La Dora

Part 2

Chapter 23,669 wordsPublic domain

Queste memorie io volgeva nell'animo guardando al Chiabertone che, cinto di selvaggia orridezza, si estende fra tramontana e ponente, solcato l'ignudo capo dalle folgori, e grave le spalle di folte selve di larici e di pini, e bagna il piè nelle acque della Ripa. Il color cupo del pino ed il chiaro del larice tingono di misteriosa malinconia quel dorso di monte frequente di camosci e tanto vegliato dalle guardie forestali. Le sue selve cogli annosi tronchi preservano il paese dagli scoscendimenti della neve; per la qual cosa è divietato dalla legge il diradicarne ed anche sfrondarne le piante. Gioverebbe tuttavia il taglio degli alberi troppo vecchi, perchè in tal modo il terreno si renderebbe assai più acconcio a germinare piante novelle.

Il Chiabertone non è dunque soltanto magnifico a vedere, ma utile eziandio al paese che gli sta alle falde, mentre la Dora anima i congegni di un molino e di una pubblica sega da legnami, e dona al pescatore ottime trote.

VIII.

Accennare le trote di Cesana e non l'artifizio della loro pesca, non mi si perdonerebbe da nessuno di quegli alpigiani.

Si accolgono dunque cinque pescatori. Due portano legni resinosi spiccati dalle prossime foreste, un altro tiene una padella foracchiata nel fondo, il quarto una rete triangolare, contesta a guisa di un berretto da notte, sospesa ad un bastone spaccato alle estremità, ed il quinto brandisce una sciabola. Si mettono legna accese entro la padella, la quale da uno dei cinque viene pel manico sospesa in su l'acque, e l'uomo armato di sciabola che gli sta ai fianchi, colla mano sinistra riparandosi gli occhi da quella luce, aspetta le trote, che, quasi affatturate dal bagliore della fiamma, si approssimano: allora egli dà un colpo sul dorso alle improvvide, che, non appena tocche, salgono a fior di acqua boccheggianti e dalla correntìa sono spinte nella rete che le fa prigioniere.

Con tali arti si hanno pescagioni abbondanti, e meglio uno spettacolo che a Gherardo delle Notti avrebbe facilmente inspirato uno di que' singolari dipinti che gli diedero il nome.

Prendendo commiato dalla modesta locanda, _La Croce bianca_, lessi nella cameretta da me abitata, in un quadro ben lavorato a ricamo di seta: _La vertu, la candeur et l'amitié des parens sont le vrai bonheur_.

Queste parole, affetto e lavoro delle due leggiadre figlie della casa, mi lasciarono nell'animo una fragranza di caste immagini, come le rose di Damasco quando io mi allontanava da quella popolosa città della Siria.

IX.

La Dora uscita da Cesana accoglie le acque del torrente _Mornetto_, bagna le falde alle _Creste nere_, montagne secondarie che continuano il Chiabertone, e per acconci canali porta vita ai campi circostanti e moto ai molini, fra scene di paesaggio quando liete quando severe, ma sempre variate e belle. Qui s'incontra il villaggio _Fenils_, in cui torreggia lo svelto campanile con guglia di forma esagona. Là su pel dirupato risaltano tre paeselli, _Solomiac_, _Colombières_ ed _Autagne_; e più in là, alla mia sinistra sul vertice d'un monte, innanzi ad un picco del Chiabertone, si mostra _Desertes_, patria della Maddalena Rumiana, le cui tristi avventure avranno un lamento in queste mie pagine. Ma fra Cesana ed Oulx il luogo più ameno è la fontana detta del _Pellegrino_, tra una foresta da un lato ed estese praterie dall'altro, e con dirupi orridi a fronte, sui quali siede il villaggio _Subras_, che in quel dialetto suona superstiti, forse, come è tradizione, perchè lo abitarono dapprima i rimasti da una peste ferale che travagliò quei dintorni.

X.

OULX.

--Peccato che il commendatore _Des Ambrois_ sia già tornato alla metropoli, mi disse in lingua francese l'ostessa, presso la quale in Oulx io avevo preso stanza. Egli sì che saprebbe informarla per filo e per segno delle condizioni antiche e moderne del nostro paese.

Mi dolsi con la mala mia stella d'esser capitato troppo tardi, e feci di procacciarmi da me le notizie che mi abbisognavano.

