La famiglia Bonifazio; racconto

Part 14

Chapter 143,731 wordsPublic domain

Siccome Silvio gli aveva domandato un sussidio straordinario, perchè si trovava senza quattrini, essendosi sbilanciato per le spese d'impianto, papà Gervasio voleva rispondergli:--che cosa vuoi che ti rubino se sei sempre senza soldi?--ma temendo di offendere la nuora e di mettersi sopra un terreno pericoloso, si tacque, preferì di continuare il discorso, e disse:

--Se volete che venga qualche volta a trovarvi abbiate pietà del mio povero stomaco e dei miei intestini. Procurate d'istruirvi in quello che non sapete, ingegnatevi, imparate, chi non sa fare non sa comandare. Scommetto che avete dei romanzi, e delle poesie, e che vi manca un libro di cucina, il libro più utile della casa!...

Aveva indovinato giusto, e tutti si misero a ridere di buon cuore.

--Aggiungete un'altra considerazione, continuò; se il non saper fare la cucina produce il malanno di mangiar male, il non sorvegliarla riesce ancora più dannoso. I padroni che non guardano mai nelle pentole, che non stanno in guardia contro la noncuranza o la sguaiataggine delle persone di servizio, non possono immaginarsi tutto quello che inghiottono: polvere, nero fumo, sabbia, verderame, muffe e corpuscoli d'ogni sorte, aggiungete il concime e i vermi che si trovano negli erbaggi. Questa insipienza di molti produce sovente dei terribili risultati, dei fermenti che guastano lo stomaco, dei dolori misteriosi, la cancrena e la morte!...

I due giovani lo guardavano cogli occhi spalancati, pieni di ribrezzo.

Dopo il caffè, papà Gervasio scomparve. Lo cercarono invano in tutte le camere; egli non era avvezzo ad uscir di casa al dopo pranzo, e restava coi suoi figli fino all'ora della partenza. Temettero che fosse indisposto, e furono inquieti.

--Si sarà dimenticato qualche piccola spesa, osservò Metilde; e si mise ad aspettarlo alla finestra. Silvio le tenne compagnia fumando il sigaro, guardando da lontano per non vedere le mostre del pizzicagnolo e del beccaio.

Dopo una buona mezz'ora ecco papà Gervasio che spunta sull'angolo della via che mette alla piazza. Vedendo i figli alla finestra si mise a sorridere, alzando in aria un involto, con aria trionfale.

Quel buon padre era andato a far l'acquisto del miglior libro di cucina che si trovasse in commercio. Entrò nel salotto dicendo:

--L'ho trovato! e ve lo dono. È il più bel regalo che un padre possa fare... ai figli che mangiano male.

Lo andava scartabellando con vera soddisfazione, ne scorse l'indice delle materie e trovata la pagina che cercava, cominciò a leggere ad alta voce:

«Dopo d'aver legato il cappone si deve metterlo in una pentola dove si trovi in ristretto. Aggiungete acqua, carote, una cipolla con due chiodetti di garofano, una foglia di lauro, sale, e pepe in grano. Due buone ore di cottura a fuoco dolce.»

--Chiamatemi la Betta, che venga qui colla pentola nella quale ha fatto bollire il cappone.

La Betta comparve tutta confusa, portando in mano una marmitta di ghisa smaltata; era il corpo del delitto.

--È questa la marmitta dove avete fatto cuocere il cappone?

--Signor sì.

--Ebbene in quella marmitta ce ne stanno tre comodamente, era piena d'acqua?

--Signor sì.

--Ebbene quell'acqua era bastante per tre. Che cosa avete messo in quella laguna?

--Ho messo il cappone.

--E poi?

--Ho messo del sale.

--E poi?

--Non ho messo altro.

--Mancava dunque una cipolla, i chiodetti di garofano, le carote, il lauro ed il pepe. E quanto ha bollito?

--Ha bollito tre ore.

--Misericordia!!... ma questa è la cucina delle bettole, delle prigioni, e del seminario!

