!

Quante carezze, quanti dialoghi, che gli stranieri avevano troncati, e che la patria vendicata rendeva sacri e soavi nella intimità del santuario domestico.

L'esule aspirava con sicurezza l'aria della sua casa, sentiva il noto odore di quelle camere, riconosceva quei mobili, quei quadri come antichi amici, amati fino dalla nascita; guardava d'intorno quelle pareti che gli raccontavano coi loro quadri le prime impressioni dell'infanzia, che gli rammentavano le gioie innocenti e le felicità della vita giovanile, gli anniversari, le feste, le ricompense. Tutto ciò era scomparso nell'esilio, si era dileguato nell'età matura, come una nebbia che svanisse quando il sole è già alto sull'orizzonte.

La patria libera restituiva all'esule la sua casa, ma come una bandiera dopo le battaglie, lacerata dalle palle nemiche.

Al di fuori la natura aveva continuato il suo lavoro. Gli alberi del parco erano diventati giganti, avevano sorpassato il tetto della casa, il loro vigore indicava chiaramente i lunghi anni trascorsi; gli arboscelli piantati in gioventù, dolci ricordi di giorni felici, s'erano fatti robusti, e portavano una bella chioma di rami rigogliosi.

Ma quale miscuglio trasandato e confuso di fronde! quale abbandono di piante invadenti, quale arrufìo scapigliato di foglie e di fiori!

--Povera madre! esclamava Gervasio, ecco la storia delle burrasche della tua vita, scritta dalla natura!

Tuttavia qualche angolo era conservato in buon ordine: l'ajuola dei fiori coi quali si facevano i mazzi per gli onomastici e i natalizi era ben coltivata e fiorita. La macchia dei crisantemi dove si tagliavano i fiori autunnali per le ghirlande del giorno dei morti era in ottimo stato; le tuberose predilette che profumavano la casa nel mese d'agosto erano ancora al loro posto. L'olivo odoroso che imbalsamava l'aria era cresciuto rigoglioso. Quel parco era proprio un libro scritto da una potenza superiore, ed era sublime per chi sapeva leggerlo come Gervasio, il quale si proponeva di rispettarlo come stava, in onoranza delle tradizioni domestiche.

--Ecco il sedile sotto la sofora ove il mio povero padre veniva a fumare la sua pipa; e mi pare di vederlo quando girava pei viali colla forbice in mano, visitando le piante come si fa coi soldati in un giorno d'ispezione; e nei tempi dolorosi quando camminava colle mani dietro la schiena, la testa bassa meditabonda. Ogni angolo di questo parco conserva le sue orme, la coltura del giardino era la sua occupazione prediletta, egli amava la sua patria, la sua famiglia, e la bella natura, non si curava del resto, trovava la solitudine migliore della società, e qualche volta anche gli animali migliori degli uomini.

Appena si seppe nel villaggio il ritorno dell'esule, gli amici accorsero ad abbracciarlo. Il più vecchio di tutti era il maestro Zecchini; esso fu il primo a comparire, e stringendosi al seno Gervasio gli pareva di rivedere un figliuolo. Parlava del povero capitano come d'un fratello perduto, egli aveva dimenticato la loro discordia di opinioni, e non si ricordava più che le varie vicende d'una lunga intimità.

Il vecchio precettore provò somma consolazione di riconoscere in Silvio un giovinotto che aveva compiuti gli studi ginnasiali, e che si destinava ad entrare in liceo.

--In natura l'uomo è un asino, egli ripeteva, ma l'educazione lo rende capace di grandi cose.

Anche questa antica teoria del maestro risvegliava le più lontane memorie giovanili nell'animo commosso di Gervasio, il quale ammirava la fermezza del vecchio nel conservare i suoi convincimenti, e gli diceva:

--La lunga esperienza della vita, i grandi avvenimenti trascorsi non hanno ancora modificato le vostre idee filosofiche riguardo all'uomo!...

--Anzi, tutto mi conferma in questo principio, ma so bene che la mia teoria non verrà mai adottata nelle scuole come base filosofica, perchè vi sarà perpetuo ostacolo, l'orgoglio umano.

Gervasio rideva come suo padre, e Silvio pensava: se fosse vero!... A interrompere la discussione vennero i tre Pigna, il vecchio beone, il babbo insignificante, e il giovane Andrea, l'amico di Maria.

