La famiglia Bonifazio; racconto
Part 18
Silvio e Maria erano costretti dalla necessità a continue conferenze d'affari, soli o col maestro, esaminavano i registri, facevano i conti ai coloni, e l'inventario per le divisioni procedeva regolarmente. Molte partite riscontrate richiamavano alla memoria i ricordi svaniti. Allora coi gomiti sulle carte ciarlavano insieme del passato, dei loro parenti, della povera nonna, e di tante prove dolorose e momenti terribili attraversati dalla famiglia. Maria si ricordava pochissimo dei genitori, ma conosceva la loro tragica storia; parlava del nonno capitano, delle sue beghe continue col maestro, della loro amicizia, cementata dalla pazienza di Zecchini, e dagli avvenimenti.
E tutti quei parenti erano morti!... non restavano che loro soli della famiglia. Come avrebbero finito anche loro?... Allora Silvio pensava ai suoi errori e ai meriti di Maria. Essa aveva assistiti gli ultimi parenti, con somma bontà e intelligenza, e ricordando le cure delicate ed affettuose da lei prodigate al suo povero padre, gli occhi gli si riempivano di lagrime, e si espandeva in atti di viva riconoscenza per la cugina, assicurandola che non avrebbe dimenticato mai più tutto il bene che aveva fatto in quella casa. Egli medesimo le era debitore della salute, era giunto alla villa in cattivo stato, forse a Venezia sarebbe morto, ma si era ristabilito perfettamente a merito suo, e delle sue cure, e quel mascalzone di Andrea mostrava di non saper apprezzare abbastanza un tale tesoro....
--Andrea non è cattivo, te lo assicuro, gli diceva Maria; se non avesse quel maledetto vizio del vino, non avrei mai avuto da lamentarmi di lui.... col tempo si correggerà....
--Diventerà sempre peggiore, soggiungeva Silvio. Quel vizio esecrando gli toglie la ragione e lo rende brutale, non può che peggiorare cogli anni, e renderlo insopportabile.... Maria, dimmi francamente che cosa faresti, se quell'uomo invece di correggersi, come tu speri invano, diventasse sempre più vizioso, e ti mancasse ancora di rispetto?... Se prendesse l'abitudine di darti degli schiaffi?...
Maria alzò la testa con una espressione di fierezza che Silvio non le aveva mai veduta, rimase qualche istante perplessa, poi con duro cipiglio gli disse:
--Parliamo d'altro.
In quel momento Silvio vide una scintilla negli occhi della cugina, e si sentì consolato dal pensiero che il sangue dei Bonifazio non era degenerato; e quello sguardo inaspettato gli fece battere il cuore più forte.
La riconoscenza e l'ammirazione che sentiva per Maria gli fecero dimenticare quel linguaggio e quegli atti, che talvolta la rendevano volgare, e lo facevano arrossire davanti la gente. Allora non vedeva più che quella costante devozione per la famiglia, che ne riassumeva i sacrifizii, quella vita utile, quel cuore semplice e onesto, e deplorava altamente di non avere saputo apprezzarla in tempo, ed esclamava sospirando:
--Ah! cara Maria, ho falsato la mia vita, ho sbagliata la strada!...
--Io credo, gli rispose mestamente Maria, che nessuno a questo mondo possa realizzare i propri sogni, che nessuno sia completamente felice. Nella ingenuità degli anni giovanili si spera l'impossibile, si travede una vita color di rosa, come quelle figure che abbiamo ammirate sul muro da fanciulli, prodotte dalla lanterna magica, ma quando il lume si spegne il muro ritorna bianco; la realtà è molto diversa dalle ubbie giovanile... ma è inutile lamentare le illusioni perdute.... perchè non erano che illusioni. L'esperienza ci mette davanti la verità, e bisogna contentarsi del proprio stato, e rassegnarsi al destino....
Così dicendo si alzò, quasi avesse timore di dire troppe cose, o di udirne, e uscì rapidamente dalla stanza, lasciando Silvio in una agitazione morbosa, fra il rimorso e la speranza, deplorando le aberrazioni del passato, e cercando il modo di riparare i suoi falli.... forse con nuovi errori!...
XIX.