Papà Gervasio voltò le spalle alla Betta, e rivolto a suo figlio gli disse:

--Brillat-Savarin nel suo classico trattato sulla _Fisiologia del gusto_ mette fuori questa giusta sentenza: «_Dimmi che cosa mangi e ti dirò chi sei_.» Adesso che vedo come mangi io ti dico: Tu non sei un avvocato ma un galeotto, tu non sei un uomo libero, ma un seminarista!... Prendi questo libro di cucina, leggilo attentamente, consiglia tua moglie a impararlo a memoria, e se per disgrazia la vostra casa andasse in fiamme, lascia bruciare i tuoi codici, ma salva il libro di cucina. È un libro positivo, ma che non esclude una certa poesia e prosa preferibile a molti versi. Il codice civile è buono per gli accattabrighe, per chi vuol far debiti senza pagarli; il codice penale mostra ai bricconi come si possa rubare senza andare in galera; ma il codice della cucina insegna a conservare la salute dei galantuomini, e questo val meglio di tutto. Compera anche il volume di Brillat-Savarin e meditatelo seriamente.

Papà Gervasio si era animato parlando, non aveva più riguardi, usciva dai gangheri; Metilde torceva il muso e s'attribuiva la predica:

«Se la cucina val meglio di tutto, essa pensava dentro di sè, vuol dire che mio suocero mi considera come buona da nulla, ma la mia educazione non mi permette di scendere tanto basso, ed io resterò sempre al mio posto.»

Oramai il pregiudizio morboso, che le faceva credere una volgarità ciò che è un sacro dovere, aveva messe le radici del tumore maligno, che il migliore chirurgo non può estirpare senza arrischiare la vita del malato.

XV.

Bisognava che Silvio si rassegnasse al destino per conservare la pace, egli vedeva chiaramente l'assoluta impossibilità di combattere le idee della moglie e della suocera, e prese l'eroica determinazione di seguire per suo conto i consigli paterni. Comperò e lesse con somma attenzione il libro sapiente e brioso di Brillat-Savarin, e avendovi trovato diletto si convinse che la sua ripugnanza per le operazioni gastronomiche, non era in fondo che un pretto pregiudizio senza fondamento. Se l'occuparsi della cucina fosse una vergogna o un disonore, il soldato non si farebbe da pranzo.

E andava ripetendosi le massime del maestro che aveva studiato:

«Che cosa sarebbe l'universo senza la vita? e tutto ciò che vive si nutre.»

«Gli animali si pascono, l'uomo mangia, il solo uomo di spirito sa mangiare.»

«Il destino delle nazioni dipende dalla maniera che si nutriscono.»

«Il Creatore obbligando l'uomo a mangiare per vivere, lo invita coll'appetito e lo ricompensa col piacere.»

«La scoperta d'un nuovo cibo è più vantaggiosa alla felicità del genere umano della scoperta d'una stella.»

«Colui che ricevendo i suoi amici non dà nessuna cura personale al pranzo che viene preparato per loro, non è degno di avere degli amici.»

Dunque necessità, dignità, spirito, riconoscenza, politica, filantropia, ospitalità, tutto esige che i padroni di casa s'intendano di cucina.

Di qua non si sfugge!... senza ritornare selvaggi.

Cominciò le più serie meditazioni sul libro di cucina, e qualche modesto tentativo riuscito abbastanza bene lo animò a proseguire la prova. E quando ritornava dallo studio entrava in cucina, ordinava i preparativi alla Betta e poi sorvegliava la cottura. Metilde mangiava con grande appetito i piattelli allestiti dal marito, e gliene faceva degli elogi che lo incoraggiavano sempre più a perfezionarsi in quest'arte benefica.

Lo stomaco soddisfatto produce il buon umore, il quale mantiene la concordia, e la piccola famigliuola si trovava benissimo della riforma. Silvio ci prendeva gusto, cercava di far conoscenza con buoni cuochi, andava a vederli al fornello, domandava informazioni, suggerimenti, consigli, s'indirizzava ai parenti ed agli amici per ottenere delle ricette di piatti squisiti. Scrisse una lunga lettera a suo cugino di Brianza pregandolo di mandargli una informazione precisa sul modo di fare il risotto alla milanese e i maccheroni al sugo. Nelle lettere alla nonna non parlava d'altro che di cucina, la pregava d'insegnargli a fare i ravioli, i gnocchi, e la torta di lasagne.

Quando l'avvocato Ruggeri era chiamato fuori di Venezia per qualche affare, Metilde invitava a pranzo la mamma, dicendogli:

--Vieni, e mangerai bene, adesso Silvio se ne intende, e ti farà gustare un pranzetto delizioso;--e poi s'indirizzava al marito:--Ti raccomando quella fritturetta che sai; il pollo in fricassea, e la _charlotte_.

--Basta che siate esatte per le sei in punto. Tutto sarà pronto.

Alla solita ora del passeggio, le signore andavano a spasso nei più eleganti abbigliamenti, e il giovane avvocato, corrispondente di parecchi giornali nazionali e stranieri, deponeva la penna, e rientrava in casa prima del solito. Egli aveva capito che non poteva fidarsi della Betta nemmeno nelle cose secondarie, e preferiva di far tutto da sè. Si metteva in maniche di camicia, cingeva il grembiale, si avvolgeva in testa un fazzoletto per preservarsi i capelli dalla cenere e dalle faville. Puliva il tavolo con un cencio, gettava il carbone nei fornelli, e agitava la ventola per apparecchiarsi il fuoco necessario. Poi andava alla moscaiuola, prendeva le carni, le poneva sul ceppo, le tagliava e apparecchiava regolarmente, con tutte le cure e tutti gl'ingredienti indicati; prendeva la mezzaluna, faceva il battuto di cipolla, prezzemolo e presciutto, e lardellava lo stufato. Dopo ammannite le vivande e infilzati i polli allo spiedo approntava il girarrosto, e sorvegliava con occhio vigilante tutte le cotture. Le varie esalazioni della cucina spandevano intorno un odore eccitante; e tutte quelle voci sommesse o sonore che uscivano dai diversi recipienti, tutte le note basse od acute dell'ambiente armonizzavano fra loro e formavano una sinfonia gastronomica strana. Il crepitare del fuoco accompagnava come un pertichino il gorgogliare dell'acqua bollente nella marmitta; il friggere della cazzeruola, il grillettare dei tartufi nell'olio e lo scoppiettio pizzicato della legna si associavano al suono monotono del coltello che batteva sul tagliere, e ai colpi del pestello nel mortaio, e di tratto in tratto si udiva il ritornello della soneria del menarrosto che indicava la fermata.

Le signore rientravano all'ora fissata; mettevano timidamente la testa entro la porta della cucina, ma scappavano via subito spaventate dagli odori. Silvio si avanzava per avvertirle che tutto era pronto, faceva il saluto militare colla mestola, e si metteva a passare il brodo dallo staccio per la minestra.

Venuto il carnevale, la nonna annunziò il desiderio di Maria di passare qualche giorno a Venezia con suo marito.

Silvio si mostrò poco lieto della notizia, e studiava dei pretesti per non alloggiare i cugini, ma Metilde gli fece comprendere la impossibilità di lasciarli andare all'albergo, e lo obbligò a rispondere che tutto era pronto per riceverli, e che tanto lui che sua moglie avrebbero un gran piacere a vederli.

Al giorno fissato Silvio andò a riceverli alla stazione, e caricarono una gondola coi cesti e le sporte dei regali e il loro bagaglio. Arrivati a casa abbracciarono cordialmente Metilde, e dopo scambiati i saluti e le solite domande, presentarono gli oggetti portati in dono. Un enorme coniglio Ariete, allevato da Maria, otto beccaccie uccise da Andrea, il burro fresco e le uova, dei cavoli enormi, dei bei mazzi di cicoria rossa trivigiana, delle frutta e dell'uva perfettamente conservate, e delle confetture d'albicocco e di ciliegio.

Tutte queste cose deposte sul tavolo facevano bella mostra, e furono accolte con ringraziamenti ed applausi. Ma c'era un imbarazzo. Silvio non aveva mai fatto cuocere un coniglio, e non sapeva come ammannirlo.

--Si può farlo arrosto, colla salsa alla cacciatora, come il lepre, disse Maria, o alla _gibelotte_ alla francese.

--Non conosco nè questa salsa nè la _gibelotte_, osservò Silvio in aria compunta.

--Farò tutto io, a vostra scelta, soggiunse la cugina, sarà un vero piacere per me, di trovarmi in famiglia senza complimenti.

--Ma credi mai che acconsentiremo ad una cosa simile, esclamò Metilde; ma nemmeno per sogno! siete venuti per divertirvi, e non dovete pensare ad altro....

--C'è il suo tempo per ogni cosa, osservò Maria, e se non mi lasciate fare è segno che volete farmi partire più presto.

--Lasciala fare come le piace, disse Silvio a sua moglie, e poi rivolto alla cugina, soggiunse:--Ti aiuterò io in cucina, e vedrai che sono un guattero distinto....

--Queste non sono faccende per gli uomini, disse Maria, e meno ancora per gli avvocati; a ciascuno la sua parte; se avessi bisogno di assistenza avrei ricorso a Metilde....

--Oh cara Maria, rispose subito Metilde, tutta confusa, io non sono buona da niente.... non saprei nemmeno soffiare nel fuoco....

--Allora farò da me sola, conchiuse la cugina, e cambiarono discorso.

Maria e Andrea furono condotti nella loro stanza, e mentre si spolveravano, e aprivano il bagaglio, Metilde afferrò il marito per un lembo dell'abito e lo trascinò nel salotto.

--Per carità, gli disse, non mischiarti in cose di cucina fino che i cugini sono qui. Hai udito che cosa ne pensa Maria!... tu mi faresti un gran torto lasciandole vedere che sei avvezzo ad occuparti di queste brighe....

--Ma se le hai detto tu stessa che non te ne intendi!...

--Sta bene, ma tu devi fingere di saperne meno di me....

--Sarà difficile.

--Vuoi dunque farmi vergognare davanti di loro?...

--Ma non ti rammenti che ho scritto varie lettere alla nonna per avere delle ricette di pietanze?

--Ma le ricette potevano esser per me....

--E il papà non ha veduto che non vuoi saperne?...

--Come non voglio saperne?... dunque ti penti di non aver sposato una cuoca?...

Silvio per finirla le diede un bacio sulla fronte, e le rispose:

--Tu pure non hai sposato un cuoco.... ed io lo faccio per necessità, e per la nostra salute....

Udirono un rumore di passi che annunziava il ritorno degli ospiti.

--Ti prego, per carità, non tradirmi! gli disse in fretta Metilde, e con uno sguardo così supplichevole che Silvio, per tranquillarla, le rispose:--Non aver paura, ti dò la mia parola; sta tranquilla.

Fecero colazione, poi uscirono insieme tutti e quattro per fare un giro per Venezia.

Quel primo giorno non permisero a Maria di occuparsi di cucina, e Silvio non abbandonò mai i suoi ospiti. Il pranzo lo fecero venire dalla trattoria; ma la Betta incaricata di tener calde le vivande, le servì in parte fredde, e in parte abbruciate.

Cercarono di giustificarla alla meno peggio, ma Silvio soffriva in silenzio per amore dell'arte che aveva cominciato a coltivare, e non poteva a meno di lamentarsi.

--Domani farò io, disse Maria, e mangeremo il coniglio.

Ciascuno riprese le sue abitudini, con qualche modificazione indicata dalle convenienze. Andrea girovagava tutto il giorno. Metilde conduceva Maria a visitare le chiese e i monumenti; le faceva vedere le mostre dei negozi, e specialmente quelle dei merciai e delle modiste. Quando rientravano, Maria si cambiava di vestito e andava in cucina a fare il pranzo. Metilde riceveva qualche visita, e suonava il pianoforte. La Betta correva su e giù per servire le signore, quando avevano bisogno di lei. Silvio attendeva ai suoi atti giudiziari, ed alle corrispondenze dei giornali; sollevato dell'obbligo della cucina avrebbe potuto lavorare più lungamente allo studio, ma voleva godersi un po' di vacanza, e andava a fumare il sigaro a Santa Marta o alla Zuecca. La signora Emilia si lasciava vedere di raro, perchè sapeva che sua figlia non era libera, e che andavano ogni sera al teatro.

Silvio, per dovere d'ospitalità, cercò di mostrarsi sempre cortese per Andrea, gli evitò l'occasione di trovarsi con persone che avrebbero potuto farlo arrossire della sua goffaggine. Metilde si prestò, con amichevole confidenza, a togliere i difetti più rimarchevoli dell'abbigliamento di Maria; la Betta fu molto occupata a disfare delle pieghe assurde, a rifarle in modo più corretto, a cambiar di posto certi nastri, a rifarne i nodi, o a sopprimerli addirittura. Fu chiamata una modista che sostituì un cappellino semplice e ammodo, a un certo cappello sopracarico di fiori a pennacchi che avea acquistato a Treviso.

Comperarono un paletò di foggia recente che sostituì la tunica di vecchia data; così Maria facea buona figura, e la elegante cugina poteva accompagnarla, senza timore che la strana disuguaglianza della coppia facesse ridere la gente.

Frequentando i passeggi, i teatri e gli altri spettacoli, schivarono di ricevere in casa certe visite di signore schizzinose che non avrebbero saputo nascondere l'impressione impreveduta di certi strambotti che sfuggivano a Maria nel suo dialogo, di alcune pose, e di certe mosse troppo ardite della persona che tradivano la mancanza di buone abitudini sociali.

La trasformazione esterna di Maria attirò l'ammirazione di Silvio che si sentiva attratto verso di lei da una forza arcana, come il ferro verso la calamita, che egli voleva dissimulare, alla quale si sforzava di resistere, animato dal dovere, dal rispetto, dall'onestà, e che riusciva a dominare ed a vincere, ma dopo una lotta pertinace, e una rivolta del cuore, dove sentiva ancora un antico fuoco che covava sotto la cenere.

Ma queste lotte dell'istinto brutale col dovere dell'uomo onesto, della natura colla ragione, mettevano in burrasca il suo povero cervello, lo torturavano con pensieri sconvolti e riflessioni strambe sulle leggi e sui costumi del mondo civile. Gli pareva di poter amare due donne in una volta, senza pregiudizio di nessuna, la poligamia gli sembrava una legge di natura, la monogamia un errore sociale; e concludeva che il diritto della monogamia impone alla donna un dovere inesorabile, quello di essere completa, di soddisfare ai bisogni ideali e ai bisogni materiali dell'esistenza, di accoppiare la coltura sociale alla istruzione domestica, di saper scrivere bene una lettera e lisciarsi la pelle come un'odalisca, di saper suonare un notturno, e cuocere un pollo. Fino che abbisognano varie donne ai diversi uffici, se la monogamia sarà una legge civile, la poligamia continuerà ad essere un'abitudine comune, un uso od un abuso della nostra vita sociale!

--Silvio!...--gli chiedeva sua moglie,--perchè sei così pensieroso?... dopo l'arrivo di Maria non mi sembri più quello di prima!... non mi ami più?... La presenza di tua cugina ti ricorda il primo amore, che mi dicevi spento e dimenticato!... dopo che io mi sono prestata ad abbellirla, tu saresti capace di compensare la mia abnegazione col tradimento!... La guardi lungamente in silenzio.... se le parli, ti confondi... e così mi rendi infelice!...--e si metteva a piangere e a singhiozzare, con pericolo d'essere udita nella stanza vicina degli ospiti.

Il marito protestava altamente, cercava di consolarla, le diceva che quelli erano sogni, visioni d'una mente ammalata, la assicurava che egli non amava più Maria; che se l'avesse amata, quelle sue maniere, quei suoi spropositi gli avrebbero prodotto l'effetto d'una doccia gelata. Si animava troppo parlando, passava rapidamente dalla dolcezza alla collera, voleva convincerla con delle carezze e riusciva sdegnoso, non giungeva mai ad ispirarle fiducia, e passavano una parte della notte a far delle scene o delle querele; alla mattina erano pallidi e sfiniti, e Silvio che voleva mostrarsi indifferente, pareva dispettoso, e appariva più imbarazzato di prima nei suoi dialoghi colla cugina.

Così finirono il carnevale, e finalmente la quaresima venne a togliere l'incubo che li opprimeva; i cugini lasciarono Venezia, e l'ordine fu ristabilito nella piccola famiglia, ove Metilde liberata dalla vista di Maria, distratta dalla compagnia di sua madre, si mostrò meno gelosa e più tollerante col marito, il quale aveva ripreso tranquillamente le sue funzioni suppletorie dei fornelli, e viveva occupatissimo nel triplice incarico di avvocato, di giornalista e di cuoco, lavorando assiduamente colla penna e colla mestola, fra le rifritture del foro, i pasticci della politica, e i processi della cucina.

XVI.

Un fortunato avvenimento venne a rompere la monotonia della loro esistenza. Una gradita rivelazione annunziò a Metilde lo gioie della maternità. La buona notizia corse le poste, portò la contentezza a papà Gervasio ed alla nonna; destò l'invidia dei cugini, attirò le congratulazioni cordiali dei parenti di Brianza, e di tutti gli amici di casa.

La signora Emilia stese subito una lunga lista di tutti gli oggetti indispensabili al futuro rampollo dei Bonifazio, e la mise sotto gli occhi del genero che ne restò sbalordito. E la suocera previdente tornò da capo a fare le solite peregrinazioni ai negozi, per esaminare, discutere, e consigliare gli acquisti più opportuni alla figlia. E intanto che lo due signore continuavano a girare per le botteghe, a casa piovevano i pacchi, le scatole, gli involti spediti dai negozianti, colla polizza relativa.

La Betta lavorava tutto il giorno ad approntare fascie, bende, gonnellini, bavagli, camicine, e berrettini. Silvio fra la gioia di diventar padre, e lo spavento di non riuscire a pagarne tutte le spese, perdeva la testa. Moltiplicava le corrispondenze ai giornali, per accrescere i suoi guadagni, quando mancavano le notizie le inventava, e i lettori dei giornali nei quali scriveva erano avvertiti d'ogni minimo avvenimento, colla giunta di riflessioni, commenti, supposizioni e predizioni spaventose, che mettevano in pensiero i droghieri, e tutto questo per apparecchiare un corredo conveniente all'erede presuntivo.... dei suoi debiti probabili.

E a forza di scrivere nei giornali d'opposizione, con un pessimismo comandato, con l'obbligo di trovar tutto male, lamentando continuamente la mancanza degli uomini che sapessero governare, aveva finito per persuadersi ch'egli sarebbe riuscito colla più accurata educazione del figlio a farne l'uomo aspettato, quello che avrebbe guidate le future generazioni alla gloria, alla prosperità, alla potenza.

Gli pareva di sentire un'intuizione che lo ammonisse d'un grande avvenire per la sua famiglia, e cercava attentamente sul lunario un nome che corrispondesse alle sue idee, e che fosse di buon augurio. Il nome di suo padre gli metteva un brivido, un grand'uomo non poteva chiamarsi Gervasio. Annibale il nome del suocero gli pareva troppo classico, gli richiamava alla memoria la noia delle traduzioni scolastiche. Andava enumerando con sua moglie tutte le illustrazioni della patria, ma trovava sempre degli ostacoli per adottare que' nomi. Vittorio era troppo guerresco, Giuseppe troppo comune, Massimo troppo pretendente, Urbano troppo modesto....

--E Camillo? gli chiese Metilde, non ti pare un bel nome!...

--Camillo!... è bello davvero! bravissima, l'hai trovato, nostro figlio si chiamerà Camillo.

Un mese dopo di questa deliberazione, la signora Metilde metteva al mondo una bambina, che la puerpera voleva battezzare col nome di Emilia. Silvio si oppose, col pretesto che non voleva far torto a nessuna delle nonne, e quindi le escludeva entrambe; ma in fondo egli pensava che una sola Emilia in casa gli bastava, ed era anche troppo, e soggiunse:

--Se invece d'un maschio c'è nata una femmina, ciò vuol dire evidentemente che l'Italia ha più bisogno d'una donna che d'un uomo, mio padre me l'aveva già detto, ed è stato profeta. Si chiamerà Camilla, e se Camillo ha tanto contribuito a fare l'Italia, Camilla farà gl'Italiani... secondo la formula di Massimo d'Azeglio. Ne faremo una donna completa... secondo i diritti dell'uomo che aspira a conservarsi monogamo, dentro e fuori della legge.

Metilde non capiva niente di questi discorsi strampalati, e non aveva la forza di domandare spiegazioni. Pallida, affranta nel suo letto ornato di pizzi, volgeva lo sguardo alla cuna, ove riposava la bimba, e la contemplava con affettuosa compiacenza.

Nel lungo puerperio non riusciva a riacquistare le forze, l'allattamento la immagriva, il medico raccomandava ogni riguardo, e di risparmiarle la benchè minima fatica, e il più semplice disagio.