La Dora

Part 4

Chapter 43,729 wordsPublic domain

--Guardate, mi diceva, a mezzodì quella giogaia grave di lucide ghiacciaie; è la punta di _Bart_; di là piegando fra meriggio e ponente, s'incontra il _Lago bianco_, così detto dalla chiarezza delle acque. Quell'altro picco è la punta di _Malamet_, e nella parte occidentale, nuda dì alberi ed arida, ci si presenta la _Rocca bianca_, alle cui falde si estende il piano del piccolo Moncenisio, e al nord-ovest vedete la roccia di _Clery_ così abbondante di camosci, che vi corre il proverbio:

Quand sur le Clery il n'y aura plus de chamois, Notre Roi n'aura plus de soldats.

Dalla parte nordica i gioghi della Tarantasia ci segnano la via che mette a Lansleborgo, primo paese di Savoia, che s'incontra scendendo la _Ramassa_ pel versante del Cenisio opposto a quello che salimmo, e piegando al nord-ovest ci si mostrano le rocce _de Ronche_, che vanno ad unirsi alla _Rocca-Michele_, coronata dalle eterne ghiacciaie di _Lamet_.--

XV.

Fui ben grato al cortese Majneri, mentre in mezzo a quell'orrido anfiteatro di picchi e di geli ci sorridevano liete ore nell'ultimo piano del Cenisio, a 2100 metri sopra il livello del mare; e Norberto Rosa usciva a celebrare le trote del lago con questo bizzarro _sonetto_:

Chi vuol saper quanto può fare il caso Nell'accoppiar due disparate teste, Qui del Cenisio sulle algenti creste Venga, e ben tosto ne sarà persuaso.

Vedrà il cantore dalle note meste Che il Sinaï e il Taborre ebbe a Parnaso; E il segusin che ritentò le peste Di quel d'Arezzo che cantò del naso.

Vedrà il primier, in suo pensiero assorto, Tener sul lago le pupille immote: Immote sì da disgradarne un morto!

L'altro, in cerca di grilli e di carote, Correr di qua di là per suo diporto, E più che il lago contemplar le trote!....

XVI.

Le dolenti visioni di Susa tornarono ad assalirmi, e turbavano la gaiezza di quella compagnia; ond'io sapendo di trovarmi fra due buoni italiani, stretta ad ambidue la destra, non mi tenni dallo sclamare:--O cari fratelli, qui più che altrove ci si rappresenta la comune patria, contristata dagli avidi conquistatori. Oh quante volte da queste Alpi, potenti stranieri con seguito formidabile di armati si affacciarono al giardino d'Italia, e sempre ardenti della libidine di signoria, scesero a disertare le nostre belle contrade!

Scendeva Annibale rinnovando il giuramento del padre contro i Romani, ed al valore de' suoi soldati in premio promettendo il sacco delle nostre città. Scendeva Carlo Magno, e benedetto dal pontefice di Roma cacciava d'Italia il Longobardo; cacciava uno straniero per assicurare fra noi il suo dominio: straniero egli più dei Longobardi, che ormai, per lunga dimora, eransi, nella dolcezza del nostro cielo, addomesticati alle nostre usanze. Scendevano nello scorcio del secolo passato eserciti francesi, lusingando i creduli nostri popoli col nome di Repubblica, e promettenti invano alla Italia vivere libero e grandezza nazionale. Nè soltanto di fuori ci vengono i nemici, chè ne abbiamo, e molti, anco fra i nati sotto il nostro cielo. Se togliamo il Piemonte, chi potrebbe anche oggidì rimproverare al _Viandante_ del poeta, se

«Ai bei soli, ai bei vigneti Contristati dalle lagrime Che i tiranni fan versar, Ei preferse i tetri abeti, Le sue nebbie ed i perpetui Aquiloni del suo mar?».[13]

XVII.

Tempriamo queste memorie di sangue e d'inganni con due ricordanze che tornano dolci ad ogni buon Piemontese, come di domestiche liete venture; una festa regia ed una popolare.

Il dì 9 novembre, giorno di domenica del 1619, si celebrarono con pubbliche dimostrazioni le nozze di Cristina figlia di Enrico IV re di Francia col principe Vittorio Amedeo di Savoia. Il serenissimo duca Carlo Emanuele, padre di lui, volle che venendo di Francia gli sposi avessero sul Cenisio splendide accoglienze, e perciò vi fu edificato un delizioso palazzo con nove stanze, con portico retto da due colonne e acconce iscrizioni latine.

Venuti gli sposi, fu loro dato lo spettacolo di una giostra di cavalieri armati, su le rive del lago, colla quale, raffigurando la resa di Rodi, si volle rappresentare una nobile impresa, da cui trae nominanza la Reale Casa di Savoia. Valeriano Castiglione, istorico dei Reali di Savoia, nella vita del duca Vittorio Amedeo ricorda quella festa nel modo seguente[14]:

«A capo del lago un'isoletta formata dalla natura e modellata dall'arte rappresentò quella di Rodi. Questa assalita da finte squadre turchesche in atto di guerra navale, venne difesa da altre di cavalieri pur fintamente condotti dal conte Amedeo di Savoia _il Grande_. Dopo tal conflitto uscirono alcune truppe di cavalieri a correr la lancia, ed a combattere con lo stocco nel campo d'una vicina pianura. Tutto il buono e tutto il bello d'una regia splendidezza e del fasto umano fu compendiato in quel giorno.

«Accompagnò la festa una quiete insolita d'aria con serenità di cielo, in modo che parve cangiata quella regione, sempre orrida, in un abitato soave, sospeso l'impeto de' venti e fatte esuli le procelle per servire alla felicità del passaggio della principessa sposa.»

Oltre a quanto ci riferisce il Castiglione, le feste che accompagnarono Madama Reale e il Serenissimo Principe, fra le grida di _viva Savoia e Francia_, vennero descritte da Carlo Emanuele Roffredo con ingenuo racconto, dirò con P. A. Paravia, ch'ebbe cura di far ristampare la _Memoria delle cose d'allegrezza che sono state fatte_ in quella occorrenza.

Non meno grata fra gli alpigiani è la memoria della festa celebrata sul Cenisio il dì 13 agosto del 1837. Era la sagra di Santa Cecilia, patrona della musica, donde presero occasione le provincie di Susa e di Savoia a preparare un fratellevole ritrovo con musiche e banchetti. E furono veduti i due popoli di Susa e Lansleborgo, divisi di favella e costumi ma uniti in una speranza, che doveva avverarsi più tardi, confondersi in dimostrazioni di amore presso il lago, sulle vette del Cenisio. Alla quale festa cittadina Norberto Rosa aggiunse quella sempre piacevole delle sue rime.

XVIII.

Le feste della monarchia e del popolo ricordavamo percorrendo i molti ordini di stanze e i corridoi dell'Ospizio, quando il Padre superiore, che ci è stato largo di cortesie, ci apri un libro, sul quale i viaggiatori sogliono segnare i loro nomi.

Nella pagina 14ª, colla data del 2 agosto 1854, si legge:

Umberto di Savoia, principe di Savoia.

Amedeo di Savoia, duca d'Aosta.

Quindi succedono i nomi di due principesse di Savoia e delle persone che accompagnavano i reali principi.

Umberto ed Amedeo, questi giovani in cui sono locate le speranze della R. Casa di Savoia e dell'Italia, con patrio senno educati, non ignorano che nella lingua sta molta parte del concetto nazionale, che la gloria avvenire della loro stirpe sta nella grandezza della nostra penisola; e sul Cenisio, dove si parla il francese, scrissero in italiano i loro nomi, lasciando a parecchi del loro seguito l'antica favella di corte.

XIX.

Ci accommiatammo dal Padre superiore dell'Ospizio, dal lombardo Mayneri e dal piemontese Pacchiotti, colto giovane colà andato a rinvigorire la malferma salute; e risaliti in carrozza, per le chine e fra i pilastri della _scala_, risalutammo il piano di S. Niccolò, verde ed armonioso, la bella valle della Novalesa, e selve di pini e di frassini, e frutteti in grande abbondanza, fra i quali aprivasi allo sguardo in tutta la sua pompa la valle inferiore di Susa, che fra due ordini di alti monti, irrigata dalla Dora si prolunga maestosa, mostrandoci a sinistra i gioghi di Frassinere e a destra la _Sagra_ di S. Michele, locata sul vertice del Pirchiriano, a perenne benedizione delle alpi Cozie; e nell'estremo orizzonte il colle e la Basilica di Soperga: stupenda veduta!

XX.

Che mai direbbe, risorto fra noi qualche alpigiano de' secoli scorsi? Egli lasciò il natale Cenisio con intricati e difficili cammini, pieno di pericoli e di paure, ed ora lo rivedrebbe festoso ed agevole ai varchi per l'ampia comoda via, che, iniziata e condotta innanzi dalla mente di Bonaparte, venne compiuta con ogni sollecitudine dal nostro Governo. Senzachè si vanno apprestando altri mezzi acconci ad agevolarne e sempre più accelerarne il passo.

Fu chi voleva giovarsi delle acque del lago del Cenisio, e per congegni e forze idrauliche trarre i carri su rotaie dentate con grande celerità, e di questo meccanismo vidi uno schema e un felice sperimento in casa del signor Carlo Henfrey, alla presenza del commendatore Paleocapa, ministro dei lavori pubblici. Altri voleva attenersi a mezzi meno arditi e più sicuri, facendo munire la via di rotaie di ferro per cui più agevolmente scorrerebbero i carri; ma prevalse l'ardito concetto di operare un ampio traforo fra Modane e Bardonecchia; e si va eseguendo con grande solerzia.

L'alpigiano che non avesse fede nei prodìgi dell'industria, attribuirebbe gli ardimenti dell'intelletto umano a sataniche malìe, che un tempo furono tanto in voce fra i popoli delle Alpi, ed in singolar modo nei dintorni di Giaglione, fra le folte selve dei castagni, i più vantati della provincia.

XXI.

Il sole tramontava, le ombre delle foreste si distendevano sui villaggi, ed i pini del _Bosco-nero_ dall'opposta montagna davano una cupa malinconia, e noi passavamo innanzi a Giaglione, l'antica dimora della Maddalena Rumiana, dove l'amico Norberto, lasciata l'ilarità di che soleva vestire i suoi racconti, prese a narrarmi i casi della miseranda donna.

XXII.

«Nasceva la Maddalena Rumiana nella valle di Oulx intorno alla metà del secolo decimosesto, e condottasi a Giaglione, non si conosce in qual anno, si maritò ad un tale Rumiano, che, morto, non le lasciò altro retaggio che il nome.

Inoltrata negli anni, vedova e povera, traeva la misera vita senza trovare chi la confortasse, perchè in Giaglione era tenuta straniera, ondechè il rozzo popolo la fece segno a scherni ed accuse, e dichiaratala strega, a provarla tale non tardò ad inventare argomenti di ogni sorta.

Perlaqualcosa non è maraviglia se le sciagure che travagliavano il villaggio, sia per influenza di atmosfera, sia per altra causa qualunque, fossero tosto attribuite alle sue malìe.

Nembi, folgori, gragnuole, carestie, disastri di pastori, mortalità di armenti, i mali della natura e dell'umanità, si dicevano spesso opera de' suoi tremendi scongiuri. Guai se una casa già mezzo scassinata dagli anni cadeva in rovina! tosto se ne accagionava la Maddalena, che alcuni mesi addietro erasi ricoverata sotto la tettoia. E se mai una sposa sconciavasi, si diceva che la infelice, una domenica entrando in chiesa, s'era imbattuta nella maliarda, che l'aveva sinistramente affatturata.

Crebbero le calunnie a dismisura, ed i maligni, di cui non è mai penuria, sobillando ed infiammando la moltitudine, trasserla a denunciare Maddalena Rumiana innanzi al Santo Ufficio, siccome _tenutta per strega et mascha dalla pubblica voce et fama_.

XXIII.

«I padri dell'Inquisizione colsero quest'opportunità per ostentare il loro zelo a gloria della cattolica fede, e tosto ai loro cenni la strega della valle d'Oulx, tolta dall'innocente tugurio, venne imprigionata a Susa, indi tratta innanzi ai padri inquisitori.

Dove oggi in Susa è il Collegio degli studi, nel principio del secolo decimosettimo sorgeva il carcere ed il tribunale della santa Inquisizione.

Colà fu interrogata la nostra Maddalena, che, innocente come era, negò, e della sua onesta vita richiese a testimonio il proprio parroco, il quale, con coraggio non comune a quei tempi, dichiarò per iscritto come l'accusata fosse donna dabbene e divota, dandone frequenti prove coll'accostarsi ai sacramenti della Penitenza e dell'Eucaristia.

