La Dora

Part 9

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--Qui si racconta una storia di lagrime. Leggiadra e desiderata fanciulla, detta Bell'Alda, per sottrarsi alle insidie d'un seduttore che la inseguiva, invocò l'aiuto di Maria, e leggiera come piuma di colomba spiccando un salto da questo vertice, illesa toccò il fondo dell'irto precipizio; ma Alda invanitasi di prova così felice, ne fece un secondo con diversa fortuna: restò morta giù negli spaventosi dirupi!

XI.

DUE SALTI.

Due salti di donna sono famosi nelle tradizioni e nei canti di Grecia e d'Italia. Ricordato dai Greci è tuttodì il salto di Saffo, e gl'italiani lamentano il salto di Alda.

Visitai sul promontorio di Leucade le rovine del tempio di Apolline, dove la tradita poetessa di Lesbo mise l'ultimo lamento contro l'ingrato Faone, prima di gettarsi disperatamente nelle acque dell'Ionio. A pochi passi di là, nel deserto monastero di Santo Nicola, presso piccolo giardino, una chiesuola e i rozzi sepolcri di due vescovi, mi fu aperta la cella in cui visse austeramente la pia Susanna, che morta venne sepolta col capo appoggiato al tronco dell'arancio, che la romita piantò di sua mano all'ingresso di quell'umile asilo.

Colà il vecchio monaco Cipriano, che contava cento e più anni di vita, m'imbandiva frugal mensa, benedicendola colla tremebonda sua destra. Dipoi, tornato al muto delubro di Apolline, colsi fra le rovine una viola che, sebbene arida, è per me tuttavia piena di vita; e la serbo nelle pagine di Grecia a ricordanza dell'isola ospitale che m'ebbe tre mesi infermo per grave frattura toccatami al piede sinistro, nel saltare da una barca sul lido prossimo al promontorio, infausto ai poeti dell'uno e dell'altro sesso. La serbo a ricordo della infelice donna miseramente tradita in amore, ed a memoria del Leucadio Aristotile Valaoriti, ch'empie de' suoi mirabili versi l'isola materna e tutta Grecia.

Presso il luogo del salto di Alda, come presso quello del salto di Saffo trovai grotte di antichi romiti e l'ospitalità di uomini solitari. Incontrai inoltre una bionda giovane Britanna, che insieme colla sua famiglia era andata nel vicino villaggio di Ranverso a piangere un amato fratello nella casa ove era morto. La desolata sorella, salita alle balze di Alda, si assise sotto un albero secolare, e mentre fissava i molti fiori da lei raccolti per quelle rupi, io vidi ad un tratto serenarsi il turbato volto della donzella, che sorridendo mi disse:

--Poeta, anche questi fiori appassiranno fra breve, ma nella primavera risorgeranno.--E sì dicendo guardò amorosamente il cielo, come se lassù nell'eterna primavera vedesse risorto il fiore degli affetti suoi, il perduto fratello.

Uno dei fiori caduti di mano alla donzella fu raccolto nelle pagine della Dora, e mi ricorda il lutto della Britanna, il salto di Alda e l'amorevole ospitalità dei Rosminiani, che spesso con filiale riverenza mi parlavano del sapiente loro institutore.

XII.

Il promontorio di Leucade e il Pirchiriano hanno in sè tante e sì diverse memorie di Grecia e d'Italia, che non saprebbesi ben dire se appartengano più al cielo o alla terra.

Chi desidera udire i casi di Salto, ricordati ai dì nostri con sublime dolore, li cerchi nei canti di Leopardi e Lamartine e nelle musiche del Pacini. Nelle loro pietose armonie troverà significata con verità di estri la poetessa di Mitilene.

E chi volesse conoscere vivamente descritte le venture di Alda, si piaccia di cercarle nelle opere di Massimo d'Azeglio e Cesare Balbo. Ed io volli indagare, come dalla tradizione alpigiana pigliassero argomento alle loro pagine que' due Piemontesi, gloria della letteratura e politica italiana.

XIII.

CESARE BALBO E MASSIMO D'AZEGLIO.

Cesare Balbo in una delle sue novelle narrate da un maestro di scuola racconta il caso della _Bella Alda_, innestando qualche cosa di suo alla leggenda[24]. Suppone accaduto il tristo caso verso il 1200 o 1300, _al tempo d'una delle discese de' Francesi per la Comba di Susa_; e imagina che soldati di Francia tentino la onestà di Alda e la costringano a precipitarsi giù per i dirupi del Pirchiriano.

