Part 8
A dieci miglia da Torino, nella Valle della Dora, a guisa di promontôri irti e scabri, sorgono due monti, Pirchiriano e Caprasio, che separati dalle acque del fiume si guardano davvicino fra mezzodì e tramontana, come se da potenza misteriosa dovessero venir congiunti per impedire all'avido straniero l'entrata in Italia. I due monti abbondano di leggende, e specialmente il Pirchiriano per la famosa Badìa che gl'incorona il capo, già abitata da monaci Benedettini, ed ora da preti Rosminiani, uno de' quali mi è stato benevola guida al salire.
Quel Rosminiano, Clemente di nome, avea in cervello tutte quante le cronache e tradizioni del Pirchiriano e de' luoghi circostanti, e mi aperse i tesori della sua erudizione.
--Sino dal secolo nono dell'êra cristiana, egli mi diceva, le nostre giogaie furono abitate da penitenti cenobiti, che sulle cime di questo monte costruirono un oratorio all'Arcangelo S. Michele. Invitato sullo scorcio del decimo secolo a consacrare l'oratorio, venne Amisone vescovo di Torino. Si narra, che nella notte precedente alla consacrazione, a lui ed ai molti del suo seguito dormenti in Avigliana apparisse vivida luce sull'Oratorio e per le rupi del monte; e che pieno la mente di tal visione il vescovo, giunto all'Oratorio, incontrasse schiere luminose di angeli con insegne pontificali, e una colomba, che scesa dal cielo volava intorno all'alpestre tempietto. Entrato nella chiesuola vide i candelabri per prodigio accesi, e il pavimento sparso di cenere, e su le pareti le croci stillanti di olio, e l'altare eretto dagli angeli tutto fragrante di balsamo e d'incenso e radioso di luce sovrumana. Allora il buon vescovo si chiarì che il tempietto di S. Michele era stato già dagli angeli consacrato, ond'egli ne rese grazie a Dio, offerendogli il santo sacrificio della messa su l'altare taumaturgico.
--Voi davvero mi narrate mirabili cose, io lo interruppi: ma da qual fonte mai traeste codeste memorie?
--Non v'ha alcun dubbio intorno alla consacrazione degli angeli, ripigliò il prete Clemente: ne parlano con fede la Cronaca Clusina e la Malleacense, e l'Ughelli ed Agostino della Chiesa e il Terraneo ed altri gravi scrittori la confermano; ed anzi vi aggiungerò che i devoti della Valle qui concorrono ogni anno a celebrare il 29 maggio, giorno del miracolo.
Ma se desiderate udire altro di questi luoghi, vi narrerò cose non meno mirabili, che vi tempreranno le noie dell'aspra salita.
--Sì sì, proseguite, ve ne prego, io gli risposi.
--Ebbene udite. Fra i cenobiti che assistettero alla costruzione dell'Oratorio di S. Michele vuolsi ricordare il santo romito di Ravenna, Giovanni Vincenzo. Il bravo prevosto di S. Ambrogio vi avrà fatto leggere nei codici membranacei dell'archivio parrocchiale, che Giovanni, essendo arcivescovo di Ravenna, nel conferire la cresima dimenticò il fanciullo di una povera vedova, il quale morì senza il sacramento della confermazione. L'arcivescovo ne fu addolorato, e colla preghiera ottenne da Dio la risurrezione del fanciullo, onde lo potè rendere, subito cresimato, alla madre. Salito in fama di santo per così segnalato miracolo, a fuggire le tentazioni della vanità, lasciò il seggio episcopale e si chiuse nella solitudine delle Alpi. Visse penitente sul Caprasio e poi tramutossi al Pirchiriano fra i cenobiti di S. Michele. Vien tuttavia ricordato sul Caprasio da una cappella alla B. Vergine, ch'egli eresse, e lo ricordano le sue spoglie mortali venerate nella chiesa di Sant'Ambrogio. Ma la più splendida memoria di lui è la Badìa, di cui lassù appariscono le rovine, che fu edificata col suo consiglio e patrocinio.
A que' tempi fu veduto salire per questi greppi un francese di grande autorità, Ugone di Montboissier, gentiluomo dell'Alvernia, detto lo _Scucito_. Avea seco la sposa Isengarda e sèguito numeroso; e veniva da Roma, dove erasi prostrato innanzi alla tomba degli Apostoli ad invocare dalla Chiesa perdono di gravi peccati. La Chiesa gli perdonò, ingiungendogli a penitenza, o di vivere sette anni esule dalla patria, o di edificare sulle Alpi un monistero.
