La Dora

Part 5

Chapter 53,737 wordsPublic domain

Entrati nella chiesa del cenobio, ristorata nel 1712 da re Vittorio Amedeo II, ammirammo, fra diversi quadri di poco pregio, la _Natività del Signore_ del Lemoine, e _Cristo deposto nel sepolcro_ del Blondel; indi passammo nella sagrestia, dove osservammo il bel pastorale con manico di avorio, intagliato di rabeschi, nel secolo duodecimo adoperato da San Pietro primo abate di Tamié, come spiega una pergamena, nella quale io lessi: _Ce bâton est bien véritablement le bâton pastoral de Saint-Pierre, premier abbé de Tamié l'an. 1132._

Tornati in chiesa, visitammo le reliquie di santo Eldrado. Stanno esse religiosamente conservate in una cassa di legno[15], coverta nei quattro lati da lamine d'argento cesellate, opera d'arte del secolo duodecimo.

I lavori a cesello in varii compartimenti rappresentano angeli ed apostoli, Maria Vergine e Cristo benedicente; e ai due capi della cassa sorgono due figure più alte e in maggior rilievo, i santi Pietro ed Eldrado.

Le ossa dell'antico abate della Novalesa dormono in pace, protette dalle figure più sublimi del cristianesimo, alle quali, guardando io attentamente, esclamai:

--O padre Ilario, conosco anch'io i prodigi di questo santo, che ho letto in diversi libri, e spezialmente in quello del Rochex: _La gloire de l'Abbaye de la Novalèse._--

E padre Ilario, levando il capo, rispose:

--Il secolo indifferente non cura gran fatto questi prodigi, ma ogni onest'uomo dovrà venerare le virtù cristiane, che onorarono la vita del nostro abate Eldrado. Io sempre le venerai, desiderando di finire i miei giorni accanto alle sue ceneri presso la grotta dove soleva pregare, su questo poggio profumato dalle sue memorie. Ma una legge di soppressione, che io rispetterò perchè proposta da legittime autorità, ci minaccia, e ben tosto mi allontanerà da questo chiostro: _Fiat voluntas Dei._--

XXXII.

Così confortandosi nell'aiuto della Provvidenza, mi condusse sul farsi del meriggio dietro le già accennate antiche cappelle, su d'un terrazzo ombreggiato da annose querce, e di lassù godetti incantevole veduta.

Io vedeva la valle irrigata della Cenisia, e verso il sud le montagne di Gravere e di Chiomonte folte di selve, e il monte di Giaglione più al basso, e alle sue falde il campanile di Venaus, e udiva il continuo fracasso del fiumicello giù nelle forre delle voragini petrose, e il gemito carezzevole delle cascatelle d'acqua, che, coi nomi particolari di _Claretta_, _Torrente_, _Roggido_ e _Rivo malo_, scorrono come argento fra il verde del Rocciamelone, e ricordano le cascate dell'Aniene sui gioghi tiburtini; e un olezzo dì erbe aromatiche e un'armonia perenne, il bello della natura misto di orrori e di delizie: questa vista m'inebbriava i sensi, e più dolorosa rendeva al vecchio monaco la minacciata dipartenza.

XXXIII.

Le umane instituzioni invecchiano e si dissolvono, anco le più solenni, quando il concetto divino vien soverchiato dal mondano. Allora a risuscitarle non basta forza d'uomo: solo il potrebbe un miracolo.

Ci rimangono talvolta alcuni stupendi esempli del loro stato primitivo per testimoniare alle genti il divino concetto che le creò, ben diverso dal mondano che le corruppe.

Padre Ilario era uno di tali esempli, uno di que' monaci che sarebbe stato amatissimo da S. Benedetto. Egli piegò il capo alla legge di soppressione del 29 maggio 1855; e per diversi mesi ancora fu veduto errare per la valle della Novalesa, e piangere e pregare nella grotta dove pianse e pregò santo Eldrado.

XXXIV.

LA BRUNETTA.

Dalle reliquie d'un antico monastero trasportiamoci alle recenti rovine d'una celebrata fortezza, della _Brunetta_, che nel secolo scorso, fra la Cenisia e la Dora, propugnacolo del Piemonte e d'Italia contro i nemici d'oltralpi, su d'un'acconcia giogaia distesa al nord-ovest di Susa, faceva innalzare l'accorto re Carlo Emanuele, commettendone l'incarico al Bertola, uomo espertissimo nell'arte militare.

Chi nel descriverla uguaglierà mai lo storico Botta, che giovanetto la vide, maravigliando, in tutta la pompa de' suoi baluardi? Io leggendo la descrizione ch'egli ne fa, innanzi ai frantumi ancora giganteschi di quella fortezza, mi sentii preso d'un sacro entusiasmo, siccome quando in Tivoli presso la villa di Mecenate io leggeva le odi di Orazio, in Siracusa dalle eminenze dell'Epipoli le Verrine di Cicerone, e qualche pagina della _Gerusalemme_ del Tasso sulle sponde del Giordano.

«Opera affatto romana fu, esclama il Botta; i forestieri la visitavano come maraviglia, e maraviglia era veramente per la grandezza del concetto, per la pazienza degli uomini in farla, per la maestrìa dell'arte, per la fortezza delle opere. Brunetta la chiamarono, e cinta era di otto bastoni. Venne scavata nel vivo sasso: di vivo sasso erano i bastioni e le cortine, di vivo sasso la unica strada, per cui vi si saliva, con cannoniere e feritoie da ogni lato. Vi si scorgevano le ruvide, aspre, scabre e sporgenti schegge del macigno rotto con l'artifizio delle mine. Non so, ma a chi dentro e d'intorno vi si aggirava, qualche cosa d'infernale e di tremendo appariva. Tra quegli spezzati, e quasi direi lacerati macigni, tra le fauci cupe delle vicine valli, tra quelle ombre scure, e quasi direi fatidiche, che di verso occidente, declinando il sole all'occaso, dalle montagne calano, e le sottoposte fondure ingombrano ed abbuiano, tra il romore della veloce Dora e della velocissima Cenisia, tra quell'immenso sipario dell'Alpi, che alla poderosa Francia accenna, tra quell'altezza della Rocciamelone, che quivi vicina a foggia d'altissima torre i monti signoreggia, e porta in cima una cappella dedicata all'umile Vergine, madre di Dio, l'anima s'innalzava, e da questo mondo si separava, piena di spavento, di religione e d'orrore»[16].

XXXV.

Quali guerre sostenne la Brunetta? Quali vittorie ci apportò? Come finalmente ancora giovine e bella cadde in frantumi?

Senza un fatto d'armi che la illustrasse, vergine di sangue umano, dopo soli sessanta anni di vita, nel 1796 cadde al cenno di Napoleone I, che sceso in Italia per altre vie, nella febbre de' suoi trionfi la volle smantellata; e la Sabauda Guardiana delle Alpi dovette piegare all'arbitrio del più forte.

Nella piazza d'armi (31 agosto 1855), lasciato a destra il convento dei PP. Cappuccini, e lo scalo della strada ferrata, per un viale di platani trassi alla giogaia su cui giacciono le reliquie della Brunetta. S'incontrano i frantumi del ridotto di Catinat, propugnacolo di poco conto già esistente prima che si costruisse quello della Brunetta: e non del tutto cadute le mura del forte di Santa Maria: e della Brunetta si veggono i solchi delle mine per i tre ordini di bastioni operati nel vivo sasso verso Francia, e prostrate le caserme e i baluardi e l'ospedale di cui rimangono solo in piedi due archi; e del palazzo del governatore una parete in cui è dipinta una meridiana, colla data del 1726. Visitai que' luoghi con dolore; e quando mi trovai fra le macerie della chiesa, anch'essa atterrata, tutto mi vinse il sacro orrore di quelle vaste rovine, reso ancora più solenne dalla cupa vista del selvoso Mompantero, dietro cui giganteggia il Rocciamelone.

Il Rana, ingegnere susino, cui venne affidato l'incarico di smantellare quella fortezza, compiè il doloroso uffizio sull'incruenta meraviglia dell'arte militare, e pianse: e Pietro Contrucci, quando ancora le ceneri di Napoleone I dormivano sotto il salice di Sant'Elena, colla seguente patetica epigrafe fece parlare la rovinata Brunetta:

IL VIGILE GVARDIANO DELLE ALPI POSE ME TORREGGIANTE SV QVESTO MASSO. EBBI VITA BREVE E IMMACOLATA DAL SANGVE. NAPOLEONE A VILIPENDIO MAGGIORE DEI CONQVISTATI ME VOLLE DIVELTA PER I NIPOTI DEI MIEI AVTORI. AMBI SIAM NVDE MEMORIE CON DIVERSA FAMA. VN SALICE APPENA ADDITA LA TOMBA DEL GVERRIERO. AMPIE ROVINE IL LOCO OVE IO SORSI SVPERBA

XXXVI.

