La famiglia Bonifazio; racconto

Part 10

Chapter 103,702 wordsPublic domain

--Dovete convenire che la vostra teoria pessimista non è applicabile a mio figlio, e fregandosi le mani aggiungeva: non tutti gli uomini sono asini, caro maestro.

--Dipende.... gli rispondeva seriamente l'amico.

--Come dipende?... da che cosa dipende?...

--Dipende dal punto di vista dal quale partono le osservazioni....

--Come sarebbe a dire?

--Ogni cosa ha la sua luce e le sue ombre. Voi vedete vostro figlio dalla parte della luce, e vi presenta un bell'aspetto; se lo guardaste dall'altra parte, forse l'effetto sarebbe diverso.

--Ciò vuol dire in poche parole che non credete ai meriti di mio figlio.

--Parlo in generale. Credo poco a tutte le apparenze. La società impone ad ogni uomo una veste morale che nasconde la sua natura. Per conoscere a fondo un individuo bisogna esaminarlo come si fa coi coscritti.

--E come si spoglia un uomo dalla sua veste morale?

--È molto difficile, se non impossibile. L'unico partito per giudicare un uomo con probabilità di giustizia, è quello di aspettare che sia morto. Allora sulla tavola anatomica si spoglia il cadavere, si può fargli la sezione, si scoprono tutte le macchie e tutti i malanni nascosti. Sapete che pochissimi uomini muoiono di morte naturale, la maggior parte perisce per qualche.... asinaggine. Dunque aspettiamo a giudicare gli uomini dopo la morte.

--Caro maestro, conchiuse Gervasio, desidero di potervi giudicare più tardi che sia possibile.

--Grazie tante, caro Gervasio.

Nella primavera del secondo anno Silvio ricevette una lettera della nonna, la quale gli annunziava che suo padre era a letto da qualche giorno, essendosi aggravate le sue sofferenze intestinali.

Corse subito alla villa. La malattia non presentava alcun pericolo, ma vedendo che la sua visita era riuscita molto gradita a suo padre, egli decise di fermarsi qualche giorno in famiglia.

La campagna gli pareva un altro mondo dopo il soggiorno prolungato di Venezia. Dai palazzi di marmo che si specchiano nell'acqua agli alberi del parco, dalla laguna solcata di barche ai campi arati dai buoi, dall'orizzonte infinito della marina al prospetto dei monti, la scena era intieramente cambiata, e tutto si presentava ai suoi sguardi con proporzioni diverse, e con aspetto modificato da quello d'altro tempo. È il solito effetto dei confronti. Chi visita Parigi per la prima volta resta sorpreso dell'ampiezza e del movimento delle strade, della larghezza della Senna, e dei ponti. Ma se ritorna a Parigi da Londra la città gli sembra più piccola e meno popolosa; le strade diritte, i parchi grandiosi, i bastimenti che passano sotto i ponti del Tamigi, diminuiscono le proporzioni dei _boulevards_ e fanno gran torto alla Senna. Tornando da Venezia dopo un lungo soggiorno e fermandosi in una città di terraferma si subisce lo stesso effetto, tanto quella città singolare non somiglia a nessun altro paese.

Silvio trovava la sua casa più piccola, le stanze più basse e anguste, i mobili vecchi e di cattivo gusto, le battaglie di Napoleone ridicole, i ritratti dell'imperatore e dei suoi generali manierati come tante teste di legno, il parco troppo trascurato.

E la bella Maria?... oh povera Maria, quale sorpresa!...

Come pettinava goffamente quei capelli abbondanti! come vestiva senza garbo!... e quelle mani rosse e quei piedi così grandi e mal calzati, e quell'aspetto impacciato, e quella voce ingrata, e quei movimenti sguaiati, e quelle espressioni volgari!...

Essa accolse il cugino con una lagrima nel sorriso, la bocca affettuosa, gli occhi ridenti, ogni lineamento del suo viso indicava una gioia mista di commozione trepidante.

--Dopo tanto tempo!... e forse per così poco!...

E lo osservava con muta sorpresa perchè le pareva più serio, più elegante, più disinvolto, e non osava interrogarlo, ma pure tradiva la curiosità collo sguardo.