--Edificherò un monistero--egli disse; e secondando la voce del cielo, ed animato da angeli apparsigli in sogno, venne fra queste Alpi, e andò sul Pirchiriano a richiedere di consiglio il romito Giovanni. Lascio nella loro integrità le pie tradizioni del luogo, per cui vi dirò che il signore d'Alvernia, giunto a questi dirupi, franto dai disagi delle salite e bisognevole di ristoro per sè e i suoi, aveva soltanto un'ampollina di vino, che però benedetta dal romito Giovanni si converti in vena inesauribile da dissetare la stanca compagnia.
Ugone d'Alvernia a tale prodigio sempre più si accese nella deliberazione di erigere il promesso monistero presso il miracoloso Oratorio, spendendo in tale impresa i molti suoi tesori, coll'assistenza del romito Giovanni, e coll'assenso di Arduino marchese d'Ivrea, dipoi re d'Italia, sedente allora nel castello d'Avigliana.
Sorse infatti sul finire del decimo secolo, o nei primi anni dell'undecimo il magnifico monistero, che _Abbazia della Stella_ fu nominato, ed _Abbazia di S. Michele della Chiusa_ dallo storico paesello alle falde occidentali del monte, e più comunemente per antonomasia la _Sagra di S. Michele_.
Papa Silvestro II, compiacendo al vescovo Amisone, fu largo di privilegi alla Badìa di S. Michele che, per le donazioni de' fedeli cresciuta di ricchezze, colla preghiera e coll'opera de' suoi trecento monaci Benedettini si segnalò per santità e dottrina fra le quattro prime badìe d'Italia, emula delle più cospicue nella cristianità.--
Mentre queste e simili altre cose mi andava raccontando il prete Rosminiano, io non soddisfatto della cavalcatura salivo a piedi, soffermandomi di tanto in tanto a guardare i pittoreschi dintorni, e pensavo che gli scrittori di que' luoghi farebbero meglio a distinguere la schietta storia dalle vane leggende, che ad accozzare un indigesto ammasso d'incondita erudizione, come fece l'Avogadro nella sua _Storia dell'Abbazia di S. Michele_[23], per cui si direbbe ch'egli fosse un cronista de' tempi barbari, anzi che uno storico nella piena luce del secolo XIX.
III.
Dopo un'ora e mezzo di aspro cammino fra selve di castagni giungemmo alle cime del monte; e quivi su d'uno spianato vidi gli avanzi di un piccolo edifizio ottangolare, antico sepolcro de' monaci, di maniera moresca nelle nicchie e finestruole. Passando oltre, avrei immaginato di appressarmi alla fantastica dimora delle fate, se già non avessi saputo di trovarmi in cospetto alle gigantesche mura della Badìa, in parte risparmiate dal tempo a testimoniare l'ardire dei primi edificatori di tanta mole, monumento bizzarro e massiccio, monastico e feudale, su gli acuti vertici del Pirchiriano.
Trasportiamoci col pensiero sulle Alpi, quando incerti e male agevoli erano i passi chiusi da foltissime selve, e temuti castelli facevano paura ai minacciati viandanti. Il popolo facile per l'indole sua a dar fede al maraviglioso, vedendo sul Pirchiriano sorgere l'edificio di colossale struttura, con ponti levatoi, torri e bastite, dedicato all'Arcangelo Michele, nella sua ingenua ignoranza reputandolo superiore all'industria umana, lo avrà facilmente creduto lavoro de' celesti, origine alle leggende e alle frequenti visioni.
IV.
Entrato per una porta coperta di ferro e salendo per tortuosa via fra acacie e ginepri virginiani e per diversi ordini di scale, giunsi ad altra porta che mette nel cenobio.