Testimonianze che a nulla valsero; imperocchè gli esaminatori, che volevano ad ogni costo strapparle di bocca ciò che essi chiamavano la verità, le ingiunsero di non perfidiare più oltre _sub poena funis_. E accoppiando l'ipocrisia colla ferocia, sotto colore di umanità promisero di usar misericordia verso di lei, quando avesse confessato ogni cosa.

XXIV.

«Confessarsi rea o soffrire la tortura--a così diabolico dilemma piegavano non di rado uomini vigorosi; pensate dunque se poteva reggere la Maddalena sfinita dagli anni, dalla miseria e dai patimenti della prigione.

La tortura era per lei il più terribile de' mali; all'incontro la parola _misericordia_ sul labbro de' sacerdoti di Cristo era il più dolce dei beni. E fidente in quella evangelica parola, compiacque la innocente alla barbarie degl'inquisitori, e si disse rea dei malefizi tutti di che l'accusavano; però non senza contraddirsi, nell'assegnare il tempo, le persone ed i luoghi: il che ad intemerati giudici sarebbe bastato a dare indizio che le risposte di lei non erano tanto effetto della reità, quanto della violenza che le facevano.

Nè soltanto disse vere le accuse, ma dimandata se di altri delitti si sentisse colpevole, la infelice narrò come spesso in compagnia di altre streghe, che tutte nominò, si recasse di notte tempo al _Rigoletto_, ossia al concilio dei diavoli, in una selva del Minareto, o Mollaretto.

Narrò che al _Rigoletto_ si andava per aria a cavalcioni di un bastoncino unto di un misterioso unguento, e che il bastoncino e l'unguento erano a loro dati dal diavolo.

Narrò che calpestato il crocifisso, fu quivi costretta a rinnegare il battesimo e la fede cristiana, la prima volta che andò al _Rigoletto_; e descrisse i balli, i giuochi e le oscene tresche a cui streghe e diavoli si abbandonavano, intantochè un di costoro, seduto sur un tronco d'albero, batteva un tamburo, facendo _to, to, to_....

Insomma ripetè le tante storielle di fattucchierie udite sui monti sino dall'infanzia, e se ne dichiarò rea: e a così assurde e fanciullesche confessioni mostravano di aggiustar fede uomini che dicevansi luce del mondo, ministri della giustizia e sostenitori della religione.

Indi ad un mese la Maddalena Rumiana veniva condannata al carcere perpetuo.

Questa fu la _misericordia_ dei padri inquisitori!»

XXV.

Rimasi sbalordito a tale racconto, comechè la storia dell'Inquisizione sia ricca di simili e peggiori, ed io ne abbia uditi assai in Sicilia.

Chiesi a Norberto Rosa donde avesse tratte le notizie del suo racconto, ed egli mi rispose, possedere l'originale processo, che, incominciato nel principio del milleseicento, durò due anni.

Tornati a Susa, volli vedere questo curioso processo, e Norberto Rosa mi presentò uno scartafaccio roso dalle tarme, ingiallito dal tempo, scritto in caratteri semigotici, in un gergo curialesco, tra il latino e l'italiano.

--Eccolo, mi disse con incisiva ironia, il glorioso monumento della civiltà degli avi!...--

XXVI.

LA NOVALESA.

Abbastanza toccammo dei tristi casi della Maddalena Rumiana. Andiamo a confortarci l'animo a tre miglia dalla città, in una amena frugifera valle, chiusa fra le Alpi Cozzie e le Graie, colle falde del Rocciamelone al nord-est, e le acque della Cenisia, che in cascate pittoresche biancheggiano su gli erbosi Banchi delle circostanti rupi, e vanno a crescere gli argentei tesori della nostra Dora.

Siamo nella valle della Novalesa, dove ridono tre villaggi: _Venaus_, dal latino _venatio_, perchè nei tempi romani era luogo di caccia; la _Ferriera_, i cui gagliardi abitanti un tempo su lettighe trasportavano i viaggiatori dall'altra parte del Moncenisio con istraordinaria forza e coraggio: e la _Novalesa_, con poco più di mille abitanti, che dà il nome alla valle, e che anticamente fu chiamata _Novalicium_, cioè _nova lex_, _nova lux_, perchè santi uomini sino dai primi tempi del cristianesimo diffusero la nuova luce del Vangelo, vivendo fra le rupi nella solitudine e nella preghiera.

Diede pure il nome all'antico monastero della regola di S. Benedetto, fondato a breve distanza dal paese in cima d'un poggio nel 726, da Abbone, ricco patrizio di Francia, al quale obbedivano le città di Moriana e di Susa.

XXVII.

Il Monastero di Novalesa e l'ubertosa valle e i gioghi che le fanno corona, abbondano di antiche leggende, raccolte dalla celebre _Cronaca novaliciense_, scritta in barbaro latino, ma piena di peregrine notizie, pubblicata dal Duchesme e dal Muratori, e in Torino dalla R. Deputazione di storia patria, e volgarizzata ed illustrata in alcuni capitoli da Cesare Balbo.

Del cronografo s'ignora il nome e la patria: si rileva però dalla cronaca istessa e dalle osservazioni del cav. Fabrizio Malaspina, ch'egli dimorasse nel Monastero di S. Pietro di Breme.

Amo le antiche leggende dei monasteri, imperocchè sotto il rozzo loro involucro io sento le virtù di operosi romiti, la semplicità d'un popolo credente, e l'ingenuo animo del cronografo cenobita.

Chi ama le leggende si faccia meco sul Rocciamelone, sul più alto fra i picchi circostanti, a 3492 metri dal livello del mare.

«A destra del Monastero (così narra un frammento della _Cronaca novaliciense_, tradotto dal Balbo) sta il monte Romuleo, eccelso sopra gli altri monti aderenti. Nel quale dicesi dimorasse già durante l'estate, tratto dalla frescura ed amenità del luogo o del lago Romulo, un certo re sterminatamente grande. Da questo re adunque prende nome il monte, a' piè di cui passa la via a Borgogna. Narra il volgo esserci sopra alcuni generi di fiere che sono pure sul Moncenisio, orsi, ibici, capre ed altre, buone a cacciarsi. Nascevi e scendene per un petroso profondo burrone un torrente, in mezzo a cui, dicesi, che sorga come misto un fonte salato, onde le ibici e le capre e le agnelle domestiche vi corrono per amor del sale, dove mette al piano, e molte vi son prese. Dicesi poi che quando nel detto monte dimorava il detto Romulo, vi adunasse un enorme tesoro; ma nullo che ci abbia voluto salire vi potè mai riuscire.

«Ora il vecchio che tante cose di questi luoghi mi narrò già, facevami intendere che egli stesso con un suo compagno chiamato Clemente, essendosi un mattino alzato molto per tempo, e per un cielo serenissimo, presero a salire quanto più presto il monte. Ma sendo già vicini, incominciò il cacume a coprirsi di nubi ed ottenebrarsi; e a poco a poco a crescere l'oscurità e giungere ad essi, ed essi a brancolare colle mani, ed a scamparne a mala pena. Parve loro, dicevano, come se di sopra si buttassero loro pietre; imperciocchè ad altri pure, dicesi, che succedesse il medesimo. Sulla sommità poi, da una parte non trovasi altro che saliunca; dall'altra, dicesi sia un lago di maravigliosa grandezza, con un prato. Il medesimo vecchio poi solea narrare d'un certo cupidissimo marchese nomato Arduino, il quale avendo sovente udito dai villani narrar tali cose, cioè del tesoro ragunato sul monte, e accesone di desiderio, subito comandò ai chierici che seco ne venissero a salire, i quali, tolta la croce e l'acqua benedetta, e cantando _Vexilla Regis_ e le litanie, misersi in via; ma prima d'arrivar all'apice del monte, non diversamente dagli altri, con ignominia se ne tornarono.» Fin qui la cronaca al libro XI, cap. V.

XXVIII.

Il Rocciamelone non solo scuote la immaginativa colle fantastiche leggende, ma tocca il cuore coi sentimenti religiosi, festeggiando addì 5 agosto di ciascun anno la Madonna della Neve.

Un antico simulacro di bronzo fatto a modo di tritico con in mezzo la Madonna, custodito nella cattedrale di Susa, in quel giorno viene portato a dosso d'un uomo sulle cime del Rocciamelone, in una cappella di legno, surrogata all'antica cappella scavata nel vivo sasso ed ora coverta di ghiacci.

Concorrono in gran popolo i divoti, anco da lontani paesi, ed è spettacolo commovente il vedere quelli della Savoia che con uncini ai piedi e bastoni ferrati attraversano vaste ghiacciaie, stretti a drappelli di quindici o venti, legati gli uni agli altri, con una lunga fune a guisa di catena intorno ai lombi, talchè se ad alcuno di essi avvenisse mai di precipitare, tosto gli altri lo ponno sorreggere. Per tal modo quei pellegrini si assicurano di non cader sommersi ne' crepacci delle ghiacciaie, che, coverte di leggieri strati di gelo, talvolta la state scoppiano con grave pericolo di chi le traversa.

La festa del cinque agosto ricorda Bonifacio Roero d'Asti, che nel 1358, presso la vetta del Rocciamelone, faceva nel vivo sasso scavare una cappella, collocandovi il simulacro in bronzo della Vergine, e costruiva un ricovero pei pellegrini, anco ai dì nostri appellato la _Casa d'Asti_.

Con tale pia opera il Roero adempieva il voto fatto, nella schiavitù de' Turchi, alla Madonna, d'innalzarle cioè una cappella sul monte più alto d'Italia, fra quelli di possibile salita, quando mai tornasse a libertà.

Nel 1419 Amedeo VIII fece ristaurare la casa di ricovero: Carlo Emanuele II col fiore della sua corte salì quell'altezza per venerare la Santa Vergine il 5 agosto del 1659; e il pio esempio venne imitato dai magnanimi figli del re Carlo Alberto, come attesta una lapide quivi locata.

XXIX.

Queste pie memorie io raccoglieva nell'autunno del 1854, allorchè la prima volta per un viale di salici, fra 'l mormorio delle acque cadenti e 'l canto de' pastori e dei coloni, saliva il poggio del Monastero della Novalesa.

Le cronache lo ricordano coronato di splendore sotto i Carolingi, fra i monasteri che dovevano provvedere _dona et militiam_. Carlo Magno, quando venne a prostrare il regno de' Longobardi, vi dimorò parecchi giorni con dimostrazioni di particolare affetto. Suo figlio Ugone si fe' monaco e fu assunto alla dignità di Abate del Monastero; nel quale crebbero a dismisura le ricchezze e i titoli di giurisdizione, e fiorirono uomini segnalati per dottrina e santità.

Il monastero toccò la maggiore sua prosperità al sorgere del secolo nono. Ricco e potente, talvolta peccò di cupidigie mondane, e nel 906, predato e distrutto dai Saraceni di Frassineto, giacque miserabile rovina.

Risorto sullo scorcio del secolo X, si mantenne in umile condizione sino al 1601, quando nella persona di Antonio Provana rivestì l'antica dignità abbaziale.

XXX.

Pochi monaci io trovai nel chiostro della Novalesa. Mi strinsi col padre Ilario, pel quale aveva una commendatizia.

Padre Ilario era un vecchio monaco di antica stampa: avea abbandonato gli agi dell'opulenta sua casa per associarsi ai solitari delle Alpi, e fedele alla regola di S. Benedetto, vivea nella preghiera e nel lavoro.

Il suo nome era in benedizione nella valle. Se ne' paesi vi erano dissidii da quietare, sventure da confortare, il padre Ilario sollecito colle parole del Vangelo andava a portare la concordia, la pace e la speranza; e consolava i poveri di elemosine, e riconciliava i moribondi con Dio, e quando non era chiamato ad opere di cristiana pietà, pregava e lavorava nei campi del monastero.

Robusto di membra come di volontà, ora a forza di braccia e di mine mandava in aria un ostinato masso che sporgeva in mezzo ad un campo, ora dissodava una sterile landa: e qui raddrizzava i tralci d'un vigneto, là piantava un mandorlo; qui segnava i solchi alle zolle, là coltivava i rosai e i gelsomini per adornarne gli altari del cenobio.

XXXI.

Presentata la commendatizia a padre Ilario, lo inchinai riverente, come ne' tempi antichi il pellegrino andava ad inchinare i monaci di Subiaco e di Montecassino, e lo pregai di mostrarmi le cose più degne di attenzione.

--Ben volentieri, mi rispose egli cortesemente, ma ben poco troverete da ammirare. Le guerre e le rapine, inseparabili compagne, han guasta ogni cosa.

Usciti per un giardino, e salita una china erbosa, visitammo la grotta, dove è tradizione Santo Eldrado, abate del monistero, si raccogliesse ad orare.