La famiglia Bonifazio; racconto
Part 19
--Voi mentite sfacciatamente!... insultate una santa donna, la suora di carità della famiglia, quella che ha soccorso pietosamente i miei poveri parenti infermi, che ha chiusi gli occhi alla buona nonna e all'ottimo mio padre; essa vale mille volte più di voi, non siete degna di mettervi al suo paragone, e guai a voi! se osaste ancora insultare la sua virtù.... civettuola orgogliosa.... e buona da nulla!...
Allora Metilde si alzò alla sua volta, pallida come una morta, e disse, con voce tremante:
--Non mancavano più che questi insulti!... e la glorificazione d'una ipocrita che non inganna che voi solo!... tutti gli altri la conoscono, tutti sanno che è la vostra ganza!
--Basta così!... questa è una menzogna, è un'infamia; tutti la benedicono, voi sola la calunniate indegnamente!... ritirate subito questo insulto....
--Giammai! è la pura verità, lo dice lo stesso suo marito.... lo ripete perfino il cocchiere!...
--Due cialtroni vigliacchi! due idioti, due ingrati balordi!... che insultano l'angelo della famiglia!
--Che sia maledetto quell'angelo, che divenne il demonio dell'inferno!
--Maledetta voi e la vostra razza infame e orgogliosa, maledetto il nostro matrimonio che ci ha resi tanto infelici!
--Ancora per poco! soggiunse Metilde, la misura è colma. Consolatevi che presto sarete libero di continuare la vostra tresca, senza l'incomodo della moglie....
--Declamazioni... fanfaronate... commedie tutte da ridere. Vi conosco troppo, voi e tutta la vostra razza frolla.... non siete capaci di pungervi un dito. Mettetevi a letto, riposatevi dalla stanchezza prodotta dalla rappresentazione drammatica di questa notte. E apparecchiativi a partire per Roma!
--Parto piuttosto per l'altro mondo!... il Sile non è poi tanto lontano!... ricordatevi il mio giuramento davanti il Cristo.... e siate sicuro che io non giuro mai il falso.
Silvio alzò le spalle in atto d'incredulità e di disprezzo, si sentiva soffocare dalla collera, provava il bisogno di rompere qualche cosa, temeva che l'eccesso dello sdegno lo spingesse a delle escandescenze; volle fuggire il pericolo, uscì dalla stanza, scese precipitosamente le scale, e si mise a correre sotto gli alberi del parco, con passo concitato, coi pugni serrati, coi denti stretti.
Era l'alba. L'aria fresca della mattina non tardò a portare qualche refrigerio ai suoi nervi malati, a calmare l'onda del sangue che gli bolliva nelle vene, ma il suo cervello delirava.
--Quale funesto destino! egli pensava; quante amarezze, quanti disinganni! E quale avvenire mi attende?... la vita non è che un sogno rapido e triste; a che servono le fatiche degli studi, le lotte della politica, le agitazioni del mondo? Appena cominciata l'azione.... tutto finisce! Qui, in questa casa potevo vivere tranquillo e felice i pochi giorni che mi sono concessi, come fece mio padre, ma fui sordo a' suoi buoni consigli, fui cieco e ambizioso. Ho creduto di sprezzare chi amavo teneramente, pago di false apparenze, ho ceduto il posto ad un idiota briccone; ho preferito all'oro greggio l'orpello lucente, e mi sono ribadita ai piedi la catena del forzato!... Oramai è inutile che mi faccia delle illusioni, la verità è questa: detesto mia moglie, e adoro mia cugina! tutti lo vedono e lo ripetono, io solo mi ostino a nasconderlo a me stesso, malgrado la passione che mi arde dentro, compressa violentemente da tanto tempo, e prossima ad uno scoppio inevitabile.... Ah! Maria!... Maria!... ti ho sempre amata, anche prima d'essermene accorto, e non ho mai avuto l'ardire di confessartelo, nemmeno quando eravamo liberi entrambi.... Essa non ha mai udito dalla mia bocca una dichiarazione d'amore.... ma sa tutto.... e mi ama!... sì, essa pure mi ha sempre amato, fino dalla prima gioventù; noi lo sentiamo senza bisogno di dircelo, lo sentiamo nel profondo dell'anima, lo vediamo nello sguardo, nell'accento, nel sorriso, lo proviamo nell'aria elettrizzata dalle nostre scintille, nel tremito dei nervi, nel tocco delle mani!... La vera passione ha il suo linguaggio arcano, ben più sublime delle ciarle volgari. Le parole umane non hanno significati sufficienti per manifestare le più alte e profonde sensazioni. Eppure con questa passione nell'anima, e coll'arcana intelligenza dei nostri cuori, io l'ho tradita!... l'ho abbandonata! e ne ho sposata un'altra!!... Non esisteva fra noi nessuna promessa palese secondo le fredde abitudini sociali.... ma le due anime erano già legate dalla natura.... io avevo un debito segreto verso di lei, le sono sfuggito con vera fellonia.... ma tali debiti si pagano sempre, in questa o nell'altra vita!... Iddio mi ha condannato al martirio in questo mondo, ed ora incominciano le pene!...