Per tal guisa lo scrittore prende occasione a rimproverare la baldanza de' Francesi, e lamenta l'oltraggio che spesso a noi fanno i temerari stranieri.

Massimo d'Azeglio, poeta e pittore[25], inventa i casi del monaco Arnaldo, e splendidamente narrando e ritraendo le tradizioni e le pittoresche veduto della Badìa, mette in bocca al monaco il racconto, e gli fa dire che il caso di Alda sia avvenuto ai tempi di Federico Barbarossa, quando gli Imperiali scorrazzavano audacemente in quella valle, ponendo a sacco e distruggendo Susa, Avigliana e tutte le circostanti castella, indignati di Umberto III, Conte di Savoia, che di animo guelfo teneva per il Papa. Le quali cose egli narrando ne accende di sdegno contro i nemici, che ci vengono da Lamagna.

In quanto all'essersi Alda insuperbita del miracolo e l'aver fatto un secondo salto onde morì, il D'Azeglio scusa la stranezza del racconto dicendo: «Ha sete sempre l'animo nostro di maraviglie, nè trovandole vicine, le cerca nel remoto passato e nel tenebroso avvenire».

Il Balbo invece osserva: «Non approvati mai dalla Chiesa, ma esercitati sovente anche coll'autorità di alcuni ecclesiastici, erano appunto quelli che si chiamavano Giudizi, ma furono vere tentazioni di Dio. Quindi è che si potrebbe dire, che domandando giustizia e riparazione l'Abate e negandola i Francesi, e il principal argomento del primo essendo l'asserire il miracolo e dei secondi il negarlo, venissero poi gli uni e gli altri al compromesso di volerlo far rifare, e la fanciulla, inclinata alquanto a vanità, vi si lasciasse persuadere».

XIV.

DUE LAGHI.

Un altro subalpino, lodato scrittore di storie, Domenico Carutti, in un libro di racconti[26] celebrò la Sagra di San Michele e i suoi dintorni, ed io li ricordai scendendo, verso la parte meridionale della Badìa, ai due laghi di Avigliana da lui descritti con brio ed eleganza.

Breve istmo selvoso separa i due laghi; quello chiamato della _Madonna_ ha sessanta mila metri quadrati di superficie, e ne ha trentadue mila e cinquecento l'altro denominato da San _Bartolomeo_. Il lago della Madonna per un canale versa le sue acque nell'altro.

Sulle rive s'incontrano casolari pescherecci, e quelle acque bagnano le falde a verdi ridenti colli, dietro ai quali biancheggiano di neve le alte giogaie delle Alpi.

Giunto alle rive del maggiore dei laghi, pregai un pescatore che nella sua barca mi traghettasse alla riva opposta, appiè del convento dei PP. Cappuccini. Quel pescatore pallido e gramo, benchè giovane, mi accolse volentieri nel suo navicello e mi fece sedere presso la rete, che gli aveva procacciato abbondante pescagione, ed agitando i due remi si pose a vogare, traendo affannosamente frequenti sospiri.

--Mi sembrate di cattivo umore, gli dissi; eppure dovreste sorridere al lago della Madonna, che vi dà gran copia di anguille, di tinche e di trote.

--Oh! Vossignoria non conosce bene questi luoghi, mi rispose: qui nato, qui vivo di crucci; e mi costa molte pene questa pesca. Qui si scontano i peccati dei nostri padri: dove ora veggonsi i laghi sorgeva l'antica Avigliana.

Si narra che gli abitanti fossero di mala vita, e che rifiutassero gli atti della carità cristiana verso il prossimo, anzi facessero villanie ai poveri: Dio stesso ne fece l'esperimento. In una fredda e nevosa giornata d'inverno, qui sul far della sera capitò un vecchio pellegrino, stanco dal viaggio e dal digiuno. Andò di porta in porta ad invocare per una notte ricovero e ristoro. Ebbe ripulsa da tutti, fuorchè da una vecchierella, che gli usò carità nel breve tratto di terra fra i due laghi, dove abitava.