Le reliquie di antichi dipinti, le grigie pietre quadrangolari bene commesse, e i due pilastri su cui poggia l'arco della porta a tutto sesto, i bizzarri loro capitelli con leoni nei tre lati rozzamente scolpiti, gli uni addossati agli altri e avviticchiati nelle code, imprimono nell'alta facciata del monistero una cupa severità, sì che nell'ingresso del chiostro ci si presenta l'immagine veneranda e temuta del vecchio abate con pastorale e spada. Ma nel prossimo terrazzo l'anima del pellegrino viene rallegrata dalla varia ed amena vista di gioghi e valli, torri, paesi ed acque. Due volte in quel terrazzo vidi sorgere il sole dal _Musinè_ e irradiare il vicino monte _Pelato_, così detto dalle cime spoglie di alberi, e il Caprasio santificato dalle benedizioni del Romito di Ravenna, e la Valle Rubiana fra il Caprasio e il Pelato. E più lunge io vedeva illuminarsi i ridenti ed impomati colli che, altieri della funerale basilica di Soperga, ad oriente incoronano la vetusta metropoli dei Subalpini; e nella sottoposta valle fra il Pirchiriano e il Caprasio, solcata dalla strada di ferro, fra tanta varietà di luoghi io salutava tutta sfavillante di luce la Dora Riparia che a vasti piani è dispensiera di vita, avvegnachè talvolta soverchiante d'acque rompa gli argini, e impetuosa divori le gioconde speranze dell'agricoltore.
--Oh! quanto diverso sarà stato l'aspetto di questa valle della Dora, quando il sistema feudale copriva i gioghi circostanti di castella, e multiformi signorie opprimevano le genti! (io esclamai la prima volta che il Rosminiano mi condusse al terrazzo, sul limitare della Badìa).
--Ben vi apponete, egli mi rispondeva: gagliardi baroni se ne dividevano il dominio, e l'abate della Sagra di S. Michele era de' più autorevoli, cinto dal potente clero e dagli armigeri, sicuro nelle vigili mura della colossale Badìa, e tenendo in soggezione i molti vassalli eziandio col castello a cavaliere di S. Ambrogio, del quale vedeste non ha guari i cadenti merli. A lui obbedivano cento e quaranta fra badìe e chiese, ed egli, vestendo corazza e stola, benediceva la potestà laicale, beata nella virtù del sacerdozio.--
V.
In seguito il prete Clemente mi diede altre singolari notizie, per le quali la società del medio evo mi si presentò non beata, come parve al Rosminiano, ma afflitta da contendenti signorie, che non di rado tinsero d'umano sangue le acque della Dora.
Gettandomi colla mente nel labirinto delle giurisdizioni feudali, ricordai i principali signori di quei dintorni, ed ora noto i nomi di parecchi, che appresi dal conte Cibrario, tanto benevolo all'autore di queste pagine.
I Provana con titolo comitale ebbero in signoria Almese ed Alpignano, e il contado di Caselette fu dei Cauda, poi dei Cays, e quello di Chianocco appartenne ai Grossi ed ai Carignani, e dei Tomatis fu il castello di Chiusa. Chiavrie era dei Somis, che diedero alle lettere italiane un conte, dottissimo filologo, ed Exilles fu dato ai Bertola, de' quali primo conte fu il celebre Antonio, ingegnere, che costrusse le difese di Torino nel 1706. Gli Agnes furono conti di Fénil, di Rosta i Carron, i Niger lo erano di Oulx, di Foresto i Vivalda, e di Val della Torre i Caselette. Di Rubiana erano conti i Chiavarina, di S. Antonino i Pullini, che ebbero un abate, economo generale, ricordato per un bel museo da lui raccolto, ed ebbero un cardinale i Bottiglia conti di Savoulx. Marchesi di Frassinere furono i Bonaudi, e di Giaglione i Ripa, e i Groppello conti di Borgone vantarono un celebre uomo di Stato, cui son dovute le principali riforme economiche di Vittorio Amedeo II. Il feudo di Trana fu dei Gastaldi, Orsini e Gromis. Villarsamarco era feudo dei Mistrotti, e quello di Villarbasso fu degli Ambrosii, d'Angennes, Mistrotti; Pianezza appartenne al conte Martinengo nel secolo XVI; dipoi fu marchesato di donna Matilda di Savoia e de' discendenti da lei; e Reano era contado dei principi del Pozzo della Cisterna, dai quali riconosce la costruzione della gotica chiesa parrocchiale, adorna di bei dipinti. Giaveno fu della Badia di S. Michele, poi feudo di Brichanteau; e i Bertrand di Monmegliano, potenti e prepotenti baroni, cagione di molti travagli agli abati di S. Michele, furono conti del memorabile castello di Brusolo, ove nel 1610 seguì tra il Piemonte e la Francia il trattato, pel quale Enrico IV prometteva a Carlo Emanuele I la Lombardia, alto disegno rotto in allora dal pugnale di Ravagliacco, ma ricomposto e adempiuto ai dì nostri col trionfo del sangue latino. Baratonia fin dal mille fu capo di un viscontado, ed Avigliana ebbe a signori i Carron marchesi di Santommaso, famiglia che vantò nei secoli XVII e XVIII tre generazioni di ministri, e da ultimo il marchese Felice, storico di nobile ingegno e d'indole preclara.
