La famiglia Bonifazio; racconto

Part 6

Chapter 63,787 wordsPublic domain

Il giorno seguente giunse la notizia della battaglia di Solferino. Il maestro Zecchini ritornò da Treviso con relazioni confuse, che lasciavano incerti i risultati. Il capitano montò sulle furie e lo coperse d'improperi, ma il povero diavolo aveva fatto la pelle dura, dopo la lunga abitudine col vicino. Maddalena, come al solito, cercava di metter pace, ma questa volta i suoi tentativi riuscivano vani, suo marito si esaltava sempre più e non voleva ammettere altro che vittorie e trionfi d'Italia e Francesi, e sole disfatte d'Austriaci.

Più tardi giunsero alcuni particolari precisi. La battaglia era stata micidiale da ogni parte, il furore del cielo s'era aggiunto al valore degli alleati, e dopo la strage guerresca l'uragano aveva costretto gli Austriaci alla ritirata.

--Dunque fu una vittoria decisiva, esclamava il capitano, adesso i nostri devono girare le fortezze, ed entrare francamente nel Veneto; fra due o tre giorni saranno a Treviso!...

E il maestro si arrischiava di rispondere:

--Taluno, che si pretende bene informato, asserisce che i nostri non si muovono, e che l'Austria riceve rinforzi.

--Baie! baie! urlava il capitano, baie fatte spargere apposta dal governo per persuadere i credenzoni e gli sciocchi....

--Ma a Treviso il governo non si muove, e a Venezia si aspettò invano l'arrivo delle flotte riunite...

--Mi pare che siate troppo soddisfatto!...

--Anzi al contrario sono dispiacentissimo, ma....

--Non ci devono essere dei ma!... nè ci possono essere altri dubbi, altre reticenze e incertezze che quelle dei nemici della patria... e delle spie!....

Maddalena volgeva gli occhi supplichevoli verso il maestro per farlo tacere, ed egli che era sempre innamorato di quella santa donna, sopportava in pace le ingiurie, abbassava la testa, e si rassegnava al silenzio.

Il capitano dava un gran pugno sul tavolo e usciva inviperito, per correre in traccia di più consolanti notizie. Ma camminava barcollando sorpreso dalle solite vertigini.

Frattanto la buona Maddalena metteva in assetto le camere destinate al suo Gervasio, e a Silvio, che amava tanto senza averlo veduto mai altro che in fotografia, e raccoglieva con materna sollecitudine tutte quelle cose che potevano tornare gradite ad entrambi, per la memoria del passato e le tradizioni di famiglia.

Il vecchio Mosè la secondava del suo meglio, e contemplando i ritratti di Gervasio e di Silvio si commoveva al pensiero di vederli giungere al cancello, incontrati dai genitori e dai parenti, fra il giubilo degli amici, dei concittadini, di tutti coloro che amavano e stimavano Gervasio, del quale gli chiedevano sempre le nuove.

Passarono alcuni giorni nell'incertezza, fino che giunse la notizia dell'armistizio. La Maddalena pregò il maestro e tutti di casa di nascondere la brutta novità per non esacerbare i nervi di suo marito, ed anche colla speranza che fosse una delle tante menzogne che circolavano in quei giorni, e non avevano alcun fondamento.

Il capitano inquieto di quel silenzio uscì per cercare delle notizie, ma appena giunto al cancello vide un ragazzetto che gli veniva incontro con un viglietto. Lo aperse rapidamente. Lo scritto gli veniva da un amico fidato, e conteneva queste poche parole: «Hanno firmata la pace. Il Veneto resta all'Austria.»

--Tradimento!...--urlò il capitano. Fece due passi, si fermò, voleva gridare ancora tradimento ma non riuscì che a balbettare poche sillabe interrotte. Alzò le braccia, e parve che cercasse d'intorno un sostegno che gli mancò, era barcollante, stramazzò a terra come se fosse colpito da un fulmine, battendo la testa sul pavimento. Il ragazzetto spaventato corse in tutta fretta a chiamar gente.

Mosè si precipitò sul padrone, e mentre cercava di fargli riprendere i sensi, bagnandogli la fronte e ripetendo delle frizioni coll'aceto, gli altri domestici accorsero in cerca del medico, il quale non tardò a comparire. Il polso non batteva più, gli mise una mano sul cuore.... il capitano era morto.

La violenta commozione gli aveva fatto salire il sangue al cervello; l'apoplessia, e il colpo ricevuto alla testa lo avevano ucciso.

Gervasio aspettava il momento di passare il Mincio, quando ricevette la triste notizia. La pace di Villafranca che lo privava della patria, gli aveva rapito il padre.

Maddalena che attendeva da un giorno all'altro il figlio e il nipote, perdette anche il marito; e si trovò isolata nel dolore, con una bambina, che le ricordava le passate sventure.

Sono disinganni che vanno fino allo spasimo e al delirio. E non era la sola famiglia Bonifazio la vittima del prolungato dominio straniero, ma centinaia di famiglie venete restavano separate dai figli; e molte rimasero senza patria e senza figli, i quali erano morti sul campo di battaglia, difendendo l'indipendenza del loro paese.

Furono giorni di lutto universale, da far disperare della libertà e della vita, se l'incrollabile fermezza degli Italiani non li avesse sostenuti in mezzo a tante minaccie, davanti a tanti pericoli, col voto costante di lottare sempre, senza contarsi, contro tutti, fino che fosse raggiunto lo scopo.

Il maestro Zecchini tentò di consolare il profondo cordoglio della vedova, divenne la provvidenza della famiglia, e il tutore della bambina. Si occupò dei funerali del capitano, che riuscirono decorosi, dimenticò tutti i rabbuffi di lui, per non ricordarsi che delle buone qualità del vicino, faceva l'elogio del morto, con tutti gli amici e conoscenti, come si fa sempre in tutte le iscrizioni e in tutti i discorsi funebri.

La nonna Maddalena e Maria rimasero sole in quella casa, che aveva tutto sacrificato pel paese, e il cómpito della povera vedova le era chiaramente definito: allevare Maria, conservare la modesta sostanza al figlio e ai due nipoti; e dato sfogo al dolore colle lagrime, dovette alfine rassegnarsi al destino, e si accinse con coraggio a fare il suo dovere.

Il maestro Zecchini la consigliava di collocare la fanciulla in un buon collegio per educarla secondo la sua condizione, o almeno di mandarla in una buona scuola in città, ma la Maddalena vi si rifiutò recisamente.

--Le donne, essa diceva, basta che sieno buone padrone di casa.

Il maestro tentennava la testa, e le rispondeva:

--No, cara signora, questo non basta; adesso si esige di più anche dalle donne, destinate alla vita sociale. Maria avrà una buona dote, può fare un buon matrimonio, e non deve restare ignorante.

--Io non soffrirò mai che Maria si allontani da casa, voglio averla sempre sotto gli occhi, non devo abbandonarla, nè essere abbandonata dalla sola creatura che mi resta....

--Ma qui in campagna, senza istruzione, non potrà sposare che un uomo al di sotto della sua condizione....

--Purchè sia felice che importa?.... credete che in città sarebbe più felice?... Io ho vissuto sempre in campagna, e non avrebbe mancato nulla alla mia felicità senza le disgrazie della politica....

--Ma se un giorno la stessa Maria vi facesse il rimprovero di averla privata d'educazione, come potreste consolarvi di questa accusa?...

--Non lo farà mai! Caro maestro, non si rimpiange quello che non si conosce....

--Domando scusa. Io non conosco i milioni, eppure deploro continuamente d'esserne privo. Quante belle cose avrei fatto, se fossi stato milionario....

--Credete che i milioni vi avrebbero reso felice? v'ingannate. Maria sarà felice, senza essere tanto ricca. Ci penso io, ve lo prometto, io saprò farne un'eccellente massaia; e suo marito, e i suoi figli saranno bene contenti d'averla per moglie e per madre.

--Lo voglia il cielo, ma non sono di questa opinione. Farete di Maria una brava massaia, ma sarà una donna incompleta....

--Nulla è perfetto sulla terra! concludeva la Maddalena.

E così andavano discutendo sovente fra loro, e pareva destino che il migliore amico di casa Bonifazio fosse sempre in contradizione prima col marito e poi colla moglie, che non potevano star senza di lui, trovandosi continuamente discordi.

Ma se le cure per la bambina erano incessanti ed affettuose, le cure del giardino e del parco erano totalmente abbandonate.

Maddalena da brava padrona di casa amava il risparmio, e giudicava il lusso contrario all'economia, non rifiutava mai di fare le spese pei campi che aumentano la rendita, ma le ripugnava di spendere pel giardino e pel parco. Preferiva occuparsi dell'orto che forniva la cucina e la mensa di eccellenti prodotti, trascurava la coltura delle serre e dei fiori che le sembravano superflui. E al posto delle piante rare dietro le invetriate faceva distendere al sole le reste delle cipolle e dell'aglio; in luogo dei vasi di gerani, e di viole a ciocche che il capitano esponeva alle finestre, essa vi metteva le zucche. Si compiaceva di avere dei bei sedani bianchi, delle rape dolci, dei cavoli giganti, dei poponi profumati e saporiti.

Il resto lo confidava alla natura, e lasciava tutte le piante ornamentali in piena libertà.

Ma chi credesse rovinato il parco sarebbe in errore, esso non aveva fatto che cambiare di aspetto, acquistando, dall'assoluto abbandono, una bellezza artistica senza pari. Gli alberi che non furono più tormentati dal coltello e dalla forbice che limitavano la loro espansione, si erano vendicati della passata disciplina gettandosi con pieno vigore ad ogni eccesso di sfrenata vegetazione, gli arbusti avevano invase le strade, le sementi cadute da tutte le piante avevano germogliato in un caos indescrivibile che presentava l'aspetto d'una foresta vergine dove le bignonie, le edere, le clematidi, e tutte le ampelidee si arrampicavano sugli alberi e ricadevano in festoni.

I fiori moltiplicandosi senza freno erano usciti dalle aiuole, avevano invaso il prato e i viali, crescevano confusamente, e fiorivano in abbondanza nell'anarchia. I rosai che non furono mai regolati da nessun freno, erano saliti sulle piante più robuste, andavano a cercare il sole fuori dei rami del loro tutore, e fiorivano in alto ricadendo pel loro peso naturale in nappe e frangie fiorite come se ne vedono sulle scene del teatro in qualche ballo fantastico. I venti e gli uragani scuotendo violentemente tutte le fronde avevano compiuta l'opera della natura, infrante le cime di qualche abete, lacerate alcune piante antiche, e data l'ultima pennellata al quadro stupendo.

Per certi viali non si passava più, ma in compenso erano sorti dei boschetti rigogliosi, con tutto il vigore della natura indipendente, in un terreno divenuto fertilissimo dal terriccio prodotto da vari strati di foglie cadute e marcite al posto, e si formarono delle macchie con viluppi inestricabili di rami di varie piante, con foglie, fiori e sementi della più bizzarra e capricciosa complicazione, che formavano cupole e pergolati che la più strana fantasia architettonica non avrebbe saputo immaginare.

In cambio delle strade a curve studiate c'erano dei sentieri formati naturalmente dal passaggio dei contadini che andavano a falciare il fieno, o attraversavano il parco per altri motivi; i padroni, gli amici, i domestici passando sempre sulle stesse traccie si formava la nuova strada.

Maria andava ad appiattarsi sotto quelle ombre, e vi si faceva dei nidi fra i rami, per riposarsi in compagnia d'Argo, un enorme cane di Terranuova, più grande di lei, dal quale era amata colla tenera affezione d'un protettore formidabile, che secondava tutti i suoi capricci, intendeva le sue parole, le serviva di morbido origliere, le lavava il viso colla lingua, e la avrebbe difesa validamente da chiunque le si fosse avvicinato senza il suo permesso.

Maria e il suo cane passavano delle ore deliziose in quei nascondigli, dormivano, rosicchiavano biscotti, giuocavano insieme, e talvolta si udiva lo scroscio cristallino di risa della fanciulla, eccitato da qualche ghiribizzo del suo fedele compagno.

La nonna li lasciava in pace malgrado le censure del maestro Zecchini, il quale odiava quel cane, chè ora gli rubava il berretto per portarlo in giardino, ora gli posava le zampe sporche da fango sui calzoni nuovi, ora tornando dal bagno che aveva fatto nel laghetto andava ad asciugarsi il pelo al suo vestito. Ma la ricreazione della fanciulla non durava tutto il giorno, ed era sovente un meritato compenso alle ore impiegate nel disimpegno delle cure domestiche, delle quali diventava sempre più esperta. Dopo ammannita una vivanda, apparecchiato il pranzo, e messa in ordine la biancheria, fatte le mende, stirato il bucato, la nonna lasciava Maria in libertà, Argo saltava su dal suo giaciglio, abbaiando in segno di contentezza, e i due amici si mettevano a correre per il parco, entravano nel bosco, e sparivano.

VIII.

Così passavano i giorni, i mesi, gli anni, senza avvenimenti, in una vita semplice, e relativamente felice. Maria diventava una bella fanciulla, somigliava sempre più alla sua povera mamma, cresceva sana e rigogliosa come le piante del parco. La nonna diventava sempre più vecchia, nei suoi capelli grigi andavano crescendo i fili d'argento, qualche dente spariva dalla bocca, gli occhi le si offuscavano, e già non poteva più lavorare senza occhiali, le prime rughe increspavano la pelle delle tempie.

Il vecchio Mosè dopo la morte del capitano non stava più bene, era come una marionetta alla quale si fossero rotti dei fili che la fanno muovere, egli che non aveva altra volontà che quella del padrone, pareva istupidito dopo la partenza della sua guida. Aveva perduto in gran parte la vista e la memoria, era divenuto sordo e si accasciava sempre più.

Nella sua ultima malattia venne assistito dalle padrone come da due sorelle o da due figlie. La Maddalena insegnava alla Maria come si devono soccorrere i malati, con affezione, con intelligenza, in silenzio, senza far rumori intorno al letto. La fanciulla aveva imparato a fare un brodo speciale per quello stomaco debole, gli alzava la testa con delicata attenzione, lo aiutava a cibarsi, gli somministrava esattamente i rimedi prescritti dal medico.

Dopo lunghe sofferenze, consolate dalle cure assidue e dall'affetto delle signore, il povero vecchio morì benedicendo la casa nella quale era vissuto tanti anni onesto e laborioso, benedicendo le sue padrone che amava teneramente, e lasciando un addio cordiale al suo Gervasio e a Silvio, che si doleva di non aver veduti prima di morire, ma profetizzava che sarebbero ritornati presto alla loro casa, in seno della madre affettuosa. E pronunziò queste parole poco prima di morire, quantunque in fondo non ci credesse gran fatto, ma per finire la vita con un'ultima consolazione e un augurio alla sua buona padrona. E morì povero, avendo sempre soccorso i parenti col frutto delle sue fatiche, senza aver mai abusato della fiducia illimitata dei padroni.

Fu pianto come un fratello, ed ebbe dalla famiglia, che aveva servita fedelmente per tanti anni, gli onori dei funerali e del sepolcro, come se fosse stato uno stretto parente.

Quando il maestro Zecchini, dopo di averlo accompagnato all'ultima dimora, fu di ritorno in casa Bonifazio, per rendere conto della sua mesta missione, la signora Maddalena asciugandosi gli occhi gli disse:

--Caro maestro, adesso tocca a voi di trovarci chi deve sostituirlo....

--È impossibile!... le rispose il maestro; quegli uomini non si sostituiscono più. Non ci sono più servitori.

--Ma dunque?!... che cosa dobbiamo fare?... ci è impossibile di restare senza un domestico.

--Cercheremo, investigheremo... ma è difficile! difficilissimo, non credo possibile di riuscire, come sarebbe mio desiderio.

--Fra i tanti scolari che avete avuti, in tanti anni di scuola?...

--Tutti asini, signora!... o birbanti.... o ladri.... o poltroni.... una generazione perversa!...

Tre giorni dopo questo dialogo il maestro Zecchini entrava nella sala di casa Bonifazio, conducendo per un orecchio un giovinotto col naso camuso, coi capelli ricciuti sugli occhi, e lo presentava alla signora:

--Questa bestia fu mio scolaro per parecchi anni. Non ha mai imparato nulla, nemmeno a fare il male. L'ho perduto di vista da qualche tempo, mi disse che ha servito a Treviso, e che adesso è senza padroni. Se vuole provarlo posso assicurarla che è figlio di gente onesta, e deve essere incapace di fare delle cattive azioni, che nè io nè i suoi parenti gli abbiamo insegnate.

Lo scimunito, lasciato libero all'orecchio, ridacchiava, ora guardando il maestro ora la signora, e facendosi girare il cappello fra le mani, attendeva d'essere interrogato.

Dopo poche domande fu accettato a prova. Si chiamava Nicola.

Mostrò un certificato che non lo asseriva nè carne nè pesce.

In pochi giorni si avvidero che era proprio un cretino, e fu rimandato.

Fatte nuove ricerche si presentò un certo Damiano, ciarlone disinvolto che vantava onestà a tutta prova. Raccomandandosi alla padrona che gl'insegnasse ciò che non sapeva, mostrò buona volontà d'imparare. Venne accolto a prova anche lui. Appena entrato in servizio si mostrò svelto e intelligente, ma Argo lo guardava con sospetto, lo fiutava sovente ringhiando, tanto che Maria disse al maestro:

--Argo non è contento di Damiano, se a lui non piace, vuol dire che non può fare per noi...

--Sicuro, le rispose il maestro; gli uomini possono ingannarsi, ma i cani non hanno mai preso un gatto per un lepre. State bene attente, siamo in un tempo che non bisogna fidarsi di nessuno.

E così sorvegliando il nuovo domestico non tardarono ad avvedersi che vendeva l'avena, facendo digiunare il cavallo. Venne congedato. Subentrò Michele, uomo onesto, e abbastanza esperto nel servizio, ma un ubriacone di prima riga. Cesare lo seguì. Non si ubriacava mai, ma era un tal ghiottone che vuotava le casseruole sui fornelli, beveva il brodo e vi sostituiva dell'acqua. Anche questo fu messo alla porta. Ah! povero Mosè come fu rimpianto, come si deplorava la sua perdita ad ogni cambiamento! Finalmente venne Pasquale, un vero macaco, col muso delle scimmie antropomorfe: faccia rugosa, orecchie piatte, narici aperte, labbra sottili e bocca enorme, fronte ristretta, capelli neri ed irti come una spazzola. Aveva i difetti e le buone qualità delle bestie alle quali rassomigliava.

--Galantuomo?--puh! meno ladro degli altri.--intelligente?...--meno balordo.--Laborioso?...--meno pigro. Era suscettibile di qualche riconoscenza, non era impertinente, aveva infatti varie qualità negative, e si rendeva tollerabile per la grande necessità di non cadere dalla padella nelle bragie. E così si tirava avanti.

Intanto Gervasio attendeva in Lombardia la ripresa delle armi, mentre che i diplomatici raccolti a Zurigo si studiavano di fabbricare una pace, come i fanciulli, quando innalzano dei castelli colle carte da giuoco.

Dopo la brutta sorpresa di Villafranca, coll'anima lacerata da doppia sventura, la perdita del padre e della patria, stupido e sbalordito corse a rifugiarsi in Brianza col figlio per versare in seno dei vecchi parenti la piena delle amarezze. Trovò il nonno colonnello sdegnato contro Napoleone, lo diceva indegno di portare il nome dello zio, censurava aspramente la sua condotta come generale in capo, e come alleato. Diceva che l'atroce massacro di Solferino provava la sua inettitudine come strategico, perchè si poteva vincere senza quella immensa ecatombe, manovrando con tattica avveduta, risparmiando il sangue dei soldati, non precipitandoli come una valanga davanti i cannoni e le baionette del nemico. Ma dopo di aver vinto fermarsi a mezza via! non raggiungere la meta solennemente annunziata! era tale atto militare che non aveva nome. Il colonnello invidiava la sorte del genero suo commilitone, che era morto all'annunzio della fatale notizia, e oramai non sperava più di veder realizzato il bel sogno della sua vita, l'Italia indipendente dagli stranieri. Il vecchio soldato affranto dall'età avanzata e dai disinganni vedeva tutto nero, e dopo tanti tentativi falliti non aveva più fede nei suoi concittadini.

Ma Gervasio non credeva possibile la assurda confederazione progettata coll'Austria e col Papa, e calmata l'esaltazione del primo momento, partì per Milano per provvedere all'educazione del figlio in attesa degli avvenimenti.

Milano liberata dagli Austriaci si mostrava soddisfatta e si accingeva a trar partito dalla libertà, fidente nell'avvenire; e intanto si facevano le annessioni.

Silvio si trovava in un nuovo mondo nel movimento elegante di Milano; e quando passeggiava pel Corso si rammentava con pietà i semplici costumi della Bretagna, i cappelli a larghe falde sulle lunghe chiome, i panciotti rossi, le giacchette lunghe, le uose fino al ginocchio, e ricordandosi il clima uggioso, le strade deserte piene di fango, i campanili acuminati sul fondo grigio e nebbioso, era tutto lieto e ambizioso della sua vera patria, e contemplava con viva soddisfazione le candide gugliette del duomo che spiccano con tanta leggiadria sul fondo azzurro del cielo lombardo.

Papà Gervasio e il suo Silvio passarono le vacanze d'autunno in Brianza, in casa del nonno, bisnonno, il quale magro istecchito, rugoso, calvo, ma sempre colla pipa in bocca non era più che l'ombra dell'antico colonnello del primo Napoleone e del terribile Carbonaro del 1821. Però di tratto in tratto agitava ancora le sue vecchie ossa, e sprigionava qualche scintilla di quel fuoco che lo aveva riscaldato negli anni vigorosi.

La politica era sempre il suo discorso prediletto, seguiva tutti gli avvenimenti, li giudicava severamente, ma ricominciava a sperare, prediceva al nipote l'avvenire, e diceva al giovinetto Silvio:

--Tu non avrai più da fare nè il soldato nè il cospiratore. La nostra generazione compirà fra breve l'indipendenza, oramai i destini d'Italia sono evidenti.

Fu nella casetta del nonno in Brianza che Gervasio conobbe personalmente il cugino Alessandro, figlio di Aristide fratello del colonnello, che era morto da qualche anno in Piemonte, ufficiale nell'esercito.

Alessandro aveva seguita la carriera del padre e dello zio, ed aveva fatte le sue prime armi alla battaglia di Solferino, col grado di tenente. Era un bravo giovane, col quale il cugino passava piacevolmente qualche ora, ciarlando dei parenti, e delle faccende del giorno, e poi ne scriveva a sua madre gli elogi. Silvio avrebbe potuto imparare dalla conversazione del giovine ufficiale come si deve servire il paese, ma preferiva giocare alle boccie coi birichini del villaggio.

Invece il giovane Alessandro dava retta allo zio, con rispettosa deferenza, e così questi due individui, senza saperlo preludevano entrambi alla futura generazione del regno, che si mostrò seria nell'esercito; frivola, inquieta e malsana altrove.

Quando i suoi tre nipoti, Gervasio, Alessandro e Silvio gli stavano intorno, il vecchio continuava le sue osservazioni, e i consigli, e diceva:

--Per uscire dalla schiavitù, per infrangere le catene, come Spartaco, ci voleva forza di muscoli, e audacia sfrontata, e non faceva male nemmeno un po' di pazzia. Bisognava arrischiare tutto! ma l'avvenire domanda più forze morali che materiali, e la più seria assennatezza per consolidare la conquista, e far uscire dalla libertà la potenza e la prosperità del paese.

Il periodo eroico sarà fra breve finito, e comincierà l'epoca dell'educazione e dell'istruzione, e allora saranno necessari i caratteri probi e onesti. Al nostro tempo ci volevano dei rompicolli, dei cospiratori, dei furbi, dei maneschi, bastava di avere del sangue nelle vene. L'avvenire abbisogna d'uomini onesti e sapienti, di scienza e lealtà. Le conquiste si fanno colle mani, e si consolidano col cervello.

E mentre passavano gli anni nell'aspettativa, i vecchi cominciavano a cedere il posto ai giovani. La nonna di Brianza morì di vecchiaia, il colonnello la seguì da vicino. La povera Maddalena legata al suo posto dalle cure domestiche, dall'affetto alla sua Maria, divisa dai genitori dal governo straniero, non ebbe la consolazione di rivedere per l'ultima volta i suoi cari vecchi, che passavano da questa vita senza malattie, come lampade che si spengono per mancanza d'alimento.

Il testamento del colonnello fu l'equo complemento della sua vita.