Il pellegrino era nostro Signore: il dì appresso risparmiò la casa ed il giardino della pietosa vecchierella, e punì amaramente il resto degli abitanti, tutto subbissando in queste acque, per cui udrà spesso ripetere ironicamente: _Viana villana per la sua bontà l'è sprofondà._

--Ma ora, io ripresi, vi dovreste confortare nella pesca abbondante e nel vivido sorriso di questi luoghi salubri.

--Salubri! esclamò il pescatore tutto tremante per i brividi della febbre che lo assaliva. Ella sogna davvero. M'accorgo sempre più che per la prima volta ella visita questi luoghi. Qui l'aria è ancora infetta dei peccati della sprofondata Avigliana: Iddio non cessò di castigarla di qualche orrendo misfatto. In questo umido cielo, e nei dintorni paludosi dominano le febbri, ed io ne sono spesso travagliato. I frati pregano e benedicono le acque, ma invano; parecchi di essi sono al pari di me travagliati dalla febbre terzana.--

Cercai di consolarlo, augurandogli abbondanza di pesci e serenità di salute, e gratificatolo del pronto tragitto, toccai il lido innanzi al Convento.

XV.

Quel convento dei PP. Cappuccini, sormontato da una cupola, sorge su d'un poggio verde di cipressi, salici ed olmi; e un'alta croce di legno gli sta d'innanzi guardiana della preghiera e della penitenza. Entro una nicchia difesa da cancello di ferro mormora perenne fontana, le cui acque si accolgono in petroso bacino. I villici assetati vi trovano ristoro usando della tazza assicurata al cancello e pendente da una catenella. Così come i Dervissi d'Oriente, i buoni frati d'Occidente accanto al romito ospizio offrono agli stanchi pellegrini il beneficio di acque desiderate.

Io ne bevetti con soddisfazione; e le trovai fresche e grate come quelle che nell'Epiro attinsi alle fonti del Pindo, al di là del lago di Giannina. Ma le acque di Avigliana non hanno, come quelle del Pindo, la virtù vivificatrice de' carmi; perchè entrato nel Convento per una cancellata di legno, sulle pareti del vestibolo lessi a grandi caratteri quattro sonetti, dai quali ci è lecito argomentare che quivi i frati dalle loro acque non attingano la poetica inspirazione.

Torcendo lo sguardo da quei quattro peccati di poesia, nel mio quaderno presi a notare la bella veduta di quei siti pittoreschi e le cose pregevoli del convento. Ma i frati mal sospettarono di me.

In Manfredonia, nell'antica chiesa Sipontina, mentre si facevano scavi dispendiosi per trovare un sognato tesoro, ed io notando raccoglieva le notizie del luogo, fui preso dal volgo per un mago francese, esperto di nascosti tesori, e fui investito da sì indiscrete e minacciose interrogazioni, che a liberarmi dovettero intromettersi uffiziali di polizia, e una cospicua famiglia mi tutelò ospitalmente. Nel convento di Avigliana i frati nel 1854 non mi credettero un mago, ma un Delegato del Governo, andato a registrare le riposte loro ricchezze, sicchè il Padre Vicario con modi bruschi non cessava di ripetermi:

--Nulla v'ha qui che meriti di essere notato, nulla, nulla.

--Ma pure, o molto reverendo, io gli diceva, merita di essere visitata la chiesa del convento. È prezioso su l'altar maggiore il tabernacolo coperto di tartaruga, preziosa la tavola in cui sono effigiati Maria e i santi Rocco e Sebastiano. Mi permetta, ottimo Vicario, ch'io qui rimanga ancora qualche istante ad ammirare il _Cristo in croce_ del Caravaggio e gli altri due dipinti, che voglionsi di Lionello Spada.

I frati si avvidero dell'errore e tosto lo emendarono, illuminandomi con due ceri l'altar maggiore, ond'io potei davvicino guardare la Madonna, alla quale in ogni secolo si aggiunge una corona d'argento con pompa solenne. Ne ha tre la Madonna; l'ultima le fu tributata con festa di otto giorni nel 22 agosto del 1852.

XVI.

AVIGLIANA.

A pochi passi dal convento si entra in Avigliana, che fu turrita città piena di popolo e di commercio, seggio del marchese Arduino e dei Conti di Savoia, culla di Umberto II e di Amedeo VII detto il _Conte Rosso_. Ora è borgo di tre mila abitanti, che si distende da oriente a tramontana per le estreme pendici del monte, su cui veggonsi le rovine del suo celebrato castello.

Nell'erbosa piazza v'ha un antico pozzo circolare a cui sogliono attinger acqua gli Aviglianesi, e per le ripide e tortuose vie s'incontrano torri, chiese vetuste, portici e vestigia di gotiche costruzioni, che attestano le glorie passate collo scudo e la croce di Savoia scolpiti in più luoghi tra i fregi de' capitelli.

XVII.

Addì tre dicembre del 1851 un eletto giovane, caldo di poesia e fior di gentilezza, Camillo Verdi, in sul meriggio mi accompagnava fra i deserti ruderi del vecchio castello, già segno a gravi sciagure.

Invadevano il castello le armi di Lamagna ai tempi del conte Umberto III di Savoia, parteggiante per la Chiesa, nemico a Federico Barbarossa; e nel 1636, comechè difesa dal presidio spagnuolo, la rôcca di Avigliana fu assalita dai Francesi che nell'orrendo eccidio risparmiarono una donzella piemontese, disarmati dalla rara sua bellezza. Risorta la rôcca di Avigliana, fu nel 29 maggio del 1691 nuovamente percossa dai Francesi capitanati dal Catinat, al quale, si racconta, una vecchierella indicasse la _Pietra-piana_, l'eminenza donde il Generale potè con truce fortuna investire il castello, e farne informe ammasso di rovine, per muovere dipoi al campale combattimento della Marsaglia, ov'ebbe il bastone di maresciallo.

Rimangono del castello vôlte sotterranee e una massiccia muraglia con tre finestre. I gufi e le nottole fanno lor nido e stridono ove un tempo fra gli scudieri e i falconieri ferveano le virtù cavalleresche ne' tornei, nelle caccie e negli amori dei corazzati principi e guerrieri, e ne' canti de' trovadori, ed ove si agitavano le politiche imprese, che per lungo ordine di vicende prepararono il concetto rinnovatore della presente Italia.

XVIII.

Per una scala salii al sommo di que' ruderi, mentre d'intorno rideva tranquillamente la natura. Il verde e l'azzurro e il color di porpora splendevano nell'acque e ne' monti, e per la serena vôlta dei cieli un venticello del Moncenisio spingeva bianche nuvolette in Lombardia.

Da quelle vette solitarie ad oriente io vedeva il prossimo ospizio di S. Antonio di Ranverso, e più in là il castello di Rivoli, la torre di Buttigliera e la cupola di Superga; e una grigia nebbia vivida di luce mi segnava il corso del Po lambente le falde ai colli di Torino. Verso la parte meridionale parevano sfavillare di perle e smeraldi i colli di Giaveno e i due laghi, come dalla parte nordica i gioghi del Rubbione e del Musinè e le acque della Dora; e ad occidente rividi la Sagra di S. Michele e il Pirchiriano che mi nascondeva il varco delle Chiuse, dilatando le sue ombre sulla Dora, e di là salutava le torri di Susa e le nevi del Moncenisio.

Il mio compagno vedeva il brio della sua gioventù riflesso nelle cose circostanti, per cui le stesse pannocchie di grano turco nelle case del borgo ci parevano tappeti d'oro pendenti dalle tettoie e dai ballatoi giù per le brune pareti. Insomma quel giorno festivo pareva un giorno di primavera venuto a rallegrarmi fra i geli del dicembre sul monte di Avigliana. Oh quanta vita intorno allo squallido castello, scheletro roso dal tempo e non più curato dagli uomini!

Camillo Verdi meco ricordava il Conte Amedeo VII che, degno figlio del Conte Verde, nacque in quel castello addì 24 febbraio 1360; e acceso di nobile ardore declamava la ballata di Giovanni Prati, intitolata _Il Conte Rosso_, che forse il poeta immaginò, attingendo dalla vista di que' luoghi le felici sue inspirazioni. Scendendo dal monte volentieri io ripeteva col Verdi:

«O voi, che languite scorati e pensosi, Poeti d'Italia, dai lunghi riposi Sorgete una volta, sorgete a cantar. Tendete concordi l'orecchio devoto, Chè un'eco possente del tempo remoto Susurra sull'Alpi, passeggia sul mar».

XIX.

Ripetendo i versi del Prati, c'imbattemmo in quattro popolane dal volto giocondo e rosato, che cantavano sedute sul dorso d'un poggio presso il cimitero della parrocchia di Santa Maria Maggiore, la cui squilla annunziava l'ora meridiana.

Quelle gaie donne erano l'espressione della gioventù che, inconscia delle miserie umane, folleggia fra le macerie della morte.

Tornato altre volte in Avigliana, visitai la Chiesa parrocchiale di Santa Maria, su cui rosseggia l'acuto antico campanile. Un buon vecchio, sagrestano da trent'anni, mi additò in una cappella la Madonna effigiata in tavola da Macrino d'Alba, e facendomi osservare i due biondi angioletti appiè della Vergine irradiati di celestiale bellezza, dicevami che un Inglese avea profferto dieci mila lire per quel quadro.

Forse qualcuno de' nostri filantropi ed economisti avrebbe detto a quel sagrestano, custode amoroso della patria arte cristiana: Perchè non permettere che il quadro del Macrino viaggiasse per Inghilterra, ed accettare in cambio le dieci mila lire? Con quella pecunia il Curato avrebbe potuto degnamente onorare il cimitero della parrocchia, che, povero di croci e di lapidi, pare un cimitero di scettici, e mal difeso da basso e rustico muricciuolo, sta a cavaliere della parte del paese detta il _Borgo vecchio_.

A dir vero, per poco che il monte franasse, o qualche valanga di nevi giù rotolasse, nelle lunghe serate d'inverno, mentre le famiglie de' villici intorno ai loro focolari novellano di streghe e spettri, non istupirei di udire un dì o l'altro, che i morti di Avigliana per i fumaiuoli e le finestre fossero entrati nelle case impaurite dei vivi.

I creatori di leggende aspettano per la fortuna de' loro versi qualche simile accidente dal cimitero aviglianese.

XX.

Visitai pure la bella chiesa parrocchiale di S. Giovanni ristaurata nel 1846, nella cui facciata di stile gotico è figurato un gigantesco San Cristoforo. Colonnette di mattoni rossi, con simboli de' vangelisti e la croce di Savoia scolpiti nei due bizzarri capitelli reggono l'arco a sesto acuto della porta d'ingresso. Nel vano dell'arco è dipinta Maria col divin Figlio e angioletti con musicali strumenti. Nell'atrio veggonsi antichi affreschi: entro la chiesa un pulpito di legno di noce bene intagliato, e la mirabile tela in cui Gaudenzio Ferrari ritrasse la Sacra Famiglia fra i martiri Crispino e Crispiniano, cogli arnesi dell'arte del calzolaio, e segnando appiè del dipinto l'anno MDXXXV. Una tela attribuita a Guido Reni e una Vergine del Moncalvo si ammirano nella cappella, ove sono in onore le spoglie mortali del beato Cherubino Testa di Avigliana. Domandai notizie del santo quivi sepolto, e il curato della chiesa mi rispose:

--Cherubino Testa fu monaco Agostiniano, esempio di carità. Un dì gli si convertirono in rose i pani che distribuiva ai poverelli. Il cadavere di lui fu trovato con un giglio che gli usciva dal cuore.

XXI.

Di molto pregio eziandio è la chiesa di S. Pietro, alla quale accompagnandomi un sacerdote, mi fece passare innanzi alla casa un tempo del Montabone, e all'angolo di essa mi accennò le finestre della stanza in cui ospitò Papa Pio VII, quando prigioniero era condotto in Francia. Interrogai il sacerdote se in Avigliana era rimasta sacra la ricordanza del passaggio del Papa.

--Oh! certamente, rispose un buon vecchio che veniva in compagnia del prete. Si racconta che allora i nostri laghi per solito non davano trote; ma nel dì che ospite avemmo Pio VII, il lago di Santa Maria ne diede trenta libbre, che furono presentate alla mensa del Prigioniero Apostolico dal nostro Carlo Montabone allora sindaco di Avigliana.

All'estremità del paese prossima ai laghi fui guidato per erbosa gradinata alla chiesa di S. Pietro sormontata da tre torricelle commesse di mattoni, e col S. Cristoforo dipinto sulla facciata, del quale rimane soltanto parte della testa. Nel tempio v'ha l'effigie del merlato castello di Avigliana con quattro torri e pregevoli affreschi, in parte nascosti da intonaco di gesso, e un pertugio che vogliono abbia servito agli oracoli del Gentilesimo, quando quella Chiesa era delubro della dea Feronia, la Dea dei boschi ricordata da Virgilio

Viridi gaudens Feronia luco.