A questi nomi dovremmo aggiungere altri molti di vescovi ed abati, onde organavasi in Val di Susa il consorzio feudale, frastagliato di tante e sì diverse giurisdizioni, che inceppavano il commercio e le industrie ed impedivano lo svolgimento del vivere libero e civile.
VI.
Che strano e disonesto brulichìo di baroni contendenti e contristati vassalli! Il medio evo fu il barbaro trionfo dell'ignoranza armata. Il disordine di que' tempi vien significato dall'istessa irregolare costruzione dell'edifizio, foggiata negl'irregolari picchi del monte; ed io lo vedeva espresso eziandio nelle strane figure intorno ai capitelli ed alle basi così delle ritte che delle ritorte colonne, miscuglio di arte romana e gotica, fatto più bizzarro dai ristauri di età posteriori. Visitiamo la Badìa a parte a parte. Facciamoci intorno all'enorme pilastro che ricorda quelli d'Egitto, e regge le vôlte principali dell'edifizio; saliamo e scendiamo nei tortuosi angusti andirivieni del monistero, per le alte scale intagliate nella roccia, sotto gli archi della chiesa, de' corridoi e delle grotte, qui fra lapidi impresse di gotici segni e di stemmi gentilizii, là fra teschi accatastati e fra cadaveri ritti entro nicchie, semicoperti da cenci, ed abbracciati alla croce, mummificati dal vento del Moncenisio, che perpetuo percuote quelle vette; e fra tanto sacro orrore sentiremo nell'animo il peso dei tempi feudali.
Che dirò d'una sera che, rischiarato da fiaccole per l'ampia scalinata, fra sepolcri e scheletri tornai ad affacciarmi alla mirabile porta del vestibolo, per cui si sale al tempio? Colonnette di marmo a diversi colori, attortigliate, cilindriche, ottangolari con base e capitello di varia foggia reggono quella singolar porta a tutto sesto, adorna di fregi e meandri in basso rilievo intagliati con ogni sorta di vezzi e fiori intrecciati, e coi dodici segni del zodiaco ne' pilastri. Ai quattro angoli d'una base di colonna sono scolpiti quattro grifoni, e ai quattro angoli d'un'altra base quattro leoni, di cui l'uno morde la coda all'altro. In un capitello sono raffigurate aquile, che afferrano un cerchio, in altri veggonsi uomini furibondi che si accapigliano, e serpenti che si avviticchiano ai martoriati, lor dando di morso, come i serpenti punitori dei ladri nell'inferno dantesco. Che più? Uno de' capitelli rappresenta Caino in atto di uccidere Abele, e in un altro si vede Sansone scrollante le colonne del tempio. Io riguardava pieno di stupore. La luce delle fiaccole balenava nelle mummie, nelle lapidi e nelle simboliche figure delle colonne; ed io andava fantasticando che mai significare potesse quella gran porta abaziale. Qual fosse il concetto dell'artista del medio evo non saprei dire; ma io poeta nelle sculture della porta immaginai rappresentate le discordie e le prepotenze della barbarie; e vidi il Caino del feudalismo che prostrava il misero popolo, l'Abele della borgata; e nel Sansone caduto fra le rovine del tempio de' Filistei io vedeva il feudalismo sfasciarsi fra i combattuti castelli e le ire dei vassalli.
VII.
In mezzo ai terrori del medio evo non di rado i monisteri furono asilo di pace e di santità, e sede nobilissima della scienza. Tale fu quello di S. Michele della Chiusa. Basti ricordare i preclari uomini che lo fondarono, governarono e protessero, e tosto all'ingresso del cenobio voi vedrete svolgersi ricca di splendori la storia di dieci secoli, da Arduino il generoso e sventurato re d'Italia, lontana imagine di Carlo Alberto, al monarca Vittorio Emanuele II, che l'uno e l'altro vendicando, alla trionfante nostra Penisola restituì più splendida e sicura la regal corona dei marchesi d'Ivrea.
