Part 7
Tale non è il mio assunto: io sono umile espositore dì memorie che traggo ora dalla storia ed ora dalla tradizione, e spesso dallo spettacolo della natura e dalla imitazione che ne fa l'arte; e appoggiato all'adunco bastone che mi donò un arcade pastore fra le rovine di Messene, seguito il mio cammino, come il cielo m'inspira, meditando e scrivendo.
XVIII.
SANT'ANTONINO.
Da _San Valeriano_ per ampia via carrozzabile, ombreggiata da piramidali pioppi, e su d'un ponte di legno varcata la Dora, fui guidato al paese di _Sant'Antonino_, e quivi domandai se nulla vi fosse di nuovo.
--Di veramente nuovo, mi fu risposto, abbiamo il prevosto Agostino Belmondo, accolto ora con feste popolari. Annessa alla prepositura v'ha la pingue rendita di cinque mila franchi, che il neo-prevosto saprà usare piamente, perchè evangelico pastore lo annunziano la fama e i versi del bravo sacerdote D. Picco.
Visitai il paese benedetto dal nuovo prevosto. Una volta l'aria vi era insalubre, e le pallide febbri vi avevano stanza perenne. Ora non più, perchè il municipio, non perdonando a spesa, costrusse canali per dar libero corso alle acque stagnanti, e ridusse a coltura campi paludosi, provvide il paese di buone acque, derivandole dai monti adiacenti, ed aperse vie comode, che mettono alle campagne ed ai vicini villaggi.
Da questi provvedimenti emerse una vita novella; crebbero il lavoro e il guadagno, sorsero abitazioni di ornata architettura, e il popolo si mostra gagliardo e fiorente di salute, e il farmacista Casasco, che spesso richiesto era di rimedi a domare le ostinate febbri, ora trova tempo a coltivare e distillare la menta piperita, molto pregiata nella valle e fuori.
XIX.
CONDOVE.
Come _Sant'Antonino_ divenne allegro ed agiato provvedendo alla pubblica salute, così il vicino paese di _Condove_, a sinistra della Dora, crebbe in prosperità col suo mercato del mercoledì, il più frequente di commercio in Val dì Susa.
Una volta i montanari dalle ville circostanti, colle loro patate, i latticini, la segale, le castagne e frutta e derrate di ogni specie, scendevano la sera del mercoledì in Condove per avviarsi nel giorno seguente di buon mattino al florido mercato di Avigliana. La sera, ragionando quivi delle loro faccende, iniziavano e talvolta terminavano i loro negozi, onde a poco a poco si conobbe che il mercato aviglianese del giovedì si faceva per buona parte nella sera antecedente in Condove. Pertanto venne quivi sancito il mercato di mercoledì, al quale aggiunse eziandio importanza la via nuova che dalla strada provinciale mette al paese.
Un sereno mercoledì d'autunno mi aggirai sotto i portici e per le vie liete di commercio e stipate di popolo che danno manifesto indizio della nuova vita di Condove. Passai fra panieri di patate e di castagne, e sacchi di segale addossati l'uno all'altro, fra alte pertiche uncinate, da cui pendevano nastri di ogni colore, fra tavolati carichi di tele e di sete sotto tende sorrette da pali, e in mezzo all'affaccendarsi di chi va e di chi viene, di chi vende e di chi compera, incontrai, presso una fontana, su d'un carro, un nuovo Dulcamara, un uomo di strane sembianze, che, schiamazzando con rauca voce, traea intorno a sè la moltitudine e raccomandava i suoi cerotti, i suoi rimedi per tutti i malanni del mondo; e frattanto sul vicino prato, a pochi passi dalla chiesetta del cimitero, un povero cieco cantava i miracoli d'una Madonna e vendeva pie canzoncine. Così ciascuno spacciava la sua merce nel mercato di Condove, ed io scriveva la mia pagina.
Stanco di urti e di schiamazzi, a tramontana del paese salii il poggio di _Molaretto_ (che non va confuso con quello del Moncenisio) e quivi dalla casa del capitano Perodo, che mi è stato assai cortese, ho goduto d'incantevole vista. Fertili e vasti piani, e monti verdeggianti di vigneti e di selve mi stavano d'intorno, e a ponente le giogaie delle Alpi nell'estremo orizzonte biancheggiavano di nevi. Il monte che attirava maggiormente il mio sguardo era a sud-est, il Pirchiriano. Su la cima v'ha la _Sagra di San Michele_, alle falde le _Chiuse_ de' Longobardi. Quante memorie di religione e di guerra si accolgono intorno a quel monte, aspro a chi lo guarda, sublime a chi lo medita!
XX.
LE CHIUSE.
Nella storia delle armi trovansi registrati luoghi che divennero famosi, perchè ivi si decisero le sorti di molte e lunghe generazioni. Fra questi è segnalato il villaggio di _Chiusa_ alle falde occidentali del _Pirchiriano_, sorto dalle _Clusæ Longobardorum_, fra gl'Italiani non men famoso di Corfinio e di Canne, di Marengo e di Novara. L'avvenimento associato al nome del villaggio è il più grande che illustri Val di Susa, e basterebbe ad illustrare qualunque provincia.
Non mi facciano il broncio i Susini additandomi il loro arco ad Augusto; conciossiachè quel monumento non ricordi che l'accorgimento d'un prefetto, il quale per guadagnarsi l'amicizia del padrone, gli innalzò la marmorea mole col danaro delle città a lui soggette: _et civitates, quæ sub eo Præfecto fuere._ Laddove l'umile villaggio di Chiusa è l'arena in cui si contesero il dominio d'Italia due superbi conquistatori, che, sebbene l'uno più dell'altro infesti al bel nome latino, diedero vita a solenni ordinamenti, dopo un millennio non del tutto estinti.
XXI.
I Longobardi, questi barbari dalle lunghe barbe e dalle lunghe labarde, condotti dal feroce Alboino, insignoritisi di molta parte d'Italia, ebbero a lottare colla potenza de' papi e per essa caddero. Ariani dapprima, furono ostili ai papi. Divenuti cattolici nel florido regno di Teodolinda e di Agilulfo, dopo qualche tempo di pace, tornarono ad aperte ostilità contro i papi, che invocarono l'aiuto de' Franchi, i quali due volte capitanati da Pipino valicarono il Moncenisio, superarono le Chiuse, e vittoriosi in Pavia imposero tributi ai Longobardi e l'obbligo di restituire le conquiste fatte sopra la Chiesa. Accettarono i vinti le condizioni della pace; ma Desiderio, ultimo dei re longobardi, associatosi al regno il figlio Adelchi o Adelgiso, non le attenne; anzi corse coll'armi le città papali. Carlomagno, il figlio di Pipino, invocato da Roma, con poderoso esercito per le note vie del Cenisio e della Novalesa si fece alle Chiuse, che afforzate di torri e di muraglie dal Pirchiriano al Caprasio, serravano lo sbocco della valle. Caduto di animo, già stava per rivalicare le Alpi, quando, secondo strane leggende, un giullare lombardo, e secondo il racconto della Cronaca Novaliciense, confermatoci da prezioso documento conservato in Cremona[19], un tal Martino, diacono di Ravenna, per reconditi cammini giunto al campo della Novalesa, insegnò a Carlomagno la via ch'egli tenne; per la quale una schiera di Franchi potè sorprendere i Longobardi alle spalle, in tanto che il grosso dell'esercito fra lo scompiglio e la paura li vinceva facilmente alle Chiuse. Importante vittoria, che diede ai Franchi le chiavi d'Italia, e una ingerenza, non cessata per anco, nelle faccende dei pontefici romani, coll'assicurarne le conquiste ed accrescerne l'autorità.
XXII.
Questa luttuosa catastrofe suggerì ad Alessandro Manzoni due lavori, tesori di patria letteratura, la tragedia l'_Adelchi_, e il discorso (_Della storia longobardica in Italia_) che l'accompagna; tale, diremo volentieri con Tommaseo, _che di per sè basta alla fama d'un nome_.
Visitando le Chiuse e i dintorni, ne ammirai la fedele dipintura nelle pagine del Manzoni, non altrimenti che in Grecia, consultando l'_Odissea_ di Omero, io riscontrava l'antico porto d'Itaca, dove al suo ritorno in patria approdava Ulisse, e la misteriosa grotta dalle due porte, nella quale egli deponeva i ricchi doni avuti nella reggia dei Feaci.
Il Manzoni, ponderate le particolarità della cronaca Novaliciense, e studiati i documenti e le opinioni che di quel fatto scrittori diversi ci tramandarono, erudito e filosofo del pari, si mostrò conoscitore peritissimo de' tempi e de' luoghi, quasi che si fosse egli trovato al di là delle Alpi e nella Novalesa ai consigli dei re Franchi, ed a quelli del Longobardo nella reggia di Pavia, o che il suo fatidico spirito aleggiasse nelle pianure lombarde e sui monti cozzii allo scontro dei due tremendi nemici.