LE GORGIE.

Lasciando le rovine della Brunetta, scesi nella via che mette al Cenisio, e presso il ponte di S. Rocco, torcendo a destra per un breve declivio, entrai nelle _Gorgie_, amenissimo luogo di campagna, giustamente vantato dai Susini.

Lungo la riva sinistra della Dora si distende un pergolato, nel cui fondo vidi una peschiera in erboso piano ombreggiato da un castagno, e grotticelle incavate nel masso, e salici curvati sulla Dora che sbocca dalle vicine rupi, e le acque del Chiauri che, derivate dagli alti monti di Giaglione, con bella cascata giù scendono dal fianco della montagna adiacente, spandendo una cara armonia intorno alla casa del cav. Galassi, reliquia della grande armata; il quale, accogliendomi in una stanza di quel suo eden dedicata alla memoria del re Carlo Alberto, mi additò in dodici quadri rappresentate le vicende del magnanimo ed infelice nostro monarca. La temperatura è così mite in quel luogo riparato dai venti aquilonari, che insieme col frassino e col castagno cresce rigoglioso l'ulivo; e quasi direbbesi che nel verno colà vada a rifuggirsi la primavera.

Chi ne' giorni sereni sul farsi del meriggio andrà a visitare le Gorgie, vedrà la luce del sole, riflessa nelle cadenti acque del Chiauri, dispiegarsi in leggiadra iride e colorare l'eden del Galassi. Quivi l'animo stanco di piangere sulle rovine dei monasteri e dei castelli, e sulle traversie dei popoli, vede sfavillante in quell'iride una speranza, la quale annunziando una gloria superna che non perisce mai, scende a consolare le umane sciagure.

CAPITOLO TERZO

DA SUSA AL PIRCHIRIANO

I.

FORESTO.

O leggiadre mie leggitrici, che passate per Val di Susa, se vi piace che il nome d'un vostro diletto vi risuoni amorosamente all'orecchio, venite con meco alla villa Balma fra i pampini, i pioppi e gli ippocàstani della Brumera, e quivi l'eco fedele vi ripeterà non una, ma dodici volte, la sospirata cara parola.

Salve, o Dora, salve, o Balma, io sclamai più volte, e l'impietrita ninfa, la mal corrisposta amante di Narciso ripeteva i miei saluti al patrio fiume e all'ospite gentile, mentre io mi avviava al marmoreo villaggio di Foresto, che alle falde orientali del Rocciamelone spunta sulla sinistra riva della Dora a due miglia da Susa.

II.

Lo svelto e bianco campanile del paesello contrasta mirabilmente colle propinque ignude rocce di color cupo rossastro, che tagliate a picco perpendicolarmente, d'un'altezza non minore di 500 metri, succedonsi le une alle altre con molti segni delle ripetute rivoluzioni della natura, con ripidi solchi di viottoli e di torrentelli, e tentate qua e là dalla mano solerte del colono alpigiano, che raggranella un po' di terra su l'arido masso per fargli abbracciare la vite e la spiga.

Da qualche noce soltanto è temperata quella selvaggia orridezza presso il torrente che sbocca da una profonda caverna piena di spavento, denominata perciò l'_Orrido di Foresto_.

Penetrai in quell'Orrido, che a guisa di labirinto si prolunga entro le viscere del monte, e mi pareva di entrare in uno di quegli spechi, d'onde il corsaro guata la ricca preda che solca il mare.

Dalle ghiacciaie del Rocciamelone scendono abbondevoli acque con gran fracasso entro la caverna, e raccoltesi in diversi bacini incavati dalla natura e dal tempo, si riversano sopra lisce pietre marmoree, e all'ingresso dell'Orrido scorrono spumeggiando fra le ruote d'un molino presso una povera casetta, di là dal ponte che traversa il torrente. Così il letto di queste acque fosse men basso, chè potrebbero fecondare i vicini campi!

Uscendo dall'Orrido levai gli occhi ad ammirare le pittoresche rocce che spaccate in cima lasciano intravvedere un po' di cielo, e in quella vidi un'aquila che aveva in becco un serpentello. Rimasi attonito, e una vecchierella che filava presso la casa del molino:

--Non abbia paura, mi sclamò, chè San Basilio protegge questi luoghi dai serpenti. Guardi quel masso a pan di zucchero che è di contro a noi, e vedrà una striscia bianca. È quello il segno rimasto d'un terribile serpente che infestava le circostanti borgate.

A queste parole della vecchia, Norberto Rosa, che avevo al fianco, crollava il capo ghignando.

Io guardai e vidi veramente quella striscia bianca, che appellasi comunemente il serpente di San Basilio. È una venatura del sasso, la quale somigliando ad un lungo rettile, ha dato occasione alla leggenda riferitami dalla credula vecchierella di Foresto.

III.

Presso a Foresto veggonsi cave di marmi bianchi e verdi, che servono all'arte: e in quel paese come a Carrara, di frammenti di marmo splendono anco le più umili case.

Andammo alla villa dell'avvocato Luciano Genin sindaco del paese: ella ride fra le reliquie d'un tempio sacro alle Dee matrone, secondo si ritrae dalle iscrizioni di parecchie lapidi scoperte ivi in un giardino. Trovai già memorie di queste divinità salutari sulle cime del Monginevra; ma in Foresto direbbesi che duri tuttavia il loro culto, e il risorto loro santuario sia la villa Genin.

In sull'imbrunire, stando noi per accommiatarci, i nostri gentili ospiti, in compagnia del gioviale parroco del paese, ci condussero fino a notte fra i meandri de' boschetti e le aiuole del giardino, e quindi, come per caso, ci fecero riuscire in un pergolato sotto la cupola fronzuta d'un verde pinacolo, che rischiarato da molte faci, offerse la vista d'una lauta cena, quasi per virtù d'incanto imbanditaci e presieduta dall'amabile consorte del sindaco, vera dea matrona del luogo.

Sedemmo a mensa, e venuti a discorrere d'agricoltura, il sindaco mi comunicò un suo molto bene studiato progetto per assicurare al paese l'abbondanza dell'acque anche ne' tempi di più ostinata siccità. Egli vorrebbe derivare dal Rocciamelone per un traforo di non oltre a 180 metri, ne' gioghi adiacenti al villaggio, parte delle acque de' ghiacciai, le quali servirebbero così a meglio irrigare non solo i campi di Foresto e di Mompantero ai tempi asciutti, ma ad accrescere il volume delle acque della Dora, talvolta scarsa anch'essa ai bisogni dell'agricoltura; il che tornerebbe a grande benefizio delle lontane campagne, principalmente del territorio di Torino, e gioverebbe eziandio e precipuamente alle macchine degli opificii e all'igiene della capitale.

Stupii che la spesa di questa altrettanto utile quanto desiderata opera non verrebbe ad eccedere i sessantamila franchi; di che l'utilità grande accoppiata all'economia dovrebbe raccomandare l'impresa agli amministratori della cosa pubblica.

Mentre il sindaco ragionava dei vantaggi dell'acqua, noi sperimentavamo quelli del vino. I vini generosi di Sant'Eusebio, spesso cantati dal mio Norberto, e quelli di Foresto, che pur dovrebbe cantare, diffondevano l'ilarità nel convito, talchè i severi quesiti di pubblica economia diedero luogo alle ingenue arguzie del parroco, allegro servo del Signore, che coll'assiduo suo intercalare _quel che è, è_, troncava ogni controversia, e ci invitava a toccare i bicchieri.

--Come ti piace questo parroco? mi domandò Norberto.

--Mi pare, rispos'io, che il versetto servite _Domino in laetitia_, e l'altro _jugum suave est_, siano scritti per lui.

--Hai ragione, mi replicò egli. Se tutti i preti gli somigliassero, il cielo non ci perderebbe nulla, e la terra ci guadagnerebbe moltissimo.--

IV.

BUSSOLENO E CHIANOCCO.

Spesso in poveri alberghi e in picciol tetti, Nelle calamitadi e nei disagi, Meglio s'aggiungon d'amicizia i petti, Che fra ricchezze invidïose ed agi Delle piene d'insidie e di sospetti Corti regali e splendidi palagi, Ove la caritade è in tutto estinta, Nè si vede amicizia se non finta.

Questa ottava dell'Ariosto un bel mattino mi suonò più che bella e soave in Bussoleno, paesello diviso dalla Dora, con vecchie mura merlate e case di stile gotico. Ad una balza vicina, cinto di quattro torri, gli si atterga pittorescamente il Castel Borello, abitato beatamente da un caro ex-arciprete.

Un cortese dottore di medicina, che mi accompagnava e trametteva le sue notizie al continuo mormorar della Dora, mi additava a mezzogiorno i monti della _Balmetta_, e alle loro falde le cave di _San Basilio_, cave di serizzo, specie di granito, e verso tramontana l'alpe di _Balmafol_ colla miniera di calcopirite ramifera, somigliante a quella delle cave svedesi, e la _Faucimagna_, gola di esteso monte che vantasi della _Fuggiera_, cava di marmo verde serpentino, quello che più si approssima al verde antico. Ivi giganteggia l'arido picco de' _Tre denti_, così chiamato da tre punte che si dispiccano al vertice della _Faucimagna_. Visitammo la chiesa parrocchiale, sormontata da un antico campanile, e nel ritornare ci abbattemmo in una allegra compagnia di villani e villanelle, che, adorna di rosse nappe alle cuffie ed ai cappelli, e con mazzolini di fiori al petto ed in mano, iva alternando canti e danze al suono d'un violino.

--Che cosa è questo tripudio? io chiesi al mio cicerone.

--È una pastorella dei monti di Cesana, che va a sposarsi con un giovane qui delle vicine borgate di _Mattie_.

Intanto che il mio cicerone mi dava questa notizia, la sposa spiccatasi dalla comitiva, e lesta come una camozza delle sue montagne, era venuta ad attaccarmi un roseo fiocco sul petto.

--Che fate, mia bella sposa! gridai io alla vista di quella strana decorazione.

--Che? Non conosce più la Lucia di Bousson?

--La Lucia di Bousson! La figlia del pastore Giacomo, che con tanta cortesia mi accolse ospitalmente nella sua capanna, quand'io, malconcio da pioggia dirotta, scendeva dal Monginevra? Oh! sì, sì che ti riconosco agli occhi cilestri ed al labbro di corallo, ed alle trecce d'oro che oggi, siccome quel giorno, si diffondono fra i gigli e le rose del vivace sembiante.

Dietro alla sposa era pur venuto, non senza sospetto, lo sposo; se non che appena seppe che io conosceva il padre di Lucia, fece vive istanze perchè andassi a prender parte al convito nuziale.

Lo ringraziai del cortese invito, perchè la gita era troppo lunga, e io desiderava visitare il villaggio di Chianocco, per dove c'incamminammo, lasciando che gli sposi, coll'allegra comitiva, si godessero tutto quanto _il più bel giorno della vita_, come lo chiama lo Scribe.

V.

--Ha fatto male, mi disse l'accorto mio cicerone, a non accettare l'invito degli sposi. Si sarebbe spassato davvero. Le prime accoglienze che la suocera suol fare alla nuora son tali da piacer anche ad un poeta.

--Dice davvero?

--Certamente. Ecco come si fanno le cose. Quando la brigata giunge alla casa dello sposo, trova chiusa la porta; la nuora picchia tre volte; al terzo picchio si apre, e in sulla soglia si affaccia la suocera, burbera nel volto, colla mestola appesa alla cintura, e comincia questo dialogo con la nuora:

--Che cosa volete?

--Entrare in vostra casa, e obbedirvi in quanto vi piaccia di comandarmi.

--Eh! Voi altre ragazze leggiere e capricciose ben altro avete in capo che l'assetto della casa.

--Lasciatemi provare e vedrete.

--Ma qui si tratta di pascolare e mugnere gli armenti.

--Ed io pascolerò e mugnerò gli armenti.

--Di tagliare il fieno e lavorare i campi.

--Ed io taglierò il fieno e lavorerò i campi.

--Di alzarsi la prima e coricarsi l'ultima, perchè la vecchia suocera possa alzarsi l'ultima e coricarsi la prima.

--Ed io farò anche questo.

--Ma voi verrete meno a tante fatiche.

--Iddio e vostro figlio mi aiuteranno.

A queste affettuose parole la suocera smette l'aria sua burbera, e stringendosi amorevolmente fra le braccia la nuora:

--Vieni, figlia mia, le dice, vieni, e possa tu non mai scordarti delle fatte promesse.

Poi, levandosi la mestola dalla cintura, la consegna alla sposa, che da quell'istante fa gli onori della casa, e invita tutta la compagnia a prender posto al banchetto di nozze; nel quale v'ha ciò di curioso che, mentre ciascun convitato ha la sua posata, lo sposo e la sposa, seduti l'uno accanto all'altro, mangiano entrambi nello stesso piatto, e bevono allo stesso bicchiere, quasi a significare che da quell'ora in poi vi è tra loro perfetta comunanza di vita. Insomma le ripeto, conchiudeva il dottore, che a queste nozze di villaggio ella avrebbe passato un bel giorno, e ha fatto male a non accettar l'invito.

--E a me pare, al contrario, di aver fatto molto bene.

--E perchè?

--Perchè vossignoria mi apprese in pochi minuti quanto io non avrei facilmente saputo nel villaggio di Mattie in tutto il giorno.

VI.

Questo racconto sente del ritratto che il libro dei Proverbi fa della donna massaia, la quale, traendo alla rocca la chioma, vigila al buon governo della famiglia; e mi ricorda altresì certe costumanze di feste nuziali, che trovai in un villaggio delle Calabrie, dove il popolo conserva l'idioma, i riti religiosi e i costumi de' suoi padri albanesi.

Quivi la suocera all'entrata della casa avvolge un lungo nastro color di rosa dietro alle spalle degli sposi, e congiungendone i capi innanzi al petto, trae seco la desiderata coppia, rappresentando così uno stretto vincolo d'amore. Poscia i parenti e gli amici insieme cogli sposi stendono le mani intrecciandole a modo di corona nello spianato innanzi alla porta della casa e a suono di musiche cominciano una ridda lietissima, cantando ad un tempo in lor favella consigli e ammonimenti alla sposa, che somigliano in parte a quelli della nostra suocera delle Alpi Cozzie.

La moderna civiltà bandisce, siccome fole, dalle superbe città queste simboliche cerimonie, e riduce le feste nuziali ad un atto notarile, ed al calcolo di alcune cifre: ed io amo ancora cercarne la poesia rifuggita fra il buon popolo dei monti, ove col suo canto e le sue corone rifiorisce il patto più solenne della vita.

VII.

Fra questi pensieri giugnemmo alle pendici dell'opposta montagna meridionale al villaggio di Chianocco; e qui, a costo di essere tacciato di monotono scrittore, non voglio passare sotto silenzio l'Orrido di Prabecco, detto anche di Chianocco, dal nome del villaggio, orrido non meno pittoresco di quello di Foresto.

La montagna calcarea spaccata o dal lungo lavoro del torrente che vi passa, o da qualche geologico rivolgimento, offre uno spettacolo tanto sublime, che mi sentii l'animo trasportato ora alla spelonca di Collepardo nello Stato Romano, presso la Certosa di Trisulti, ed ora al deserto del Battista nella vicinanze di Betlemme. Una voragine tenebrosa si volge a modo d'immane serpente nelle viscere della montagna, ed io, aggirandomi più volte fra lo svolazzare dei corvi, varcai il torrente che mi contendeva il passo fra le gigantesche erte rocce che, inarcandosi in sul vertice, si approssimano, quasi una forza misteriosa le portasse a congiungersi.

Colà nulla mi sorrideva, se ne levi qualche raggio di sole, che, penetrando dalle fenditure, si rifletteva nell'argentea schiuma dell'acque e ne' marmi di vario colore, i quali, luccicando, formavano una specie di mosaico nel letto del torrente. Dopo essermi di molto inoltrato, tornando sulle mie orme, all'orlo della caverna mi si affacciò un alto picco detto la _Roccaforte_, così appellato dall'apparenza che ha d'una grossa muraglia di castello.

Uscito dalla tenebría della spelonca, andai, per serenarmi lo spirito, nella casa del prevosto Cibrario, venerando vecchio, pastore di Chianocco. Ed egli, accoltomi con atti di squisita cortesia, mi parlò del torrente che sbocca dall'Orrido di Prabecco, e della costernazione del suo gregge, quando, nel mattino del 18 ottobre 1846, l'acque grosse devastarono lì presso il molino, ponti e case, e per una porta, or fatta da lui murare, irruppero nel santuario seco trascinando alberi e macerie d'ogni maniera, e, condottomi nella chiesa:

--Qui, sclamava con voce affannosa, qui, nella chiesa l'acqua si era levata all'altezza di un metro e mezzo, e sovr'essa galleggiavano travi e ruote del molino colle croci, e i candelabri, e gli arredi della casa del Signore.--