Sedendo su gli scaglioni della roccia presso la porta simbolica del medio evo, nell'ora vespertina, io vidi aprirmisi lo storico volume di un millennio. Risorti nella mia mente agitata dalla maestà del luogo e dall'ora conveniente alle meditazioni salivano per que' scaglioni, e per la porta misteriosa entravano nel tempio uomini di grande autorità.
Saliva il magnanimo marchese Arduino, accompagnato dal fondatore e dal primo abate del monistero, Ugone e Adverto; e li seguivano il beato Giovanni di Ravenna, ed Amisone, vescovo di Torino. Salivano gli abati Benedetto il Seniore e il Giuniore, e con essi l'Ildebrando, il restitutore della libertà alla Chiesa e combattitore delle superbie e simonie imperiali del tedesco Enrico IV. Santo Anselmo, l'arcivescovo di Cantorbery, congiunto di sangue coi principi di Savoia, e il venerabile cardinale Pier Damiani salivano ragionando insieme della fede, della ragione, della scolastica e del ristauramento della ecclesiastica disciplina. Il beato Umberto III saliva accompagnato dal suo diletto monaco Antoniano Giovanni Gerson, che gli andava recitando alcuni versetti del suo libro _De imitatione Christi_. In seguito nella chiesa odorosa d'incenso e sonante di cantici io vedeva affollarsi lunghe schiere di monaci venerati, e famosi principi, fra i quali Eugenio di Savoia, abate commendatario della Sagra, prima di essere il vindice capitano delle milizie subalpine, e l'immortale Giacinto Gerdil, precettore di Carlo Emanuele IV, l'ultimo abate, quando allo scorcio del secolo passato la Rivoluzione francese abbatteva il vecchio edifizio sociale per ringiovanirlo.
La mia mente non riposava, ed ultimo vedeva salire il glorioso martire dell'indipendenza italiana, re Carlo Alberto, che tornò in onore la deserta Abazia, e fece rivivere quello stupendo monumento di antichità cristiana. Egli mi apparve accompagnato dal sommo filosofo Rosmini-Serbati, al cui sodalizio della Carità affidò la cura della risorta Abazia, divenuta, come Superga ed Altacomba, sepoltura dei principi della R. Casa di Savoia.
VIII.
Il monastero, tanto ammirevole e fantastico nella porta poco anzi descritta, non è del pari nell'interno della chiesa: la quale ristaurata più volte, è disforme dalla bellezza delle porte d'ingresso. Ha tre navate, di stile gotico le laterali, di stile romano quella di mezzo, sorrette da grandi colonne ricche di fregi, fra i quali leggonsi lettere Carlovingiche. Sono da osservare alcuni buoni dipinti e l'altare maggiore; un monumento romano con pie sculture dedicato da Servio Clemente alla memoria de' suoi genitori e della moglie, e il bellissimo mausoleo d'un abate, probabilmente Guglielmo d'Acaia, effigiato in pietra, e steso sotto un baldacchino fra quattro colonne.
Per una piccola porta dalla chiesa si discende nell'angusto vestibolo dell'ipogeo, già umile dimora al romito Giovanni di Ravenna. Le spoglie mortali dei Principi di Savoia, tumulate nella Metropolitana torinese, furono nell'anno 1836 da Re Carlo Alberto fatte trasportare alla Sagra di S. Michele e deporre nella chiesa ai lati dell'altar maggiore; e nell'anno 1856 per ordine di Re Vittorio Emanuele II vennero composte con ogni onoranza in distinti avelli nella sotterranea cella di San Giovanni, illustrati dal conte Luigi Cibrario con latine epigrafi, che sono la concisa ed elegante storia dei sepolti e del trasferimento delle loro ossa. Gl'Italiani salutano riverenti le ceneri de' Principi Sabaudi, e sulle loro tombe suona continua la preghiera dei sacerdoti Rosminiani.
IX.
I ROSMINIANI.
Il sodalizio della Carità fondato dal Rosmini, ed approvato dalla Chiesa l'anno 1839, sarebbe de' più possenti nella cristianità, qualora simili instituti fossero ancor piante da rifiorire ai dì nostri.
I Rosminiani non sono nè monaci nè frati, ma sacerdoti regolari che possono dedicarsi alla vita contemplativa, e, chiamati, applicarsi alle missioni ed agli spedali, all'aiuto de' parrochi, all'educazione del popolo, insomma al più ampio esercizio della carità. E perchè nessuna legge circa i beni ecclesiastici potesse pregiudicarli, accortamente il Rosmini ordinava che il sodalizio della Carità fosse congregazione di privati sacerdoti, ciascheduno dei quali vive del proprio. Finchè vien tutelata la proprietà dei cittadini, sarà pure inviolata quella dei sacerdoti Rosminiani, i quali sono poi tra loro vincolati a dare ciascuno le loro rendite all'istituto e vivere insieme.
--E quando alcuno di voi cessi di vivere, a chi spetteranno i suoi beni? domandai ad un Rosminiano.
--Egli avrà testato in favore d'un altro Rosminiano.
--E se l'erede si scioglie dai patti rosminiani ed abbandona la casa della Carità?
--Lo potrà fare, ma pensi alla sua coscienza.
Niccolò Tommaseo nel settimo anniversario dalla morte di Antonio Rosmini così parlò dello _Spirito della sua istituzione_. «Una delle prove del noviziato era l'assistenza agli infermi per lo spazio d'un mese almeno. E il Rosmini intendeva fondare un collegio di medici, per rendere filosofica insieme e religiosa la scienza, da tanti fatta men che mestiere. Il suo Istituto ammette coadiutori nelle arti meccaniche; così come ingiunge le missioni lontane: ed egli, stendendo alla grande regione dell'India il suo pensiero, desiderava trovare uomini che s'addentrassero nella filosofia de' Bramani per guadagnarli alla verità con l'aiuto della civiltà loro propria, intanto che altri per vigore di carità solleverebbero dalla natìa depressione i poveri Paria. Voleva imparassersi le lingue de' vari paesi; e in ogni cosa e luogo trattassesi principalmente con coloro da cui si possa imparare. Richiedeva l'esercizio del dire improvviso, non solamente per predicare, ma e pe' colloquii e per le scuole: le quali apriva e festive e notturne a uso dei poveri; e a' maestri degli elementi dava per protettore il Calasanzio; e diceva che dovess'egli accettare una cattedra, la pedagogia presceglierebbe alla stessa filosofia. Scelta insieme e umile e sapiente».
Il sodalizio della Carità, più che fra noi, è diffuso in Inghilterra e vien rispettato da quanti ne conoscono i seguaci. Io ne conobbi parecchi, che nobilmente operano e pregano su le rive del Verbano presso il sepolcro del loro celebre fondatore, e sul Pirchiriano intorno ai sepolcri dei Principi Sabaudi.
Quelli della Sagra di S. Michele insegnano gli elementi delle lettere ai poveri fanciulli del villaggio di S. Pietro, provvedendoli di libri e di pane, ed aiutano i parrochi dei paesi circostanti nell'evangelico ministero. Accompagnandomi intorno alla Badìa mi ricordavano gli antichi monaci dissodatori d'incolti terreni. Anche i Rosminiani convertirono ermi luoghi in ameni pensili giardini, ricreati da frequenti zampilli di acque ed allietati da rose, mirti ed allori, da platani, cedri e quercie, e da vigneti, che sospendono i loro grappoli fra l'edera di negre roccie, ed attestano il vigore della vita innanzi a caverne, crani e croci.
X.
LA BELL'ALDA.
Il prete Clemente dai ridenti giardini riconducendomi ai malinconici corridoi della Badìa, mi trasse al vecchio coro dei monaci benedettini, ora squallido e muto, e su d'una parete mi additò rozzamente dipinta la fondazione del monastero secondo la leggenda popolare. Dipoi, passando per l'andito, dove entro una cappella ammirasi Maria bellamente dipinta su tavola del Macrino d'Alba, mi condusse alle rovine dell'antica grandiosa dimora dei trecento monaci. Alla splendidezza dell'opulenta Badìa succedette lo squallore e il silenzio della morte tra frantumi di colonne, d'archi acuti e di capitelli. Accresce orridezza alle confuse macerie verso tramontana un profondo precipizio, innanzi a cui il prete Clemente mi disse: