Part 3
Fatte da Exilles due miglia di piacevole cammino, giunsi all'allegro Chiomonte (_caput montis_), bel paese di due mila abitanti, sulla riva destra della Dora, coronato di eccellenti vigneti, che, in ispezie quelli della collina meridionale, danno vini squisiti.
S'incontrano ad ogni passo i tralci delle viti, che serpeggiano su per le pareti delle case, e vi si avviticchiano intorno alle mura; qua densi pergolati ne ombreggiano la via, colà a modo di tappezzerie pendono pampinose ghirlande dai tetti e dalle finestre. Insomma Chiomonte è la festa delle vendemmie, dove Redi e Meli, questi due poeti dei baccanali di Toscana e di Sicilia, avrebbero facilmente trovato da aggiungere qualche nuova pagina ai loro celebrati ditirambi.
Sui gioghi vicini sorgono noci e castagni di smisurata grandezza, e sulle più alte cime veggonsi folte selve di abeti e larici, nido ai camosci, desiderio ai cacciatori. Presso l'Assietta vi hanno due laghi; e diversi torrenti mettono foce nella Dora.
Uscito di Chiomonte per avviarti alla vicina Susa, ti si fanno innanzi a destra due picchi di montagna, dalle cui vette si vede la valle di Fenestrelle, e a sinistra _Giaglione_, cogli annosi castagni. Indi si passa pel villaggio _Gravere_, e quivi alpestri spelonche mettono nell'animo sublime orrore; ed il torrente _Gelassa_ romoreggiando ricorda i danni che cagionò co' suoi straripamenti, ed ora arginato da robuste muraglie scorre sino a Susa e va a mescolarsi con le acque della nostra Dora.
XXII.
Seguendo sul territorio di Gravere il corso del torrente Gelassa (memorabile per lo scontro avvenutovi il dì dell'Ascensione del 1800 fra le milizie austro-sarde e i soldati di Bonaparte, che sotto il comando del generale Taureau calavano dall'alto Delfinato, mentre il grosso esercito valicava il San-Bernardo), fatte dal Monginevra sedici miglia, rientrai lieto e ricco di memorie nella regale città di Cozio, e tosto corsi a salutare l'arguto poeta delle Alpi, il caro Norberto Rosa, forte con lui rammaricandomi, che una valle così illustre per guerre e per paci gloriose, così poetica per tremende e pietose istorie, una valle così simpatica per la maestà de' suoi monti e delle foreste, per la varietà de' colli, la vivace e cortese indole degli abitanti, come questa dell'alta Dora, sia corsa e visitata così poco da chi cerca acque fresche, aure soavi, ameni luoghi e salubri nelle estive pellegrinazioni. Colpa forse del non trovarvisi, neppure nei villaggi più frequenti di commercio, in bene acconce locande e altri luoghi di tal fatta, quei conforti, che oggimai sono diventati necessità della vita.
La quale cosa io ho voluto toccare con quel singolare affetto che il pellegrino porta ai luoghi che visita, acciocchè provvedano per avventura al difetto coloro che al proprio interesse e a quel della patria intendono.
Addio, intanto, o amenissima valle! Addio, o gioghi del Monginevra e del Chiabertone! castelli di Cesana e di Exilles, e voi, memorande secolari piante di Oulx, e voi ridenti vigneti di Chiomonte e di Gravere, abbiatevi il mio affettuoso addio qui in Susa, dalle sponde della Dora, che fra noi nasce e discorre portando vita perenne, e che io accompagnerò con religioso amore fin là dove si disposa al regale Eridano.
CAPITOLO SECONDO
SUSA E SUOI DINTORNI
I.
LA STRADA FERRATA
Le campane della vecchia cattedrale di S. Giusto squillavano a festa (22 maggio 1854), e Monsignor Vescovo in abito pontificale usciva di chiesa, circondato dai canonici del Capitolo e con lungo seguito di cherici e divoti.
Suonava a distesa la campana del Comune, e dal palazzo civico movevano il sindaco e i consiglieri, preceduti dal mazziere e seguiti dal banditore con dietro le spalle a tracolla lo stemma gentilizio di Susa, rappresentante due torri con attorno le famose parole _in flammis probatus amor_, che ricordano gli incendi del Barbarossa e la concordia dei Susini nel riedificare la smantellata loro patria.