I gioghi e i valloni, i torrenti e le ghiacciaie, e le leggende del Rocciamelone, alle cui falde sorgevano le tende dei Franchi, tutto è con vivi colori espresso dal nostro poeta nelle parole del diacono Martino a Carlomagno, quando nella Novalesa gli narra come egli giunto presso le Chiuse abbia saputo schivare i vigili Longobardi, e torcendo a settentrione per ardui e reconditi cammini, condursi al suo campo. Uditelo. Nella nostra Italia dove si odono sempre con piacere ripetere le melodie del Rossini e del Bellini, con pari diletto ed ammirazione si udrà alle Chiuse ripetuta una delle più stupende pagine della poesia Manzoniana. Il monaco Martino interrogato da re Carlo come a lui fosse nota la via, e come al nemico ascosa, risponde:
Dio gli acciecò, Dio mi guidò. Dal campo Inosservato uscii; l'orme ripresi Poco innanzi calcate; indi alla destra Piegai verso Aquilone, e abbandonando I battuti sentieri, in un'angusta Oscura valle m'internai: ma quanto Più il passo procedea, tanto allo sguardo Più spazïosa ella si fea. Qui scorsi Greggie erranti e tuguri: era codesta L'ultima stanza de' mortali: entrai Presso un pastor, chiesi l'ospizio, e sovra Lanose pelli riposai la notte. Sorto all'aurora, al buon pastor la via Addimandai di Francia.--Oltre quei monti Sono altri monti, ei disse, ed altri ancora, E lontano lontan Francia; ma via Non avvi: e mille son quei monti, e tutti Erti, nudi, tremendi, inabitati Se non da spirti, ed uom mortai giammai Non li varcò.--Le vie di Dio son molte, Più assai di quelle del mortal, risposi; E Dio mi manda.--E Dio ti scorga, ei disse: Indi tra i pani che teneva in serbo Tanti pigliò di quanti un pellegrino Puote andar carco: e in rude sacco avvolti Ne gravò le mie spalle: il guiderdone Io gli pregai dal Cielo; e in via mi posi. Giunsi in capo alla valle, un giogo ascesi, E in Dio fidando, lo varcai. Qui nulla Traccia d'uomo apparia; solo foreste D'intatti abeti, ignoti fiumi, e valli Senza sentier: tutto tacea; null'altro Che i miei passi io sentiva, e ad ora ad ora Lo scrosciar dei torrenti, o l'improvviso Strider del falco, o l'aquila dall'erto Nido spiccata in sul mattin, rombando Passar sovra il mio capo, o sul meriggio, Tocchi dal sole, crepitar del pino Silvestre i coni. Andai così tre giorni; E sotto l'alte piante, o nei burroni Posai tre notti. Era mia guida il sole; Io sorgeva con esso e il suo viaggio Seguìa, rivolto al suo tramonto. Incerto Pur del cammino io gia, di valle in valle Trapassando mai sempre; o se talvolta D'accessibil pendìo sorgermi innanzi Vedeva un giogo, e n'attingea la cima, Altre più eccelse cime, innanzi, intorno Sovrastavanmi ancora; altre di neve Da sommo ad imo biancheggianti, e quasi Ripidi, acuti padiglioni al suolo Confitti; altre ferrigne, erette a guisa Di mura insuperabili.--Cadeva Il terzo sol quando un gran monte io scersi, Che sovra gli altri ergea la fronte; ed era Tutto una verde china; e la sua vetta Coronata di piante. A quella parte Tosto il passo io rivolsi.--Era la costa Orïentale di quel monte istesso, A cui di contro al sol cadente, il tuo Campo s'appoggia, o sire.--In su le falde Mi colsero le tenebre: le secche Lubriche spoglie degli abeti, ond'era Il suol gremito, mi fur letto, e sponda Gli antichissimi tronchi. Una ridente Speranza, all'alba, risvegliommi, e pieno Di novello vigor la costa ascesi. Appena il sommo ne toccai, l'orecchio Mi percosse un ronzìo che di lontano Parea venir, cupo, incessante: io stetti, Ed immoto ascoltai. Non eran l'acque Rotte fra i sassi in giù; non era il vento Che investìa le foreste, e sibilando, D'una in altra scorrea; ma veramente Un rumor di viventi, un indistinto Suon di favelle e d'opre e di pedate Brulicanti da lungi, un agitarsi D'uomini immenso. Il cor balzommi: e il passo Accelerai. Su questa, o re, che a noi Sembra di qui lunga ed acuta cima Fendere il ciel, quasi affilata scure, Giace un'ampia pianura, e d'erbe è folta Non mai calcate in pria. Presi di quella Il più breve tragitto: ad ogni istante Si fea il rumor più presso: divorai L'estrema via; giunsi sull'orlo, il guardo Lanciai giù nella valle, e vidi... oh! vidi Le tende d'Israëllo, i sospirati Padiglion di Giacobbe: al suol prostrato, Dio ringraziai, li benedissi, e scesi.
XXIII.
Tutto qui è evidenza, tutto verità, se ne levi la corona di piante che il poeta nella foga delle immagini diede alle brulle cime del Rocciamelone, dove è muta ogni vegetazione, nè può tronco d'albero, nè filo d'erba germinare.
Carlomagno seguiva i consigli del diacono Martino, per la via da lui calcata mandando un manipolo de' suoi prodi, e secondo Cesare Balbo[20] _metteva una schiera per le gole laterali e non guardate di Giaveno_ (cioè nella parte più meridionale della valle) _intorno al Pirchiriano, e così prendeva alle spalle i Longobardi._
Non mi sembra però probabile che i Franchi tenendo la via del diacono, potessero fare il cammino segnato dal Balbo; imperocchè le gole laterali di Giaveno erano le note vie de' Franchi, calcate due volte da Pipino, in ogni dove dai Longobardi affortificate e vigilate; oltrechè Martino, movendo di là per recarsi alla Novalesa, avrebbe facilmente incontrato i Franchi, e avuta certa notizia dei regali attendamenti senza travagliarsi per diversi giorni in dubbi e difficili cammini.
Manzoni mi è sembrato più accorto del Balbo segnando il viaggio del diacono Ravennate, nelle balze settentrionali per le valli di Lemmie e di Usseglio, ignote ai Franchi, non abbastanza vegliate dai Longobardi. La valle di Usseglio guida al colle della _Croce di Ferro_, pel quale con tragitto non lungo a pie' del giogo nevoso del Rocciamelone si giunge alla Novalesa. Di colà scesa una parte dei guerrieri di Carlo Magno, mentre l'altra superava le Chiuse, potè andare ad accamparsi in Giaveno contro i guerrieri del fuggente Desiderio.
Ciò non pertanto il Manzoni con singolare modestia, dubitando della verace via tenuta dai Franchi, nel suo discorso avverte argutamente:
«Forse una visita ai luoghi potrebbe condurre ad una scoperta più concludente. Sarebbe da desiderarsi che alcuno di coloro che si divertono a tribolar il prossimo, e dei quali il mondo non ha mai avuto difetto, pigliasse a cuore questa scoperta; e lasciando per essa le sue solite occupazioni, si portasse sul luogo, ed indugiasse ivi molto tempo in una tale ricerca».
XXIV.
Io non ho mai posto fra miei divertimenti quello di tribolare il prossimo; tuttavia mi compiacqui di visitare le Chiuse e i dintorni col fido Norberto Rosa e col suo degno amico Giambattista Rocci, notaio e poeta, il Tommaso Grossi di Val di Susa, saggio ed operoso cittadino. Nato Rocci nel villaggio di Chiusa, era l'uomo più atto ad accompagnarmi in que' luoghi e giovarmi di consiglio.
Nota il Manzoni che ai tempi del cronografo della Novalesa sussistevano ancora i fondamenti delle Chiuse:
.......Dell'arduo muro Che Val di Susa chiude e dalla Franca La Longobarda signoria divide.
Ed io aggiungerò che anche oggidì sussistono, e che li ho percorsi dal Pirchiriano al Caprasio. Furono discoperti parte nel costruirsi la strada ferrata e parte dai contadini nel dissodare la terra. Soltanto non appariscono tracce ai pie' del Caprasio, forse nascoste da materiali sovrapposti nell'innalzamento che a più riprese si fece di quel suolo divallato. A pochi passi dal villaggio di Chiusa, il comune addossò alla montagna una grossa muraglia sopra quella de' Longobardi, per far argine agli straripamenti del torrente detto il _Rio_; e lo spazio d'un miglio circa di lunghezza, che separa i due opposti monti Pirchiriano e Caprasio, dai naturali del luogo viene per antonomasia appellato _Le Mura_, certo per ricordanza dell'_arduo muro_ longobardo. Così mi affermarono abitanti del Pirchiriano di ciò richiesti, e per ultimo su la riva sinistra della Dora interrogai un contadino; ed egli pure rilevando il capo fra le pannocchie del suo campicello, e colla destra callosa accennando al dosso rossiccio del monte Caprasio ed alle tracce poco distanti delle antiche Chiuse:
--Questi luoghi si chiamano le Mura, mi rispose.
Ed io esultante al pari di Châteaubriand, quando lunghesso l'Eurota spronava il suo cavallo fra i discoperti ruderi di Sparta, guardava le macerie dell'_arduo muro_ non per anco avvertite dai moderni itinerarii, razza oziosa di libri che ripete e non aggiunge; e varcando la Dora su d'un ponte di legno, tra il fracasso delle acque scorrenti, mi parve col Manzoni di udire il vincente Carlomagno che tonasse:
.......Terra d'Italia, io pianto Nel tuo sen questa lancia, e ti conquisto.
XXV.
A breve distanza dal Monte Caprasio, presso Chiavrie, si vedono le rovine del quadrangolare castello del _Conte Verde_. Seduto innanzi alle sue merlate mura meditai nelle pagine del Manzoni il ferale avvenimento delle Chiuse e le contrarie sentenze degli scrittori. Alcuni, fra i quali il Giannone, opinarono essere stata una calamità per l'Italia la sconfitta de' Longobardi, i quali a noi mescolati per consuetudine di vita, e ingentiliti nei costumi nostri, sbarazzatisi de' Greci, avrebbero alla fin fine ricomposte le disgregate parti della penisola in una potente nazione. Altri, per contro, danno lode a papa Adriano I, che richiamò i Franchi, perchè,
....Quando il dente longobardo morse La santa Chiesa, sotto alle sue ali Carlo Magno, vincendo, la soccorse[21],
e inoltre perchè colla venuta de' Franchi, come asserisce il Manzoni, _i Romani ottennero per mezzo de' papi uno stato che li guarentiva dalle invasioni barbariche, e fu un insigne benefizio_.
Esaminando le contrarie opinioni, io vedeva nel _Discorso_ del Manzoni, direi quasi, connaturate le anime del Muratori e del Vico, dei quali egli ci dà il più stupendo ritratto che desiderar si possa: e nella tragedia, come ravvisiamo lo stesso cantore dell'_Eneide_ nel _pius Æneas_, così nel personaggio dell'Adelchi io riveriva la pia e generosa anima dell'autore, che si riconosce in tutte le sue opere, e la riscontrai nella venerata sua persona, allorchè in compagnia del mio dolce amico ed illustre latinista G. Gando andai la prima volta a inchinarlo su le rive del Verbano, e lo trovai dolorante innanzi al recente sepolcro del filosofo ed amico suo Rosmini.
Di pensiero in pensiero fra l'erudito e il filosofo io andava cercando il poeta nazionale, e lo trovava in due cori, potenti voli della lirica italiana.
Ermengarda, la figlia di Desiderio, moglie di Carlomagno, che
Con l'ignominia d'un ripudio in fronte
torna alla paterna reggia, e ricoveratasi in Brescia nel monistero di San Salvadore, cessa di soffrire cessando di vivere, è tale episodio che trasse dal cuore del poeta un canto che tutti sanno come sia improntato di santo dolore e di carità cristiana.
Sparsa le trecce morbide Su l'affannoso petto, Lenta le palme, e rorida Di morte il bianco aspetto, Giace la pia, col tremolo Guardo cercando il ciel.
L'altro coro è nell'atto terzo, e vi senti lo stato angoscioso d'Italia.
D'un volgo disperso che nome non ha.
Nel dramma è rappresentato lo spettacolo di due forze straniere che vengono a cozzare sulla nostra terra, e forse non basta al compiuto trionfo del teatro, perchè fra quella barbara lotta non udiamo il lamento d'Italia, di questa novella Ifigenia, sagrificata all'ambizione di due superbi stranieri, se ne levi il coro
Dagli atrii muscosi, dai fôri cadenti, ecc.
Il poeta nazionale, _nel cui pensiero_, come ben avverte il Tommaseo, _nè la tirannide longobarda era sacra, nè la conquista di Carlo era santa_[22], in quel coro si leva gigante coronato di tutta la sua luce. Egli non è franco, non longobardo, non papista; egli si è innalzato al di sopra delle controversie dell'erudizione e della filosofia, e sfolgora nella sfera della giustizia suprema, donde guardando quaggiù alle superbie della polvere umana sente con Balbo, che _signori stranieri, civili o barbari, si rassomigliano_; e nelle ultime strofe del coro dirette agli Italiani raccoglie la sintesi di tutto il dramma, il concetto vero e sublime del poeta che maledice, nella lotta delle Chiuse, vinti e vincitori, esclamando:
E il premio sperato, promesso a quei forti Sarebbe, o delusi, rivolger le sorti, D'un volgo straniero por fine al dolor? Tornate alle vostre superbe ruine, All'opere imbelli dell'arse officine, Ai solchi bagnati di servo sudor.
Il forte si mesce col vinto nemico, Col nuovo signore rimane l'antico, L'un popolo e l'altro sul collo vi sta. Dividono i servi, dividon gli armenti, Si posano insieme sui campi cruenti D'un volgo disperso che nome non ha.
CAPITOLO QUARTO
DAL PIRCHIRIANO A TORINO
I.
SANT'AMBROGIO.
--Sì signori, se la Sagra di San Michele si murò sul monte Pirchiriano lo dobbiamo ad un miracolo.
--Ed ove invece doveva murarsi?
--In cima a quest'altro monte che gli sta a riscontro, e che chiamiamo il _Picco di Celle_.
--Oh! narrate, di grazia, come avvenne il miracolo.
--Ecco. La Sagra, come dissi, aveva ad innalzarsi nel Caprasio, sul Picco di Celle; ma i maestri muratori avendo quasi lavorato tutto il primo giorno per piantare le prime fondamenta, tornati il dì dopo per proseguire l'opera, più non trovarono traccia dei lavori del giorno innanzi. Pietre, mattoni, sabbia, calce, attrezzi, tutto era sparito!
--Oh!
--Allora l'architetto fece ricominciare il muramento con nuovi materiali e nuovi strumenti, e venuta la notte, ordinò che gli operai dormissero tutti quanti sul lavoro. E così fu fatto. I maestri muratori colla cazzuola e il martello in mano, si coricarono quali sur un mucchio di sabbia e quali sui muri stessi; e i falegnami si sdraiarono lunghi e distesi, chi sulle travi e chi sui loro banchi, impugnando una sega, una pialla, e via dicendo.
--E la mattina seguente?
--Destati alla dimane, invece di trovarsi sul Picco di Celle, si trovarono sul monte Pirchiriano in quella medesima positura, in cui si erano addormentati la sera.
--Possibile!....
--Qual cosa è impossibile a Dio?
--Avete ragione.
--Io vi ho narrato il miracolo così alla grossa, ma saliti alla Sagra, troverete nella chiesa, nel coro antico dei PP. Benedettini, una pittura che vi spiegherà tutto ciò per minuto.--
Questo dialogo io raccoglieva nel borgo di Sant'Ambrogio, un mattino di settembre del 1854, mentre stavo aspettando una cavalcatura per salire alla Sagra; e fui ben lieto di cominciare con sì buoni auspici la pia pellegrinazione.
Ogni angolo del mondo ha qualche cosa meritevole di ammirazione. Ne ha pure il modesto borgo di S. Ambrogio, che è cinto di mura diroccate, conta 1400 abitanti, sparsi in tre quartieri, divisi un tempo da tre archi, ora caduti. Ebbe tre torri, e ne rimangono due; e la sua chiesa parrocchiale serba in onore le ceneri del santo patrono, Giovanni Vincenzo di Ravenna, ed arcivescovo della città natale, stando alle notizie dei due antichi breviari in pergamena, con miniature, conservati gelosamente nell'archivio parrocchiale. I due breviari precedono il secolo decimoquarto, non però il mille duecento e sessanta, quando Papa Urbano IV stabiliva l'officiatura e la festa del _Corpus Domini_, indicata in que' codici che cominciano così: _In nomine Domini, amen_.--_Incipit breviarium secundum consuetudinem monasterii Sancti Michaelis de Clusa_.
Queste cose mi diede a vedere con molta cortesia Giambattista Morelli, dal 1832 prevosto di quella parrocchia, de' più autorevoli ed eloquenti sacerdoti in Val di Susa.
II.
LA SAGRA DI S. MICHELE.