Part 6
Così dicendo il buon pastore dai bianchi capegli, sembrava afflitto come se ancora lo ferissero i lamenti del suo gregge, e l'onda sacrilega si agitasse intorno agli altari.
Domandai al prevosto se erasi preso alcun provvedimento o riparo contro alle nuove inondazioni e ai danni del torrente.
--Nulla, mi rispose reciso: quattro inondazioni sopravvennero di poi con danno gravissimo.
--Che si avrebbe a fare?
--Rompere la _Roccaforte_ che chiude l'imboccatura del torrente, e basterebbe.--
Mi accommiatai dallo zelante prevosto augurando che il suo desiderio si adempiesse o che altro rimedio si trovasse alla salute del villaggio.
VIII.
Il sole era tramontato dietro i gioghi del Cenisio, e la notte stendeva le tenebre sulle capanne di Chianocco. Lo splendore delle stelle, il lume delle lucerne dei casolari riflesso nelle invetriate, e le lampane appese nella via a divote imagini, rischiarando que' luoghi alpestri, insegnavano il cammino al mio cicerone, il dottore, che andava visitando alcuni infermi. Accompagnandolo al salutare ufficio entrammo in una casa rischiarata da insolita luce, e quivi ci si offerse una scena quale in vita mia non vidi mai.
Un gatto nero dagli occhi scintillanti miagolava fra gli arnesi della cucina, in mezzo alla quale ardeva gran fiamma sotto un paiuolo pieno d'acqua. Uomini e donne, armati di bastone, vi si affaccendavano intorno e attizzavano il fuoco. La più attempata di quelle donne, mormorando parole misteriose, gettò nel paiuolo a determinati intervalli sette piccoli chiodi, sette ramoscelli di rosmarino, sette foglie di malva con altre erbe. Mentre il paiuolo bolliva, tutta quella gente con piglio sdegnoso faceva intorno una sorta di ridda, battendo sul paiuolo con ripetuti colpi di bastone.
Il gorgoglìo dell'acqua tinta di strana mistura, le mistiche parole piene d'ira, e quel continuo aggirarsi a tondo di gente convulsa, mi ricordarono i due versi del tragico inglese nel suo _Macbeth_, che si riferiscono alla tregenda delle streghe, e che nel ritmo originale sono maravigliosi pel suono delle voci rispondente al subbietto:
_Double, double toil and trouble; Fire, burn, and, couldron, buble._ Raddoppiate, raddoppiate fatiche e cure; Abbrucia, o fuoco, e tu, caldaia, gorgoglia.
Mentre io abbacava per iscoprire la ragione di quel ballo infernale, il medico tornava dalla vicina cameretta, annunziando che l'ammalato era in via di guarigione. Allora i parenti ed amici dell'infermo rinnovarono i loro balli con grida di gioia ripercotendo il fumante paiuolo.
Uscito di là, chiesi al dottore che mai significasse quello strano spettacolo, che ricordava le nordiche scene delle streghe.
--Ella ha colto nel segno, mi rispose il medico: quella rustica gente attribuisce l'infermità del vecchio suo congiunto ed amico al sinistro incontro d'una povera vecchia sdentata, che si regge a stento sulle gruccie, ed è in voce di maliarda; e crede inoltre che i perniciosi effetti della malìa possano essere cacciati colle ridde, cogli scongiuri e colle battute de' bastoni, che vanno a ripercuotersi su la strega istessa. Onde quando io dissi loro che presto risanerebbe, n'esultò riferendolo non tanto alla scienza del medico, quanto alla sua arte di cacciar le malìe.
--Durano dunque tuttavia le superstizioni che tormentarono la Maddalena Rumiana? io interruppi.
--Non ne faccia tanto le maraviglie, proseguì il dottore: qui si ha pur troppo ancor fede negli incantesimi e nelle arti diaboliche; alle quali spesso il volgo attribuisce i malanni della vita. Non è gran tempo che tumultuarono questi villici, tenendo per fermo che i diavoli su queste rocce rompessero battaglia fra loro, perchè si era veduto levarsi un gran polverìo a intenebrare l'aria. Era un cedimento di monte che nello sprofondare aveva levato quel polverìo straordinario, creduto effetto di battaglia infernale. È tale fra questa gente la credenza nelle malìe, che si hanno in gran conto i libri di negromanzia, coi quali pretendesi di evocare il malo spirito, interrogarlo, richiederlo di consigli e d'aiuti, ed ottenerne risposte acconce al bisogno, in ispezie per iscoprire tesori, e per mezzo di strane parole e strane erbe fra le quali è molto in credito la _fuggia_ (in francese _fougère_), la felce, pianticella medicinale con foglie oblunghe, sottili e frastagliate, che s'alza a un metro e mezzo, e che dal negromante deve essere calcata a mezzanotte, al chiarore d'una lanterna, con formule determinate nei libri di magia. Oh! quante volte qui tocca al medico d'incontrarsi colle credute maliarde presso gli infermi, ai quali alcuna fiata, a dir vero, prestano rimedi salutari, accompagnandoli però sempre con istrani scongiuri. Ecco, per esempio, quali parole la maliarda del contado brontola su la risipola applicando il suo impiastro:
Se è rossa--che se strozza, Se è bianca--che se scianca, Se è griza--che se sfriza, Se è neira--che se speila!
Raccapricciai che qui sulle rive della Dora, dove è accolto il fiore degli ingegni italiani, e all'ombra del vessillo tricolore cresce una nuova civiltà, possano tuttavia allignare superstizioni di tal fatta, nè si cerchi modo a diradicarle.
--In ciò molto potrebbero i preti, mi rispose il medico.
--E i medici non potrebbero nulla?
Il medico tacque.
IX.
Ed eccovi, miei cortesi lettori, un bel mattino e una trista sera. In Bussoleno fui lieto di apprendere imitabili costumanze che abbelliscono le feste nuziali delle campagne, e meglio dei profumati nostri epitalamii insegnano il governo della famiglia; e in Chianocco dolorai vedendo il villaggio in balìa d'un torrente, e il popolo in balìa della superstizione, torrente ben peggiore dell'altro.
X.
SAN-GIORIO.
Ad un miglio da Bussoleno, sulla riva destra del nostro fiume, s'incontra San-Giorio, paese che da mezzogiorno a ponente si distende a piè d'una giogaia da cui sorgono malinconiche le solitarie rovine d'un castello feudale. L'edera si va abbarbicando fra le fenditure delle grosse muraglie cadenti e per le vuote pareti della quadrangolare chiesuola, e intorno alla rotonda torre merlata che sovrasta gigantesca. Dal mezzo della torre guardava a tramontana una loggia, come accenna attiguo ad una porta il lungo trave sporgente. Da quell'alta loggia, lo attesta costante tradizione, venivano precipitati giù per l'erta scogliera perpendicolare, nuova rupe tarpea, i dannati all'ultimo supplicio, e percotendo nei sottoposti ignudi scogli, tingevano del loro sangue le chiare acque della Dora, che bagna le falde alla orrida rupe del castello.
Confortiamo lo sguardo nella distesa dei monti che a tramontana, sul lido sinistro del fiume, a modo di anfiteatro, s'inarcano dal bianco campanile di Foresto alla bruna torre di San Didero (Desiderio).
Nella stagione primaverile la vaga famiglia degli augelli, e la rosa e il gelsomino, e i candidi fiorellini del mandorlo e del pero, i purpurei del persico e i bianco-rossi del melo e le infinite qualità di erbe aromatiche fra il verde del castagno, del rovere, del salice e del pioppo, e fra le ghirlande de' pampini spandono ineffabile gaiezza intorno alle capanne dì Chianocco e sul turrito castello di Bruzzolo, memorabile pel trattato quivi sottoscritto nel 1610 da Enrico IV di Francia con Carlo Emanuele di Savoia; e fra i molti casolari, che sparsi in ogni parte della cerchia alpestre, coronati di verzura, sembrano appesi ai ciglioni della montagna, e in mezzo a tanta esultanza della commossa natura, le Alpi Cozzie nel canto dei pastori e dei coloni intonano a Cristo l'inno della risurrezione e dell'amore universo.
XI.
Zefiro torna, e 'l bel tempo rimena E i fiori e l'erbe, sua dolce famiglia, E garrir Progne e pianger Filomena, E primavera candida e vermiglia.
Con questi soavissimi versi del Petrarca salutiamo il 23 aprile, giorno festivo a San Giorgio, da cui con voce corrotta si appella forse il paese; comechè altri ne voglia trarre la denominazione da un Giorio, martire della legione Tebea.
Squillano le campane della chiesa parrocchiale e suonano le musiche nelle vie stipate di popolo. Le quattordici borgate di San-Giorio oggi riposano dai lavori campestri, e i loro abitanti dalle balze meridionali sono discesi in gran folla a far baldoria con quei di Bussoleno, di Villarfocchiardo e di altri circostanti paesi, mentre su le spalle di quattro divoti, fra i canti e le fiaccole dei sacerdoti viene portata in processione una statua di legno, che rappresenta San Giorgio a cavallo, il santo patrono della cavalleria, splendido la testa di piumato cimiero e il petto di aurea corazza, col brando nella destra. Ma quello che attira la moltitudine de' curiosi non è tanto la processione di San Giorgio, quanto lo spettacolo degli spadeggiatori, che, chiuso il capo in un elmo adorno di piume e di nastri, la accompagnano, brandendo enormi spadoni e indossando una strana assisa, con cui pare vogliano imitare le fogge guerresche usate nelle età di mezzo. Io non li saprei descrivere meglio di quello che facesse Norberto Rosa nel 1843[17].
«Gli spadeggiatori non camminano mai passo passo, ma a salti a salti l'un dopo l'altro, o a due a due: fatti due salti in avanti, il primo spadeggiatore si volge indietro, batte la lama della sua lunga spada contro quella del compagno che gli vien dietro, e poi torna a far due passi, e poi torna a toccar la spada, e via via. Quando la brigata e la processione si ferma, gli spadeggiatori si fermano anch'essi, ma in una posizione guerriera, cioè colla mano sinistra sul fianco, colla destra orizzontalmente distesa, tenendo impugnato il manico dello spadone, la cui punta va ad appoggiarsi in terra. Le figure poi, i giuochi, i salti, le parate, le contorsioni, le smorfie somme che questi strani visacci fanno, sono infinite. Ora si abbassano tutti due, o tutti quattro, o tutti otto quasi a terra, tenendo i rispettivi spadoni a due mani, quasi che vogliano forbirne la lama nel suolo. Ora gettano gli spadoni in aria capovolti e li riprendono con assai maestria pel manico. Ora si cambiano in aria i rispettivi spadoni, gittandoseli l'un l'altro a non poca distanza».
XII.
In tali guise armeggiando e danzando bizzarramente gli spadeggiatori accompagnano la processione. Il più bello della bizzarra mostra segue sul prato _Paravì_. Quivi fra il popolo accorrente rappresentano una scena di rivolta contro il loro duce. Egli si difende dai nemici colla destrezza del suo brando, ma solo non può resistere a lungo contro i molti, nei quali pari alla forza è l'ira. Gli è necessità fuggire. Inutile fuga! I ribelli lo inseguono, lo assalgono, e, prostratolo a colpi di spada e con spari di pistola, lo finiscono.
Vittoriosi si guardano l'un l'altro, quasi interrogandosi: cauti s'accostano, origliando, al vinto duca, e fatti certi che più non respira, copertolo di erba sel portano via.
Quindi acclamano un altro signore; e il nuovo duce adorno di purpuree seriche insegne, con lungo cappello guernito di penne nere di struzzo, è onorato da' suoi guerrieri e presentato di fiori da tre avvenenti donne. Gli viene pure offerta la tazza delle feste, che spumeggia di vino, ed egli beve esultante, e getta la tazza che ad altri più non deve servire. Eccolo portato su le spalle dei suoi prodi, colla mano sinistra alla cintola, e due alabarde incrociate strette nella destra, percorre trionfante il paese fra le musiche e le acclamazioni del popolo.
XIII.
Sono grotteschi, a dir vero, questi simulacri di antiche lotte.
Un tempo gli spadeggiatori di Val di Susa uscivano nei giorni solenni da diversi paesi ad accompagnare le feste religiose e civili; ma da qualche anno que' di Giaglione, di Venaus e di Chiomonte hanno deposto l'elmo e la serica sopravvesta, e gettato lo spadone fra i vani arnesi delle loro terre. Ultimi e soli rimasero gli spadeggiatori di San-Giorio; e ben era loro debito tener vivo un tal costume nelle Alpi Cozzie, per onorare il santo patrono della cavalleria; imperocchè vogliono alcuni che la loro origine si abbia a cercare tra i gladiatori romani, o tra gli ordini dell'antica cavalleria; altri ne cercano l'origine tra i martiri della legione tebea, ed altri, assegnando loro un'origine meno gloriosa, li credono reliquie de' tanti mimi e buffoni che trastullavano i tirannelli.
In tanta discrepanza di opinioni interrogai il degno prevosto di San-Giorio, G. B. Pettignani, che mai significasse la strana scena testè rappresentata nel prato _Paravì_; e presso la torre quadrangolare che fiancheggia la sua casa, innanzi alla gemebonda fontana che gl'irriga il pensile giardino, egli gentilmente così mi rispose:
--Probabilmente è una di quelle tante scene del medio evo, in cui, come a Cesana e ad Ivrea, il popolo si sbarazza del suo oppressore.
--Appunto così e non altrimenti, sclamò l'egregio avv. Gianone di Bussoleno, che mi era compagno. Appunto così, e non altrimenti si ha da interpretare, come nella festa del _Barro_, da due anni, con dispiacere di molti, cessata nel mio paese. Colà nel pomeriggio del giorno di Pasqua, nella sala del Comune, convenivano i membri del Consiglio, a ciascuno dei quali era consegnato un grosso fuso, nelle due estremità munito di punte di ferro. Quindi fra le musiche, e con gran seguito di popolo, si andava nel prato del _Barro_, dove, sorteggiati que' consiglieri, partivansi in due campi, e, fissato il segno del bersaglio, giocavano a chi meglio vi colpiva, e i vinti pagavano le spese del convito alla festante brigata.
La festa dei fusi ricorda una magnanima nostra popolana, che, tentata da lascivo feudatario, vuolsi che in petto gli abbia confitto il fuso ad arte ferrato, e tolta così di pericolo la sua onestà, e liberata da un tiranno la nostra patria. E il nome _Barro_ ricorda un benemerito Bussolenese, che per testamento legava al Comune la proprietà d'un suo prato, a condizione che ogni anno vi si facesse il giuoco dei fusi, che in segno di riconoscenza verso il gentil donatore, assunse il nome di giuoco del _Barro_. Bell'esempio di giustizia e di virtù cittadina!
XIV.
Le strade ferrate e il telegrafo confondono a poco a poco in una famiglia le stirpi diverse, e quella multiforme poesia che nasceva dalla varietà dei caratteri, delle leggi, degli usi e dei costumi, si va grado grado armonizzando nel duplice canto dell'uguaglianza e dell'industria. Noi salutiamo gli acquisti della civiltà; però vorremmo eziandio conservati certi usi e certe feste, così religiose come civili, che, ricordando le virtù degli avi, stimolano i nipoti ad emularle. Ci piacciono pertanto gli spadoni di San Giorio e i fusi del _Barro_ (come in Bussoleno l'avvocato Rivetti con molta cortesia me li mostrò nella sala del Comune), perchè attestano che il popolo delle Alpi Cozzie fu in ogni tempo belligero ed amico a libertà, e che seppe mai sempre meritarsi il titolo di guardiano delle porte d'Italia.
XV.
IL SASSO D'ORLANDO E LA GROTTA DI SAN VALERIANO.
Dagli spadeggiatori di San-Giorio ai cavalieri erranti di messer Lodovico Ariosto è facile il passo.
Alla destra della Dora, fra _Villarfocchiardo_ e Borgone, a pochi passi dall'antica strada reale, mi venne mostrato un sasso che, secondo una falsa tradizione, sarebbe quello che il disperato Orlando spaccò colla sua famosa Durindana, quando vi lesse incisi i nomi di Angelica e di Medoro e le parole che facean fede dei loro beati amori.
Dico, secondo una falsa tradizione; imperocchè al di là delle Alpi è il teatro immaginato dall'Ariosto, in cui vien descritta la grotta,
Dove Medoro insculse l'epigramma, (ARIOSTO)
che trasse il geloso nipote di Carlomagno ad atti inauditi di disperazione; senzachè i dintorni di Villarfocchiardo, sebben lieti di acque e di selve, non corrispondono agli incantevoli luoghi, ritratti con poetici colori dall'Ariosto.