I conti e l'inventario procedevano regolarmente, e si cominciava a prevedere il risultato finale. La parte di Maria, netta da passività, poteva bastare ad una famiglia modesta ed economa, per vivere in una relativa agiatezza; ma l'altra parte, dopo pagati i debiti che vi erano attribuiti, non poteva dare per civanzo che una rendita derisoria.
Era dunque indispensabile di pensare seriamente all'avvenire, e Silvio se ne preoccupava con diversi progetti, eccitato anche dalle sensate ammonizioni del maestro Zecchini che presentiva la rovina.
La dipendenza del suocero avvocato, oltre di riuscirgli pesante, non gli dava che mediocri risultati economici; le corrispondenze ai giornali non erano che un debole aiuto. Il pensiero dominante di Silvio era quello della emancipazione dai suoceri, per liberarsi specialmente dal pesante dominio della signora Emilia, che contribuiva alle sue disgrazie colle abitudini e le idee che ispirava alla figlia. Egli avrebbe rinunziato volontieri alla vita mondana per vivere in libertà nella casa paterna, ma prevedeva l'opposizione ostinata della moglie, si vedeva minacciato da pericoli, e non si sentiva abbastanza forte per resistere alle tentazioni che gli esaltavano il cervello.
Si risolse di rivolgersi ad un suo amico, che gli aveva procurato delle buone corrispondenze, che lo lodava sovente, incoraggiandolo a dedicarsi intieramente al giornalismo.
Gli scrisse una lunga lettera, facendogli conoscere i più minuti particolari delle sue condizioni domestiche e finanziarie, domandandogli consiglio se recandosi a Roma potesse sperare un'occupazione conveniente, avendo i mezzi sufficienti per aspettare qualche tempo, potendo scegliere, senza la fretta pericolosa della urgente necessità.
La risposta non si fece attendere lungamente, ed era la seguente:
«_Carissimo amico_,
«Io divido il genere umano in due parti disuguali.
«Una piccola minoranza che pensa colla sua testa, una grande maggioranza che pensa colla testa degli altri. Noi possiamo vantarci di appartenere alla prima categoria, e viviamo alle spalle della seconda, colla giunta di quelli che pensando colla propria testa, sono curiosi di sapere quello che pensano gli altri. Dunque quasi tutto il gregge umano contribuisce al nostro mantenimento, e chi pensa bene ha diritto di vivere più lautamente degli altri; ma c'è posto per tutti, anche per coloro che vendono idee false, perchè tanto la miglior trattoria quanto la peggiore taverna smaltiscono i loro cibi, e chi non può mangiare il lepre deve contentarsi del gatto.
«Come il cuoco che ammannisce le varie vivande pei suoi avventori, il giornalista apparecchia ogni mattina la politica, la letteratura, la critica, le notizie cittadine, e il bollettino della borsa per uso e consumo de' suoi lettori, molti dei quali attendono con impazienza il giornale, per sapere che cosa devono pensare in quel giorno. Tu sai benissimo che l'ultimo giorno di carnevale, e la festa di Pasqua che non esce il foglio stampato, moltissimi associati o lettori non pensano a nulla, o pensano come la vigilia. Questo immenso prodotto della stampa, sempre crescente, a misura che scemano gli analfabeti, ha continuo bisogno di nuovi coscritti, da mettere al posto dei morti e degli invalidi.
«Chiunque vuol venire a Roma, qualunque sia la sua essenza, carne o carota, è sicuro di bollire nella gran pentola dell'eterna città.
«Dal primo ministro all'ultimo spazzino ciascuno trova il suo posto.
«Ci vengono da tutte le provincie degli uomini d'ingegno e degli stolidi, senza contare tutte le zucche spedite dagli elettori, la cui maggioranza appartiene a coloro che pensano colla testa degli altri....
«Ero giunto a questo punto della mia lettera, quando vidi entrare il nostro comune amico Sacripante che veniva a domandarmi se avessi da proporgli un direttore per la _Confederazione Universale_, giornale sbattuto dalle onde e dai venti contrari. Ho pronunziato il tuo nome che fu accolto con entusiasmo. Vieni dunque, appena sarai libero, a fare il capitano di questo naviglio in burrasca, e se saprai guidarlo con destrezza, e condurlo in porto, la tua posizione è assicurata, diventi grande ammiraglio della stampa.--Addio.»
Appena giunta questa lettera, Silvio chiamò Metilde, chiuse l'uscio della camera, e le mise sotto gli occhi una tabella piena zeppa di cifre, che indicava in modo positivo il risultato finale della liquidazione della sostanza paterna.--Una rendita meschina!--
A scongiurare così desolante condizione non restavano che due soli espedienti, o rassegnarsi a vivere modestamente in campagna, o partire per Roma, da dove gli veniva offerta la direzione d'un giornale cosmopolita.
Metilde escluse intieramente la prima proposta, e non accettò nemmeno la seconda, riservandosi di rispondere, dopo di aver consultata la famiglia.
Scrisse subito a suo padre, raccontandogli le dolorose contingenze del loro stato dopo la liquidazione disastrosa, notificandogli le proposte del marito, il rifiuto perentorio fatto alla prima, l'esitazione sulla seconda, e unendovi una copia della lettera di Roma, domandava consigli e suggerimenti sulla condotta da tenersi.
Mentre si aspettava la risposta da Venezia, un nuovo incidente venne a rendere più irritante la reciproca condizione delle due famiglie che vivevano insieme alla villa, guardandosi con diffidenza.
Pasquale aveva saputo all'osteria che Andrea si lamentava con tutti del testamento dello zio Gervasio, e dei carichi che gli erano imposti.
La villa gli riusciva troppo onerosa con l'obbligo di conservare il parco passivo, coll'abitazione troppo grande che rappresentava un altro capitale infruttifero, e le convenienze della moglie che lo obbligavano a mantenere due cugini parassiti, che gli costavano cari.
Pasquale pensava che Andrea aveva ereditato più di quanto meritava, e lo giudicava indegno di godere tutto quel ben di Dio che non sapeva apprezzare.
Un giorno erano brilli tutti due, caso che succedeva sovente. Andrea si mise a rimproverare Pasquale per tutto il tempo che passava colla spazzola in mano intorno al cavalletto dei finimenti che non avevano bisogno d'essere tanto lucidi, mentre trascurava molti altri lavori più utili, dei quali dovrebbe occuparsi se non fosse tanto poltrone.
Questa verità fece saltare la mosca al naso del domestico, il quale gli rispose, che anche lui avrebbe qualche occupazione più seria che non dovrebbe trascurare per simili frivolezze....
--Che cosa vuoi dire con queste ciarle?...
--Voglio dire che se io avessi una bella moglie, non vorrei che i mosconi le girassero d'intorno,
--Balordo!... Silvio ha ragione di dire che sei un vero briccone!...
--Ah! il signor Silvio dice questo?... farebbe meglio anche lui di non ingannare sua moglie, facendo la corte alla cugina!... questa sì è una vera azione da briccone!...
Tali parole entrarono nel cuore di Andrea come tante freccie avvelenate. Egli guardava il cocchiere in atto di sdegnoso disprezzo, ma non sapeva trovare una parola da rispondere.
Pasquale con un sogghigno satanico accresceva l'insulto e l'agitazione del padrone, il quale soffocava a stento la gelosia, e il desiderio di vendetta. La vista di quello scherno, la vergogna di parere ridicolo, il furore della gelosia lo spinsero a svelare un atroce segreto che chiudeva gelosamente nel seno. Trasse di tasca un coltello, fece brillare davanti gli occhi di Pasquale quella lama lucente e accuminata, e gli disse:
--Chiunque mi offenda deve pagare, con questa lama nel ventre, tanto chi m'inganna, quanto chi si burla di me; tientelo bene a mente, e vedrai che non mento. Non mi fa paura nessuno!... hai capito? nessuno!... saprò cogliere il momento opportuno.... e mi vendicherò, e non me ne importa nè della galera, nè della forca, nè del boia!...
Pasquale era soddisfatto d'avere colpito sul vivo, colla doppia ferita del sospetto e della vergogna, l'uomo che detestava, e godeva di aver soffiato nel fuoco di quell'odio che divorava internamente l'infelice. Fu poi una dolorosa combinazione che Andrea rientrando in casa fremente di collera si scontrasse con Metilde, la quale vedendolo cogli occhi stralunati lo credette più ubbriaco del solito, affrettò il passo per allontanarsi, mentre egli la chiamava ad alta voce:
--Metilde.... Metilde.... non mi fuggite no, non abbiate paura di me, non sono ubbriaco di vino, sono ubbriaco di collera contro quel bighellone di vostro marito che ci tradisce tutti due....
Metilde si arrestò d'un tratto, davanti alla porta di casa, e gli piantò in volto uno sguardo interrogativo.
--Non vi siete mai accorta, egli continuò, che vostro marito fa la corte a mia moglie?... non sapete che furono amanti, e che lo sono ancora?... ignorate il passato, il presente, tutto?... non sapete fare che delle cerimonie, dei complimenti, delle smorfie!...
Metilde impallidiva, si metteva la destra sul cuore, si sentiva mancare; la rivelazione e l'insulto la colpivano ad un tratto, e l'amaro sospetto che la dilaniava da un pezzo si trasmutava in realtà; la speranza di ingannarsi svaniva davanti quelle parole pronunziate da una vittima. La misera donna traballò per qualche passo, poi andò a cadere sopra una seggiola, nel vestibolo.
--Siamo traditi!... siamo traditi!... le urlava contro quel forsennato....
Attirata dalla schiamazzo comparve Maria; indovinò con un colpo d'occhio di che cosa si trattava, diede uno sguardo severo al marito, senza degnarsi di proferire una parola.
L'aspetto di quella donna calma e serena impose rispetto ad entrambi.
Andrea infilò la porta e si allontanò bestemmiando fra i denti.
Metilde colle mani nei capelli, cogli occhi stravolti, esclamava:
--Mio Dio, quante amarezze in questo deserto!... fino alla nausea.... fino alla disperazione!... con questa gente!...
--Calmati, Metilde! soggiunse Maria.... siamo rozzi ma onesti.... non lo credi?...
Metilde non le rispose. Scoppiò in un pianto dirotto, e si ritirò nella sua camera.
XX.
Silvio era andato a Treviso, e ritornò con una lettera per sua moglie. Era la risposta dell'avvocato, che diceva fra le altre cose: «Quella lettera di Roma è scritta evidentemente da un matto, che vede il mondo attraverso il suo cervello, che offre ad un amico l'impresa pericolosa di dirigere un giornale screditato, per compiere la sua rovina. Andando a Roma con quelle idee non trovereste che gl'imbarazzi e la miseria. Il disastro economico di tuo marito non lo obbliga a fare nè il contadino nè il giornalista. In campagna senza le cognizioni nè la pratica dell'agricoltore egli non potrebbe vivere che in ozio, condannando la moglie educata, e avvezza a vivere nella buona società, a trascinare una vita noiosa, nello squallore rurale. A Roma senza un impiego fruttuoso, nella lotta scapigliata dei partiti non avrebbe a subire che continui disinganni e pericoli. A Venezia non potrete più tenere un appartamento, ma avete la nostra casa, ove tu riprenderai le consuete abitudini, vivrai coi tuoi genitori, e lui dividerà le mie fatiche, e colla sua onorata professione d'avvocato troverà degli onesti compensi. Ecco il vostro solo rifugio. Noi riceveremo in famiglia il figliuol prodigo, e subiremo le conseguenze d'un matrimonio troppo precipitato, senza la dovuta ponderazione e le necessarie garanzie.»
Quel giorno nessuno volle scendere a pranzo, la tavola di famiglia rimase deserta.
Metilde lesse attentamente la lettera di suo padre, la trovò ragionevole e generosa; la passò a suo marito che la scorse in silenzio, ma colle mani tremanti dalla collera che lo strozzava, non ebbe la forza che di pronunziare poche parole, e interrotte:
--Rispondi a tuo padre che partiremo per Roma.... che non ho bisogno della sua elemosina.... gli dirai che «il matrimonio troppo precipitato» l'ho fatto io «senza la dovuta ponderazione, e le necessarie garanzie» e che le sue offese alla mia famiglia, ingiuste e sventate, hanno prodotto un pessimo effetto, quello di esiliarti per sempre da Venezia,... perchè tu non devi vederla mai più!...
--Silvio! ascolta.... tu non hai diritto di privarmi dei miei genitori.... nè della mia patria.
--Ho diritto di far rispettare la mia famiglia.... e di respingere con sdegno le parole ingiuriose dei tuoi parenti.... Venezia è stata la mia rovina.... tu non la vedrai mai più!... gridò il giovine inviperito.
--Ma non vedrò nemmeno Roma!... gli rispose Metilde, con energia.
--Ebbene, resteremo qui!... soggiunse il marito con calma apparente.
--Nemmeno un giorno di più!... esclamò Metilde, con fiera fermezza, e alzando la destra verso il crocifisso che pendeva sul letto, conchiuse:
--Lo giuro sull'anima mia, davanti a quel Cristo!...
--Lo vedremo!... disse Silvio al colmo della collera, e sentendo che non poteva più frenare lo sdegno, uscì precipitosamente dalla camera, sbattendo le porte con tale violenza che ne tremò tutta la casa.
All'ora del tramonto, Metilde scese lentamente le scale, uscì dalla porta d'ingresso senza essere veduta da nessuno, ed entrò nel parco.
La sua testa era in fiamme, sentiva bisogno d'aria libera e di solitudine, per raccogliere i suoi pensieri.
Era verso la metà del novembre, una nebbiola trasparente si alzava dai prati, mentre il crepuscolo rosseggiava ancora all'estremità dell'orizzonte. I monti lontani passavano dalla tinta violacea alla turchina, si confondevano col cielo, e finalmente scomparivano nell'oscurità della notte. La terra era coperta dalle foglie cadute dagli alberi che scricchiolavano sotto i piedi. Al fruscìo della veste, e al rumore dei passi, gli uccelli raccolti sui rami fuggivano in massa, producendo l'effetto d'un soffio improvviso di vento. Poco dopo il suo passaggio ritornavano al loro posto, e si sentiva nel bosco un pigolìo confuso, che andava scemando a poco a poco, e si diffondeva il silenzio notturno, interrotto lievemente dallo screpolo d'un ramo secco, o dalla lenta discesa d'una foglia fra le ciocche dei pedali.
A notte inoltrata Silvio rientrò in casa, accese un lume, salì nella sua stanza, e fu sorpreso di trovarla vuota.
--Un altro capriccio dispettoso!--esclamò, e si gettò tutto vestito sul canapè per aspettare la moglie. Divagò lungamente assorto in dolorose meditazioni, fino che cominciò a sonnecchiare, poi ad assopirsi, e finì coll'addormentarsi profondamente, abbattuto da tante sensazioni diverse, e da tanti pensieri.
Risvegliatosi tutto ad un tratto a motivo d'un sogno spaventoso, alzò la testa sonnolenta, si sorprese di non essere a letto, poi si ricordò del motivo dell'aspettativa, guardò d'intorno, e rimase meravigliato d'essere ancora solo. Guardò l'orologio e diede un guizzo, era passata la mezzanotte!
--Dove diavolo sarà andata a cacciarsi? pensò con qualche inquietudine; o era proprio un dispetto ostinato!...--Prese il lume, e cominciò a girare per le camere vicine, con infinite precauzioni, per non risvegliare quelli che dormivano. Visitò tutte le stanze che sapeva disabitate, per vedere se si fosse addormentata sopra qualche divano, ma erano tutte vuote. Esaminò le porte di casa, ed erano chiuse come al solito; dunque Metilde era rimasta fuori.--L'avranno creduta nella sua stanza, ed essa non si sarà degnata di picchiare;--e pensava,--dove diavolo può essere andata? essa che ha paura di tutto! è davvero sorprendente!...--Poi cominciava ad aver paura anche lui....--ieri sera mi pareva in uno stato di esaltazione.... mi ha veduto molto in collera.... se avesse perduta la testa?... ah no!... mai!...
Piano piano aperse la porta con mano tremante, lasciò il lume sul tavolo, e uscì. Era un bel chiaro di luna. Cominciò a guardare intorno alla casa, sotto il portico e nelle serre, cercò attentamente in ogni angolo delle adiacenze, e non vide nessuno. Allora entrò nel bosco, dove la luna non penetrava che a sprazzi attraverso i rami degli alberi. Diede un'occhiata al laghetto e si sentì la pelle d'oca.
La superficie tranquilla non aveva una crespa, ma all'ombra faceva paura, perchè era nera come un panno funebre. Si passò una mano sulla fronte, e continuò a camminare sotto gli alberi.
Al minimo rumore si fermava, e chiamava a mezza voce:--Metilde.... Metilde sei qui?...--ma nessuno gli rispondeva.
Sentiva il rimorso d'aver dormito un po' troppo, di non aver cercato prima, sentiva di aver avuto torto; forse nuove disgrazie lo aspettavano dopo tutte le altre, forse la misura non era ancora colma!... Girovagando inquieto con questi pensieri, e con molti altri, vide dapprima un'ombra scura sopra un banco ai piedi d'un albero, si avvicinò rapidamente, e non tardò ad avvedersi che era proprio lei; ma chiamata per nome non rispose, e non si muovea.
Quella rigida immobilità gli fece un'impressione tremenda, un tremito di paura lo assalse, non osava avanzarsi, ebbe bisogno di uno sforzo energico per avvicinarla, guardarla, toccarla. Metilde dormiva.
La scosse leggermente; essa alzò il capo, distese le braccia e le gambe, fece uno sbadiglio, e si mise a battere i denti dal freddo.... doveva essere irrigidita. Non rispose a nessuna delle sue domande, si alzò in piedi e partì.
--Metilde, arrestati, ascolta, dove vai? che cosa pensi?...--nessuna risposta! continuava ad andare avanti lentamente, e lui la seguiva, e pensava:
--È peggio assai di quanto io temeva!... non è morta, ma è pazza!... e le diceva, con voce angosciosa:
--Metilde!... povera Metilde!... aspetta tuo marito.... ascolta una parola.... fermati un momento; ho da parlarti.... ma essa non gli dava retta, e proseguiva impassibile la sua strada, fino che veduta la porta aperta entrò in casa.
Silvio la accompagnava da presso, chiuse la porta, prese il lume, essa lo precedeva, prese a salire la scala, ed entrò nella sua camera, ed egli la seguì, ed anche quell'uscio fu chiuso.
Egli osservava tutti i movimenti di lei con grande attenzione, vide che cercava qualche cosa, le offerse un mantello, la aiutò a coprirsi, poi quando sedette sul canapè, gli si mise dirimpetto e ricominciò a interrogarla.
--Perchè non sei venuta a dormire?...
--Perchè mi avete chiusa fuori, gli rispose.
--Perchè non hai picchiato alla porta?
--E tu perchè non sei venuto a cercarmi?
Non era nemmeno pazza! era dunque una commedia, una brutta e dispettosa commedia. Questi pensieri cambiarono le ansiose inquietudini del marito, in una irritazione sdegnosa, che gli fece dire sgarbatamente:
--Quando si tratta di fare dei dispetti non hai più paura di niente, nemmeno d'un raffreddore, o anche d'una malattia più grave!...
--Magari pure! rispose Metilde, così almeno tutto sarebbe finito!...
--Sciocchezze!... Ti avverto che questa sia l'ultima volta che mi fai delle scenate; io non amo gli scandali, e sono deciso di non tollerarli.
--Sarà l'ultima volta!... te lo prometto.... te ne dò la mia parola d'onore.... se questa sera mi è mancato il coraggio, sarò più forte domani mattina....
--Con queste sballonate tu credi di farmi una grande impressione, e invece mi fai dispetto... Pare a sentirti che tu sia la donna più infelice della terra!... ma che cosa ti manca?...
--Mi manca tutto! essa rispose; l'affezione e il rispetto di mio marito, la pace domestica, le speranze dell'avvenire, e tante altre cose che non dico....
--Alle corte: l'affezione e il rispetto non si impongono, ma bisogna meritarli. In quanto alla pace domestica, sono i tuoi sospetti, e i tuoi dispetti che la intorbidano, sei bisbetica, egoista, intollerante, difficile in ogni cosa!
--Tu mi trovi anche difficile?!... ma quali sono le mie esigenze?.... vivo forse secondo il mio stato?... o non mi hai condannata alla vita più noiosa del mondo?... in mezzo a gente rozza.... fra un ubbriacone e la tua ganza!...
Silvio scattò, come se fosse spinto da una molla potente, e facendosele davanti coi pugni al viso le disse: