La famiglia Bonifazio; racconto
Part 15
Silvio era stato costretto dalla necessità a raddoppiare il lavoro per non mancare dei mezzi necessari a far fronte a tante spese. Lavorava allo studio ed in casa, trattava gli affari curiali, scriveva articoli, faceva il brodo ristretto e la pappa, e gli mancava anche il riposo della notte. Si coricava tardi, oppresso dalla stanchezza, ma dopo breve tempo il pianto della bimba lo risvegliava. Udiva dapprima fra la veglia e il sonno un lieve lamento, un piagnucolare sommesso, che a poco a poco si trasmutava in un piagnisteo e diventava un belato rumoroso e continuo che lo obbligava ad alzarsi. Andava a prendere la bambina, la portava alla mamma che la allattava, poi la riponeva in cuna, si gettava in letto e ritornava ad addormentarsi, ma poco dopo ricominciava la stessa solfa. Si alzava sudato, la riportava in giro sul suo guanciale per la camera fredda. La bimba aveva lo spasimo, gridava per molte ore consecutive, a brevi intervalli; consultarono il medico il quale osservò che la madre faceva poco latte, e trovò indispensabile di aggiungere il poppatoio alla alimentazione insufficiente. Ed ecco l'avvocato, giornalista, cuoco, diventato anche balia, incaricato di alimentare la bimba col poppatoio; e passava gran parte della notte in veste da camera, con un fazzoletto allacciato in testa, a cantare la ninna nanna colla bambina sulle braccia.
Dopo lo spasimo e la fame vennero i vermi e la dentizione, e il buon babbo somministrava lo sciropetto di cicoria, fregava le gingive della bimba col dentaruolo di avorio; ma quelle tribolazioni di bambinaia e di balia aggiunte alle fatiche del foro, alle elucubrazioni del giornalismo, ed alle manipolazioni della cucina furono superiori alle sue forze, non tardarono a riuscirgli insopportabili, e volendo egli lottare con vani tentativi di resistenza, finirono per opprimerlo completamente e gettarlo in letto con una grave malattia.
Meno male che Metilde cominciava a riaversi, si alzava dal letto, e poteva occuparsi della bimba. Il medico ordinò che la Betta andasse a dormire nella stanza della signora, e si cercasse qualche altra persona per l'assistenza del malato, passato in altra camera.
La signora Emilia si dichiarava troppo sensibile, e poco pratica per assistere gl'infermi; fece venire una donna provvisoria, e consigliò Metilde di scrivere al signor Gervasio, pregandolo che mandasse la nonna.
Ma per disgrazia di tutti, in quello stesso giorno era successo un brutto accidente anche alla villa Bonifazio. La povera nonna era stata colpita da un insulto apoplettico, e se le fossero mancati i pronti soccorsi del medico, avrebbe dovuto soccombere. Portata in letto priva dei sensi era alquanto rinvenuta dopo il salasso, ma la paralisi le toglieva i movimenti e la favella. Borbottava delle parole confuse, e non poteva muoversi senza aiuto. Maria chiamata in fretta accorse subito al letto della povera paralitica, e non la abbandonava un momento. Papà Gervasio per l'improvvisa afflizione sentiva aggravate le sue sofferenze agli intestini, non si allontanava che per brevi istanti dalla camera della madre, non era in caso di accorrere a Venezia, e non poteva mandare nessuno in assistenza del figlio.
Queste desolanti notizie afflissero grandemente le due famiglie di Venezia, che si trovavano in grave imbarazzo. La signora Emilia affaccendata correva dalla sua casa a quella della figlia, si consultava con tutti, ma non ascoltava nessuno, si lamentava sulla sua sorte, gemeva per lo stato di debolezza di Metilde, le raccomandava la quiete e il riposo, deplorava il colpo apoplettico che aveva colpito la signora Bonifazio fuori di tempo, confondeva le cose, sgridava la Betta, voleva insegnarle a fare il brodo per gli ammalati, lo lasciava cadere sul fuoco e infettava la casa col fumo dell'unto bruciato, e concludeva con un atto di accusa contro quel benedetto omo di suo genero, che non aveva preveduto nulla, che colle sue imprudenze s'era guadagnato quella malattia, che metteva in iscompiglio tutta la casa in un momento importuno. Metilde cercava invano di giustificare il marito, il povero diavolo si era troppo affaticato per assisterla, aveva preso freddo di notte, e lavorava soverchiamente pei bisogni della famiglia...
--Tu taci, che non sai nulla, le rispondeva sua madre; gli uomini sono testardi, e non sanno mai regolarsi, avrà mangiato troppo di quella sua cucina pesante.... avrà fatto qualche disordine. Tutti i mariti, o quasi tutti assistono le mogli puerpere; è il loro dovere; non ci mancherebbe altro che si rifiutassero... nessuno si ammala per questo!...
--Povero Silvio! esclamava Metilde, adesso è inutile di cercare i motivi del suo male; adesso è ammalato e non dobbiamo pensare ad altro che a guarirlo. Il medico dice che quella donna non basta; se potesse bastare almeno per la notte che io ci ho la bimba che non posso abbandonare, farei il possibile anch'io per assisterlo durante il giorno.
--Sei matta! non sai proprio quello che dici. Non si conosce ancora la sua malattia; pare che sarà tifo, una malattia contagiosa! Tu non devi nemmeno entrare nella sua stanza, non devi esporti al pericolo, non hai forze bastanti per resistere a tante fatiche, devi pensare prima di tutto alla tua salute, è il tuo dovere di madre!...
--E così, chi assisterà mio marito!
--Un infermiere!... di qua non si scappa; costerà di sicuro del denaro, ma il vecchio Gervasio pagherà; senza infermiere non è possibile di andare avanti. Ne ho già parlato al medico... mi sono intesa con lui, che ha promesso di trovarlo.
--Ah! povero Silvio, quando si vedrà assistito da un estraneo, come resterà crudelmente colpito; si crederà abbandonato da tutti, e questa amarezza potrebbe peggiorare il suo male.
--Non aver paura di questo, egli non conosce più chi gli sta intorno, non risponde alle domande che con un gemito insignificante, forse non capisce più nulla!...
Metilde piangeva, sua madre la sgridava, facendole osservare che le lagrime in questi casi non servono a nulla, e rovinano gli occhi.
Il medico venne con l'infermiere, esaminò nuovamente il malato, e non seppe dissimulare la sua inquietudine. Era giovane anche lui, amico di Silvio, molto studioso, ma esercitava da poco tempo la professione, e ne sentiva la grave responsabilità. Mostrò desiderio di consultarsi con un medico provetto, e propose il celebre dottor Pellegrini. Le signore acconsentirono subito, ed alla sera ebbe luogo il consulto.
Il dottor Pellegrini, dopo d'aver ascoltato una relazione del medico curante, esaminò attentamente l'infermo e volle essere informato esattamente delle condizioni fisiche dei parenti, perchè era convinto che ogni individuo riceve coi germi della vita anche quelli della morte.
--Le buone e le cattive qualità del sangue, egli diceva, producono la salute o le malattie, predispongono le azioni del galantuomo e del birbone, le opere dell'uomo di genio e dell'imbecille. Cerchiamo dunque prima di tutto, di conoscere le origini, di studiare negli ascendenti le tendenze del nostro soggetto. È certo che l'ambiente, la professione, il genere di vita, gli alimenti, le cure igieniche o i disordini, esercitano la loro influenza, modificano le tendenze, le accelerano o le ritardano secondo i casi. Ma tanto l'albero che l'uomo non possono dare che ciò che hanno nel sugo vegetale e nel sangue. È certo che il castagno non farà mai pesche; nè un prossimo parente dell'ultimo doge di Venezia si metterà alla testa di mille uomini per liberare la Sicilia; nè un letterato avrà le stesse malattie d'un cuoco!...
A queste parole Metilde arrossì, e subiva nella coscienza una lotta fra la vergogna e il rimorso. «Se parlo,--essa pensava,--faccio palese la mia inettitudine come padrona di casa; se taccio arrischio la vita di mio marito! Mio Dio! che devo fare?...» Le parve di trovare un espediente e chiese al medico:
--Mi dica un poco, dottore, se un uomo solo facesse il letterato ed il cuoco, quali sarebbero le sue malattie?
Il medico sorrise alquanto, e le rispose, con grande meraviglia di Metilde.
--Ne ho conosciuti moltissimi anche di questi, un mio amico improvvisatore, faceva una famosa cucina!... In questo caso, vede mia cara signora, le opere letterarie diventano pasticci, e i pasticci diventano poemi.... cioè sono composti dei più svariati ingredienti.... Ciò non vuol dire che riescano sempre deliziosi come l'Orlando Furioso; anzi talvolta sono indigesti come qualche altro poema... che le auguro di non leggere.
Allora Metilde si fece coraggio, e confessò:
--Devo avvertirla per sua norma, dottore, che mio marito si diverte a far la cucina....
--Ah! bravissimo, disse il dottore, conosco anche qualche avvocato che sa arrostire a meraviglia i suoi polli, e li fa mangiare in tutte le salse....
--Forse il fuoco dei fornelli, avrà fatto male a mio marito?...
--Se fosse così, si consoli; questo fuoco non è micidiale come quello delle battaglie, non domanda eroismo per affrontarlo, e si guarisce facilmente da' suoi effetti. Non abbia timore, ripareremo a tutti i malanni. Il sangue dei Bonifazio è buono, la patria ha tutto l'interesse di conservarlo.
E fatte le sue prescrizioni, prese commiato dalla signora, ed uscì seguito dal suo collega.
Quando furono in istrada il dottore Pellegrini continuava a fare quelle domande, che non dovevano udirsi dalla famiglia.
--Quali sono le condizioni morali dell'ammalato? ha dei pensieri gravi? delle preoccupazioni attristanti?...
--Credo, gli rispondeva il collega, che abbia molti debiti....
--Lo purghi con perseveranza.... Ha forse dei patemi d'animo?
--Ha una suocera... vecchia elegante....
--Vi aggiunga del rabarbaro....
La malattia procedeva regolarmente, senza nuovi accidenti; ma pochi giorni dopo cominciò ad ammalarsi anche la bambina, e il medico non sapeva che ordinarle. L'ammalato se ne accorse per la confusione della casa, sospettò che le mancassero i dovuti riguardi, e se ne lamentava coll'infermiere, dicendo:
--La Betta non avrà la pazienza di cambiarla spesso, ed io credo che mia moglie non se ne intenda; la mia malattia è una doppia disgrazia!...
Raccomandava al medico di esaminare il contenuto del poppatoio, che non si fidasse della mala fede della domestica, e che insegnasse alla signora tutte le cure necessarie, perchè non è stata mai avvezza ad assistere malati. Così gli crescevano le inquietudini, anche per le notizie poco soddisfacenti che venivano dalla villa, e quando avrebbe dovuto star meglio la malattia si aggravava.
XVII.
Alla villa Bonifazio succedevano dei fatti importanti. La nonna non aveva riacquistato nè il movimento, nè la favella, pareva che intendesse ciò che le dicevano, dai movimenti della testa e degli occhi, ma non poteva che borbottare poche parole incomplete e confuse. Papà Gervasio era sempre sofferente, e malgrado l'assiduità di Maria si mostrava desolato ogni qual volta essa era costretta di ritornare al domicilio coniugale. Senza una donna di cuore in casa, con quell'egoista di Pasquale, che veniva tollerato per la somma difficoltà di sostituirlo, e di ammettere un nuovo domestico in momenti disgraziati, senza la direzione della padrona di casa resa impotente dal malore, col figlio ammalato a Venezia, che non poteva giovarlo in nessuna maniera, il povero Gervasio si sentiva disperato, e prevedeva che il disordine crescente e l'abbandono di tutti, avrebbero portato agli estremi le sue disgrazie.
Il vecchio maestro Zecchini che si studiava di confortarlo ebbe una buona idea.
--Perchè non v'intendete coi Pigna, gli disse, per prendere in casa i nipoti, e non fate padrona di casa la Maria!...
--Per riguardo verso mio figlio e la nuora, rispose Gervasio, che potrebbero offendersi della preferenza....
--Non è una preferenza, è una necessità inevitabile. Vostro figlio e vostra nuora non verranno mai più a stabilirsi in campagna; che cosa farete voi solo e malescio con vostra madre resa impotente dall'infermità? Non abbiate riguardi ed anzi per l'interesse stesso di vostro figlio e della sua famiglia, chiamate Maria a dirigere la vostra casa, e avrete, oltre la sua valente assistenza, anche l'aiuto e la sorveglianza di suo marito.
Non fu difficile convincerlo, perchè questo era il suo stesso desiderio. Ogni cosa fu prontamente combinata; i vecchi Pigna aderirono subito perchè ci vedevano il loro interesse; la famiglia di Venezia non ebbe motivo di sorprendersi d'un avvenimento suggerito dalla necessità a vantaggio di tutti. I giovani sposi trasportarono prontamente i loro arredi in casa dello zio e della nonna e vi presero stabile domicilio.
Andrea aveva prese le abitudini dei Bonifazio, e vi si era affezionato; Maria che sentiva tanto bisogno di non abbandonare la nonna, era lietissima di rientrare in casa della sua famiglia ove era nata, ove aveva tante memorie e tanti amici, ove i bisogni del cuore, e tutte le necessità della vita la rendevano indispensabile.
Essa riprese con bontà ed energia il suo antico dominio, e papà Gervasio ne fu così lieto che gli parve anche di star meglio di salute, e si propose di seguire i consigli del medico, ai quali non faceva più attenzione per le afflizioni che gli amareggiavano l'esistenza.
Le sue sofferenze esigevano un esercizio moderato; l'immobilità gli riusciva dannosa quanto l'esercizio violento. Non poteva camminare senza incomodo, non poteva subire le scosse della vettura senza inconvenienti. Si fidava benissimo di Falcone, cavallo onorato e tranquillo; ma era ancora troppo brioso per lui, perchè restando lungamente in scuderia, quando lo attaccavano al legno salutava l'aria aperta dei campi con ripetuti nitriti, e faceva dei salti d'allegria.
Il medico lo aveva consigliato di acquistare un somarello e un carrettino relativo, e di farsi trascinare senza scosse per le vie battute. Aveva seguito il consiglio, e l'asinello seppe meritarsi facilmente le simpatie di Maria, che gli aveva messo nome Martino.
Collocato in scuderia nella posta vicina al Falcone, i due animali si facevano buona compagnia, si strinsero prontamente in amicizia, e vennero ammessi alle stesse profende d'avena, alle stesse largizioni di pane e di zucchero, ed alle carezze della mano affettuosa di Maria.
Quando uno dei due era tirato fuori dalla stalla, l'altro mandava dei lamenti dolorosi, e continuava a dolersi durante l'assenza del compagno, e al ritorno si udivano i reciproci saluti, gli allegri nitriti del cavallo e i ragli ripetuti dell'asino.
Martino aveva imparato da Falcone a poggiare il muso sulle spalle della signora, a frugarle le tasche colla bocca, a dimostrare in diversi modi il piacere di vederla, e la riconoscenza dei doni ricevuti.
Maria ne faceva l'elogio al maestro Zecchini, lo conduceva in scuderia a fare conoscenza col nuovo amico.
Papà Gervasio li seguiva insieme con Andrea, si lodava moltissimo dell'onestà e della intelligenza dell'animale, che gli si rendeva così utile, Pasquale voleva convincerli che il somaro era migliore del cavallo; guai se egli tardava un momento a somministrare l'avena a Falcone, appena trascorsa l'ora il cavallo si dimenava impaziente, e batteva le zampe in segno di collera. Martino aspettava rassegnato, non si lamentava mai, si contentava d'ogni cibo, ed anche in piccola porzione.
Uscendo dalla scuderia Andrea confermò i detti di Pasquale e ne fece i commenti; egli asserì che il cocchiere rubava la avena, e preferiva il somaro, perchè la povera bestia non si lamentava d'esserne intieramente privata, quando a Falcone era obbligato di darne almeno una parte per farlo tacere. Pasquale va in furia, disse Andrea, per questa esigenza del cavallo, bestemmia, e lo bastona. L'ho veduto io coi miei occhi.
Alcuni giorni dopo questa visita alla scuderia papà Gervasio si trovò in salotto col maestro Zecchini che stava seduto sulla poltrona in aspetto malinconico, silenzioso, cogli occhi bassi, rispondendo appena alle interrogazioni con parole tronche e recise. Si mostrò sorpreso di quei laconismi, e gli domandò se qualche afflizione lo rendeva così triste e pensieroso.
--Sicuro, ho una grande afflizione, gli rispose il maestro, e si può averne per motivi meno gravi del mio. Che cosa pensereste voi se un'opinione sostenuta in tutto il corso della vita, e costantemente confermata dalla esperienza, cominciasse a mostrarvisi erronea nell'età più avanzata?
--Avete dunque da deplorare un simile disinganno?
--Pur troppo!... pur troppo!... Voi sapete benissimo che ho ripetuto sempre la stessa cosa, per un lungo corso di anni, ho sempre detto che l'uomo è un asino!
--Ebbene?...
--Ebbene, ho gran paura d'aver calunniato l'asino!...
--Ma come vi vengono questi scrupoli?
--Dall'attenta osservazione. Ho fatto un esatto studio comparativo fra il vostro domestico e il vostro somaro, e mi risulta che Martino è superiore a Pasquale in tutti i punti. L'asino è buono e Pasquale è crudele: l'asino è sobrio e Pasquale è un ghiottone; l'asino è paziente e Pasquale è violento; l'asino è onesto e Pasquale è un briccone; l'asino è pacifico e Pasquale è un accattabrighe; l'asino è utile e Pasquale è dannoso, l'asino è riconoscente e Pasquale è un ingrato....
--Queste sono tutte verità indiscutibili!
--Dunque la mia teoria è stata un errore! che ha ingannato una lunga esistenza....
--Consolatevi, forse la vostra teoria non è sbagliata quanto può sembrare a prima vista. Voi conoscete la legge delle compensazioni. Applicate questa legge al vostro caso; se vi sono degli uomini che si possono mettere senza scrupoli al di sotto degli asini, ve ne sono di quelli che bisogna metterli molto al di sopra, molto più in alto, ed è forse per questo che si chiamano uomini superiori! Ebbene le due eccezioni si compensano fra loro; e resta la grande maggioranza del genere umano, che dà perfettamente ragione alla vostra teoria.
La loro conversazione fu interrotta da un rumore della stanza vicina. Poco dopo Pasquale spalancò la porta che metteva al piano superiore, e videro entrare Andrea e Maria che portavano in un seggiolone la nonna paralitica. Il medico aveva ordinato di farla alzare dal letto, di vestirla, di trasportarla al pian terreno, ove l'aria balsamica del giardino, le avrebbe fatto del bene. E infatti essa guardava attorno con sguardo curioso, e meno triste. Pareva che la povera donna sorgesse dal sepolcro, tanto era pallida e magra, e che ritornando fra suoi diletti, rivedesse con piacere i cari volti del figlio, dei nipoti, dell'amico, e quelle pareti che le raccontavano una lunga storia di ansie e di dolori, di affanni, di lagrime, temperate appena da qualche raggio fuggitivo di gioia, da qualche bel giorno sereno fra le burrasche della vita.
Tutti le furono intorno con congratulazioni ed auguri. Essa ascoltava e mostrava di comprendere, ma non poteva rispondere che con un sorriso ed una lagrima, muoveva anche le labbra, ma la parola usciva confusa e incomprensibile. La mano paralitica era sostenuta da un fazzoletto assicurato alla spalla, l'altra che poteva muoversi la teneva appoggiata affettuosamente sulla testa di Maria, come una santa benedizione che invocasse il cielo per lei.
--Povera donna! esclamava Gervasio, asciugandosi una lagrima col dorso della mano, tanta operosità, tanta vita, ridotte in questo stato!...
--Se possiamo conservarla così, rispose Maria, tenerla con noi, consolarla ed assisterla, non abbiamo diritto di lamentarci. Quando penso che potevamo perderla per sempre, ringrazio Iddio di avercela conservata, anche in questo stato.
Pasquale che era uscito, ritornò poco dopo con una lettera.
Metilde teneva informata esattamente la famiglia, sulla salute dei suoi ammalati che andavano migliorando. La febbre e le sofferenze di Silvio erano assai più miti, egli domandava continuamente della sua famiglia lontana. Chiamava suo padre, la nonna, Maria, e li pregava di scrivere. La piccola Camilla ricominciava a zampettare, e rideva quando le facevano il bausette, ma talvolta la sua faccina si alterava tutto ad un tratto, e le uscivano dagli occhi dei lucciconi che mostravano le sue sofferenze. Saranno i vermi, il medico non sa che cosa ordinarle, ma ci dice di sperar bene. «Questa parola _sperare_, che dovrebbe consolarmi, mi fa paura, scriveva Metilde; ogni speranza ammette un dubbio, che nel mio caso è spaventoso. La povera bimba è molto esile, delicata, i suoi lamenti che non posso tradurre nè intendere mi mettono alla disperazione. Ah! se potessi indovinare che cosa domanda! le darei l'anima mia. Sento che se dovessi perderla non avrei più la forza di vivere. Se Maria potesse darmi un consiglio, aspetto ansiosamente le sue lettere.»
Maria cercava di risponderle il meno male che fosse possibile, ma questa corrispondenza le riusciva un poco imbarazzante. Tuttavia, avvezza a molti sacrifizi non osava rifiutarsi al più grande di tutti. Stava al tavolo delle ore intiere per mettere insieme una pagina tutta piena di strambotti; cancellava, tornava a provare, sostituiva uno sproposito ad un altro, poi ricopiava varie volte, e finiva sospirando, tutta rossa in viso, e colle dita sporche d'inchiostro.
Quando Metilde leggeva queste lettere a suo marito cercava di dissimulare, per quanto le era possibile, la soddisfazione che provava della inferiorità della cugina, ma un certo sorriso sarcastico svelava i suoi pensieri e attristava Silvio.
Papà Gervasio scriveva più raramente, per sollevare Maria, si limitava a far coraggio a' suoi figli, dava le notizie precise della famiglia, e basta.
Quando c'erano buone nuove, Metilde scriveva con brio, e pareva che il suo buon umore, pieno di grazia, si spandesse per la casa, come una consolazione soave. Quando il marito o la bimba peggioravano, le sue espressioni prendevano un senso così doloroso che stringevano il cuore. Aveva delle frasi nuove, originali, tutte sue, che riuscivano balsami o frecce, secondo i casi.
Quando leggevano quelle lettere, tutti stavano attenti ad ammirarle, e papà Gervasio esclamava:
--Scrive come una fata! si vede che ha ricevuto una educazione letteraria perfetta!...
--Peccato, osservava il maestro, ma proprio peccato che non sappia cuocere due uova al burro!...
Un giorno Metilde ricevette una lettera di Maria con tali errori, sconcordanze, ed equivoci burleschi, che leggendola a suo marito, senza essersi apparecchiata, non le fu possibile di frenare uno scoppio di risa argentine che parvero colpire l'ammalato come tante laminette taglienti. Essa lo vide sconvolto, si pentì subito della sua imprudenza, gliene fece mille scuse colle lagrime agli occhi, ma fu peggio di tutto. Egli chiuse in sè stesso quella dolorosa impressione, ma sulla sera fu ripreso dai brividi della febbre con acute sofferenze d'intestini.
Il medico alla cura, fortemente impressionato dalla impreveduta recrudescenza della malattia, volle udire nuovamente l'opinione del dottore Pellegrini, il quale comparve per la seconda volta al letto dell'infermo.
Il medico alla cura chiese alla signora che cosa aveva mangiato suo marito.
--Un semplice brodo con un tuorlo d'uovo, essa rispose.
--Nemmeno se fosse stato un uovo di serpente! esclamò il medico, e volle sapere che cosa avesse bevuto.
--La solita acqua di limone allungata.
--Ha preso aria? Hanno aperte le finestre!
--Mai! mai, mai....
Intanto il dottor Pellegrini taceva. Seduto in fianco al letto colla mano al polso dell'ammalato, cogli occhi intenti nel volto di lui, lo andava guardando con profonda attenzione, come volesse scrutarne i pensieri. Quando il medico alla cura ebbe finito il suo esame, il medico consulente cominciò colla interrogazione seguente:
--Chi è venuto oggi a trovarlo?...
--Nessuno affatto... rispose Metilde.
--La signora, o la domestica gli avranno data qualche notizia?...
--Gli ho letto una lettera della famiglia
--Ah!... fece il dottor Pellegrini, poi rivolto al collega gli disse: Ecco il motore!... ecco l'agente! e rivolto alla signora gli domandò:
--Erano forse notizie attristanti?...
--Tutt'altro.... erano buone notizie.... tutti stanno un po' meglio.