Rullavano i tamburi della guardia nazionale, e indi a poco i militi cittadini si mostravano schierati in bella ordinanza, preceduti dalle musiche, che spandevano liete armonie per le strade e per le piazze frequenti di popolo non pur della città e dei dintorni, ma delle più rimote parti della provincia.
II.
Susa da gran tempo non avea tanto tripudiato nè per sì bella e nobil cagione, imperocchè in quel giorno ella celebrava il solenne aprimento della strada ferrata, che da Torino mette alle falde del Cenisio, e che in appresso, penetrando entro le viscere delle Alpi, si distenderà fra le galliche genti, e cogli alternati benefizi del rapido commercio, stringerà in bel consorzio popoli diversi di stirpe e di favella.
La immensa folla, pregustando così fausto avvenire, trae allo scalo, dove si vede da lontano il fumo delle caldaie e s'ode il rumore delle ruote, ripetuto dall'eco delle valli; e già il sibilo della macchina a vapore annunzia l'arrivo delle locomotive.
Gli spettatori stanno intenti con religioso silenzio, e, all'apparire del primo carro, prorompono ad una voce:--_Evviva il Re! Evviva Vittorio Emanuele!_ Questo unanime grido suona iterato al mostrarsi del Re, che innanzi ad un altare, fra le benedizioni de' sacerdoti e l'esultanza del popolo, veniva appie' delle Alpi ad iniziare i nuovi trionfi del nostro commercio e dell'industria, ed a provare come fra noi intorno al trono della stirpe sabauda fioriscano ad un tempo le arti della guerra e quelle della pace.
--Non si comincia bene se non dal Cielo--sclamò monsignor Vescovo, e intonò preci e benedizioni; e il Re colla destra su l'elsa della spada, vigile custode delle Alpi, aveva allora a' suoi fianchi la rimpianta regina Maria Adelaide, purissimo angelo, che pregava per la reggia e pel popolo.
Quei due augusti, prostrati innanzi ad un altare, alle falde del Cenisio, ci ricordavano la contessa Adelaide e Oddone di Savoia, che otto secoli addietro inauguravano lungo la Dora un nuovo ordine d'imperio e di prosperità.
III.
Ma ecco le ampie arcate dei magazzini dello scalo trasformate in eleganti sale, ornate di arazzi, di verzure e di bandiere tricolori; ecco imbandito uno splendido simposio, a cui siedono i ministri, le autorità e le persone più ragguardevoli del paese e della provincia, deputati e senatori, e gli scrittori de' giornali torinesi; e i fratelli Carlo e Giorgio Henfrey, che impresero a disegnare e condurre con solerzia ed amore la via ferrata, ed ora, colà, quasi in propria casa ospitalmente la festeggiano; e perchè al convito non manchi il sorriso delle grazie, vi ammiri le colte e leggiadre consorti degli ospiti gentili, rose pellegrine d'Albione, rimbellite sotto il cielo d'Italia.
Fra squisite vivande e vini generosi il signor Carlo Henfrey dice brevi ed acconce parole: indi sorge a parlare l'egregio intendente barone Tholosano, e in nome dei cittadini ringrazia l'eletta comitiva accorsa ad onorare nella via ferrata un'era novella di prosperità alla provincia di Susa.
L'arco di Cesare Ottaviano--la disfatta Brunetta--e la strada ferrata, sono i tre monumenti di cui prende a discorrere e nota con savio accorgimento:
«Se il primo di questi monumenti ci ricorda le glorie della conquista romana, il secondo ci fa amaramente risovvenire della gallica riscossa nel passato secolo; e comechè siano gloriosi i nomi di Ottaviano Augusto e di Napoleone I, non potranno col rimbombo della loro fama far tacere i lamenti e le imprecazioni dei popoli percossi e delle desolate provincie: inevitabili conseguenze di ogni guerresca impresa, che non conduca a vera libertà.
«Il terzo monumento ricorderà pure un nome augusto; ma questo sonerà benedetto fra le genti per mantenute franchigie, per agevolate comunicazioni e prosperati commerci.
«Ruderi e rovine ci rimangono delle passate conquiste: arditi porti, appianate vette e traforati monti testimonieranno ai posteri come dirittamente venisse acclamato padre civile delle sue genti Colui, sotto i cui augusti auspìzi, con liberali instituzioni compievansi opere così utili e stupende».
E chiude il suo discorso intonando un brindisi a re Vittorio Emanuele II, brindisi che per le allegre mense viene iterato vivamente, ed allo scrittore di queste pagine inspira versi improvvisi. A sè trasse l'attenzione l'arguto poeta delle Alpi Cozie, Norberto Rosa, il quale, con quella ironia, che gli era familiare, come scandolezzandosi dei _diabolici_ trovati del secolo, e pigliando argomento dal bue, che infitto negli spiedi a sollazzo e ristoro del popolo cuocevasi su la piazza delle armi, così chiudeva le sue bernesche rime:
Oh Re Vittorio! Rifà il cammino, I baffi tàgliati, Metti il codino;
Rimanda all'Erebo Donde è venuto Il terzo incomodo Dello Statuto!
Sì, Re Vittorio, T'affida a me, In mezzo secolo Io farò, che
Fra noi ritornino Quelle età sante, Allor che il popolo Schiavo e ignorante,
Di questo bufalo Che cuoce arrosto Messo un eretico Avrebbe al posto!
IV.
I convitati si levano dalle mense e si accolgono qua e là in capannelli, formando o rinnovando amicizie; e tutti in gioviale compagnia muovono per la città, visitando ed ammirando le reliquie notevoli della sua antichità e le nuove bellezze.
Lasciato a sinistra dello scalo il capace ospedale, vegliato dalle Suore di carità, l'illustre drappello volge a destra uno sguardo alla deserta Brunetta senza troppo rammaricarsi della sua caduta, conciossiachè ella fosse ben più baluardo d'Austria che non di Piemonte.
Si ferma meravigliando innanzi all'Arco famoso, che, su l'antica via conducente alle Gallie, Marco Giulio Cozio e i popoli da lui governati eressero a Cesare Augusto Ottaviano, quand'egli otto anni prima dell'era cristiana valicava trionfalmente le Alpi.
Fatti pochi passi incontra sul pendio d'un poggio le reliquie del palazzo, che fu sede del re Cozio, poi della contessa Adelaide, in ultimo del tribunale della Santa Inquisizione, ed ove ora, nobile palestra della gioventù studiosa, fiorisce il Reale Collegio.
Scesa pel verde poggio si avvia la illustre schiera alla cattedrale di S. Giusto, consacrata nel 1028; ove spesso guardai con piacere al quadrangolare bizzarro campanile, alto diciotto trabucchi (51 metri), diviso in sette piani con finestruole ed archi a tutto sesto, retti con capitelli di stile romano. Per una balaustrata di mattoni cotti si gira intorno al settimo piano, che ha trafori e stemmi guasti dal tempo, ed una torricciuola ottangolare in ciascuno de' quattro angoli, con ottangolare corona e guglia corrispondente, sormontata da una croce; e dal mezzo del piano superiore si alza una maggiore guglia coverta di lamine luccicanti colla croce in cima, e dai quattro angoli della balaustrata sporgono quattro teste di strani animali. Quel campanile di forma bizzarra è opera dell'undecimo secolo, ristaurata in tempi a noi vicini.
V.
Lasciamo il campanile per entrare nel tempio colla nobile compagnia; ed ecco i canonici che ci additano il battistero e un altare, colla scritta: _Petrus Lugdunensis me fecit_, opere in marmo assai pregiate, e scoprono una preziosa croce d'argento con cesellature storiate, asserendola dono di Carlo Magno. Avvegnachè il Cibrario, il cui giudizio in queste cose è certamente autorevole, la creda posteriore a quell'età, io come poeta accoglierei più volentieri la tradizione de' canonici, considerando che Carlo Magno non poteva alle falde del Cenisio lasciare del suo passaggio più acconcio ricordo di una croce. Il simbolo supremo dell'amore e del martirio egli avrebbe deposto ai piedi del Cristo delle nazioni, di questa Italia locata nel centro di Europa per diffondere su tutti i popoli l'amore nel riso del suo cielo e nella gloria dei suoi monumenti, e per essere rimeritata colla coppa di fiele e la corona di spine.
