La famiglia Bonifazio; racconto
Part 4
Milano ricadeva in mano dell'Austria, e tutto il sangue sparso dagli Italiani in quei mesi di lotta e di ansietà non valse a liberarli dalla invasione.
La sola Venezia resisteva eroicamente, e i Bonifazio si recarono colà, per contribuire alla difesa.
Le vicende dell'assedio di Venezia sono forse la più bella pagina nella storia della nostra emancipazione.
Questa gloriosa città, tradita ed oppressa, che si ridesta alla libertà, dopo l'umiliazione del dominio straniero, che lacera e insanguinata si difende contro un nemico potente, combatte valorosamente, intrepida fra le rovine delle fortificazioni, che estenuata dalla fame, decimata dal coléra e dalle bombe, decide di _resistere ad ogni costo_, offerse un esempio di tale fermezza indomabile, che le guadagnò l'ammirazione del mondo.
I Bonifazio furono fra quelli eroi che presero parte alla sortita di Mestre, e che difesero Marghera fino che fu ridotta ad un mucchio di rovine. Ma il vecchio soldato di Napoleone fu il solo che potè ritirarsi incolume in città dopo di aver combattuto per tanti giorni in mezzo ad un diluvio di palle.
Gervasio rimasto fra gli ultimi sulla breccia fu ferito alla mano destra e Stefano ebbe una gamba traforata da una palla; e passarono gli ultimi tempi dell'assedio all'ambulanza.
Finito l'ultimo pane nero, e l'ultima carica di cannone, Venezia dovette cedere senza esser vinta.
Al momento della capitolazione i due fratelli erano ancora convalescenti. Tennero consiglio col padre, il quale pensando alla povera donna che non li aveva visti da più d'un anno, desiderava che volessero tornare entrambi a casa con lui. Per Stefano non ci poteva esser dubbio, poichè non era in caso di tenersi in piedi senza l'aiuto d'un bastone, ma Gervasio storpiato alla mano destra si rifiutò recisamente di ritornare a vivere sotto il governo austriaco, preferì di condannarsi all'esilio. Il padre non volle insistere, nella speranza d'un pronto risveglio della nazione e d'un ritorno alle armi.
La separazione fu dolorosa. Gervasio s'imbarcò in un bastimento francese, e il vecchio soldato, sostenendo sotto il braccio il più giovane dei suoi figli ferito, ritornò alla sua villa.
Povera Maddalena!... quando li vide entrare pallidi e magri, col suo Stefano ferito, e senza Gervasio, fu costretta di sostenersi ad un albero per non cadere; poi fatto animo e ripreso fiato si gettò nelle braccia loro esclamando:
--Dove è Gervasio?...
--È partito.... risposero, ma speriamo di rivederlo fra poco....
--È morto! essa gridò con accento straziante, il mio povero Gervasio è morto!... sarebbe qui di sicuro se non fosse morto!...
Non voleva persuadersi che fosse partito, che avesse preferito l'esilio alla casa paterna, alle cure di sua madre!
--Ha preferito l'esilio all'umiliazione di vivere sotto il giogo dei nostri nemici, come tanti altri suoi compagni, le disse il marito; ma le cose non possono durare a questo modo,--e manifestando tutte le illusioni di quel tempo, si studiava di provare l'impossibilità d'un lungo dominio austriaco in Italia, perchè i popoli coraggiosi possono tutto quello che vogliono; ma Maddalena non lo ascoltava più, baciava teneramente il suo Stefano, lo interrogava ansiosamente sulla ferita che gl'impediva di camminare, lo fece sedere in una poltrona, apportò dei ristori ai poveri viaggiatori sfiniti dai lunghi patimenti, dalla fame, dalla fatica del viaggio, in quello stato.
Appena saputo il loro ritorno accorse anche il maestro Zecchini, e non finiva mai d'interrogarli sui più minuti particolari del memorabile assedio; si mostrò desolato per tante sventure, e voleva sostenere che bisognava rassegnarsi al destino, che era finita per sempre, che sarebbe assolutamente impossibile di vincere la potenza austriaca. Il capitano lasciò andare un pugno così violento sul tavolo che fece saltare i piatti e i bicchieri, e così incominciarono nuovamente le diatribe fra i due vecchi amici, che dopo l'assenza ritornavano a vivere insieme, sempre inseparabili, e sempre discordi.
Intanto il Gervasio navigava verso la Francia, e pochi giorni dopo sbarcava a Marsiglia coi molti esiliati di Venezia, i quali si dispersero in vari paesi.
Egli partì per Parigi colla speranza di trovare un'occupazione per non vivere a carico della famiglia. Ma in quel tempo la capitale francese rigurgitava di emigrati d'ogni parte d'Europa; le varie rivoluzioni del quarant'otto vi avevano gettato i loro naufraghi, che cercavano un rifugio. Tutte le passioni umane, e i diversi partiti politici si concentravano nel cervello del mondo; la vita era una lotta di forze contrarie che si agitavano convulse fra gli amari disinganni del passato, e le più esagerate illusioni dell'avvenire.
Ad un'anima mite e senza ambizioni, come quella di Gervasio, la vita tumultuosa rendeva più doloroso l'esilio. Dopo lunga aspettativa gli venne offerta una cattedra di lingua italiana in Bretagna. Non esitò ad accettarla perchè sentiva anche il bisogno di quella pace campestre nella quale era stato allevato, e che gli mancava affatto nel movimento turbinoso della moderna babilonia.
Ma il clima umido e triste della Bretagna accresceva la sua malinconia, e la vita solitaria gli faceva sentire doppiamente tutte le amarezze della nostalgìa. Non vide mai sorgere quel sole opaco dietro le nebbie, senza che il suo pensiero non lo trasportasse alla casa paterna; e la vedeva da lontano, illuminata dallo splendido sole d'Italia, e gli pareva di udire lo stormir delle fronde dei suoi boschetti, il pigolìo dei passeri al crepuscolo, credeva di respirare l'olezzo di quelle piante, e sentiva l'aria pura dei monti e del Piave, che gli sbatteva il viso, quando appariva il balcone della sua cameretta così piena di ricordi. La modesta stanza di Bretagna non aveva nulla che sorridesse alla memoria dell'emigrato; e i prospetti, l'aria, gli accenti, le esalazioni, tutto gli rammentava l'isolamento, e la lontananza della patria.
I giorni delle feste solenni erano i più dolorosi. Tutti si raccoglievano lietamente alla mensa di famiglia, il povero emigrato viveva solo, colla memoria delle affettuose cure materne, delle abitudini domestiche del padre e del fratello, e della perduta compagnia degli amici.
Bisognava cercare degli altri derelitti per fare insieme società.
Conobbe allora i Ravelli, emigrati lombardi. La famigliuola si componeva del padre vedovo, del figlio Battistino, che fu ferito al Tonale difendendo quel passo alpino coi volontari, e di sua sorella Angelina, una buona ragazza di diciotto anni. Scambiavano fra loro le amarezze e i conforti comuni, dividevano i timori e le speranze, e quelle eterne illusioni degli esuli, sempre distrutte dagli avvenimenti, e sempre rinascenti dalle stesse rovine. Ogni primavera speravano il ritorno in patria per il prossimo autunno, ogni autunno per la ventura primavera; ma ogni volta che si credevano vicini al porto, una burrasca inaspettata li rigettava in alto mare. Tornato il cielo sereno, esaminavano l'orizzonte, e ad ogni nuvoletta lontana pronosticavano l'uragano che doveva sconvolgere l'Europa, far trionfare la libertà, e restituirli al loro paese; ma un venticello importuno rasserenava il cielo. Si lamentavano della indifferenza di tutte le nazioni per ciò che violava i loro diritti e il loro onore, vedevano in ogni piccolo alterco diplomatico un'offesa sanguinosa che rendeva indispensabile la guerra, aspettavano ansiosamente la dichiarazione desiderata; ma la pace si andava consolidando a loro dispetto, e l'esilio temporaneo diventava domicilio stabile degli emigrati. E così passavano gli anni, e intanto l'amicizia e l'amore fiorivano anche sulla terra straniera.
Gervasio divenne intimo di casa Ravelli, fu il compagno inseparabile di Battistino, e non tardò a sentire per l'Angelina una profonda simpatia che a poco a poco si trasformò in reciproca affezione.
Allora la primavera di Bretagna parve più bella ai giovani innamorati, che aprendo l'animo ai sentimenti e ai pensieri concordi, si creavano una nuova patria sul suolo straniero, la patria dell'amore, e così trovavano più ridenti quelle verdi campagne, più vaghi i fiori, meno fosco l'orizzonte, meno pallido il sole, e le notti azzurre e brillanti di stelle più belle delle notti italiane.
Vivere insieme per amarsi sempre, e dimenticare tutto il resto, questa divenne l'unica aspirazione dei loro cuori.
Dopo uno scambio di lettere colle rispettive famiglie in Italia, furono fidanzati; pochi mesi dopo si celebrò il matrimonio, e la terra di Bretagna parve un paradiso terrestre ai due sposi, nell'ebbrezza dell'amore soddisfatto.
Passati dieci mesi venne alla luce un bel maschio, che per comune consenso dei due nonni fu battezzato col nome di Silvio, in segno di simpatia verso l'amico carbonaro, che fu prigioniero allo Spielberg, e di protesta contro il dominio straniero.
Pareva che la felicità sorridesse pienamente alla nuova famiglia, quando una febbre insidiosa assalì la puerpera, e mise subito in dubbio ogni speranza. I sintomi più minacciosi si succedettero con terribile rapidità, e la malattia finì in pochi giorni con un lutto spaventoso.
L'infelicissimo marito perdette la sua diletta compagna nel primo anno di matrimonio, il neonato perdette la madre nel primo mese di vita.
Sotto il colpo inaspettato dell'improvvisa sventura, lontano dai cari parenti, fra il suocero e il cognato al pari di lui disperati, Gervasio risentì tutto il peso dell'esilio e dell'isolamento.
La donna morta fu portata al cimitero colla sua candida veste di sposa; il bambino fu messo a balia; i Ravelli affranti dal dolore abbandonarono il paese, il povero esule rimase solo, fra una culla e una tomba, a piangere la sua cara compagna scomparsa;--solo senza patria, e senza famiglia!...
V.
Anche la famiglia Bonifazio si sentì colpita crudelmente dalla sventura del figlio. Alle lagrime dell'esule corrisposero da lontano le lagrime dei parenti, privi del conforto di stringere fra le loro braccia affettuose il povero orfanello e il padre desolato.
Così l'esilio colpisce sempre da due parti; tanto chi resta, che chi si allontana soffre egualmente, senza il sollievo del reciproco conforto, senza l'amara consolazione di piangere assieme.
Stefano guarito dalla sua ferita, andava spesso a Treviso, ove aveva molti amici. Un bel giorno girovagando per le strade della città, fu colpito dall'aspetto di una di quelle ragazze del popolo, tanto famose in tutto il Veneto per la rara bellezza dei lineamenti, per l'abbondanza dei capelli, la grazia della persona e l'eleganza del vestito. Si direbbero nate in mezzo al lusso d'uno splendido appartamento, e invece non sono che una curiosa aristocrazia della classe operaia, le contessine del popolo. Dove abbiano imparato a darsi quell'aspetto disinvolto, ed alzare quegli sguardi alteri di principesse, nessuno lo sa. Escono dalle povere catapecchie ove abitano, come da un palazzo signorile, scendono maestosamente dalle loro scalette di legno, come se fossero gli scalini del trono, raccogliendo, colla piccola mano coperta di guanti, e con flessuosa destrezza, gli svolazzi della veste, per lasciar vedere la elegante calzatura a talloni, portando con certa alterigia la testina graziosamente pettinata, e adorna d'un velo nero puntato con grandi spilloni. Camminano con franca andatura, portando l'ombrellino di seta, e il ventaglio, e vanno dalla sarta o dalla modista, ove dopo una lunga pratica giungono a guadagnare venti soldi per dodici ore di lavoro.
La ragazza seguìta da Stefano, aveva sulla nuca una treccia di morbidi capelli color castagno, acconciata in molti giri, da destare l'invidia dei più avveduti parrucchieri che le offersero invano molto denaro per acquistarla, dicendole che una treccia posticcia avrebbe prodotto lo stesso effetto, e che i capelli crescendo più rigogliosi, essa poteva farsene una rendita lucrosa, senza che nessuno se ne accorgesse. Era la povera figlia d'un falegname, ma non volle mai tagliare i suoi capelli per nessun prezzo; quella era la sola sua ricchezza, la sua corona, e non l'avrebbe ceduta per tutto l'oro del mondo. Suo padre le dava torto, perchè i parrucchieri lo avevano sedotto colla promessa irresistibile di certe bottiglie d'un vino delizioso, che gli avevano fatto assaggiare in un bicchierino, e che gli era sembrato un balsamo di lunga vita.
Ogni mattina la ragazza si metteva allo specchio coi capelli disciolti giù per le spalle, che arrivavano fino al ginocchio, e quella ricchezza la rendeva orgogliosa, perchè la più gran signora della città non poteva comperarli per nessun prezzo.
Poi faceva colazione con due soldi di pane e latte, si vestiva con eleganza, e correva al suo magazzino. Lungo la strada tutti si voltavano a guardarla, ed essa era beata.
Stefano non fece attenzione a quei capelli, che potevano anche essere posticci, ma fu sedotto dal sorriso degli occhi, dalla dolce espressione dei lineamenti, dalla bocca attraente, che indicava somma bontà e cuor contento, quantunque fosse un po' troppo grande in proporzione delle altre linee del viso.
La seguì parecchie volte dal magazzino alla casa, essa se ne avvide, e gli fece comprendere con uno sguardo che non disdegnava quell'omaggio, e che trovava il giovinotto di suo gusto. Egli non tardò molto ad esprimerle modestamente la sua rispettosa ammirazione, e le oneste intenzioni che lo animavano. Essa in principio si mostrò molto incredula, gli fece capire che era povera, e lo pregò di lasciarla in pace, di non voler renderla infelice per un capriccio.
Stefano la rassicurò con solenni promesse, e così non tardarono a prendere la dolce abitudine di vedersi spesso, di passeggiare insieme in luoghi solitari, nella più cordiale intimità, coll'espansione di pensieri e sentimenti che sono il melodioso linguaggio dell'amore.
L'affetto che i Bonifazio provavano pel figlio assente, pareva che volesse manifestarsi con doppie cure sul figlio vicino; l'indole soave e il carattere onesto del giovane lo rendevano degno della loro affezione.
Egli non tardò molto a rivelare alla madre il suo amore per la Beppina, mostrandole il desiderio di farla sua moglie, e la buona madre predispose favorevolmente il marito.
Il capitano Bonifazio, al contrario di molti padri, era sempre preoccupato dal timore che suo figlio potesse innamorarsi d'una signora. L'educazione delle ragazze nelle ricche famiglie cittadine gli metteva spavento, e diceva a sua moglie:
--Se Stefano vorrà prender moglie, la nostra quiete sarà in pericolo. Che cosa faremo noi di una sposa cittadina colle nostre abitudini campagnuole? Vorrà essa adattarsi alla semplicità di questa vita? che cosa farà tutto il giorno alla villa? vorrà essa occuparsi delle cure domestiche recando qualche sollievo alle tue fatiche, quando la età avanzata ti farà sentire il bisogno di riposo? Avvezza alle visite oziose, ai teatri, agli spettacoli, alla società elegante, potrà essa sopportare senza noia la solitudine, le sciocchezze del maestro Zecchini, le asinaggini dei Pigna, padre e figlio?
La povera Maddalena lo consolava facendogli osservare che la città era vicina, che i giovani avrebbero potuto fare una vita conforme ai loro gusti, e i vecchi si sarebbero dedicati ad allevare i bimbi, e a governare la casa, senza cambiare le abitudini di nessuno. Ma il capitano non era persuaso e pronosticava mille disturbi, in tal modo che quando Stefano gli annunciò il suo progetto, ne fu lietissimo, e volle subito vedere la ragazza.
La Beppina avvertita in tempo di questa visita aveva messo in ordine la povera dimora, e li aspettava ansiosamente fingendo di lavorare, seduta davanti al balcone, adorno di alcuni vasi di fiori, che le erano stati regalati da Stefano.
La visita fu breve, ma decisiva. Pareva che il capitano ne fosse più innamorato del figlio, tanto si mostrava entusiasta del soave sorriso di quel bel volto. Esso la trovò modesta e gentile, graziosa e intelligente, e ritornò a casa contento per darne l'annunzio a sua moglie, pronosticandole dei giorni felici, ed una vecchiaia tranquilla, con una figlia di più, la più cara e simpatica che si potesse mai desiderare, e diceva a Stefano:
--Facciamo presto; a domani la domanda al padre, e quanto prima le nozze.
E fu secondato in ogni suo desiderio. Al giorno seguente il falegname Morato non andò a bottega, e attese il capitano, dopo di essersi rasa la barba e vestito da festa, secondo gli ordini della figlia.
All'ora fissata i Bonifazio furono esatti, e in poche parole si trovarono d'accordo. Alla cortese domanda del capitano, il Morato rispose:
--Sono anni cattivi, siamo povera gente, mia figlia non ha nè dote, nè corredo....
--A questo ci pensiamo noi, soggiunse il capitano. Facciamo presto; io non vi domando altro, prima di tutto perchè non mi piacciono le cose lunghe, e poi perchè sono vecchio, e vorrei vedere un nipotino, prima di chiudere gli occhi per sempre.
--Non parliamo di malinconie, gli rispose il falegname, con naturale buon senso. Siamo a vostra disposizione, riconoscenti dell'onore.
Fissarono l'epoca delle nozze, il capitano baciò in fronte la Beppina, e i due giovani si mostrarono molto lieti degli accordi.
Stefano scrisse al fratello, raccontandogli minutamente tutti i particolari del suo amore, vantandogli le buone qualità della sposa, senza nascondere la sua povertà.
Poco tempo dopo arrivava dalla Francia una cassa pieni di arredi da donna con una lettera di Gervasio, nella quale egli si congratulava col fratello per il prossimo matrimonio, e gli faceva mille scuse se osava spedirgli il corredo della sua povera defunta, ancora nuovo, per l'immatura sua morte. «Non saprei farne un uso migliore, egli scriveva, la tua sposa non se ne offenda se la tratto fino da questo momento come sorella; fra fratelli che si amano quello che è dell'uno è anche dell'altro. Vivi felice in famiglia, intanto io pregherò il cielo che ci conceda di rivederci presto, per poter vivere tutti uniti in casa nostra, nella nostra patria, colla nostra famiglia, tutte cose preziose che ci vennero tolte dalla usurpazione straniera.»
Al tempo fissato si fecero le nozze. Il capitano accompagnò Stefano a Treviso di buon mattino, e dopo la celebrazione del matrimonio, montarono in carrozza colla sposa e suo padre e tornarono alla villa. La buona Maddalena li aspettava sulla porta, Beppina si gettò nelle sue braccia.
--Hai trovato la madre che ti mancava, disse alla nuora, baciandola in fronte.
Dopo una breve refezione fra soli parenti, Stefano condusse la sposa a fare un giro pel parco. Avvezza al chiuso ambiente della sua cameretta in una casa vecchia di città, in una contrada di povera gente, le parve di passeggiare in paradiso. Attraverso le fronde passavano pochi raggi di sole, che segnavano degli sprazzi d'oro sulla sabbia dei viali. Il silenzio dei boschetti era rallegrato da qualche gorgheggio d'un capinero, accompagnato dal mormorio delle acque cadenti d'una cascatella sul lago. Dalle macchie di rose, dai caprifogli e dai gelsomini che si arrampicavano sui muri emanava un soave profumo che imbalsamava l'aria. La ricca vegetazione nel suo pieno vigore esalava degli aliti vitali, raccolti da tutte le forze unite della natura, dalla terra e dall'acqua, dalla luce, dalle foglie e dai fiori. Un'arcana voluttà serpeggiava nelle vene e inebbriava i sensi.
Vagarono, ora bisbiglianti ed ora silenziosi, nella soave armonia delle commozioni e dei pensieri, sotto ai boschetti e sui prati di quell'incantevole giardino fino che udirono le campane dei villaggi vicini che suonavano il mezzogiorno. Era l'ora destinata al pranzo di famiglia coi parenti, e pochi amici. La stanza era adorna di fiori, la tavola apparecchiata con garbo, ma a quella mensa c'era un vuoto doloroso che ricordava la tristezza dell'esule lontano, gettava un velo di malinconia sulla gaiezza delle nozze, e faceva spuntare una lagrima sugli occhi della madre, mentre si atteggiava al sorriso.
Tuttavia gli amici festeggiando gli sposi con ripetute libazioni fecero echeggiare un po' d'allegria alla fine del pranzo. Il maestro Zecchini diventava loquace, papà Morato, volendo sostenersi con gravità, si teneva diritto con uno sforzo, e pareva diffidente delle sue gambe, il vecchio Pigna aveva due occhietti rossi e brillanti come rubini, suo figlio, con un sorriso immobile e costante, cogli occhi fissi, e due macchie rosse sulle guancie, mostrava il volto d'un ebete colla testa di legno. Dopo il caffè gli sposi presero congedo dai parenti e dagli ospiti e partirono per Venezia ove avevano fissato di passare i primi giorni del matrimonio.
Ritornati in famiglia presero le abitudini regolari, e la giovane si mostrò degna della sua buona ventura. Affettuosa coi suoceri, gentile cogli amici, d'indole facile e allegra, si faceva amare da tutti. Stefano ne era più innamorato di prima, e le buone qualità che le aveva trovate gli facevano giudicare con indulgenza quei piccoli nonnulla che saltano fuori col tempo e colla intimità. L'amore è un vetro appannato attraverso il quale appariscono le figure piane come nelle ombre; il matrimonio è un cristallo trasparente che lascia vedere gli oggetti in rilievo, con tutti i loro pregi e difetti.
Le belle qualità dell'animo, scoperte nella Beppina, compensarono Stefano della educazione incompleta, e la vista di quei capelli meravigliosi, che credeva prima un ornamento aggiunto alla natura, lo rese indulgente sull'ortografia e la grammatica, che mancavano alla sposa come il corredo.
VI.
Dopo un anno circa di matrimonio la Beppina diede alla luce una bella bimba, che somigliava alla mamma. Furono tutti contenti. La nonna ringiovaniva per fare la bambinaia, il nonno era beato che non fosse nato un maschio in quei tempi funesti, quando si richiedeva il sangue di nuove vittime per riscattare la patria.
--Abbiamo già un nipote, nato in esilio, diceva il capitano, che un giorno dovrà fare il soldato, non sarà dunque mai al nostro fianco; questa bambina che è una vera delizia, sarà il sostegno della nostra vecchiaia.
--E poi l'uomo è un asino! soggiungeva il maestro.
Il capitano alzava le spalle indispettito, corrugava la fronte, faceva gli occhi severi, atteggiava la bocca all'ironia, e interrogava:
--Se l'uomo è un asino, che cosa sono le donne?... che cosa sono le mogli, le figlie, le sorelle degli asini?...
E il maestro rispondeva tranquillamente:
--L'uomo è un asino, e le donne sono donne!... La storia ce lo insegna; essa ci parla di sovrani che furono belve, di guerrieri che furono eroi, e non dice che le loro mogli fossero nè bestie, nè eroine, erano donne. La donna non è simile all'uomo, sono gli uomini stessi che la giudicarono un essere inferiore, e fecero le leggi in conseguenza di tale giudizio.... ed anche in questo si mostrarono asini per eccellenza!...
Il capitano gli voltava le spalle brontolando, e gli teneva il broncio fino all'ora della solita partita a tresette.
Stefano era felice di vedere sua moglie ristabilita in salute, ed era soddisfatto della contentezza degli altri. E quando vedeva la sua Beppina allattare la neonata, la gli pareva una delle più belle madonne di Rafaello. La bimba fu battezzata col nome di Maria. Ma anche in seno d'una esistenza felice, Stefano non dimenticava mai i principii succhiati col latte, e sviluppati in tutta la loro forza dalla educazione paterna, dalle lotte del quarant'otto, e dai successivi avvenimenti della patria. Nessun galantuomo viveva indifferente alle faccende del giorno, nè si chiudeva in casa con sentimenti da egoista, abbandonando l'avvenire della patria alla fatalità del destino. Tutti i buoni Italiani apportavano la loro pietra, e apparecchiavano le fondamenta della futura nazione.
Stefano andava a Treviso a vedere gli amici, e s'informava esattamente di tutto quello che veniva tentato per l'emancipazione del paese.
Era il tempo dei Comitati secreti e del prestito di Mazzini.