La prima visita di Gervasio e di Silvio fu fatta al Cimitero, ove portarono una ghirlanda sulla tomba del padre e del nonno. E quando Treviso celebrò nella cattedrale solenni esequie ai martiri della patria, tutta la famiglia Bonifazio assistette alla grandiosa cerimonia. Maddalena e Maria presero posto fra le donne vestito a lutto, col capo coperto da un velo nero, che occuparono sei file di banchi disposti ai lati della grande navata per tutta la lunghezza della chiesa. Gervasio e Silvio si collocarono in modo da veder bene le cerimonie e da udire il discorso che venne pronunziato in onore dei morti. La cattedrale era tutta parata di nero con bandiere nazionali e corone d'alloro, avvolte in neri crespi. Un immenso catafalco sorgeva nel centro, con analoghe iscrizioni, fra immenso numero di cerei, in mezzo a quattro grandi piramidi composte di canne di fucili, baionette ed altre armi, dalle quali pendevano degli scudi neri, intrecciati di fronde, coi nomi di tutte le battaglie nazionali dal 1848 al 1866.

La messa funebre fu eseguita a grande orchestra, con degli a soli d'arpa che parevano voci del cielo, e produssero un effetto meraviglioso mentre suonavano le campane di tutte le chiese, si udivano le salve di moschetteria che partivano dalle truppe raccolte in piazza, e i colpi di cannone tirati a lunghi intervalli dalle mura.

All'orazione che rammentava i dolori e le speranze d'Italia, e al suono dell'inno nazionale che chiuse la sacra funzione si sentiva nell'immensa folla raccolta un fremito di commozione.

Dieci giorni dopo la festa funebre di Treviso ebbe luogo la cessione ufficiale di Venezia al governo italiano.

Gervasio volle trovarsi presente anche a questo momento storico memorabile, e partì per Venezia con suo figlio, per fargli vedere per la prima volta la incantevole città, in così solenne occasione.

Quale spettacolo! quei soldati austriaci che partivano erano rientrati dopo l'assedio fra lo squallore dei morti nella città bombardata, che dopo un anno d'eroica difesa, non fu vinta che dal coléra e dalla fame.

Nella folla raccolta in piazza, che attendeva compatta la partenza degli stranieri c'erano ancora dei vecchi che avevano vissuto sotto la gloriosa repubblica, c'era molta gente che aveva veduto i patriotti del 21, salire sulla berlina eretta in piazzetta per condannarli alla morte, c'erano molti cittadini che avevano sofferto nelle carceri e nell'esilio. Quando la bandiera italiana fu issata sulle tre antenne di Cipro, Candia e Morea, si udì un clamore che non era un grido d'entusiasmo, nè un gemito di commozione, nè un urlo selvaggio, nè un applauso di trionfo; era una voce strana, inaudita, unanime, di migliaia di persone, una voce che fondeva in una sola espressione tutte quelle passioni compresse, ed echeggiava ad un tratto nell'aria, come un grido dell'umanità che si espandeva fino alle stelle. Questo grido della liberazione d'un popolo, si poteva udirlo da tutti i pianeti che stanno intorno alla terra.

Uno splendido sole illuminava le cupole moresche di San Marco, brillava sull'oro dei mosaici, e sulle invetriate rotonde della basilica, e rifletteva nella calma laguna l'azzurro del cielo. Si udivano per l'aria le più soavi melodie, non si vedevano che volti ridenti, che espressioni d'anime soddisfatte.

Sono memorie indelebili che valgono cent'anni di vita, rinforzano le membra infiacchite dei vecchi, infondono vigore alla gioventù, fanno obliare le amarezze, le umiliazioni, i dolori del servaggio.

Gervasio dimenticava i lunghi anni d'esilio, e conduceva il suo Silvio a visitare Venezia, colla devozione d'un pellegrino cristiano in Terra Santa. Gli faceva ammirare i monumenti, le opere d'arte, le chiese, i palazzi, i canali, e fino le casupole, e gli spiegava la storia locale. Gli mostrava quel popolo buono, ameno, bizzarro, quei ruvidi pescatori figli del mare, quelle donnette goldoniane, quelle gondole uniformi, quelle voci di venditori ambulanti che cantavano l'annunzio della loro merce, vantando i bei cavoli, le belle frutta, i canestrini del pesce fresco e delle ostriche.

Ogni pietra di Venezia è degna d'osservazione, è una memoria famosa o una pennellata pittoresca; la tinta ardita di una insigne tavolozza.

Ogni monumento, ogni palazzo vi ricorda un'epoca diversa, un'arte stupenda, dei nomi illustri di magistrati, di conquistatori o di artisti. Ogni prospetto presenta un quadro ammirabile e singolare, sia un tempio di marmo e di mosaici, sia un gruppo di case vecchie, scalcinate, o l'angolo d'un canale tortuoso coll'acqua verde nell'ombra, e i camini del tetto illuminati dal sole sul fondo turchino del cielo. Le calli più misere, i rii più sporchi, l'erba sulle screpolature dei marmi, o nelle giunture dei mattoni corrosi, le macchie d'umidità, e i licheni sulle colonne, sembrano tutti capricci fantastici d'un genio strambo, che si divertì a intingere il pennello in tutti i colori della tavolozza.

La bicocca a canto al palazzo, gli stracci e gli sbrendoli che si mettono ad asciugare in fianco ai marmi preziosi, il pergolato di vite intorno alla Madonna dei Traghetti, coi gondolieri devoti che la adornano di fiori, vi accendono il fanaletto, e siedono bestemmiando ai piedi dell'altarino, sono tutte bizzarrie veneziane che armonizzano coi suoi prospetti, coi suoi odori, col lusso dei suoi edifizii e le rovine delle vecchie abitazioni. Tutto è bello a Venezia!... anche il brutto, ed anzi è preferito dagli artisti nazionali, i quali hanno una vera ripugnanza per le copie dei monumenti più insigni, che abbandonano agli artisti stranieri, riservandosi la riproduzione delle case rotte, delle catapecchie e dei canali tortuosi, che fanno ammirare dal mondo intiero. Chi desidera una copia della facciata o dell'interno di San Marco, una veduta della piazza, o della chiesa della Salute, deve ricorrere agli artisti d'altre nazioni che accettano la commissione lavorando pazientemente dei lunghi mesi davanti il loro modello, colla più minuziosa esattezza. L'artista veneziano non si presta a queste opere monotone, regolari, ed eterne, meravigliose di pazienza e di esattezza; egli vuole le linee interrotte, i colori smaglianti, le pennellate franche, la tavolozza svariata, il prospetto capriccioso e fantastico.

Silvio divenne entusiasta di Venezia, colla guida del padre imparò ad ammirarla fino negli angoli più remoti, ignoti ai volgari, ma adorati da coloro che sanno scorgere le bellezze più misteriose di questa incantevole sirena.

Un giorno s'incontrarono col cugino Alessandro che era divenuto capitano, e passarono insieme alcune ore girando per la città. Il buon lombardo si lamentava delle viottole anguste, deplorava le esalazioni dei canali, e l'incomodo dei ponti. Gervasio meravigliato gli osservò:

--Tu non ami Venezia!...

--Anzi mi piace moltissimo, ma.....

--Ma non la comprendi. Tu guardi Venezia con occhio profano; tu non la vedi!... Ciò che mi dava la nostalgia nell'esilio non erano i suoi monumenti, ma il suo odore, la sua voce, i suoi colori, le esalazioni che tu disprezzi!...

Silvio che aveva amata Venezia prima di conoscerla, per le descrizioni che gli vennero fatte fino dalla infanzia, dopo d'averla veduta la ammirava alla maniera patema, e mostrava il desiderio di abitarla per qualche tempo.

Il buon padre gli promise di contentarlo.

--Adesso, gli disse, devi pensare agli studi del liceo, ma quando avrai compiuto il corso legale, ed ottenuta la laurea, verrai a far la pratica di avvocato a Venezia.

Silvio era beato, ma il capitano Alessandro non poteva comprenderlo; egli preferiva le ampie strade di Torino, e le lunghe passeggiate in campagna.

Lo invitarono alla villa ove avrebbe potuto soddisfare i suoi gusti di cacciatore, ove sua cugina Maddalena desiderava vivamente di vederlo. Egli promise che avrebbe chiesto una licenza di qualche giorno, e con questa bella promessa il padre ed il figlio ritornarono a casa.

Maria aspettava ansiosamente il cugino Silvio per metterlo al corrente delle abitudini di famiglia.

--Ti procurerò delle belle conoscenze, gli disse, ti metterò a parte di alcuni miei segreti che ti saranno utilissimi,--e precedendolo allegramente entrò nel parco, invitandolo a seguirla.

Giunti ad un boschetto fitto di rami arruffati, che lasciavano verso terra una stretta apertura:

--Abbassa la testa, gli disse, ed entriamo.

--Dove si va? le chiese Silvio, che temeva di scompigliarsi i capelli ben pettinati.

--Hai paura? gli disse Maria, guardandolo cogli occhi ridenti, e prorompendo in uno scroscio di risa argentine.

--Dove mi conduci? le domandò Silvio.

--Nel mio nido prediletto, essa gli rispose, vieni e sarai contento.

--E che cosa faremo nel tuo nido?

--Oh bella! quello che si fa in tutti i nidi....

Silvio la guardava fissamente, esitava ancora, non capiva, gli seccava molto di cacciarsi dentro quell'arruffio di rami intrecciati.

--Ma infine, che cosa faremo nel tuo nido.....

--E tu non sai quello che si fa dentro ai nidi?... Si mangia, si canta, si dorme, andiamo non aver paura, vieni con me;--e così dicendo si mise in ginocchio, abbassò la testa, e scomparve. E si udiva ancora la sua voce, che gli gridava dall'interno:--Vieni avanti. Silvio non voleva contrariarla, si rassegnò, si mise in ginocchio, abbassò la testa, ed entrò.

Se l'ingresso era angusto il nido era comodo, e vi si stava benissimo tanto seduti che sdraiati. Era fatto come un casotto da uccellanda. I rami legati coi vimini formavano delle fitte pareti che non lasciavano penetrare il sole. Il sentore della terra e delle foglie fermentate, facevano esalare un profumo boschereccio.

Silvio guardando d'intorno con aria sospettosa le disse:

--Dimmi un po' non ci sono delle biscie qui sotto?

--Ma no di certo, essa gli rispose ridendo, sta pur tranquillo. Le biscie stanno sotto terra o cercano il sole, io non ne ho mai vedute da questa parte.

--E che cosa facciamo qui?

--Adesso te lo dirò, abbi un po' di pazienza.

Allora cominciò a frugarsi in tasca, ne trasse due pomi, ne offrì uno al cugino, e si mise subito a sbocconcellare l'altro con grande appetito. Silvio la ringraziò e tirato fuori il temperino voleva tagliarle il frutto.

--Non ne ho bisogno, essa gli disse, e spalancando la bocca, metteva in lavoro i bei denti bianchi che tagliavano meglio del temperino.

Silvio pelò il pomo, ne tagliò quattro spicchi, ne infilò uno nella lama e glielo offerse. Essa che aveva divorato il suo pomo, gradì anche l'altra parte e se la mangiò tranquillamente. Poi rifrugò nelle tasche, e tirò fuori un cartoccio di biscottini, e si misero a sgranocchiarli. Silvio cominciava a prender piacere a quella merendina, a quell'ombra, a quella quiete, quando si udirono dei passi sulle foglie secche del viale, e poi tutto d'un tratto, Argo ansante balzò come una bomba nel nido, e colle sue goffe carezze apportò il disordine, la confusione, e lo scompiglio. Contento d'aver trovato la sua amica, si mise a esprimerne la gioia leccandole il viso, saltando, scodinzolando e abbaiando, sbattendo la coda in volto a Silvio, e appoggiandogli le zampe polverose sui calzoni.

Il giovane disperato sgattaiolò rapidamente fuori dal buco, e cominciò a spolverarsi col fazzoletto, mandando al diavolo quella bestiaccia impertinente che gli aveva insudiciato il vestito. Maria lo seguì sgridando il cane, e ridendo della sorpresa inaspettata, e della impressione disgustosa che le pareva avesse prodotto sul cugino.

Passarono insieme a visitare il frutteto, ove pendevano dagli alberi dei bei pomi rossi, delle pere di varie tinte.

Sta bene attento, disse Maria al cugino, indicandogli un pero carico di frutta, queste non si mangiano crude, sono troppo dure, hanno un sapore erbaceo, ma cotte sono eccellenti e zuccherine.