Nella cappella di Sant'Anna ci fanno osservare bellamente dipinta una _Sacra Famiglia_ di scuola raffaellesca, ed in altra cappella, entro una nicchia ci additano inverniciata a colore di bronzo una statua in legno di noce, ammirata per gl'intagli e più ancora perchè in essa si crede rappresentata genuflessa in atto di preghiera, colle palme stese alla croce, Adelaide, comunemente chiamata Contessa di Susa, che inanellata ad Oddone di Savoia, aggiunse a lui ed a' suoi eredi il marchesato di Susa, e preparò un regno che dovea essere tanto glorioso e desiderato fra le genti italiane. Al sommo della nicchia si legge:
Questa è Adelaide, cui l'istessa Roma Cole, e primo d'Ausonia onor la noma.
Le quali parole fanno ricordare il grande ossequio che Adelaide portò a papa Gregorio VII, corrucciata con lo suocero, l'imperadore Arrigo IV; nè ben saprebbesi se più la movessero gli oltraggi fatti da lui alla infelice consorte Berta o le ingiurie da lui inferite alla combattuta Chiesa.
VI.
Usciti dalla cattedrale si aggirarono per le vie, e chi si fermò ne' portici ad ammirare un bell'affresco della Sacra Sindone, chi considerò la strana vicenda delle umane cose innanzi alla casa con finestroni di gotico stile, già abitata dal cardinale _delle Lancie_, ed ora da Norberto Rosa, fiancheggiata da una torre antica su cui sorge la campana del Comune. Parecchi chiedevano dell'antica chiesa a Santa Maria, che per aver sul campanile un bidente, diede credito alla favola che un tempo fosse delubro a Nettuno; nè si passò senza pietosi ricordi innanzi alla cadente chiesa ed all'abbandonato chiostro di S. Francesco, che rammentano il passaggio del Santo di Assisi, e Beatrice, consorte del conte Tommaso, che edificava quel pio ospizio per compiacere al piissimo uomo. Il chiostro fu soppresso nel 1800: la chiesa rimase deserta di frati e di preci, e neanco fu conservato all'attiguo giardino il memorabile cipresso che nel 1214, secondo la tradizione, vi piantava di sua mano il Beato di Assisi.
VII.
A poco a poco si andò diradando la eletta comitiva, perocchè molti per l'inaugurata via tornavano alle domestiche pareti.
Io rimasi coi Susini, e lungo le rive della Dora, a capo d'un ponte, vidi il sole tramontare dietro i gioghi del Cenisio; e mentre la campana d'una vicina chiesetta sonava l'_Avemaria_, la mia mente saliva fantasticando alle antiche generazioni di Susa, fra lagrime e rovine.
Le tenebre della notte mi parevano rotte dalle furie, che agitando le fiaccole infernali per le balze del Cenisio e del Roccamelone illuminavano scene di sterminio e di orrore. Io vedeva giù dalle Alpi calare Annibale, che sfiorava il giardino d'Italia col giuramento d'un odio ostinato, e le sue orde, che se risparmiavano Segusio, non la perdonavano ai Taurini. Non così Fabio Valente, che con quarantamila uomini piomba sovra Susa, abbandonandola al ferro ed alle fiamme. Invano la prostrata città risorge rivestita di nuova gloria; imperocchè Costantino, sdegnato che ella parteggiasse per Massenzio, avventa fuoco alle porte, accosta scale ai torrioni, la percuote, l'arde, e lascia un miserando ammasso di rovine ai Segusini, che non facilmente col resto della cristianità consentiranno al vincitore il titolo di pio e di santo. Costanti nelle avversità, i superstiti riedificano la patria, non sapendo gl'infelici d'apparecchiare nuove vittime ai Goti, ai Franchi ed agli Alemanni, che non piegano a pietà.
Oh! vista atroce! All'urto delle macchine belliche scrollano le torri e le mura: sorgono improvviso, fra 'l cozzo delle armi, fiamme voraci, e come lave d'indomito vulcano, coprono l'intera città: le acque della Dora, chiare per solito e luccicanti come argento, vanno tinte e fumanti di sangue: e fra tanto orrore levasi gigante e con barbara gioia un terribile uomo, che nella smodata ambizione potè credersi signore del mondo.