La nonna era invecchiata assai, bianca, deperita, s'incurvava sempre più sotto il peso degli anni, le scemavano le forze.

Maria, la sua brava allieva, faceva tutto da vera padrona di casa. Papà Gervasio vedendo che sua madre non era più in caso di sostenere la fatica, non voleva essere assistito che dalla nipote, era la sua cara suora di carità, e gli faceva anche da segretario, da cuoca, e da cassiera. Ed essa dalla mattina per tempo fino a notte inoltrata, saliva e scendeva rapidamente le scale, sempre d'ottimo umore e di buona volontà. Col suo mazzo di chiavi appeso alla cintura del grembiale bianco di bucato, correva qua e là, a somministrare l'occorrente a tutti, a dare gli ordini, ad eseguire colle sue mani le cose più delicate; il brodo ristretto pel povero ammalato, le minestrine leggiere per la nonna.

Tutti la invocavano da ogni parte, chi domandava la panna per fare il butirro, chi voleva la crusca per le mucche, chi l'avena pel cavallo. Un affittuale veniva a fare un pagamento, un altro a domandare una sovvenzione, essa riceveva, pagava, notava, dava delle disposizioni opportune, e dei buoni consigli.

Gli ammalati mandavano a chiedere un decotto, i poveri la supplicavano d'un soccorso, ed essa soddisfaceva tutti con bontà, e aveva sempre in saccoccia un crostino per Falcone, un pezzetto di zucchero per Argo, qualche seme di popone pei canarini. Uomini e bestie tutti le volevano bene.

La nonna e Silvio in fianco al letto del malato gli facevano compagnia, e il giovinotto osservava attentamente le delicate attenzioni di Maria per suo padre, il quale lodava la nipote per tutte le sue buone qualità.

--Se tu sapessi come è buona, la mia Maria, gli diceva il padre, come è brava, previdente, solerte, peccato che non abbia avuto una bella educazione.... la poveretta sa appena leggere e scrivere, e fare un conto, ma non ha più un minuto di tempo per coltivarsi....

--Ne sa più di quanto basta per diventare un'ottima madre di famiglia, brontolava la nonna, e per rendere felice l'uomo che sarà suo marito.

Osservandola minutamente, nei momenti che essa non poteva vederlo, Silvio si persuadeva che Maria era belloccia, buona, intelligente, operosa, ma non poteva dissimularsi che era incompleta, le mancava l'istruzione indispensabile a chi deve vivere in società, e quell'arte elegante che insegna alla donna a far valere i suoi pregi, o a nascondere e sostituire le sue mancanze, mercè gli indumenti esterni, e le cure speciali della persona. Una bella statua mal vestita fa più triste figura d'una marionetta uscita dalle mani esperte d'una modista eccellente; e qualche volta una prima impressione è decisiva per l'esistenza.

È vero che quando ad un rapido sguardo succede un esame più coscienzioso, si finisce a discernere le apparenze dalla realtà, e il commercio della vita scopre tutti i segreti, e rivela tanto i vizii dissimulati che i pregi nascosti fra i quali primeggiano quelli dell'anima. E infatti era impossibile di vivere lungamente accanto a Maria senza volerle bene, e senza trovarla bella, perchè la bontà s'irradia sul volto e lo abbellisce meglio dell'arte più raffinata.

Gli occhi ridenti e soavi di Maria penetravano insensibilmente nel cuore di Silvio già predisposto da quella simpatia che era nata nella intimità degli anni giovanili, e che si ridestava nelle abitudini della convivenza. Ma forse quell'affezione nascente si sarebbe assopita, o trasformata in amicizia, senza il soffio dell'invidia che nell'animo acceso del cugino, produceva l'effetto del mantice davanti il fuoco. Gli faceva rabbia quel sornione d'Andrea che continuava ad aspirare copertamente all'amore di Maria, dissimulando quanto poteva le sue tendenze, perchè sentiva di non essere corrisposto nè inteso, e non voleva accrescere le difficoltà dell'impresa, nè comprometterne il risultato, con intempestive dichiarazioni che lo esponessero ad essere allontanato dalla famiglia. Ma Silvio, memore del passato, e d'indole perspicace, non ebbe bisogno che d'una occhiata per accorgersi che l'amico di casa perseverava pazientemente nelle sue idee, le dissimulava con prudente astuzia, aspettando il momento opportuno per farsi avanti, con qualche probabilità di successo.

Il giovane Bonifazio non poteva soffrire la ruvida natura di quel gaglioffo, gli pareva che la pretesa di farsi rimarcare da Maria fosse quasi una sfida verso di lui, lo trovava stupido e audace, e quei sentimenti gelosi gli rivelavano l'amore per la cugina, e l'odio per Andrea.

A costui parve che Silvio volesse leggergli in fronte i pensieri, e guardava in cagnesco il giovinotto elegante, che contrariava la sua inclinazione. Parlavano di raro fra loro; Silvio gl'indirizzava la parola con sprezzante alterigia, Andrea gli rispondeva poche parole, cogli occhi torbidi, e i lineamenti contratti.

Parlando colla nonna e con suo padre, Silvio pronunziò qualche parola sprezzante all'indirizzo d'Andrea, ma si sentì confutare, con sommo rammarico. Pareva anzi che il loro affetto per Pigna fosse cresciuto, e mostravano di crederlo degno di stima e di amicizia. Maria lo difendeva sempre colla più ingenua semplicità, e raccontava al cugino tutti i piccoli servigi che quel giovane rendeva alla famiglia, prestandosi cortesemente in tante brighe noiose. Essi lo impiegavano continuamente dentro e fuori di casa. Oltre l'assistenza che dava allo zio nelle cure delle serre e dei fiori, egli faceva acquisti e vendite per conto loro, sorvegliava i coloni e i domestici.

Quest'ultima rivelazione illuminò lo spirito di Silvio, come un lampo. Se costui sorveglia i domestici, egli pensò, deve essere in uggia a Pasquale, che non vorrebbe essere sorvegliato; ecco dunque un alleato. Saprò qualche cosa da lui sul conto di Andrea, e potrò servirmene all'uopo. Silvio andò in scuderia a visitare Falcone al momento della strigliatura, disse qualche parola benevola al domestico per amicarselo, e cominciò a chiedergli conto di alcune persone che frequentavano la casa, per finire, con apparente indifferenza, a domandargli d'Andrea.

Quel scimmiotto di Pasquale parlava del giovane come di un orso. Era evidente che l'orso e lo scimmiotto sentivano una ripulsione reciproca e si evitavano. Lo scimmiotto accusava l'orso di essere avaro: perchè non gli dava mai un soldo di mancia; d'essere traditore: perchè svelava ai padroni i suoi istinti rapaci; d'essere una spia: perchè sapendolo sciocco e rapace lo teneva d'occhio affinchè non danneggiasse la famiglia amica, verso la quale aveva delle obbligazioni e dei doveri.

Anche dal maestro Zecchini non potè saperne di più. Secondo il maestro, Andrea era uno degli innumerabili asini usciti dalla sua scuola, nel lungo esercizio delle sue funzioni dalle quali si era finalmente ritirato, lasciando il mondo, poco su poco giù, come lo aveva trovato alla prima lezione.

--E credo fermamente, egli diceva, che gli uomini saranno sempre gli stessi. Chi vive contento di tutto e di tutti, chi non è mai contento di niente e di nessuno.

--Eppure, gli osservava Silvio, siete vissuto in epoche affatto diverse, e in tempi burrascosi, siete passato dalla schiavitù all'indipendenza, dal regime dispotico alla libertà, e anche gli uomini avranno mutato le loro tendenze, i loro vizii, le loro virtù....

--Niente affatto! gli uomini sono sempre gli stessi. Tanto all'epoca del dispotismo straniero quanto col regime della libertà si trovano i contenti e i malcontenti; adesso, come nella mia gioventù, ci sono società segrete e congiure, allora si voleva scacciare il governo austriaco, adesso si vorrebbe rovesciare la monarchia; più tardi si tenterà di mandare a rotoli la repubblica. Si ottennero delle cose che parevano impossibili, adesso se ne domandano delle altre che paiono utopie. Ma l'impossibile e l'utopia sono parole senza significato. Tutto è possibile a questo mondo!.... ma niente è perfetto. Quando c'erano i Tedeschi avevamo il vino in abbondanza e a buon mercato, ma non si poteva star allegri sotto la minaccia costante del carcere e della forca. Adesso che siamo liberi, si potrebbe stare allegri, ma non abbiamo più vino. Dispotismo o filossera, Austriaci o peronospora, c'è sempre qualche cosa che contrista la nostra esistenza! Adesso non c'è più pericolo d'andare in berlina, i galantuomini non sono più condannati al carcere ed all'esilio, ma i contadini devono esiliarsi spontaneamente, ed emigrare in America perchè la terra non dà più da vivere, i piccoli possidenti sono rovinati, i grandi sono minacciati dal petrolio e dalla dinamite, dai nichilisti e dagli anarchici che vogliono distruggere la società.

E perchè tutto questo?... perchè l'uomo è un asino, che si lamenta quando è legato alla greppia colla cavezza, e appena lasciato libero mena calci da disperato e calpesta da stolto la terra, sulla quale non sa vivere, nè lasciar vivere in pace i suoi simili.

Sono vecchio, sono vicino a lasciare il mondo, ho veduto delle cose tremende, ho assistito a degli avvenimenti meravigliosi, eppure non ho mai cambiato il criterio che mi sono formato alla prima lettura della storia:--l'uomo è un asino!...--Il vostro povero nonno andava in collera quando udiva questa verità, ma non ha mai saputo confutarla con validi argomenti. Vostro padre ha sempre riso della mia ostinazione, ma non ha mai osato discuterla sul serio; che cosa ne pensate voi, caro Silvio, che avete studiato tanto da diventare dottore, avvocato, e mi dicono anche giornalista, ditemi francamente che cosa pensate della mia teoria?

--Caro maestro, ho sempre udito dire che i vecchi la sanno più lunga dei giovani, quindi sono incompetente a pronunziare un giudizio sopra la vostra sentenza. Ho poi imparato nella mia pratica d'avvocato che tutto è possibile, anche l'impossibile; che nessuno a questo mondo può essere mai sicuro di avere completamente torto o ragione, in qualsiasi questione. L'ingegno può essere un'apparenza, la virtù un'opinione, l'utopia una futura realtà. L'ideale può essere una verità, il vero può essere un inganno; non c'è niente di positivo nè di sicuro nè di assoluto, e quindi anche la vostra teoria non può essere che relativa....

--Capisco, capisco, siete uno scettico, non credete nemmeno ad una delle verità più evidenti, come l'asinaggine umana!

--Non credo alla generalità della vostra teoria, ma non posso negare che credo all'asinaggine d'una grande maggioranza della razza umana....

--Ebbene, basta così, mi avete dato completamente ragione, senza accorgervene. Dopo immense tribolazioni, dopo le rivoluzioni e le guerre più sanguinose, abbiamo vinto, ci siamo liberati da tutte le oppressioni, e per conservare la libertà abbiamo adottato il sistema parlamentare, il governo della maggioranza!... cioè il dominio degli asini!!!...

Silvio diede una sghignazzata solenne, prodottagli dalla logica del maestro. Ma vedendo che era uscito dalla questione che lo interessava maggiormente, e che non avrebbe potuto saperne di più sul conto d'Andrea, prese congedo dal maestro, il quale restando sempre serio, lo accompagnò fino alla porta, gli strinse amichevolmente la mano, e si ritirò.

Il medico si mostrava soddisfatto dei miglioramenti progressivi della salute di papà Gervasio, la nonna e Maria se ne consolavano, il solo malato non era contento, e coi cenni del capo mostrava di non credere alle asserzioni del dottore. Pareva che non avesse più fede nella vita, l'avvenire lo preoccupava seriamente, faceva dei discorsi melanconici. Conversando con suo figlio si provò a persuaderlo delle magre risorse della professione di avvocato, specialmente per un giovane principiante, gli mostrò le amarezze e i pericoli del giornalismo, e contrapponeva a queste osservazioni le dolcezze della vita domestica, la quiete salutare dei campi, mostrando il più vivo desiderio che Silvio pensasse al sodo, prendesse moglie, venisse a stabilirsi in casa, gli procurasse questa consolazione prima di morire.

