La famiglia Bonifazio; racconto
Part 16
--Allora ha sorriso per la gioia, o ha pianto di consolazione?
--Non ha nè riso nè pianto.
--Chi scriveva quella lettera?
--Nostra cugina....
--Una cugina.... nubile?... maritata?...
--Maritata, maritata, rispose Metilde con un po' di dispetto, tanto la seccavano quelle interrogazioni indiscrete.
--Vedo che la signora mi trova troppo curioso, osservò il dottore; ella crede certamente inutili le mie domande. Ebbene, io voglio giustificarmi perchè parlo con persona che intende. Ella deve dunque sapere, cara signora, che ogni uomo obbedisce come uno schiavo ad un complesso di leggi che non conosce. Molte ispirazioni elevate, molti sentimenti generosi non sono che effetti d'un alimento o d'una bevanda, e così pure molti dolori intestinali sono prodotti da un'impressione morale. Se nessun cibo e nessuna bevanda hanno fatto male a suo marito, bisogna cercarne la causa nel cervello o nel cuore, perchè questi organi sono strettamente legati agli intestini, come il telegrafo di Venezia è legato a quello di Roma. Tutte le parti del nostro corpo corrispondono fra loro, e comunicano cogli agenti esterni non solo colla bocca, ma ancora cogli occhi e colle orecchie, quello che si vede e che si sente può produrre gli stessi effetti di quello che si mangia; una lettura può agire come un veleno; un paesaggio come un calmante. La collera, il disinganno, l'invidia alterano il fegato, i debiti fanno dolere la testa, la paura agisce sulla vescica e sugli intestini.... Ella vede dunque chiaramente che è stata quella lettera, che avendo trovato suo marito in uno stato di profonda debolezza, ha prodotto gli effetti dolorosi che ora dobbiamo risanare.
A queste parole, Silvio si scosse dal letargo nel quale lo aveva gettato la febbre, e disse:
--È verissimo quello che dice il dottore, l'inasprimento delle mie sofferenze è una conseguenza di quella lettera; essa mi ha fortemente contrariato ed afflitto.
--Ecco trovata la causa, conchiuse il dottor Pellegrini, adesso tocca a noi a modificarne gli effetti, e a riparare i danni prodotti.
Metilde in piedi davanti il letto guardava il marito con occhio torvo, mentre il dottor Pellegrini scriveva una ricetta, parlando sotto voce col collega, che mostrava di approvarlo col movimento del capo.
Il giorno seguente toccò alla piccola Camilla d'essere molto sofferente. Il medico la trovò aggravatissima. La madre afflitta ed inquieta era poco fiduciosa nel dottore, ma non voleva nemmeno consultare quel famoso Pellegrini che cominciava a diventarle antipatico. Pregò sua madre di mandarle il loro vecchio medico di casa, che non faceva tante domande suggestive, che ordinava ai bimbi dei biscottini, ed agli adulti quei beveroni di fieno filtrato, i quali contenendo tutte le erbe medicinali conosciute, dovevano giovare a tutte le malattie. Ma il povero vecchio era morto da qualche tempo, senza lasciare degli allievi. La piccola ammalata peggiorava, il giovane medico consigliò la signora di chiamare ancora il Pellegrini, e nell'interesse della bambina dovette rassegnarsi al nuovo consulto.
Quando udì il campanello che annunziava la visita all'ora fissata, la signora agitata da diverse sensazioni andò ad incontrare i medici in anticamera; li ricevette con un certo sussiego, e quando furono davanti la cuna, s'indirizzò al dottore Pellegrini, e gli disse con aria di mal dissimulata ironia:
--La povera bimba non ha ricevuto nessuna lettera da un cugino, dove andremo adesso a trovare il movente dei suoi dolori?...
--Nel sangue dei genitori: le rispose pacatamente il medico, in un qualche vizio, in qualche disgrazia degli antenati, in una debolezza o in un peccato della nonna o della bisnonna. Nella vita sociale i debiti restano alcune volte insoluti. Il benefizio d'inventario è un'invenzione umana, come ne ebbero sempre i legislatori; ma la natura non transige, e se i parenti contraggono dei debiti, tocca ai discendenti a pagarli.
--I nostri parenti morirono tutti vecchi, rispose Metilde; il nonno di mio marito, il capitano Bonifazio ha fatta la campagna di Russia ed è morto da pochi anni; sua moglie invecchiò come lui; i miei nonni morirono vecchioni; i miei genitori, grazie al cielo, stanno benissimo; mia suocera è morta da parto; mio suocero fu fra i difensori di Venezia: è una famiglia ricca di sangue generoso....
--Cerchiamo dunque nel sangue degenerato della generazione presente, soggiunse il dottore; i vecchi resistettero ai disagi della guerra, affrontarono impavidi tutti i pericoli; i discendenti minacciano di morire per la lettera d'una cugina! la ricchezza è diventata la povertà, la pletora degli eroi si è ridotta all'anemia d'un fisico fiacco.
Non c'era caso d'aver ragione con quell'implacabile scrutatore delle umane miserie. Metilde si fece buona, alzò le mani congiunte in atto di preghiera verso il medico, e cogli occhi velati di pianto, gli disse:
--Per carità, dottore, mi salvi questa creaturina innocente di tutti i torti degli avi; dalla sua vita dipende la mia esistenza!...
Il dottore Pellegrini le rispose in tuono raddolcito:
--Mia cara signora, gli alberi si puntellano contro gli uragani; ma basta un soffio d'aria leggiera per abbattere un fiore. La scienza che ha costruite le macchine a vapore non è capace di creare un insetto. La natura è il solo medico dei deboli; la loro tenuità sfugge alla nostra ruvidezza. Cerchiamo di secondare la natura nella sua opera benefica; non possiamo sperare che nella sua potenza. Stia bene attenta ai più lievi movimenti della bimba, cerchi d'indovinare i suoi desideri, la aiuti a conseguirli; invece di consultare i medici, consulti il suo cuore, il cuore di una madre è il miglior medico dei bambini; se una madre, che abbia intelletto d'amore, non salva il suo bimbo ammalato, nessun altro lo può. Eccole il mio consiglio.
Questa volta parve a Metilde che il medico avesse ragione; se ne mostrò riconoscente, lo ricondusse fino alla porta dell'appartamento, stringendogli la mano in modo affettuoso. Avevano fatto la pace.
La malattia rimase stazionaria per due giorni, poi andò peggiorando.
Metilde non abbandonava la bambina nemmeno un istante, la vegliava assiduamente tutta la notte, le dava quei soccorsi che le venivano indicati dal cuore in osservazione continua; ma la natura del male si mostrava ribelle ad ogni cura.
Silvio inquieto, fremente nel suo letto di dolore, andava fantasticando con mille sogni d'infermo. Conoscendo sua moglie inetta a tutte le faccende domestiche, confondeva la padrona di casa colla madre, e pensava che una donna incapace di preparare una bevanda, non poteva essere capace nemmeno di assistere con intelligenza la sua bambina ammalata, e la rendeva ingiustamente responsabile dell'esito della malattia. È certo che vedendosi assistito da un infermiere l'animo irritato e malcontento lo spingeva a cattivi giudizii.
Ma la natura fu spietata e inesorabile, ogni più delicata cura materna fu vana; e dopo parecchi giorni di atroci sofferenze, la povera Camilla morì. E nessuno avrebbe mai potuto cavar dalla mente di Silvio che fosse morta per mancanza di cure.
Per riguardo al dolore della madre che fu grandissimo, il marito desolato nascose il triste pensiero, ma gliene rimase sempre un punto nero nel fondo dell'anima.
Ne diedero subito l'annunzio funebre alla famiglia, e ricevettero le più affettuose condoglianze, e un cassetto contenente i più bei fiori del giardino, raccolti e spediti da Maria per ornare di belle ghirlande la candida bara della morticina.
L'uscita della bara dall'appartamento fu uno schianto atroce pel cuore di Metilde, che cadde priva di sensi nelle braccia di suo padre, accorso colla signora Emilia per assisterla, e calmare il suo dolore. Si temette assai anche pel povero Silvio che quantunque in via di guarigione si trovava tanto abbattuto di forze da non poter sopportare una sensazione violenta. Ma il medico prevedendo la gravità del pericolo gli aveva somministrato degli oppiati soporiferi che attutivano il suo dolore.
Nel giorno dei funerali i signori Ruggeri rimasero colla figlia, lasciando libero sfogo alle sue lagrime; ma il giorno seguente la signora Emilia la ammonì in aria solenne di fare uno sforzo di rassegnazione, per occuparsi di quelle cure affliggenti che sono l'immediata conseguenza della morte dei nostri cari, e le diceva con aria compunta:
--Il mondo, mia cara, ha le sue terribili esigenze, dopo le lagrime c'è un'altra cosa, assai dolorosa, ma indispensabile; bisogna occuparsi del lutto, bisogna vestire le gramaglie.--La sarta e la modista attendevano in anticamera, la signora Emilia accennò alla Betta d'introdurle.
Allora distesero sul tavolo i figurini della moda in lutto, i fiori, e le perline nere di vetro, e le stoffe.
Metilde guardava sbadatamente, cogli occhi gonfi iniettati di sangue; prendeva in mano un figurino, con aria distratta, languente; si asciugava le guancie bagnate di lagrime, rispondeva sì e no coi semplici cenni della testa. La signora Emilia osservava le figure, le stoffe, consultava la sarta, discuteva, si animava parlando, e diceva a sua figlia:
--Ti consiglio la sottana di casimiro, a pieghe nella parte superiore, e a sboffi dal ginocchio in giù. Deve terminare con uno sboffo, una gala a cannoni e un pieghettato. Poi prendendo un altro figurino, le indicava: questa sarebbe la tunica....
--Mi piacerebbe più il giacchettino attillato, soggiungeva Metilde, con voce fioca e sommessa, ma la madre con voce insinuante, riprendeva:
--Creatura mia, quei giacchettini non si portano più dalle signore ammodo, sono troppo comuni, ne hanno perfino le cameriere; invece guarda bene questa tunica, si compone di due panierini sui lati; per di dietro si guerniscono di crespo e formano il puff....
Il disegno del puff sul didietro la persuase. Allora fissarono la forma del cappellino, scelsero i fiori neri, e il lungo velo crespo d'un effetto funebre meraviglioso. La sarta, la modista e la signora Emilia ciarlavano, criticavano certe mode; un mezzo sorriso velato sfiorò anche le labbra della madre, accennando con aria di profondo disprezzo alcuni aggiustamenti del giornale di mode, che le spiacevano.
Poi passarono alla scelta delle golette, dei polsini, dei fazzoletti di battista, a larghe righe nere....
--Mi occorrono anche dei guanti, disse Metilde, con un profondo sospiro, un ombrellino, e un ventaglio...
--Tutte queste cose le compreremo insieme alla prima uscita, le rispose la madre. Ho veduto da Fana dei ventagli da lutto, deliziosi!... te li farò vedere.
Dopo la partenza della sarta e della modista entrarono nella stanza di Silvio; si avvicinarono al letto; la signora Emilia gli parlò dei preparativi del lutto, e gli domandò se desiderava che mandassero il suo cappello dal cappellaio, perchè vi mettesse il velo crespo.
Silvio guardò la suocera cogli occhi stupiditi, poi tutto d'un tratto le voltò le spalle e proruppe in uno scoppio di pianto. Metilde gli si avvicinò, gli appoggiò una mano sulla fronte, e piansero insieme.
La signora Emilia si ritirava scuotendo la testa, mettendo in moto i ricciolini della fronte, e dimenando i fianchi in aria disinvolta, si affacciava alla finestra, e guardava se il macellaio aveva aperta la bottega, per mandare la Betta a far la spesa. Tutte quelle scene le vuotavano lo stomaco, e sentiva il bisogno di rintonarsi le forze.
Incominciata la convalescenza, gli amici di Silvio venivano a vederlo, e a fargli un po' di compagnia; la signora Metilde faceva la sua comparsa in gran lutto, e prendeva parte alla conversazione.
Quei giovinotti, quando uscivano dalla casa, si comunicavano le loro impressioni.
Chi diceva che Metilde era una donna molto elegante e gentile; chi lodava la sua intelligenza e coltura; e chi trovava che il lutto andava bene a tutte le donne, ma specialmente alle bionde. Silvio si accorgeva della rispettosa ammirazione degli amici, e ne andava superbo. Aveva già congedato l'infermiere da qualche giorno, e non si rammentava più quanto gli fossero mancati i soccorsi del cuore nei giorni delle sofferenze.
Erano privi da qualche giorno di notizie della villa, quando giunse inaspettata una lettera del maestro Zecchini, il quale non scriveva che nelle grandi occasioni. Ruppero prontamente la busta per vedere che cosa c'era di nuovo, e cominciarono a leggere una lunga filastrocca che preparava l'annunzio d'una nuova disgrazia.
Tutte quelle frasi lambiccate potevano riassumersi in poche parole; ma egli divagava lungamente per persuadere che a questo mondo bisogna morire, specialmente dopo qualche insulto apoplettico. La morte della nonna era tutt'altro che inaspettata, anzi tutti erano sorpresi che la povera paralitica potesse tirare più in lungo. Ma la vita le fu prolungata per le cure affettuose di Maria. Alfine dovette soccombere ad un ultimo attacco decisivo. Maria poteva dire di aver perduto sua madre, e infatti nessuno tentava di consolarla.
La povera vecchietta paralitica era più che rimbambita, ma la nipote la sorvegliava con tenerezza, e sperava che le sue cure affettuose l'avrebbero conservata ancora per lungo tempo. Il sorriso benevolo della nonna la ricompensava largamente di tante fatiche, e la sua morte lasciava un vuoto spaventoso nella casa Bonifazio, e nel cuore figliale della nipote.
La perdita della madre adorata, la desolazione straziante di Maria, le lagrime e il lutto di tutti diedero l'ultimo crollo anche a papà Gervasio, già infiacchito dagli anni e dalle amarezze, e consunto dalle sofferenze intestinali, che lo molestavano da lungo tempo.
Si mise a letto, fece chiamare il maestro Zecchini, come il più vecchio amico di casa, e colla sincera effusione d'un animo affranto, gli confidò i suoi presentimenti e le sue disposizioni.
--Mi sono tenuto in piedi colla forza della volontà, egli disse; fino che viveva mia madre le dissimulava le mie sofferenze, perchè leggevo l'inquietudine nel suo sguardo incerto e vagante, e non volevo aggravare il suo stato mostrandole di star male. Ma sento che la mia fine si avvicina, ho dei doveri da compiere, vi prego di farmi venire un notaio.
--Appunto perchè soffrite da molti anni io spero che il male non sia grave, e che la vostra vita sarà prolungata per il bene di tutti, gli rispose il maestro; ma siccome il far testamento non fa morire nessuno, così io vado a cercare il notaio, e vi approvo; ma lo condurrò senza che la povera Maria se ne avveda; essa non ha bisogno d'altri dolori.
E così fu fatto. Papà Gervasio dettò il suo testamento, e dopo la partenza del notaio, pregò l'amico Zecchini di scrivere un'altra lettera a suo figlio, annunziandogli che le sue sofferenze si erano aggravate, che desiderava vederlo ancora una volta prima di morire per dargli l'ultimo bacio e la sua benedizione.
Il maestro sapeva che Silvio cominciava appena la convalescenza della grave malattia sofferta, e vedeva d'altronde che le apprensioni di Gervasio erano esagerate; scrisse dunque in modo da non spaventare nessuno, annunziando il desiderio del padre, facendo vedere che non c'era urgenza, e che sarebbe stato bene di prendere delle misure per restare in campagna qualche mese colla moglie, per tener compagnia al padre infermo, e in pari tempo per rimettere perfettamente in salute anche Silvio, coll'aria pura ed elastica della villa, durante la bella stagione.
Questa lettera giunse a Venezia qualche giorno dopo di quella che annunziava la morte della povera nonna, e aggravò il dolore sofferto, lasciando sospettare, malgrado le attenuazioni del maestro, la minaccia d'una perdita ancora più dolorosa.
--Le disgrazie sono come le ciliegie, diceva Silvio; non vengono mai sole, e quando cominciano non finiscono più!
Il medico venne informato minutamente di tutte queste circostanze, e in considerazione della gravità del fatto permise a Silvio di lasciarlo partire fra pochi giorni, quantunque non fosse ancora intieramente ristabilito, e che le forze continuassero a fargli difetto. Tuttavia la brevità del viaggio, fatto con ogni precauzione possibile non poteva recargli danno. Avrebbe continuato la sua cura ricostituente anche nella casa paterna, col vantaggio dell'aria della campagna, e della quiete tanto benefica ai convalescenti, che gli restituirebbero prontamente le forze indebolite, e il vigore perduto.
Marito e moglie furono concordi per seguire il consiglio medico; ma la signora Emilia vi trovava delle grandi difficoltà, e non poteva persuadersi della necessità d'un soggiorno prolungato in campagna.
--Pazienza per qualche giorno, essa diceva a sua figlia, ma al tempo dei bagni! nella stagione più brillante per Venezia; e se passasse l'autunno, e se venisse il novembre e che tuo suocero fosse ancora ammalato? Se si trattasse d'una malattia acuta che si sbrigasse in qualche giorno, ma quel pover'uomo mi pare un cronico, e vi sono dei cronici che vivono più dei sani!...
--Intanto per adesso ci vuol pazienza, le rispondeva Metilde, in seguito si vedrà, la campagna farà bene anche a Silvio....
--Che cosa ti sogni? essa riprendeva, l'aria di Venezia non lascia nulla a desiderare; cosa pensi? di sacrificarti per una chimera, di seppellirti in un deserto, in mezzo a quei boschi, fra gente rozza, alla tua età, colla tua educazione?!...
--Bisogna andarci per la disgrazia della nonna, e per la malattia di mio suocero....
--Lascia che ci vada lui, tuo marito, tu già non sei in caso nè di assistere gl'infermi, nè di resuscitare i morti!....
--Oh mamma! Silvio è ancora ammalato, vuoi che lo lasci solo!
--Ma, creatura mia, egli non ha bisogno di nessuno per guarire, il tuo sacrifizio mi pare affatto inutile. Adesso poi che ti sei fatta quel bel vestito di lutto, vuoi andarlo a sfoggiare fra i contadini?... non valeva la pena di sceglierlo con tanto buon gusto. Che tuo marito vada pure a trovare suo padre, lo trovo giusto, e che ritorni quando vorrà. Se suo padre starà meglio, tu non sei in dovere di andargli a far visita; se per sua disgrazia dovesse morire, io non posso permettere che un nuovo dolore ti riapra una piaga recente, con gravissimo pericolo per la tua salute.
--Ma io gli ho promesso d'accompagnarlo, ed è tanto contento!...
--Gli farai osservare che io non approvo la tua promessa, che la tua salute esige dei riguardi, che in seguito, se starai meglio.... si vedrà.
--Ma io sto benissimo....
--Che importa!... gli dirai che ti senti male.... gli uomini credono tutto.... oh, non ti fa spavento quella vita noiosa, al letto d'un malato bisbetico, senza una distrazione nè uno svago, in quella perpetua solitudine?!...
Ma nessun argomento poteva persuaderla a rimanere, perchè oltre all'affetto del marito, e al sentimento del dovere, un altro motivo imperioso la spingeva alla partenza. Essa pensava a Maria che le pareva pericolosa, disprezzava Andrea, non ignorava il primo amore di Silvio, e non era disposta di abbandonarlo al pericolo, per non esporsi al rimorso di non averlo preveduto.
Partì dunque insieme al marito, malgrado il malcontento e la disapprovazione della madre, che fino all'ultimo momento la scongiurava a non abbandonarla.
E accompagnando alla stazione il genero e la figlia, mandava i suoi saluti e quelli di suo marito al caro signor Gervasio, e a tutta la famiglia, cogli auguri d'una perfetta guarigione, e le più calde raccomandazioni d'un pronto ritorno.
XVIII.
Durante il viaggio in ferrovia Silvio guardava fuori dal finestrino del carrozzone il fumo nero della vaporiera che scendeva sui campi e si disperdeva nell'aria, e aspirava con voluttà i sentori della campagna che gli facevano bene. Era la fine d'agosto, dei nuvoloni bianchi correvano nell'azzurro del cielo. I grappoli d'uva cominciavano a rosseggiare sui tralci, il sole d'estate aveva tinto le foglie di vari colori, il granoturco mostrava le pannocchie colle barbe mature, le quaglie cantavano nella saggina, i pettirossi e le cingallegre nelle siepi, le rane gracidavano nei fossi. Tutte quelle piante, e quelle voci, rammentavano a Silvio la sua prima gioventù, il tempo felice delle vacanze, quando correva pei campi in compagnia della cugina. Come erano cambiate le cose col corso degli anni!...
Metilde pensierosa teneva gli occhi abbassati sul ventaglio chiuso nella destra, e batteva le stecche colle dita della sinistra, come sulla tastiera del pianoforte. La gente che entrava ed usciva dalle diverse stazioni, i giardinetti dei guardiani, le carrozze che attendevano i viaggiatori non giungevano a distrarla dai suoi pensieri; la madre l'aveva tanto impaurita sulla vita che la attendeva, che ne presentiva tutte le tristezze, e rimpiangeva la sua Venezia.
Immersa nelle cupe meditazioni, passò senza avvedersene dalle stazioni di Mestre, Mogliano, Preganziol, ma quando il treno correva in fianco ai laghetti formati dalle curve del Sile, fra le canne palustri, e vide apparire la chiesa di San Nicolò di Treviso, come uno spettro severo e grandioso davanti le casupole che lo circondano, sentì una stretta al cuore che le annunziava l'arrivo. Alla stazione trovarono il legno che li aspettava. Fecero caricare il loro bagaglio, e domandarono subito a Pasquale le notizie del malato.
--Sempre lo stesso!--rispose il cocchiere, e queste parole suonarono all'orecchio della signora, come la condanna d'un lungo martirio.
Silvio accarezzò il collo di Falcone, che mostrò di riconoscerlo, e partirono subito per la villa.
Quando entrarono nel parco, Argo che stava sdraiato sulla porta di casa, balzò in piedi, ed annunziò il loro arrivo coi soliti abbaiamenti.
Comparve subito Maria che si gettò piangendo nelle braccia di Metilde, la quale corrispose colle sue lagrime a quelle della cugina. Scambiarono dolenti condoglianze sulla povera nonna, sulla bimba tanto desiderata, e tutti insieme si recarono direttamente al letto di papà Gervasio.
Parve che un raggio di sole entrasse nella camera alla vista del figlio.
Si abbracciarono teneramente piangendo, a ciascheduno mancava la parola, le strette di mano supplivano alla voce, nell'espansione di quegli affetti domestici.
Dopo tanto tempo che non si erano veduti, tutti avevano sofferto, tutti avevano bisogno di aprire il cuore riboccante di dolori e di lutto. Sedettero intorno al letto, il figlio accarezzava la mano del padre, Maria raccontava singhiozzando gli ultimi momenti della povera nonna, che si era spenta senza sofferenze apparenti, come tutte le anime buone, che dopo una vita laboriosa e faticata, si addormentano dolcemente nel sonno eterno.
Metilde si asciugava le lagrime col fazzoletto listato di nero che esalava un odore soave, e colla coda dell'occhio esaminava i vestiti di Maria, che non le parevano ammodo. Si vedeva che aveva scelto il più oscuro dei suoi abiti, e portava annodato al collo un fazzoletto di seta nera.
La seta nei primi mesi del lutto!...--pareva una cosa scandalosa agli occhi di Metilde, ligia alla prammatica che non ammette che la lana ed il crespo.
Quando Metilde si trovò sola col marito, gli segnalò subito quella vergogna.
Silvio con faccia da scimunito non capiva niente, non poteva penetrarsi della gravità di quello scandalo, e le rispose in aria sprezzante che la sua osservazione era una vera sciocchezza.
Metilde lo guardò con sorpresa, non insistette; era perfettamente convinta che suo marito avrebbe sempre approvati tutti gli errori della cugina, diventando anche impertinente; quella indulgenza non aveva limiti, e lo rendeva cieco.
Papà Gervasio, passato il primo momento di soddisfazione, che pareva avergli giovato, ricadde subito in profondo abbattimento. Il medico non dissimulava il lento, ma inesorabile progresso del male.
L'inappetenza completa rendeva difficilissima la conservazione delle forze che andavano scemando. Maria si scervellava nella ricerca di tutti gli artifizi possibili per ammannirgli qualche cibo che non ripugnasse al suo stomaco delicato. Faceva dei brodi ristretti dorati, trasparenti, delle gelatine che mettevano appetito al solo vederle.