Maria, col suo coraggio, colla sua dignità, ha dissimulato il mio tradimento!... col buon senso pratico che domina la sua vita, ha nascosto l'offesa, ha sofferto in silenzio, ha accettato con rassegnazione il compagno che le venne proposto dai parenti, e lo tollera coi suoi vizii, e lo difende!... ma non può amarlo.... non lo ama.... perchè ama me solo!... e forse attende che io mi prostri ai suoi piedi.... per gettarsi nelle mia braccia!....
Io sono sempre stato un fatuo, uno scimunito, un idiota!... io attendevo senza pensarci, che Maria venisse a confessarmi il suo amore, che venisse a provocarmi con soavi parole davanti l'alterigia spietata del mio contegno.... imbecille!!...
Ma la nostra passione è giunta a tale intensità, che basterà una sola parola per farla prorompere.... e questa parola non l'ho ancora detta!--
Mentre fantasticava in queste stravaganze, agitato dalla passione fomentata dalla collera, dal lungo digiuno, dalla notte insonne, vide Andrea che usciva di casa collo schioppo in ispalla.
--Essa è sola nella sua camera, egli pensò; è giunto il momento di finirla!...--Rientrò in casa con prudenti precauzioni, per non esser veduto da nessuno, e reso sicuro dall'ora quieta della mattina, e dal silenzio che regnava dovunque, andò a picchiare addirittura alla camera da letto di Maria.
--Chi è? essa domandò.
--Sono io.... Silvio.... ho bisogno di parlarti....
--Aspetta un momento, vengo subito, rispose.
Egli aspettò ansiosamente, col cuore in burrasca, colla mente esaltata da pensieri strani. Udiva nell'interno della camera uno scompiglio affrettato, un fruscìo precipitato di cose, cassette che si chiudevano, sedie rimosse, e finestre che si spalancavano. Quando tutto fu messo in assetto. Maria corse ad aprire, e, col solito aspetto sereno, gli disse:
--Scusami se ti ho fatto aspettare, tutto era in disordine.... Ti sei alzato molto per tempo, che cosa vuoi?...
--Vengo a farti una proposta, le disse il cugino, una proposta definitiva, che metterà un termine a tutte le nostre amarezze, che riparerà tutti i miei torti, che ci aprirà un avvenire felice.... mettiti al disopra di tutti i pregiudizii, non secondare che l'unico impulso del cuore, e rispondimi francamente sì o no senza esitazioni....
--Ebbene parla.... io sono pronta a tutto, non c'è sacrifizio che possa parermi troppo grave, se posso vederti contento.... dimmi che cosa devo fare....
--Vieni a Roma con me....
--A Roma?... per che fare?... con chi?...
--A Roma noi due soli!... fuggiamo da questo paese.... è l'unico rimedio a tutto un passato di errori funesti, seguìti da disinganni fatali. Io non amo Metilde, tu non ami Andrea, io non amo, non ho mai amato che te sola. Il nostro reciproco affetto col suo silenzio eloquente è l'amore vero, tutto il resto non è che inganno e illusione!...
--Silvio! Silvio.... tu deliri, hai gli occhi che gettano fiamme, il tuo viso è stravolto, hai i capelli irti sulla fronte, dimmi che ti senti male, va nella tua camera....
--Io ti amo ardentemente, ti ho sempre amata, non posso più vivere senza di te, tu devi esser mia per sempre.... vieni e saremo felici!...
--Ma tu bestemmi e mi offendi!... tu spergiuri, e mi proponi il disonore, la vergogna, il tradimento!... e vuoi che siamo felici!... tu sei malato, povero Silvio, qualche dolore inaspettato ti ha sconvolto il cervello....
--Maria, rispondimi francamente, voglio sapere se mi sono ingannato, se devo vivere o morire, rispondimi francamente: mi ami o non mi ami?...
--Io non devo amare che mio marito....
--Ma tu non puoi amarlo!...
--Ho promesso davanti a Dio, di vivere con lui e per lui.... tutto il resto è impossibile!... ritirati.... va.... tu mi proponi una infamia.... non sei degno del nome che porti!...
--Maria, non rinnegare la voce della natura, la vita, l'amore, tutto quello che è buono e che è vero, per dei pregiudizii funesti, per un vano rispetto alle ingiustizie ed alle insanie sociali!... Maria.... Maria vieni con me, io ti prometto il paradiso in cambio d'ogni sacrifizio....
--Tu vaneggi, e non mi offri che l'inferno, il tradimento, la vergogna, il disonore, i rimorsi.... ritirati.... va.... te lo impongo in nome di tuo padre che ci vede.... esci da questa stanza....--E così dicendo con voce imperiosa, gli accennava la porta col braccio alzato e l'indice disteso.
Silvio si precipitò in ginocchioni davanti la donna amata, spinto dall'amore sfrenato o dal rimorso, alzò le mani giunte verso di lei....... e in quel momento si spalancò la porta della camera, e Andrea e Metilde comparvero sulla soglia. Ci fu un minuto di sosta, e poi Andrea si slanciò verso Silvio colla mano armata dal coltello, e gli misurò un colpo che venne sventato dal braccio di Maria, la quale rimase ferita ad una mano, ma potè disarmarlo. Alla vista del sangue che spruzzò sul volto di Silvio, Metilde spaventata si mise a gridare, chiedendo aiuto, e fuggì precipitosamente giù dalle scale. Silvio si era alzato in piedi, dicendo ad Andrea:
--Usciamo di qui, sono pronto a darvi qualunque soddisfazione, ma rispettate vostra moglie, l'avete ferita brutalmente, senza rendervi conto d'una scena che dovrebbe avervi sorpreso. Vi siete fitto in mente che io abbia sedotto vostra moglie, ma se questo fosse vero non mi avreste trovato ai suoi piedi. Io la supplicavo di fuggire lontano da voi, che non la meritate; essa vi difende e vi resta fedele malgrado i vostri torti. Ringraziate Iddio di tanto benefizio, del quale siete indegno. Ora sono ai vostri comandi, che cosa esigete da me?...
--Prima di tutto esigo che abbandoniate all'istante questa casa, per mai più rimettervi il piede.
Silvio guardava Maria, interrogandola collo sguardo. Essa finiva di bendarsi la mano, e dopo d'aver calmato alquanto il marito, soggiunse:
--Andrea ha diritto d'imporvi quest'obbligo e voi dovete obbedirlo.
Silvio abbassò il capo, alzò le braccia in aria ed uscì senza proferire una parola. Era una protesta o un segno di rassegnazione? nessuno poteva saperlo. Andrea lo seguì, Maria inquieta li accompagnava da lontano.
--Adesso tocca noi di finirla, gli mormorava Andrea dietro le spalle, in modo da non essere udito dalla moglie, per ritrovare la quiete bisogna che uno di noi due scomparisca dal mondo.
--È vero, gli rispose Silvio, io sono pronto a seguirvi dovunque.
--Adesso, subito, è impossibile, rispondeva Andrea, mia moglie ci sorveglia, allontanatevi, ma prima di lasciare il paese, giuratemi che ci rivedremo.
--Vi dò la mia parola, che sarò pronto.
Maria afferrò il marito per l'abito, e lo trascinò altrove. Silvio entrò nella sua stanza, per fare il baule, che riempì alla rinfusa con quanto gli cadeva in mano senza sapere ciò che facesse, lo chiuse, si mise la chiave in tasca, e uscì per cercare sua moglie. Fece il giro del parco, diede un'occhiata dovunque, poi si recò sotto il portico dell'adiacenza per domandare se qualcuno l'avesse veduta e trovò Pasquale che pareva molto sorpreso d'incontrarlo e gli disse:
--Ah, padrone mio, credevo di non vederlo più vivo!...
--Perchè?...
--Ecco la ragione: questa mattina la signora Metilde uscì per tempo, mi pareva molto agitata, ho creduto prudente di seguirla a qualche distanza. Essa vagava pei campi, camminava in fretta, guardava il cielo, e faceva dei gesti strani. Io le teneva dietro da vicino nascosto da una siepe, quando s'incontrò col signor Andrea che andava alla caccia, gli si fermò davanti, e le disse:--Dove andate a quest'ora?...--Non lo so, essa gli rispose seccamente.--E avete lasciato solo vostro marito? quale imprudenza! e soggiungeva: Se egli sapesse che sono uscito di casa, andrebbe a trovare mia moglie.--Silvio è uscito prima di voi, e vi avrà veduto ad uscire, essa gli disse:--Ah?... si sarà nascosto apposta per ispiarmi.... scommetto che sarà in compagnia di mia moglie.... sarà entrato nella sua camera....--Ah?... se fosse vero! esclamò la signora Metilde; ho un pensiero fisso al quale resisto ancora perchè mi manca il coraggio; ma se avessi quest'ultima prova, saprei compiere il mio destino!...--Allora il signor Andrea la prese per mano, e le disse:--Andiamo a vedere!--Essa lo seguiva come una bambina, io mi acquattai dietro la siepe per non essere scoperto, e non ebbi tempo di avvertirvi prima che essi entrassero in casa. Quando seppi che vi avevano proprio trovato in camera, vi piansi per morto! ma le fantesche mi dissero che la sola padrona è ferita. Me ne consolo con voi che l'avete scappata bella!...
--E mia moglie l'hai più veduta?...
--Dopo quella scena non l'ho più vista. Ah poverina! non la abbandoni troppo al suo dolore. Mi scusi sa, ma farebbe pietà ai sassi. Se l'avesse veduta questa mattina!... le tenga gli occhi adosso.... è in tale stato d'esaltazione che sarebbe capace di commettere qualche imprudenza!...
Pareva che queste ultime parole lo colpissero fortemente. Affrettò il passo, uscì dal cancello, si mise in traccia di sua moglie, ripetendo lo stesso ritornello della sera antecedente: dove diavolo sarà andata a cacciarsi?...
Poi gli ritornavano alla memoria alcune espressioni della infelice: «mi è mancato il coraggio, sarò più forte domani mattina» ed aveva ripetuto ad Andrea: «mi manca il coraggio, ma se avessi quest'ultima prova saprei compiere il mio destino» e si rammentava che gli aveva detto fra le altre cose: «presto sarete libero, il Sile non è tanto lontano!...» ed altre parole di pessimo augurio.
Girovagò stupidamente, senza sapere dove andasse, era digiuno da ventiquattr'ore, esaltato da passioni diverse, l'amore deluso, l'odio per Andrea, il disgusto colla moglie, la ferita di Maria, le minacce della moglie, e la sicurezza d'un duello sanguinoso; vedeva buio nell'avvenire, e provava delle allucinazioni paurose.
Camminava a caso, senza discernimento, colla mente confusa, dimenticando talvolta perfino lo scopo principale del suo andare. Poi si scuoteva d'un tratto, come se uscisse da un sogno affannoso, e domandava ai passanti se avessero veduto per caso una signora bionda vestita in lutto. Ma nessuno l'aveva veduta, e lui andava avanti.
Si trovò dirimpetto alle vecchie mura di Treviso, fra la porta di San Tommaso e la Barriera Garibaldi, e ad una lavandaia che lo guardava curiosamente fece la solita domanda:
--Di grazia, avreste veduta una giovane signora bionda, vestita così e così?
--Sì signore, è passata poco fa....
--Snella, vestita in lutto?
--Snella, vestita in lutto!
--È lei!... Da che parte si è diretta?
--Camminava sulle sponde del Sile, colla testa bassa, arrestandosi sovente a guardare il fiume ed osservando d'intorno, quasi volesse assicurarsi che nessuno la seguiva....
--È proprio lei!... pensò Silvio e, vi ringrazio, soggiunse, mi avete detto che andava da quella parte?
--Sì signore.... a sinistra.... seguiva il corso della corrente...
Silvio studiò il passo. Cominciò a sentire una seria inquietudine, e rammentava con sempre maggiore apprensione quelle tremende parole: «domani avrò più coraggio... il Sile non è lontano.... sarete libero....» e pensava. Eppure se fosse vero? se tornassi libero?... libero!... e costeggiava il Sile, guardando attentamente i movimenti dell'acqua.
Il cielo era tetro, si alzavano dei nuvoloni scuri dalla parte del mare, un'aria umida scuoteva i rami dei pioppi e ne staccava le ultime foglie ingiallite. Cominciava a cadere una pioggerella minuta, l'acqua del fiume pareva inchiostro, e metteva ribrezzo. Il corso tortuoso del Sile è pieno di curve e di accidenti, e fa certi mulinelli traditori che travolgono nelle loro spire tutti gli oggetti galleggianti. Silvio vide da lontano dei viluppi neri che giravano intorno d'un gorgo, sotto ai roveti delle sponde. Corse spaventato da quella parte. Erano mucchi di foglie secche, di spazzature, di stracci e di stecchi. Respirò più liberamente, e tirò avanti. La pioggia veniva giù sempre più forte, non aveva nè mantello nè ombrello; la strada era molle e fangosa, egli proseguiva imperterrito, tutto fradicio e inzaccherato di pantano fino al ginocchio, col presentimento che finirebbe per trovare la sua donna annegata. E pensava:--farò smentire il suo suicidio, si crederà ad un accidente; le farò fare degli splendidi funerali, e poi sarò libero.... libero!... non resterà più che un solo ostacolo alla mia felicità, quel rozzo villano....--e meditava con truci pensieri di far sparire l'ostacolo.... aveva la mente piena di sicari, e di delitti.... e finiva coll'aver paura di sè stesso, per l'orrore dei suoi pensieri. E tornando a idee più miti, diceva fra sè: io devo anzi studiarmi di non ferirlo in duello, per non rendere impossibile ogni relazione con Maria, e cercherò di lasciarmi ferire per eccitare l'interesse di lei, e risvegliare la sua passione!...
Poi crescendo sempre la pioggia, e avvicinandosi la sera, pensò che i cadaveri degli annegati non vengono a galla che molte ore dopo la morte, e che quindi fino al giorno seguente, le sue ricerche sarebbero riuscite vane.
Salì sopra un'altura della riva, dove il fiume faceva un gomito, slanciò un'ultima occhiata da vicino e da lontano, a diritta ed a sinistra, e non vide altro che la tranquilla corrente la quale scendeva verso il mare senza il minimo ingombro, poi diede uno scroscio di risa nervose, eccitate da una nuova idea che gli attraversava il cervello:
--Sarebbe bella, egli pensò, che mentre io cerco mia moglie, come un'imbecille, sotto la pioggia, sulle rive del Sile, essa fosse ritornata alla villa!...
Retrocesse sui suoi passi, percorse nuovamente la strada per lungo tratto, poi prese delle scorciatoie attraverso i campi e i fossati, sprofondandosi nei sentieri, sdrucciolando nelle pozzanghere, camminando a dondoloni, fino che a notte inoltrata, giunse stanco e sfinito davanti il cancello della villa. Ma quando si arrestò per suonare il campanello gli venne in mente che in quella stessa mattina, egli aveva promesso che non avrebbe riposto il piede nella casa paterna. Rimase sbalordito sulla soglia, si sentiva mancare le forze, aveva assoluto bisogno di qualche soccorso. Ah! se Maria l'avesse veduto non lo avrebbe certamente abbandonato sulla strada, in quel triste stato, in una notte piovosa. Ma la sua dignità gl'imponeva di morire piuttosto di domandare ad un villanzone rifatto di concedergli, come una carità, l'alloggio nella casa paterna. Si appoggiò alquanto ai pilastri per riprender fiato e farsi coraggio.
Dopo qualche esitazione risolse di chiedere l'ospitalità in casa del maestro Zecchini, il quale avrebbe potuto recarsi alla villa per chiedere notizie di Metilde.
Andò dunque a picchiare a quella casa, poco discosta dalla casa paterna. Nessuno rispondeva. Prese un sasso sulla strada e si mise a picchiare più forte, ma si facevano ancora aspettare. Finalmente udì che si apriva un balcone, al primo piano, vide comparire un lumicino, e la vecchia fantesca, che gli domandò in aria diffidente e sospettosa:
--Chi è a quest'ora, e con questo tempo da ladri?... di chi domandate?
--Domando del maestro Zecchini, e non sono un ladro.
--Il maestro è a cena, e a quest'ora non riceve nessuno, andate con Dio in santa pace.