È Federico Barbarossa, che, al par di Nerone alle fiamme di Roma che arde, esulta, e con selvaggia fierezza si vendica della magnanima Susa, che, sentendosi italiana non meno delle federate città lombarde, lo aveva costretto a liberare gli statichi che seco traeva d'Italia, e aveva osato contendergli il passo, quand'egli incalzato dai fulmini di Legnano e della Chiesa, fuggiva e ripassava disperatamente le Alpi.
VIII.
O desolata Susa! io piango su le tue memorie. Fosti illustre e misera, perchè di rado la gloria va scompagnata dalla sventura. Vera fenice delle Alpi, più volte morta e risorta, predata ed arsa dagli avidi stranieri, che da' tuoi gioghi colle armi si apersero la via fra noi, fosti giustamente appellata _Chiave d'Italia, Porta della guerra_.
Poche ma eloquenti reliquie ci rimangono dell'antico tuo stato: le lapidi inscritte, che il dotto canonico Sacchetti raccolse nell'atrio del tuo seminario vescovile: le urne sepolcrali in casa dell'onorevole deputato Chiapusso, ed illustrate dal chiarissimo cav. Ponsero: e i due marmorei torsi loricati, memorie di Agrippa e Donno, che furono tanto ammirati dal Canova, e ora sono insigne decoro all'atrio dell'ateneo torinese. Rimane pure la cospicua mole alzata ad Augusto, il marmoreo arco, il quale colle superbe colonne scannellate ai quattro angoli, e i leggiadri capitelli adorni di foglie d'acanto, e la iscrizione latina e la scoltura ritraente un sacrifizio, simbolo di alleanza fra i re delle Alpi e gli imperatori del Campidoglio, mirabilmente ci testimonia l'onore in che le arti erano tenute presso gli antichi Segusini, e fa argomento di quanta eccellenza dovevano essere le terme diocleziane e gli altri monumenti, dispersi non tanto dalla forza del tempo quanto dalla barbarie degli uomini.
IX.
Stanco di tante visioni andai aggirandomi per le vie e sotto i portici, e una soave musica venne a quietarmi l'animo contristato. Quei suoni uscivano dal palazzo civico, dove il Municipio, per ben finire il giorno sacro al solenne aprimento della strada ferrata, avea con ogni eleganza preparate le sue sale ad una festa da ballo, alla quale col fiore dei cittadini convennero molte ragguardevoli persone dei circostanti paesi. Nelle sale del Municipio alla giocondità della festa associavansi i ricordi della patria come si moveva lo sguardo alle dipinte volte, e intorno alle pareti che rappresentano effigiati i torsi loricati, gli archi e gli uomini insignì, che nelle armi, nelle scienze e nelle arti illustrarono la storia segusina. E se taluno avesse desiderato salutare l'imagine di Susa nel secolo decimosettimo, poteva ammirare la copia d'una pianta, tratta dall'insigne descrizione degli Stati del Duca di Savoia, opera di rara magnificenza, stampata in Amsterdamo nel 1682.
Ma in quell'ora più del passato brillava l'età nostra nelle avvenenti donne e negli animosi giovani, che alternavano balli e colloquii soavi; e alle visioni delle furie e delle stragi succedettero nel mio spirito le visioni delle grazie e dell'amore, con cui si chiuse quel giorno memorando in val di Susa, ond'io a ragione dovetti sclamare:
. . . . . . . . . . . . . . . Questo giorno non è gravoso incarco, Che tributarie le provincie renda, Che emunga il sangue delle oppresse genti Per ergere a' superbi i monumenti.
Giorno di pace, memorabil giorno Per fermo è questo che di carmi onoro; A quanti vanno, a quanti fan ritorno Lungo la Cozia via, pane e lavoro Abbondevol promette, e d'ogn'intorno Di novelle dovizie apre tesoro; E dell'industria i prosperi destini A voi dà per trïonfo, o Subalpini.
X.
IL CENISIO.
Giorno per me gratissimo fu pur quello in cui salii la prima volta il Moncenisio.
Norberto Rosa (14 agosto 1854) in una carrozzetta a tre cavalli cortesemente mi accompagnò alle vette dell'ardua montagna, mentre i primi albori indoravano le rovine della Brunetta e scintillavano nelle acque del torrente Cenisia, che a destra romoreggiava per le valli di Venaus e della Novalesa.
Quanto più guadagnavamo della salita, più vivamente ci percoteva l'aria delle Alpi, e un vento del nord fischiando fra le selve dei castagni e dei pini, e sollevando la polvere, scemava la dolcezza che si suole provare nel salire gli alti monti nella stagione estiva. Fra i buffi del vento toccammo diversi villaggi; Giaglione che ricorda scene di fattucchiere, Molaretto che ha ne' suoi macigni una galleria per ricoverare il viaggiatore nelle traversìe del verno, e quello di Bar attergato ad una balza folta di pini silvestri e lieta di due pittoresche cascate di acque.
Lungo la via e su per le rupi si vedono in gran numero pilastri di legno e di pietra posti lì ad impedire disastri; e casette di ricovero distinte da numeri, date gratuitamente dal Governo ai cantonieri, con obbligo di dimorarvi con provvigioni, e vegliare alla sicurezza del cammino.
XI.
Noi sostammo presso quella del nº 6 a contemplare il piano di S. Niccolò, in fondo al quale si scernevano gli spaziosi andirivieni del passo detto la _Scala_, che fra le rocce solcate dal lavoro delle mine mette alla sommità del monte; inoltre sei ordini di allineati pilastri, uno a cavaliere dell'altro per assicurare la via alle carrozze; ed abbondanti acque, che spumeggiando in allegre cascate, per acconce petrose docce giù scendono, imprimendo nell'aria una dolce festività.
Quelle acque con dolce mormorio qua e là si perdevano entro bacini di grotticelle, e, dove altri meno immaginava, con vividi getti riuscivano luccicanti fra 'l musco e le piante, quasi lavorii di argento in filigrana fra lo splendore degli smeraldi; ed accolte insieme andavano ad ingrossare la Cenisia, che, precipitando anch'essa in sonante cascata a sinistra della _Scala_, scorre alle falde dell'orrida montagna detta il _Palazzo Madama_, e varcato il piano di S. Niccolò, abbandona la nostra via per nascondersi nella valle della _Ferriera_, e alfine irrigati i campi della _Novalesa_, di sotto alla Brunetta, lasciato il proprio nome, va a mescolarsi nelle acque della Dora.
Il Botta dice che le acque della Cenisia sono di colore cinereo; a me invece ed all'amico Norberto parvero così limpide, che ci fecero col Petrarca esclamare:
Chiare, fresche e dolci acque!
XII.
Bella è la vista del piano di S. Niccolò nell'agosto; ma è pur sublime spettacolo nel verno, quando, fattasi muta la gaiezza delle acque scorrenti, le docce si cristallizzano, e le erbe e le piante sembrano morte sotto il peso del gelo.
Que' luoghi, verdi ed allegri nell'estate, divengono immense ghiacciaie nel verno; e se avviene che talvolta scenda a consolarle un raggio di sole, le docce lagrimando qualche stilla di acqua accennano un senso di vita, mentre un moto si espande ne' commossi geli, talchè lo diresti il lamento della natura inferma.
XIII.
Salimmo la _Scala_, e, dopo quattro ore di cammino da Susa, ci trovammo sull'altipiano del Cenisio, che nell'ingresso ha, quasi due sentinelle, i picchi di _Michele_ e di _Bart_, ed è campo di riposo al pellegrino, che viene ivi benignamente accolto nell'ospizio eretto da Napoleone I, in riva d'un laghetto, che ad occidente ha un giro di due miglia, placido per solito, agitato e spumeggiante il dì ch'io lo vidi.
Visitammo l'ampio ospizio, dove ci vennero mostrate le stanze che per tre giorni abitò prigioniero il papa Pio VII, e che ricordano eziandio il soggiorno dell'imperatore Bonaparte.
Gli alpigiani furono consolati di quell'ospizio, e maravigliarono dell'amplissima via che ai cenni di Bonaparte videro aperta sui loro gioghi; e siccome da prima la credevano impresa non che ardua, impossibile, solevano poscia esclamare con iperboli proprie alla loro indole, che il grand'uomo, il quale avea saputo domare le Alpi, avrebbe un dì cacciato via anche il verno!
XIV.
Alte giogaie cerchiano il lago e l'ospizio, distinte ciascuna da nome che ne indica la natura o alcuna particolarità.
Il tenente Majneri, operoso lombardo colà mandato dal nostro Governo per lavori trigonometrici, m'indicava quei nomi, e stando noi presso l'ospizio: