La famiglia Bonifazio; racconto

Part 5

Chapter 53,672 wordsPublic domain

Come in tutte le parti soggette all'Austria, così anche a Treviso i patriotti corrispondevano segretamente cogli emigrati in Piemonte e in Francia, e apparecchiavano l'avvenire.

La piccola Maria cominciava a camminar sola, correva incontro ai nonni, balbettava le prime parole, era la tenerezza di tutti.

Venuto l'inverno la famiglia raccolta passava le sere nel salotto, ciarlando, giuocando alle carte e leggendo, la bambina dormiva tranquillamente nella sua cunetta di vimini, perchè la madre voleva tenersela sotto gli occhi fino all'ora di andare a letto, e allora se la portava in braccio, nella stanza, e la metteva nel suo letticino senza svegliarla.

Se venivano gli amici facevano la partita alle carte e il capitano litigava col maestro. Maddalena cercava di mitigare le irritazioni, di giustificare gli errori, non si lamentava mai degli sbagli di Pigna che giuocava con lei, molto peggio del maestro col capitano; Stefano stava a guardarli, la Beppina lavorava nei vestitini della sua bimba. Quando erano soli il capitano giuocava agli scacchi con Stefano, o metteva in ordine i cartocci delle sementi, mentre suo figlio leggeva ad alta voce un buon libro, e le donne agucchiavano. Una sera di gennaio la pioggia cadeva a scrosci, il vento fischiava fra gli alberi, la famiglia era sola, raccolta nel tepore della stufa, quando si udì una scampanellata che indicava molta fretta.

--Sarà il maestro Zecchini che si bagna, disse il capitano.

Mosè corse ad aprire. Due sconosciuti domandarono se il signor Stefano Bonifazio era in casa.

--Sì, signori, rispose il domestico, vengano avanti; e dopo di averli introdotti nell'atrio, domandò chi doveva annunziare.

Uno di loro rispose:

--Pregatelo di uscire un momento, abbiamo bisogno di dirgli una parola.

Mosè entrò nel salotto col volto turbato, dicendo che c'erano di fuori due figure antipatiche che volevano parlare col signor Stefano.

Stefano impallidì, il capitano se ne avvide e gli disse:

--Andiamo a vedere.

Uscirono insieme, lasciando le donne inquiete, nell'ansietà di un pensiero sospettoso.

Erano due impiegati di Polizia, un commissario col suo assistente.

Il primo mostrò l'ordine superiore, l'altro uscì a cercare le guardie che aspettavano dietro al cancello. Fecero una rigorosa perquisizione, misero sottosopra la casa, raccolsero varie lettere di Gervasio, dei documenti, delle carte varie, ne fecero un pacco e vi apposero il sigillo, raccolsero tutte le armi e ne fecero un fascio, poi intimarono l'arresto di Stefano.

Ogni opposizione era vana. Il capitano frenava a stento lo sdegno che lo agitava. Le signore sulla porta del salotto, guardate a vista, supplicavano invano che a motivo della burrasca, aspettassero fino al mattino. Il commissario fu irremovibile, e intimò la partenza.

Stefano corse a dare un bacio alla sua bambina, che dormiva tranquillamente, poi si gettò nelle braccia della moglie che svenne.

La adagiarono sul canapè. Maddalena che voleva soccorrerla, non sapeva quello che si facesse; era fuori di sè, e barcollava.

Il capitano cercava un'arma per fare un massacro, ma erano già tutte scomparse; le avevano portato fuori col pacco delle carte. Nella confusione generale, due sbirri presero Stefano sotto le braccia e lo trascinarono, seguiti dagli altri poliziotti, fino ad una vettura che aspettava a piccola distanza della casa. Lo fecero entrare nel calesse, tutti si collocarono nello stesso veicolo, chi dentro e chi fuori, e sferzati i cavalli partirono.

In casa la desolazione e lo squallore erano succeduti alla pace d'un'ora prima. Beppina colle mani nei capelli, coricata sul canapè, chiamava il suo Stefano, mandando dei singhiozzi convulsi che parevano soffocarla. Maddalena in ginocchio se la stringeva al seno, piangendo dirottamente, il capitano col volto sconvolto, girava per la casa come un pazzo, senza sapere dove andava; Mosè lo seguiva col lume in mano senza parlare.

Il primo a riprendere il dominio di sè stesso, fu il vecchio soldato, ma tutti i suoi ragionamenti riuscirono vani; nè la madre, nè la moglie, potevano consolarsi di tanta sventura; ascoltando gli scrosci della pioggia e i sibili del vento di quella orribile notte, pensavano ai patimenti fisici e morali del povero arrestato durante il viaggio, e poi negli orrori della prigione; conoscevano i processi lunghi e insidiosi dell'Austria, paventavano delle sue crudeltà; i genitori erano rimasti senza figlio, la moglie senza marito, la figlia senza padre! ogni felicità era scomparsa da quella casa, quella gente onesta e tranquilla non aveva diritto di amare il suo paese, nè di volerlo libero dagli stranieri, i quali si credevano in diritto di punire severamente i più nobili sentimenti della natura e dell'umana dignità.

Quella notte tutti vegliarono, oppressi dall'angoscia, spaventati dall'avvenire.

Il giorno seguente si sparse la notizia di molti arresti fatti nella stessa notte. Accorsero gli amici, ma nessun conforto poteva consolare quegli infelici caduti vittime di tale sventura.

I prigionieri erano partiti per Mantova. Stefano fu gettato solo in una cella angusta, umida, oscura ed infetta, e pensava ai suoi cari, alla disperazione della moglie e della madre, all'afflizione del padre, alla bambina, alla casa, alle dolci abitudini domestiche. Quel cambiamento repentino di vita, quel rapido trapasso dalle gioie serene della famiglia, alle torbide agitazioni d'un processo pericoloso, dall'aria profumata d'un parco all'afa nauseabonda del carcere, era un colpo troppo violento per restare senza conseguenze sopra un giovane felice ed avvezzo all'aria libera dei campi.

Quando i patemi d'animo, che lacerano il cuore, sono accompagnati da tutte le angustie del corpo, la natura umana soccombe.

Dopo un accesso violento di disperazione, di furore e di lagrime, Stefano cadde sfinito sul fetido pagliericcio della prigione, e gli parve di essere stato sepolto vivo. Pensava alla vita passata come ad un altro mondo, abitato in un'epoca lontana, prima d'essere precipitato in fondo d'un precipizio. Provava una sete ardente accompagnata da affanni e da nausea.

Fu trascinato davanti il giudice inquisitore colla febbre; le arterie delle tempie gli battevano come due martelli. Non intendeva le domande che gli venivano indirizzate, rispondeva con sdegnoso disprezzo, con pungente ironia, gli pareva di trovarsi fra le unghie adunche d'una belva feroce che stesse per divorarlo.

Ritornato nella sordida cella fu visitato dal medico che lo trovò coi lineamenti immobili, colla lingua e i denti fuliginosi, in una prostrazione di forze completa; rispondeva lentamente, con parole insensate. Il medico conobbe i primi sintomi d'una febbre tifoide, e ordinò che fosse subito trasportato all'infermeria. Il povero infermo non se ne avvide nemmeno. Gli comparvero sul volto delle macchie rosse che sparivano sotto la pressione delle dita.

Passò più d'un mese in questo stato, poi cominciò a peggiorare, e aveva perduto i sensi da qualche giorno, quando alle ripetute istanze della famiglia fu concesso di visitarlo.

I parenti partirono subito per Mantova. Il giorno dopo del loro arrivo, il capitano colla faccia sparuta, ma fiera, conduceva la moglie e la nuora, che parevano uscite da una tomba, e camminavano sostenendosi reciprocamente, attraverso gli squallidi e infetti corridoi della prigione, sotto la scorta d'un attuario e d'un secondino. Il malato non conobbe nessuno, i poveri parenti non videro che una faccia cadaverica, coperta da un sudore viscido, con un respiro affannoso, che era il solo segnale di vita che gli restava.

La Beppina cadde su quel sordido pagliericcio, perdendo i sensi, ed anche la povera madre stava per venir meno. Uscirono dalla infermeria, Maddalena sostenuta dal marito, e la Beppina trasportata da due infermieri. Adagiarono le misere donne in una carrozza che le condusse all'albergo. Chiamato subito un medico, la Maddalena fece uno sforzo sovrumano per assistere la nuora, reggendosi appena sulle gambe.

Beppina era incinta di quattro mesi. Quando giunse alla villa il permesso di visitare il moribondo, i genitori pronti a partire, avevano fatto una vivissima opposizione al viaggio della nuora, della quale conoscevano la condizione pericolosa, peggiorata dalla disperazione per la prigionia del marito, e dalle gravi notizie sulla sua malattia, che erano state comunicate da Mantova. Ma ogni resistenza fu vana; non valsero nè le ragioni persuasive del medico, nè i più affettuosi consigli dei suoceri, essa si irritava talmente contro chiunque volesse impedirle di rivedere il suo Stefano, che in fine parve meno pericoloso il condurla con loro che il lasciarla a casa in preda della disperazione.

Partì in uno stato di grande debolezza, con violente palpitazioni di cuore, ma si sostenne durante il viaggio a forza d'energia, la quale la resse fino alla porta dell'infermeria, ma la abbandonò totalmente all'aspetto dell'ammalato, ridotto in tale stato che era appena riconoscibile.

Coricata nel letto dell'albergo, all'arrivo del medico la misera donna aveva già abortito, e la violenta emorragia cominciava a svenarla. Non le mancarono le cure più sollecite ed affettuose, ma il medico non dissimulava la gravità del pericolo, e diceva al capitano:

--Caro signore, le carceri politiche hanno ucciso più donne che prigionieri. Questi resistono con vigore alle prove tremende, perchè sono animati da un altissimo sentimento che sostiene il loro coraggio, ma le madri e le spose soccombono colle viscere straziate dalla violenza che le privò dei figli e dei mariti. Nella condizione di vostra nuora colpita atrocemente nel giorno dell'arresto, quest'ultima scossa terribile fu un colpo mortale.

E pur troppo riuscirono vani tutti i tentativi fatti per salvarla.

L'anemia progrediente andò esaurendo d'ora in ora tutte le forze vitali, e alfine dovette soccombere.

L'ultima mattina la povera inferma, sentendo la morte imminente, volle baciare i suoi cari, raccomandò caldamente all'affetto della suocera la sua piccola Maria, mostrò il più vivo desiderio di ricongiungersi al suo Stefano, in una vita di oltre tomba, e rivolti al cielo gli occhi languenti spirò.

Il volto della povera morta pareva di marmo greco, il suo pallore risaltava maggiormente sulle morbide treccie di capelli che furono il suo diadema di sposa, e la sua corona di martire. Pochi giorni dopo moriva anche Stefano nel Castello di San Giorgio, e così sfuggiva al patibolo di Belfiore ove sarebbe perito con tanti eroi della patria.

Il vecchio carbonaro accompagnava al sepolcro i due figli morti alla distanza di pochi giorni, e li faceva collocare uno presso dell'altro, piangendo di dolore, fremendo di sdegno, e invocando dal cielo la pace ai defunti, il castigo di Dio sui despoti della terra; e la libertà alle nazioni, che hanno saputo guadagnarsela con tanti sacrifizi di vittime umane.

VII.

La notizia di questa catastrofe colpì tutta Italia come una calamità nazionale; si sparse dovunque, ridestò l'odio degli esuli che soffrivano lontani dal focolare domestico, portò la desolazione a Treviso e in Brianza, ove i parenti e gli amici appresero con orrore la rapida morte dei loro cari, che parve a tutti lo schianto di due fiori prodotto dalla violenza d'un uragano. A tale sventura si aggiunsero le relazioni dell'infame processo, i patimenti di chi languiva nel carcere, i supplizi che lo seguirono, e tutto insieme accumulava le maledizioni degli oppressi sugli oppressori.

I due poveri vecchi che in così breve spazio di tempo avevano perduto i due diletti figliuoli involati violentemente alla pace domestica, compiute le onoranze funebri, ritornarono piangenti alla loro casa, ove un'orfanella innocente li aspettava colle braccia protese invocando il ritorno della sua buona mamma, e del babbo.

La nonna Maddalena dovette assumere gli uffici di madre, e dissimulare la grave disgrazia all'infelice bambina, essa che aveva tanto bisogno di piangere.

Il capitano scriveva lettere di fuoco al figlio superstite, perchè gli esuli si agitassero anche in Francia, e spingessero quella nazione a non tollerare più oltre in Italia la infamia della dominazione straniera, e aiutassero gli schiavi ad infrangere quelle catene che li rendeva impotenti alla rivendicazione dei loro diritti.

Da ogni parte venivano voci di speranza, ma il frutto non era maturo.

Intanto le disgrazie accasciavano i vecchi. Il capitano curvava la schiena sotto il peso degli anni aggravati dal dolore. Soffriva delle vertigini che lo esponevano a cadere, se non trovava un sostegno. Il maestro Zecchini lo consigliava a consultare un medico, il Bonifazio alzava le spalle con dispetto e non gli dava retta.

--Avete bisogno d'un salasso, insisteva a dirgli il maestro.

--Il salasso bisogna farlo all'esercito austriaco, abbondante fino allo svenimento, e allora sarò sicuro di guarire.

La piccola Maria cresceva in salute ed in grazia, sotto quegli alberi maestosi che colle loro ombre avevano protetta l'infanzia di suo padre, ed avevano consolato i giorni più lieti della breve esistenza di sua madre. La bimba giuocava coi fanciulli della sua età, e coglieva fiori e farfalle intorno a quei viali tortuosi che erano stati percorsi dai suoi genitori nel tempo felice.

Il maestro Zecchini le insegnava a leggere sui vecchi libri che avevano servito al suo babbo ed allo zio Gervasio; ma quando la bambina si rifuggiava sui ginocchi della nonna, mostrandosi annoiata della monotona cantilena del maestro, implorando la grazia di ritornare ai suoi diletti infantili, la buona donna la liberava subito dal peso della lezione, e la rimandava libera ai boschetti del parco.

--A che cosa serve l'istruzione per chi non ha patria? essa diceva a Zecchini, a che cosa hanno servito tanti studi al mio povero Stefano? se fosse stato un ignorante, sarebbe ancora con noi.

--È vero! pur troppo è vero! rispondeva il maestro, il diritto, la ragione, la scienza sono impotenti contro la forza brutale. Contro le baionette non valgono che i cannoni, e il nostro popolo subisce la dura tirannide senza rivoltarsi.--L'uomo è un asino!... condotto colla cavezza e spinto col bastone, cammina rassegnato da vera bestia da soma.--E dopo qualche sospiro, riprendeva:--Tuttavia l'istruzione è l'unica arma che ci resta. Bisogna istruirsi per saper distinguere il male dal bene, l'intelligenza e la coltura aprono tutte le strade, è un dovere di tutti istruirsi; non solo gli uomini, ma anche le donne. Avete torto di incoraggiare la bimba a trascurare lo studio....

--Che sia felice almeno nella infanzia, interrompeva la Maddalena; chi sa a quale sorte è riservata nell'avvenire!... i pochi giorni felici sono tutti guadagnati.

Così la bambina, secondata dalla nonna, cresceva ignorante, ma bella come la sua mamma, della quale aveva i capelli abbondanti, il sorriso degli occhi, e la bocca un po' grande, ma affettuosa.

Essa, che adorava la nonna, si prestava però volentieri per assisterla nelle faccende domestiche, le piaceva di stare in cucina ad ammannire le vivande, imparava prontamente ad apparecchiare a condire ed a cuocere le varie pietanze, e a sorvegliare i fornelli. Faceva grande attenzione alle faccende della casa, voleva che la nonna la lasciasse fare da sola, era contentissima quando riusciva bene, e che il nonno le faceva un elogio, per qualche manicaretto elaborato dalle sue tenere mani.

E imparò presto a cucire, a rammendare la biancheria, a inamidarla e stirarla a dovere. Faceva bene la pulizia delle camere, metteva tutto in assetto con attenzione, le piaceva l'ordine in ogni cosa.

Si annoiava soltanto quando le mettevano in mano un libro, o la facevano scrivere; allora sbadigliava, faceva delle smorfiette, e si rassegnava soltanto per contentare il nonno, che non divedeva l'opinione di sua moglie sull'istruzione, ed esigeva questo sacrifizio come un dovere indispensabile. La nonna difendeva sempre Maria, che non aveva voglia di studiare.

--Lasciala in pace, diceva a suo marito, lascia che sia felice, le donne più felici sono quelle che sanno meno.

--Non dir sciocchezze... rispondeva il capitano, una donna ignorante è una vera disgrazia!... il maestro ha ragione.

--Il maestro ha torto. Se l'uomo è un asino, come egli asserisce, non è necessario che la donna sia sapiente....

--Tanto gli uomini che le donne devono distinguersi dai bruti colla istruzione. Gli asini tirano il carretto carico, e i padroni li fanno camminare a legnate; se gli asini fossero istrutti caccierebbero a calci il padrone.

E così dicendo se ne andava maneggiando il bastone come fosse una sciabola, usciva nel parco borbottando fra i denti le più tremende minaccie contro il governo, abbatteva furiosamente le capsule dei papaveri per dare uno sfogo a quella collera impotente, che avrebbe voluto tagliare in quel modo le teste dei nemici.

La bambina gettava i libri, e correva in fondo al parco per sfuggire alla seccatura dello studio, ed alle prediche del nonno.

Così passarono alcuni anni fino che un carbonaro di Bologna, entrato nell'Assemblea nazionale francese, e poi salito sul trono imperiale dello zio, alzava lo stendardo delle nazionalità, promettendo l'emancipazione d'Italia, alla quale aveva giurato di contribuire, facendo parte della setta italiana nella vendita bolognese nel 1831.

È facile immaginare l'entusiasmo del capitano Bonifazio quando lesse il Proclama di Napoleone III che voleva l'Italia «libera dalle Alpi all'Adriatico.» Il carbonaro trivigiano andava ripetendo ad alta voce, e in uno stato di esaltazione, alcune frasi che lo avevano colpito: «Andiamo su questa terra classica, illustrata da tante vittorie, a ritrovare le traccie dei nostri padri.» Tutta la sua gioventù ritornava a rifiorire, tutte le aspirazioni della sua vita di cospiratore si avvicinavano al trionfo, tutto l'odio accumulato nel suo petto andava a sfogarsi colla vendetta del figlio e della nuora uccisi collo stesso colpo dall'aborrito governo austriaco.

Il vecchio soldato di Napoleone I si sentiva ringagliardire alle parole di Napoleone III, e la spina dorsale curvata sotto il peso degli anni dolorosi, si rialzava rigogliosa alla scossa elettrica scoppiettante nelle solenni promesse. Egli era vicino ai settantatrè anni ma gli pareva di essere ancora abbastanza robusto da poter portare un fucile, e intanto nell'impazienza d'un primo assalto, egli percorreva le camere a passo di marcia, armato del suo bastone, la sola arma che gli era stata lasciata dall'Austria, e si arrestava davanti i ritratti di Napoleone I, facendogli il saluto militare. All'arrivo del maestro si gettò nelle sue braccia; questi fu sorpreso e beato di tanta intimità, che non aveva mai ottenuta nei lunghi anni della loro relazione, passati brontolando sopra ogni argomento.

La vecchia Maddalena temeva che suo marito diventasse matto in quello stato d'orgasmo e di esaltazione irrefrenabile.

Il vecchio Pigna, tenendo per mano il figlio di suo figlio, un bambino di otto anni, lo condusse per la prima volta in casa Bonifazio a vedere i quadri delle battaglie di Napoleone, per fargli capire che cosa fosse la guerra.

Il capitano gli dava le spiegazioni necessarie. Il piccolo Andrea col naso in aria, gli occhi sbalorditi, la bocca aperta, guardava ora le battaglie ed ora il capitano, ed aveva più paura di costui, gesticolante con furore, che degli eserciti combattenti nei quadri fra i morti e i feriti.

La Maria venne a prendere per mano il piccolo Andrea, che era circa della sua età, e lo condusse in giardino per liberarlo dagli assalti del nonno.

Il vecchio Pigna si fregava le mani in segno di giubilo, pensando che il nuovo governo avrebbe diminuite le imposte e il prezzo del sale, sperando che la guerra avrebbe fatto aumentare il valore del frumento, dell'avena, del vino, del fieno, come al tempo della guerra in Crimea.

Ogni momento entrava qualche nuovo curioso per aver notizie della Lombardia. Il capitano non salutava nessuno, ma gettava in aria il berretto, e lo metteva in cima al bastone, alzandolo in segno di tripudio, e diceva a Zecchini:

--È venuto il tempo del salasso!

Assicurava tutti dell'imminente liberazione; ed esclamava:

--L'Austria è finita!.... fra poco saremo a Vienna!... Evviva i Napoleonidi!

Al primo indizio di guerra Gervasio aveva fatto i bauli, e rinunziato alla cattedra, per ritornare in patria. Ma prima di lasciare la Bretagna, il padre ed il figlio erano andati a fare l'ultima visita al cimitero, e genuflessi sulla tomba della moglie e della madre, l'esule sentiva che l'affetto e il dolore ci fanno mettere le radici anche nella terra straniera, e non poteva staccarsi da quel mesto soggiorno senza lasciarvi un lembo del cuore. La povera defunta restava sola e non avrebbe più l'omaggio delle lagrime e dei fiori dei suoi superstiti. Pei morti sulla terra straniera, il giorno della liberazione della patria, l'esilio diventa isolamento. I parenti, gli amici, i compagni ritornano al loro paese, ed essi rimangono affatto soli.

Gervasio e Silvio partirono piangendo, e deplorando di non poter portare con loro le ceneri sacre della loro povera morta.

Erano anche dolenti di non poter rientrare in patria colle armi alla mano, ma il padre era rimasto storpio per la ferita del 48, e il figlio aveva appena otto anni.

Il reduce difensore di Venezia anelava ardentemente di riabbracciare i vecchi genitori, di consolarli colla presentazione di suo figlio, che avrebbe occupato il posto del povero Stefano, e anelava ansiosamente di rimettere il piede nell'eroica città, alla quale aveva consacrata la vita, e della quale dipingeva gl'incanti e il prestigio al figliuolo che stava estatico ad ascoltarlo.

Attraversando la Savoja gli pareva che le Alpi si fossero moltiplicate per ritardare il suo ritorno. Finalmente giunsero a Torino e lo trovarono in festa per la battaglia di Magenta che aveva aperta la porta della Lombardia. Visitarono la capitale del Piemonte con rispettosa riconoscenza, come il tempio santo della rigenerazione nazionale.

Il 9 giugno, Gervasio scriveva a suo padre: «Jeri siamo entrati a Milano, dopo gli eserciti alleati che accompagnarono il re e l'imperatore, i quali furono accolti con indescrivibile entusiasmo dalla popolazione esultante. Silvio è felice di trovarsi in Italia, e desidera vivamente di abbracciare i suoi nonni; domani visiteremo quelli di Brianza, e in breve tempo saremo in seno della famiglia, per non dividerci mai più. E questo pensiero mi consola in modo tale da farmi dimenticare molti dolori sofferti nella troppo lunga lontananza.»

Poi furono interrotte le comunicazioni, e non corsero più nè le lettere nè le notizie stampate.

Il 24 giugno nella villa Bonifazio si udiva il rombo lontano del cannone. Tutti ascoltavano in silenzio, il capitano era in uno stato di esaltazione eccessiva, fremeva d'essere lontano dal combattimento, si agitava convulso all'idea della vicina liberazione, che gli rappresentava il trionfo delle sue idee di patriotta, il meritato compenso dei pericoli di cospiratore, la vendetta dei figli perduti, la gioia di rivedere il suo primogenito, lontano da tanti anni, e di conoscere alfine il nipote, che continuava la discendenza mascolina della famiglia. Maddalena sospirava fra le speranze consolanti e le apprensioni dolorose, pensando alla gioia di abbracciare il figlio e il nipote, e palpitando per le nuove vittime della guerra.

Maria girava pel parco col suo amico Andrea Pigna, e i due ragazzi inconsci del solenne momento si trastullavano coi giuochi infantili.