--A cena?! disse Silvio, tanto meglio!... apritemi dunque Anastasia, non mi avete ancora conosciuto?--sono Silvio Bonifazio.
--Maria Vergine santissima! esclamò la vecchia, il signor Bonifazio con questo tempo! a quest'ora!... corro subito ad aprire--e scomparve.
Silvio sentì gli zoccoli dell'Anastasia che scendevano per la scala di legno, ma attese invano per lungo tempo che essa venisse ad aprire.
La povera vecchia era corsa in tinello ad avvertire il maestro di quella visita, ma egli non voleva crederle; convinto che Silvio fosse partito colla moglie, temeva un tranello, qualche malfattore che volesse ingannarlo per farsi aprire la porta, e assassinarlo, non si è mai sicuri in questi tempi!... e stava discutendo sul partito da prendere, mentre Silvio aspettava sotto la pioggia.
Dopo lungo tempo si riaprì la stessa finestra del piano superiore, e questa volta era la testa calva del maestro che si presentava ad interrogare il visitatore sospetto. Dopo un breve dialogo venne tolto ogni dubbio e il maestro si decise a discendere, e ad aprire la porta.
Ma quando vide entrare quella figura tutta sciupata le vesti, e ricoperta di fango, egli mandò un grido di terrore, credette d'essere caduto nell'inganno, e non voleva persuadersi che fosse Silvio Bonifazio.
--Ma sono io medesimo, in carne ed ossa, ripeteva Silvio, sono io che vengo a mangiarvi la cena, e a domandarvi un letto per questa notte....
--Tanto meglio! tanto meglio! diceva sospirando il maestro, che stentava a rimettersi dallo spavento.
Lo introdusse in cucina, lo fece sedere sotto la cappa del camino, coi piedi sul focolare; accesero delle fascine, che rischiararono tutto l'ambiente, e fecero fumare l'ospite inaspettato, che pareva prendesse fuoco.
Intanto che l'Anastasia, con una spazzola, gli levava il fango dalle scarpe, il maestro gli stropicciava i vestiti con un cencio; egli li ringraziava, e rispondeva alle domande ansiose del vecchio amico:
--Ho corso dietro tutto il giorno a quella matta di mia moglie, che ha scelto questa bella giornata per andare al passeggio sulle rive del Sile.... e che forse sarà ritornata alla villa prima di me.
--Io rientro appena dalla villa, gli rispose il maestro, e nessuno ha mai saputo niente di voi in tutto il giorno.... Andrea ubbriaco è andato a letto per tempo, io ho tenuto compagnia alla povera donna, che mi raccontò la scena di questa mattina. Essa era inquieta per voi due, non sapendo dove siate andati senza i vostri bauli. Vi ha fatti cercare tutto il giorno, ma invano. La tua imprudenza ha messo il colmo alle sue disgrazie, e tu puoi dire d'averla resa infelice due volte!--Ma infine dove è tua moglie?...
--Dio solo lo sa!... non so se sia viva o morta.... ma posso giurarvi che io sono più morto che vivo!... Da più di trenta ore non mangio, mi agito, cammino come uno scemo, senza sapere dove vado....
Il maestro lo fece entrare in tinello, Anastasia apparecchiò la tavola, e dopo pochi istanti servì delle uova strapazzate con dentro delle salsiccie, un'insalata di cicoria e ruchetta, del cacio pecorino vecchio, un vinetto bianco frizzante, del pane fresco, e delle frutta.
Mangiarono in silenzio, Silvio sgranocchiava a due palmenti, e non faceva complimenti col maestro che continuava a riempirgli il piatto e il bicchiere.
--Mi dispiace che non ho altro da offrirti, gli disse il maestro.
--Basta così, ne abbiamo più del bisogno, e tutto eccellente, diceva Silvio; e poco dopo soggiunse--se una tremenda apprensione non mi intorbidasse la mente, potrei dire che questo è stato il più lauto banchetto della mia vita!... non ho mai mangiato con tanto appetito.
--Intanto la Anastasia è salita ad apparecchiarti un buon letto, riprese il maestro. Prendiamo un'altra fiammata, poi andremo a dormire, per questa sera non possiamo far altro. La notte porta consiglio; domani faremo il resto.
Appena coricato, Silvio fu preso da un sonno intenso e profondo, ma dopo poche ore di riposo si destò improvvisamente, scosso da subitaneo terrore. Aveva sognato di vedere la moglie morta, galleggiante sul Sile.