Avigliana la ricorda in un suo quartiere denominato tuttavia regione Feronia, e Vincenzo Monti la celebrò splendidamente nella sua Feroniade.

XXII.

LA FESTA DELLA PENTECOSTE.

Il sacerdote, mio cortese Cicerone, avvertendo ch'io notava molte cose vedute od udite, mi disse:

--Fareste assai bene di registrare fra le vostre memorie la nostra festa della Pentecoste, la più grata di Avigliana.

--Ben volentieri lo farò, se voi avrete la bontà di narrarmene i particolari, gli risposi.

Allora il sacerdote mi condusse dirimpetto alla chiesa di S. Pietro nel vasto cortile degli _Allais_, sotto la tettoia affumicata, in cui tremolavano rami di edera, e v'erano carri e manipoli di fieno ed altre masserizie.

--Tutto questo ingombro vien tolto la vigilia della Pentecoste, esclamò il sacerdote. Questo luogo, abbarrato pel buon ordine, vien conceduto ai preparativi della festa. Entro i buchi della muraglia affiggonsi pali, cui si appendono, assicurate con uncini a ferree collane ad uso de' bestiami, trenta lucide caldaie piene d'acqua, di fagiuoli e ceci.

--Ma, io interruppi impaziente, chi dà tutta codesta roba?

--È elemosina del popolo, ripigliò il prete. Quattro confratelli della parrocchia di S. Giovanni, tre volle all'anno, girano per le case a questuare grano, meliga, legna e danaro; e tutto viene convertito nella compera de' prescritti legumi per il convito della Pentecoste. E perchè quanti ne mangeranno abbiano la salute dell'anima e del corpo, il parroco di S. Giovanni in rocchetto e stola e con seguito di altri preti viene a benedire la pia imbandigione.

Compiuto il rito della benedizione, si appicca il fuoco alle legna accatastate sotto le trenta caldaie fra la pubblica allegrezza. Dei confratelli della parrocchia destinati a preparare il convito, chi pensa al lardo ed ai polli, chi attende ai ceci ed ai fagiuoli, altri alle legna ed al fuoco, e tutti sono affaccendati intorno alle caldaie che ardono sino a mezzanotte. Nel mattino della festa il popolo accorre impaziente con vasi di legno e di creta per avere ciascuno la desiderata porzione. Non vi parlerò delle scodelle e marmitte che cadono o si spezzano in quella pressa di gente, nè di qualche povera vecchierella che a stento si fa innanzi e aspetta ansiosa il momento propizio per alzare con mano tremante il suo recipiente ed avere la sua porzione. Finiscono coll'averne tutti, e ai signori principali del paese i confratelli hanno cura di portare in casa la loro parte; e così in quel giorno solenne il popolo nostro gode fraternamente del medesimo pasto.

Antica usanza è questa che prova, come all'ombra dell'altare cristiano sia sempre stato protetto il diritto di congregarsi. Gerusalemme ogni anno con banchetti celebrava l'anniversario della dedicazione del tempio: così Avigliana col banchetto della Pentecoste celebra annualmente la fratellanza umana.--

Registrai la festa descrittami dal sacerdote, perchè amo le religiose costumanze che giovano a ravvivare la concordia delle genti. Ed ora l'agape della Pentecoste mi fa ricordare l'agape dell'amicizia, che nel 15 ottobre 1861 mi diede l'ultima volta il nostro rimpianto Norberto Rosa nel suo amenissimo podere della natale Avigliana, da lui denominato il _Cantamerlo_.

XXIII.

NORBERTO ROSA E IL CANTAMERLO.

Quel podere sostenuto dai baluardi dell'antico castello è una bella casa con fregi e porte di stile gotico, e con una torre ottangolare coronata da otto merli biforcati, dipinti in rosso. Intorno alla casa su le rupi del monte ridono campi fertili e fiorite aiuole; e gelsi, pampini ed allori verdeggiano fra i rosai.

«Il Cantamerlo è un piccolo podere Fra campo e vigna e un po' di bosco in fondo Con una casa colorata in biondo E nel mezzo una torre o belvedere, Donde si può d'una vista godere, Che la più bella non si gode al mondo, La Dora, i laghi, cento ville a tondo, E la Sagra e Superga infra le sfere».