Silvio opponeva le stesse parole che aveva udite altre volte da suo padre:--Oramai la terra non dà che rendite meschine ed incerte, gli anni diventano sempre peggiori, scarseggiano i prodotti, si vendono a prezzi disfatti, e il ricavato non basta per vivere, dopo pagate le imposte sempre crescenti, e il numero infinito delle tasse. Bisogna dunque avere una professione che supplisca ai redditi deficienti; ed egli ne aveva due: l'avvocatura e il giornalismo.

--Tutto questo va benissimo, rispondeva papà Gervasio; ma se guadagni per due, tu spendi per quattro. Ho dovuto fare dei debiti per soddisfare ai tuoi bisogni, ho incontrato dei mutui, ho gravato le terre di ipoteche. Qui le spese sono piccole e si possono limitare alle rendite; col risparmio si riparano le perdite, con un lavoro razionale si migliorano le terre, si accrescono i prodotti, e vivendo con parsimonia e giudizio, si possono attendere gli anni migliori, che dovrebbero venire.

Silvio tentennava il capo, non pareva convinto delle parole paterne, nè desideroso di sacrificare la sua esistenza nella solitudine rurale, ma non voleva scoraggiare il povero malato togliendogli ogni speranza, distruggendo con una crudele negativa tutti quei bei sogni di tranquilla vita domestica. Prese tempo a riflettere, promise che ci avrebbe pensato seriamente, e con vera abnegazione.

E quando sedeva dirimpetto a Maria, davanti al suo tavolinetto da lavoro, e la guardava negli occhi profondi, e la faceva sorridere colle sue ciarle, si sentiva avvolto come in un fluido misterioso, in un'atmosfera affascinante che lo spingeva all'adorazione, come un devoto in mezzo ai profumi d'incenso davanti all'altare della Madonna. Essa rammendava attentamente la biancheria, egli pigliava in mano le forbici, tagliuzzava un pezzetto di carta, e contemplava la cugina in silenzio. Argo ruzzava ai loro piedi, i canarini cantavano un duetto con trilli e variazioni, e Mumut faceva le fusa sulla finestra aperta, dalla quale entravano gli effluvi del giardino, e le onde odorose di primavera.

In tali momenti gli pareva possibile di passare degli anni felici in quelle condizioni, in quell'aria, in mezzo a quelle armonie di luce, di suoni e di profumi, davanti a quella fanciulla vegeta e forte.

Ciarlava di varie cose ora meste ora allegre, ammirando quei sopracigli che s'inarcavano dalla sorpresa, che si corrugavano all'idea del dolore, e la mobilità di quella bocca che atteggiandosi al sorriso scopriva i denti bianchi, o stringeva le labbra in segno di dispetto, mettendo in luce quella peluria di pesca matura.

Al racconto d'un fatto toccante un'ansia affannosa le agitava il seno, e allora Silvio non badava più al taglio del vestito, nè guardava la calzatura, ma intendeva gli avidi sguardi dove batteva quel cuore.

Il suono d'un campanello rompeva l'incanto, la nonna o lo zio avevano bisogno di lei, Maria scattava come una susta e spariva, e Silvio restava con un palmo di naso.

Così passavano i giorni. Intanto papà Gervasio si alzò dal letto, e l'avvocato Ruggeri scriveva lettere sopra lettere per chiamare al dovere il suo praticante indiscreto.

Lo stesso suo padre lo spinse a partire, e dovette rassegnarsi. Abbracciò la nonna e il papà, gli promise ancora di pensare all'avvenire, strinse affettuosamente la mano di Maria, salutò freddamente Andrea, che lo vedeva allontanarsi con somma soddisfazione, diede una mancia a Pasquale e partì.

E strada facendo, sballottato nel carrozzone della ferrovia, andava pensando a quella vita silenziosa, a quelle buone creature che aveva lasciate, e che si dileguavano a poco a poco nella nebbia trasparente d'un passato vicino, e vedeva ancora, come fra le nuvole, in un fondo verdognolo, un convalescente ed una vecchierella, una fanciulla ed un cane, l'orso e il scimmiotto i quali lo accompagnavano con l'amore, con l'odio, coll'indifferenza, e lentamente sparivano da lontano; mentre gli si presentava davanti gli occhi la vista della laguna increspata dalle brezze marine, i gabbiani che volavano in giro rasentando l'acqua, il sole del tramonto che tingeva di porpora e d'oro gli alberi delle navi, le invetriate delle case, le cupole e i campanili di Venezia.