Oulx, capo-luogo di mandamento con 1400 circa abitanti, sede d'illustri famiglie, decorato dai re di Francia del titolo di città, Oulx ha un'antica torre merlata, una chiesa a Maria, dove è tradizione sorgesse un tempio a Minerva; e, fuori dell'abitato, la deserta Pieve di San Lorenzo con vasta amena pianura, a cui giunsi per un ridente viale di frassini, e fra musiche di zeffiri e di acque correnti.

I monti circostanti racchiudono nel loro seno ricchezze metalliche, mentre al di fuori sono ricchi di vegetazione, e la Dora a breve distanza dal paese, verso tramontana, passa sotto il ponte dell'_Angelo Custode_ e viene ingrossata dal _Bardonecchia_ e da altri minori torrenti, che scorrono fra giardini e verzieri.

Oulx ebbe pur già un tempio a Marte, erettovi dai Romani, che a quello Iddio attribuivano la loro fortuna nel valico delle Alpi e nel soggiogarne gli abitatori.

L'_Ad Martis fanum_, poscia _Villa Martis_, vogliono alcuni che abbia dato origine alla denominazione di _Plebs Martyrum_, con cui era distinta la Pieve di San Lorenzo. Secondo altri, e par meglio, tale denominazione si ha a trarre dal martirio soffertovi da S. Giusto e da altri romiti fra le scelleratezze dei Saraceni, che nel decimo secolo misero a ferro e fuoco ogni più santa cosa in queste regioni.

La Pieve dei Martiri, venerata in ispecial modo per la memoria di S. Giusto, acquistò viemaggior fama presso i credenti, quando un soldato francese per nome Stefano narrò a Landolfo, vescovo di Torino, che, in visione, gli era stato mostrato il luogo dove giacevano le sante ossa del martire; onde i divoti inchinarono subito S. Giusto nel corpo trovato da Stefano nella Pieve, avvegnachè altri non senza buoni argomenti il contrastasse; e crebbe poi il loro fervore in Susa, allorchè le sante reliquie vennero deposte nella basilica a tal uopo edificatavi dal marchese Manfredi, e dotata di un dovizioso monistero.

Nella Pieve dei Martiri un sacerdote per nome Gerardo instituì una regolare congregazione di canonici agostiniani e ne fu egli il primo preposito. Questa congregazione, mantenendo viva la fede in S. Giusto, crebbe in ricchezze e privilegi, che, siccome suole avvenire, partorirono ambizioni, discordie e scandali senza fine. Basti dire che il clero dell'Abbazia Susina di S. Giusto, insofferente dei canonici agostiniani di Oulx, corse colà con molti armigeri pieni di fanatismo, e costrinse il preposito alla fuga.

Ma lasciamo al Cartario ulciese[2] e al dizionario del Casalis queste luttuose memorie di ecclesiastiche gare, che la cresciuta tolleranza e civiltà de' tempi condanna.

XI.

Ricordiamo piuttosto coll'illustre Cibrario come sin dall'800, ai tempi di Carlo Magno, già in Oulx esistessero le _Giura_, le _Gilde_[3], o compagnie, fraternità d'uomini vincolati a mutua difesa con giuramento, dalle quali due o tre secoli appresso scaturir doveva coi Comuni quella forma di popolar governo che, rinnovando la faccia del mondo, preparò i trionfi ad una nuova civiltà.

Ricordiamo come in Oulx, nella stagione delle speranze e dell'amore, il 31 maggio del 1750, il figlio di Carlo Emanuele, Vittorio Amedeo, duca di Savoia, si disposasse con Maria Antonietta Ferdinanda, Infante di Spagna; ed il regale imeneo, celebrato per procura in Madrid fra le pubbliche feste, si confermasse benedetto dal cardinale delle Lancie, nella Prepositura Ulciese, e, secondo si crede, sotto gli ombrosi rami del tiglio secolare, che adorna tuttavia il piazzale della deserta Pieve di S. Lorenzo, di costa alla pietrosa croce, sotto cui la tradizione popolare crede sepolte le ossa dei martiri. Un'iscrizione al sommo di una porta di Oulx ricorda questo fausto avvenimento, del quale è pur memore la chiesa parrocchiale, che fa mostra anche al dì d'oggi dei ricchi paramenti donati dagli augusti sposi e che avevano servito alla pia cerimonia.

Anche Susa conserva un prezioso documento di queste nozze regali nella bella iscrizione latina dell'abate prof. Regis, scolpita nella lapide che stava al sommo di una porta della città, e che ora adorna l'atrio superiore del palazzo municipale.

Un cenno storico di que' tempi aiuterà a sanamente interpretare questa importante epigrafe.

XII.

In sul mezzo del passato secolo, il trattato di Aquisgrana rappacificava l'Europa tant'anni travagliata dalla guerra per la successione al trono di Spagna.

«I popoli respiravano, ma tutti dicevano che non portava il pregio che si spandesse tanto danaro, si spargesse tanto sangue, si accumulassero tanti dolori per lasciare poi le cose ad un dipresso com'erano prima. Ma i popoli non avvertivano (avverte il Botta[4], da cui togliamo queste giudiziose parole), che quando s'infiammano gli sdegni guerreschi, e' non si calmano se non dopo le solite evacuazioni.»

Checchè sia di ciò, certa cosa è, come nota acconciamente il Denina[5], che la vittoria riportata dai Piemontesi sui Francesi al colle dell'Assietta, e la risoluzione di Carlo Emanuele di ricevere in isposa di Vittorio Amedeo Duca di Savoia la primogenita delle infanti di Spagna, conferirono molto al riassetto delle condizioni d'Europa.

Ed ecco in quali contingenze e sotto quali auspici l'abate Regis dettò questa epigrafe:

HAC IN PROVINCIA BELLUM VICTORIA PEREGIT PACEM HYMENÆUS PERENNEM AUSPICATUR ANNO MDCCL.

Nelle quali brevi parole sono maestrevolmente toccati i quattro importanti avvenimenti che alla posterità volevano essere ricordati.

_Bellum Victoria peregit._--La gloriosa giornata dell'Assietta che fe' cessar le armi.

_Pacem hymenæus perennem._--L'imparentarsi delle corti di Spagna e di Piemonte che suggellò la pace d'Europa.

Se non che l'abate Regis, se fu buono epigrafista, fu però cattivo profeta.

Strana coincidenza! Nel vestibolo del già ricordato civico palazzo di Susa, di riscontro appunto alla lapide del Regis, se ne conserva un'altra, nella quale la città di Susa, memore forse di essere stata la sede del Re Cozio e della Contessa Adelaide, così si esprime a nome di tutto il Piemonte:

LA NAZION PIEMONTESE DEBITRICE DELLA SUA LIBERTA' ALLA REPUBBLICA FRANCESE LE GIURA SUA ETERNA RICONOSCENZA LI 16 FRIM. AN. VII. REP. I DELLA LIB. PIEM.

Tanto è! Si sperò che il trattato di Aquisgrana e l'augusto imeneo festeggiato nella Pieve d'Oulx sarebbero stati auspici di una pace perpetua, _pacem perennem_!

A mostrare quanto siano corti gli intendimenti umani, ecco sopravvenire in meno di mezzo secolo la rivoluzione francese, che abbattendo troni, lacerando trattati e creando repubbliche, non lascia sussistere di tanti vaticinii che la fallace epigrafe ed il ramoso tiglio al cui rezzo io meditai e scrissi.

O vecchi Ulciesi! venite a riposare le stanche membra all'ombra del caro tiglio.

O giovanetti e giovanette Ulciesi! venite ad intrecciar caròle intorno al mio tiglio, e inaffiatene il ceppo e coronatene i rami colle vostre mani: imperciocchè il tiglio secolare della deserta Pieve di S. Lorenzo, ben più che una pianta, è un volume di storia patria.

XIII.

EXILLES.

Fuori di Oulx, varcata sul _ponte ventoso_ la nostra Dora, passai nel villaggio di Salbertrand innanzi ad antica chiesa, sulla cui facciata in forma colossale è dipinto S. Cristoforo, e ben tosto giunsi al pittoresco torrente Galandra che, sui gioghi di S. Colombano, fra noci, castagni e vigneti, presso un piccolo forte, chiave della fortezza principale d'Exilles, in belle cascate schiuma e biancheggia, e, traversata la via, per forre e voragini va a versarsi nella Dora, giù nel fondo a _Valle-Fredda_.

Eccoci ad Exilles, dove in forma di nave da guerra ci si presenta irta di artiglierie la fortezza poderosa, che mutando signoria, fu più volte distrutta e ristaurata, contesa fra potenti vicini con prove ostinate di virtù militare. Questa fortezza, e i luoghi circostanti fino al Monginevra, appartenevano nel secolo XI ai Conti di Torino, chiamati nelle cronache Marchesi di Susa; indi furono occupati dai Conti d'Albon, che chiamaronsi più tardi Delfini, finchè nel 1713 il trattato di Utrecht fece ragione alla Casa di Savoia, e le assicurò quell'antico retaggio de' suoi maggiori.

Provai gioia nazionale aggirandomi fra soldatesche e suoni di tamburi e di trombe sovra i ponti levatoi, sotto gli archi e pei quartieri di quel castello, che nel mezzo della valle veglia sentinella gagliarda delle Alpi!

Il paese che si distende a' piè della fortezza, travagliato dalle guerre, più volte fu segno agl'incendi ed ai saccheggi. Ora la gente vive pacifica all'ombra del Sabaudo Statuto, intorno alla sua chiesa parrocchiale, ornata con bella facciata di stile gotico. Presso la quale, visto passarmi d'innanzi un sacerdote, mi feci a richiederlo se mai fosse in quella alcun che da ammirare.

--Certo, rispose; questa è la chiesa che fu occasione all'insigne miracolo dell'ostia eucaristica, il 6 giugno del 1453.

XIV.

Mi strinsi volentieri in conoscenza con quel sacerdote per raccorre notizie religiose da aggiungere alle guerresche d'Exilles. Era egli il buon curato del paese, e mi diede a leggere in un opuscolo quanto segue[6]:

«Correva l'anno 1453, e Renato, duca d'Angiò, disegnava calare in Italia con tre mila e cinquecento cavalli, quando Ludovico, duca di Savoia, gli contrastò il passo ne' suoi Stati. Per questa opposizione e per certi altri dissapori, tra Ludovico ed il Delfino di Francia, i paesi limitrofi dovettero andar soggetti a frequenti trambusti. Messi furono a sacco alcuni villaggi sul confine degli Stati savoiardi verso il Delfinato, fra' quali Exilles, o Issilie, ultima terra della provincia di Susa. Avvenne ora, che ritornando cert'uni da quella guerra, passarono per Torino il sei di giugno, circa l'ora ventesima dei giorno, conducendo seco sur un mulo le spoglie del saccheggiato Exilles, fra le quali si celava la sacra pisside ed ostensorio tolto alla chiesa parrocchiale di quel paese. Giunti di rimpetto alla chiesa allora dedicata a San Silvestro, ad un tratto il mulo si ferma, stramazza al suolo, nè punto valgono a smuoverlo le minaccie e le percosse. Si apre di per sè stessa la salma, fuori ne svola l'ostensorio contenente l'ostia santa, ed in alto poggiando, d'insolita luce risplende.»

Lascio il miracolo sotto le arcate della chiesa parrocchiale, perchè la mia operetta non si vada a pungere fra i pruni delle controversie religiose e le requisitorie del fisco, come toccò al Guerrazzi; e ringrazio il buon curato d'avermi nella sua chiesa condotto alla cappella di San Rocco, ove è tradizione venisse rapita la sacra pisside: e quivi mi additò sull'altare un quadro ch'esso miracolo rappresenta.

XV.

Uscito di chiesa, in compagnia di un libro di storia patria, mia assidua lettura, trassi ai prossimi colli, che colle antiche selve e colle acque mormoranti mi ricordavano le balze pastorali d'Arcadia.

Era un giorno splendidamente sereno, e un'aria tepida e soave, carezzando erbe ed acque, m'induceva nell'animo affaticato così dolce quiete, che mi assisi appiè di ombroso faggio, e, fattomi guanciale del libro, mi addormentai.

XVI.

L'ASSIETTA.

Sognai ... i sogni dei poeti sogliono essere frequenti di visioni, e fu tale il mio nell'Arcadia d'Exilles.

Mi sentii trasportato a quattr'ore di cammino fra Exilles e Fenestrelle, su d'un colle fremente di guerra. Io mi sentiva levato sul colle dell'Assietta, cerchiato di povere trincee senza fossi e palizzate e senza artiglierie; ma lo fortificava più che mai la bravura dei soldati piemontesi, che, dal conte di Bricherasco capitanati, difendevano il varco delle Alpi contro la cupidigia dei vicini stranieri.

Io vedeva quaranta battaglioni francesi divisi in tre colonne, sotto il comando dell'audace cavaliere Bellisle, avventarsi con indicibile ardimento su per quei dirupi al sommo giogo: ed ecco la colonna di mezzo con ventidue compagnie di artiglieria slanciarsi alla pericolosa meta, abbattere le trincee e farne rovina: ma i dieci battaglioni piemontesi bastano a respingere i ripetuti assalti d'uno de' meglio agguerriti eserciti di Francia; e invano le altre due colonne nemiche, a destra ed a manca, tentano l'ardua salita; imperocchè i soldati piemontesi non piegano nè al valore nè al numero de' nemici.

Oh quale spettacolo d'orrore mi si presentava! Io udiva il rullar dei tamburi, lo squillar delle trombe e il continuo fischiare de' piombi fulminei, ed il rimbombo dei cannoni, e le grida dei combattenti ed il gemito dei moribondi, e vedeva giù dalle balze cader a fiaccacollo moltitudine di fanti e di cavalli, e scorrere a torrenti il sangue, ed a poco a poco una densa nuvola di fumo avvolgere nella sua oscurità l'un campo e l'altro, e con essi gl'Italiani ed i Francesi che si contendevano la vittoria.

XVII.

Ma il vento delle Alpi rischiara ben tosto l'aria ottenebrata. Ed ecco il generale Bellisle, che, con tutto l'ardore della bollente gioventù, toglie di mano ad un suo uffiziale una bandiera, e corre a piantarla esso medesimo sull'orlo dei nemici trinceramenti.

Vano eroismo! Il Dio degli eserciti, o meglio la Giustizia eterna, tutelava nella Croce di Savoia, nella guardiana dell'Alpi, il dritto delle nazioni; ond'ecco l'ardimentoso Bellisle ferito di baionetta in un braccio nell'atto istesso che piantava la bandiera, e poi di due archibusate l'una nel petto e l'altra nella testa cader morto sul campo, mentre, a tale spettacolo, perduti d'animo i suoi soldati, dànnosi precipitosamente alla fuga.

Allora sonarono gli evviva alla Croce di Savoia, al conte di Bricherasco ed al valor piemontese, vera gloria italiana, che sul colle dell'Assietta, come indi a un secolo sulle rive della Cernaia, splendidamente trionfava.

XVIII.

Successe un profondo silenzio, e la mia visione si andava dissolvendo, se non che tornò a mostrarmisi quel colle fumante di sangue consacrato dalle nostre vittorie; e fra i tocchi funebri di tamburi coverti a nero, vidi un manipolo di soldati che su povera bara portavano a seppellire il cavaliere Bellisle _morto_, diremo con Cesare Balbo, _da bravissimo soldato, egli che non aveva saputo comandare da buon capitano_[7].

Al furore delle armi segui la pietà per gli estinti: i tamburi invitavano alle esequie, non più alla strage.

Io faccio per appressarmi alla bara del Bellisle; in quella mi desto, e ... e mi ritrovo all'ombra del faggio con sotto al capo quel libro del Botta[8], in cui la giornata dell'Assietta è mirabilmente descritta, come nel 1784 la ritrasse e la intagliò il pittore fiammingo La Pegna[9]:

E il pensamento in sogno trasmutai.

DANTE, _Purg. c. 18_.

XIX.

Il Piemonte registrò fra i memorabili suoi fasti la battaglia del colle dell'Assietta; e Giuseppe Bartoli, veneziano, allora professore di lettere italiane nell'Ateneo torinese, la celebrò con cento trentotto stanze, ma non toccò l'altezza dell'argomento.

Meglio ai dì nostri il Cavaliere Agostino Lostia, uffiziale dell'esercito piemontese, la celebrò con un poemetto in versi sciolti, ch'ebbe una buona versione in lingua francese[10]. Il nostro soldato e poeta degnamente si accese alla vista del memorabile colle, ond'egli dice:

ed io la vidi, E brama di vederla ivi mi spinse Quell'itala Termopile.

Vincenzo Monti con forti immagini ricordò quell'avvenimento nella sua Basvilliana, dove parlando di Francia prorompe:

La sovrana dell'Alpi in sull'entrata Ponsi d'Italia e ferma tiensi e salda, E alla nemica la fatal giornata Di Guastalla e d'Assietta ella rammenta, E l'ombra di Bellisle invendicata Che rabbiosa s'aggira e si lamenta In val di Susa[11].

Lo ricordò pure Giulia Colombini, la Debora subalpina, nella fatidica canzone a Torino, esclamando:

Biancheggia ancor d'Assietta L'insuperata vetta D'ossa francesi, e s'ode ancor distinto Suonar per quella riva Lo straniero lamento e il nostro evviva.

Su tale argomento non va dimenticata la canzone che suona tuttavia fra gli alpigiani di Val di Susa, perchè in essa io veggo l'indole guerresca di questo popolo, e ne sento le schiette melodie.

Questa canzone, composta da un cieco del _Sauze d'Oulx_, per nome _Michelin_, pigliando argomento dal titolo Assietta, che nel dialetto piemontese suona _piatto_, splende di così vivaci immagini e di tanto arguta ironia da non recare stupore che sia stata causa di frequenti risse fra Piemontesi e Francesi. Eccone due strofe:

Où a-t-on jamais vu Un tour si agréable! Les Français résolus Avec leur nez pointu, Partant de leur pays En foule et à grande presse Pour venir prendre l'Assiette Que nous avons devant! Bellisle impertinent! . . . . . . . . . . . . . . . . . . Cinq mille fantassins Y ont perdu la vie Voulant tremper le doigt A l'Assiette des Vaudois; D'abord en arrivant De poivre et de moutarde Leur ont brulé la barbe, Disant: n'avancez pas Votre nez dans le plat![12]

Chi si faccia alla valle d'Oulx v'udrà spesso ripetuta la canzone del Michelin; e saprà come la salma del cavaliere Bellisle, pria di esser conceduta in Brianzone alla pietà dei Francesi, sia stata sepolta nel villaggio di Sauze d'Oulx colla seguente iscrizione latina, che, secondo il vezzo di quei tempi, ritrae bizzarramente i nomi del paese e dell'estinto:

HIC INTER SILICES INSULA PULCHRA IACET.

XX.

IL TRAFORO DI TOUILLES.

Dal forte d'Exilles, fra castagni, noci e vigneti, traversata la Dora sul _Ponte-rotto_, si scende ad una ferriera animata da copiose acque, che in pittoresche cascate biancheggiano sul fianco delle vicine montagne.

Quivi un nerboruto bracciante tutto affumicato, che stava seduto sulla porta della fucina a ristorarsi dalla fatica, mi additò nella prossima montagna di Cels l'arida roccia de' _quattro denti_, così denominata dalla singolare sua configurazione di quattro acuti picchi, e mi mostrò la montagna di Touilles, nella quale al secolo XVI fu operato l'arduo traforo per derivare le acque dalle ghiacciaie savoine e convertirle in beneficio degli abitanti e delle campagne di Ramas e di Cels, che grandemente ne difettavano.

L'immane lavoro fu allogato a un tal francese, Colombano Rameau di Gilles, scarpellino di molto grido, il quale, come si trae da pubblico instromento del 20 ottobre del 1526, si obbligò di condurlo, a condizione che non gli si prefiggesse tempo a terminare l'impresa, ed oltre a cinque fiorini per ogni tesa di scavo gli fosse assicurata conveniente provvigione di vitto e di quanto altro gli abbisognasse.

Durò sette anni nella faticosa opera, in capo ai quali, disperando del successo, l'abbandonò. Pregato, la riprese ed indi a due anni la recò a fine.

La malizia umana spesso s'intromette nelle opere virtuose e le corrompe del suo veleno.

Era corsa voce che gli alpigiani rimeritassero d'ingratitudine l'operoso Colombano Rameau e lo uccidessero. Falso; poichè da documenti si trae, che, compiuto il traforo, gli abitanti di Cels e di Ramas ne furono sì lieti, che per quattro mesi con frequenti banchetti fecero ospitali accoglienze al bravo scarpellino, che tornato in patria morì d'idropisia cagionatagli dall'umidità dei sotterranei, e dai vini generosi di Chiomonte.

Qualche anno ancora, e, quasi pigmeo di costa a un gigante, il traforo di Touilles si troverà a confronto col traforo impropriamente detto del Cenisio, che a breve distanza da Oulx, internandosi nelle viscere delle Alpi fra Bardonecchia e Modane, sarà vero miracolo dell'arte moderna, nuovo monumento dell'audace ingegno italiano, e uno de' più bei vanti della costituzionale monarchia Sabauda.

Lo scarpello del Rameau e la macchina di Sommeiller, Grandis e Grattoni daranno la misura de' mirabili progressi che in poco più di tre secoli ha fatto l'industria umana!

XXI.