Il sasso mostratomi presso il ponte della _Giaconera_ sorge a fior di terra, è lungo circa tre metri, ma non vi si vede fenditura di sorta, sibbene un'incanalatura condotta a colpi di scarpello. Certo è però che la cascina, innanzi alla quale è il sasso, si chiama anche oggidì la cascina Rolando, che suona a un dipresso Rutlando, il vero nome del Duca d'Anglante, mutato dagl'Italiani in quello di Orlando per maggior dolcezza di suono.
Un altro particolare diè vigore alla falsa tradizione. Nella cascina Rolando, antico rustico edifizio con due finestre di stile gotico e con merli anneriti dal tempo, a cavaliere della porta d'ingresso, era dipinta sulla facciata una Madonna, e in diverse parti lo stemma gentilizio della famiglia Carroccio Fiocchetto, che teneva il feudo di Villarfocchiardo. Inoltre si vedeva figurato un guerriero a cavallo con elmo piumato in testa, ed armato la destra di lunga spada. Forse in quel guerriero si è voluto rappresentare San Giorgio o San Martino, ma il volgo credette ravvisarvi il furioso Orlando. Il tempo e le piogge hanno pressochè cancellato l'affresco della Madonna, e soltanto rispettarono qualche testa, qualche zampa dei leoni dello stemma gentilizio; e del sognato Orlando sono rimaste solo le piume del cimiero e la punta di Durindana.
Checchè ne sia, il sasso d'Orlando in Val di Susa venne ricordato eziandio da scrittori stranieri. Ne parla il Valéry nell'opera _Curiosités et anecdotes italiennes_, e porta a testimonianza il Lalande, che _«raconte avoir ouï dire qu'à trois lieues de Suse on voyait une figure de Roland, et que l'on y montrait une pierre énorme fendue par lui d'un coup de son épée, suivant la tradition du pays»_.
Io, guardando la parete merlata del podere, mi assisi nello spianato erboso, innanzi l'antico edifizio, sullo spaccato sasso di Orlando. Un contadino, che mi ci scorse, additommi su la rustica muraglia lo sbiadito guerriero:
--Quello è Orlando, mi disse.
E accennando dove io sedeva:
--Questo è il sasso spaccato da Orlando Furioso.
Alle parole del colono, meglio che alla lezione d'un retore, io mi sentii spirare d'intorno un'aria piena di romanzesca poesia; imperocchè dalla leggenda del villano traluceva una cara pagina dell'Ariosto, trasportata sulle rive della nostra Dora e vivificata negli affetti del buon popolo alpigiano, che intorno a quel sasso e innanzi alle reliquie di quel dipinto ricorda le corse vittoriose fatte in Val di Susa da Carlomagno e da' suoi paladini.
Al mormorìo delle limpide acque della Dora, e in cospetto alle folte selve che colà ammantano i circostanti piani e le pendici, io immaginava una spelonca presso il sasso famoso, e deliziandomi in tali immagini, ripeteva con l'Ariosto le soavi parole di Medoro[18]:
Liete piante, verdi erbe, limpide acque, Spelonca opaca e di fredde ombre grata, . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Io povero Medor ricompensarvi D'altro non posso, che d'ogni or lodarvi;
E di pregare ogni signore amante, E cavalieri e damigelle, e ognuna Persona, o paesana e vïandante, Che qui sua volontà meni o fortuna; Ch'all'erbe, all'ombra, all'antro, al rio, alle piante Dica: Benigno abbiate e sole e luna, E de le Ninfe il coro, che provveggia Che non conduca a voi pastor mai greggia.
XVI.
Mentre io m'inebbriava negli estri d'Ariosto, e mi vedeva innanzi Orlando investito dalle furie della gelosia, ecco all'improvviso avanzarsi a cavallo, e con grande celerità, un giovane animoso, scintillante negli occhi neri. Era il dottore Rumiano, mio conoscente, che in atto amichevole veniva a stendermi la destra, e, sapendo i miei desiderii, profferivasi di guidarmi sulla riva sinistra del fiume ad una grotta memorabile, un tempo abitata da un santo, onde si è diffusa nel popolo una pia tradizione.
Accettai di buon grado l'invito. Salutammo Villarfocchiardo, i suoi annosi castagni e le reliquie dì due antichi monasteri benedettini; e quindi varcammo la Dora sul ponte della _Giaconera_, bellissimo ponte in pietra a tre archi, che illustra il regno di Carlo Alberto, e costò poco meno d'un milione di franchi e l'opera di sei anni. Al di là del ponte toccammo _Borgone_, dove a piè d'ignudo poggio coronato da solitaria torre mi fu additata l'allegra villa di Enrico Montabone, ricco uomo, la cui più preziosa gemma è la bella e colta sua consorte.
Traversato il paese, lieto di vigneti, costeggiammo a levante la montagna di _Frassinere_, passammo presso il ponte della strada ferrata, gettato in linea diagonale sulla Dora, e torcendo a sinistra, giungemmo a _San-Valeriano_, piccola borgata, frazione del paese di Borgone, addossata alle rocce cavernose di _Pietraculera_. Quivi entrammo nella chiesuola di San Valeriano, da cui si denomina il divoto villaggio, e penetrammo a sinistra in un disadorno antico oratorio, al cui fianco apresi nella montagna la grotta ove si ricoverò e morì San Valeriano.
Attigua allo speco v'ha una piccola finestra d'onde i divoti possono sporgere il capo ed osservarlo. In quel dì una povera donna del villaggio, non ha guari campata da una grave infermità per le assidue cure del Dottor Rumiano, inginocchiata, dalla finestruola sporgeva le congiunte mani, intrecciate fra le deche di un rosario, e mormorava preghiere.
Il dottor Rumiano, al vederla:
--Eccovi, mi disse, chi meglio di me potrà narrare i prodigi di San Valeriano, e come riparasse in questa grotta.
--Oh! ben volentieri, signor dottore, rispose la pia donna: poichè, come più volte le ho detto, io deggio al patrocinio di questo Santo le tante sue cure nella mia infermità, e il poter sostenere insieme colla povertà i continui disastri della vita.--
Ed entrata nell'oratorio, andò a prostrarsi innanzi alla grotta, e baciato con riverenza il sasso, così riprese:
--Io narrerò del Santo quello che nelle lunghe serate d'inverno, presso al focolare, sino dall'infanzia udii spesso ripetere dalla mia vecchia nonna.
Valeriano, Tiburzio, Ignazio, Pancrazio, Maurizio, Giorio e Giacomo erano sette fratelli addetti alla legione Tebea, ed avevano una sorella per nome Cecilia, fatta cristiana prima di loro. Valeriano, persuaso dalle buone opere e dai consigli della sorella, si convertì anch'egli alla fede cristiana, e pertanto fu, dappertutto ove andasse, perseguitato dagl'infedeli. Si ricoverò fra Giaveno e Pinerolo ne' monti di Cumiana, ma anche là fu dai nemici investito; ond'egli spiccato un salto da un masso, potè sfuggire ai suoi persecutori e trovar rifugio sicuro qui lungo la Dora, e propriamente in questa grotta dove santamente morì.
A Cumiana un sasso tuttavia serba l'impronta d'un ginocchio del nostro Santo, la chiesa di Villarfocchiardo ne possiede il cadavere, e fra noi si ha una sua reliquia, donataci dal Vescovo di Susa, cara memoria che abbiamo sempre nel cuore e nelle preghiere, che festeggiamo ogni anno il dì 14 aprile.--
Così parlava e così credeva la pia donna, e le sue parole e la sua fede mi toccavano il cuore.
XVII.
Eccovi, miei lettori, a sei miglia da Susa, su le due rive della Dora, due leggende, cavalleresca l'una, religiosa l'altra, frutto ambedue della storia di que' popoli. Imperocchè le leggende sono un elemento storico ampliato, e talvolta travisato dalla immaginazione delle moltitudini.
I dominatori stranieri che in diverse età irruppero dalle Alpi colle barbare armi, facendo violenza alle porte d'Italia, e singolarmente Carlomagno col seguito lungo de' suoi paladini, il feudalismo, che di torri e di merli cerchiò le cime de' monti, e i martiri della legione Tebea, e i ricchi monisteri, e i potenti abati, e ferocie di guerra e carità di religione lasciarono forti ricordanze nelle menti dì questi popoli, per cui ne sorse in Val di Susa gran numero di leggende cavalleresche e religiose, che porgerebbero abbondante materia di studio all'erudito filosofo.