XII.

Metilde o Maria?... questa interrogazione martellava continuamente il cervello di Silvio, e gli toglieva la pace. Egli desiderava di contentare, almeno in parte, suo padre, e di seguirne i consigli. Nei vari disinganni della vita, ogni qual volta ad una speranza delusa gli succedeva uno scoraggiamento, quando vedeva una causa giusta perduta, un'opinione onesta derisa, un'intrigante che scavalcava un uomo di merito, si sentiva spinto a fuggire in un ritiro tutte le ingiustizie sociali, a ritornare a casa sua a piantar cavoli in famiglia, e a prender moglie. Ma guardandosi d'intorno non si trovava troppo incoraggiato al passo fatale; il matrimonio gli faceva paura. Passeggiando per Venezia incontrava dei fidanzati inseparabili, sotto l'occhio vigilante della mamma. Gli pareva che dovessero affrettare le nozze per liberarsi da quel caro cerbero che spiava i loro dialoghi e quasi i pensieri. Come si amano! egli pensava, come saranno felici di poter rifare queste passeggiate, senza quell'intollerante testimonio materno! Finalmente si celebrava il matrimonio, facevano il loro viaggetto di nozze, ma quando ritornavano a Venezia, il marito andava da una parte, e la moglie dall'altra, e nessuno li vedeva più insieme!

E poi dove trovare una moglie che corrisponda a tutti gl'ideali del marito, che appaghi tutti i suoi desideri, che contenti tutti i bisogni della vita? Che sia amabile e brava in casa, che sia gentile ed onesta con tutti? E se non ha questi pregi, quali saranno le conseguenze di ciò che le manca?

«Ne conosco tante delle ragazze, pensava Silvio, e quasi tutte belle, ma vedendole più volte, e studiandole con attenzione e perspicacia, vi si scopre sovente qualche difetto, invano dissimulato da false apparenze. Donnine appariscenti, ma senza profumo, come i fiori falsi del loro cappellino, cervellini vani e leggieri come le penne di struzzo, anime misteriose e furbette da far paura ai più intrepidi. Non ne ho trovate che due sole che mi attraggano con eguale prestigio, ma anche queste non sono perfette; a quale delle due devo dare la preferenza?--a Metilde o a Maria?...

«Metilde mi rappresenta la grazia e la coltura, è la più bella bionda di Venezia, e la ragazza più intelligente e più colta che possa soddisfare il giusto orgoglio d'un marito. Essa mi inebbria come un vino spumante, i suoi occhi, la sua voce sono affascinanti, quando mi parla o si mette al pianoforte, mi rapisce in estasi, mi fa echeggiare nell'anima le più soavi melodie, io ho bisogno di tutta la forza della mia volontà per frenare quell'entusiasmo che mi spingerebbe a stringerla fra le braccia, e a coprirla di baci, e resto muto e immobile come un imbecille. Ma questo gioiello della società veneziana non acconsentirebbe mai di venirsi a nascondere ne' miei boschi, segregata dal mondo che la ammira, sacrificando la sua esistenza per un bellimbusto della mia specie, contentandosi della mia capanna e del mio cuore, nella solitudine del deserto domestico, come una monachella in un chiostro. Nemmeno per sogno!...

«Maria è una bella figlia della natura; è un'anima sana in un corpo solido e scultorio. È donna positiva, senza ideali, ma utile e buona, come un'amandorla dolce dalla ruvida scorza. Ma santo Dio! che pettinature! che vestiti! che stivalini!... È un angelo in veste da camera!... Ma che sciocchezze! un parrucchiere, una sarta e un calzolaio dei migliori ne farebbero prontamente un'altra donna.... e che donna!...»

E divagava tutto il giorno con simili pensieri, senza decidersi a nulla, senza saper sciogliere il più arduo problema della sua vita:--Metilde o Maria?...