La Dora

Part 18

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Carlo Emanuele III nel secolo scorso eresse a marchesato la contea di Cavour; e da quel tempo i primonati della famiglia Benso presero il titolo di marchese di Cavour, lasciando ai secondogeniti quello di conte di Sàntena.

XXVI.

Il castello di Sàntena non mostra segni della prima sua costruzione: ora è magnifico palazzo, con ai fianchi la torre che appartenne al conte di Baldissero. Assai pittoresca è quella torre merlata con finestroni e feritoie di foggia gotica, e folta di edera che le si abbarbica bizzarramente sui rossi mattoni.

Dal castello per doppia e bella gradinata si scende verso levante nel fiorito parco, che stendesi ampiamente, allegro per giardini ed ombrosi viali fra olmi, quercie e platani annosi.

Filippo Cordova ed io, accompagnati da cortesi persone, entrammo a visitare le vaste ed ornate sale del castello, che furono frequente soggiorno al Conte Camillo.

Ammirammo effigiati dai pittori scenografi Vacca e Fabrizi alcuni episodi dell'_Iliade_, fra i quali vedesi Achille che dietro al carro trionfale trascina intorno alle mura di Troia il miserando cadavere di Ettore. Quello spettacolo di morte contrasta coi quattro leggiadri puttini che sorridenti si dispiccano dalla vôlta, quasi se fatti a rilievo.

Vedemmo inoltre ritratti di parecchi della famiglia Cavour e la effigie dei santi uomini Francesco di Sales, vescovo di Ginevra, ed Amedeo di Clermont, principe e vescovo di Losanna, congiunti di sangue ai Cavour dal lato materno.

Il Conte Camillo era figlio secondogenito d'una De Sellon, ginevrina, nipote del celebre conte Sellon che propugnò l'abolizione della pena di morte, onorando e premiando chi meglio scrivesse intorno a così arduo argomento, e fondò la Società della Pace, con cui voleva por fine alle perpetue discordie del genere umano.

Il Cordova, additandomi appesa ad una parete l'effigie del conte Sellon, avvertiva che i lineamenti del suo sembiante ricordano quelli del nipote Camillo, e dalla somiglianza dei loro volti facendosi a ragionare della corrispondenza de' loro intelletti, assennatamente mi disse:

--«Le opinioni e le tendenze degli uomini traggono origine talvolta da certe alleanze di famiglia che sfuggono per ordinario allo studio de' biografi.

«Se Camillo Cavour nasceva da una dama piemontese, fosse anche stato il primogenito, non sarebbe forse riuscito liberale uomo di Stato e riformatore attissimo a scuotere i pregiudizi del suo sangue. Ma figlio di una Sellon, parente al fisico De La Rive, sino dall'infanzia in consorzio con uomini di culti diversi, e addetti alle scienze ed al commercio, apprese le forze vive dell'età moderna: ed aspirando a dirigerle, invece di ristarsi nell'ozio uggioso dell'aristocrazia, egli si fece capo della borghesia intelligente ed operosa.

«Nel Conte Camillo, nell'uomo che riformava il sistema daziario e partecipava alle grandi imprese dell'industria, nell'uomo che, amando il governo libero, promoveva la riforma della legislazione penale e aboliva privilegi ecclesiastici, tu non ravvisi il figlio dell'antico vicario politico di Torino, il nipote di tanti governatori, prelati e cavalieri dell'Annunziata che costituiscono la maggior gloria della sua famiglia paterna, ma vi ravvisi meglio colui che per metà cittadino di Ginevra, sulle rive del Lemano avea raccolto le recenti tradizioni di Rousseau, della Staël, di Beniamino Constant, del Guizot, del Duca di Broglie; insomma il nipote del celebre Sellon, che esercitò nobilmente la Banca, ed era legato in amicizia cogli uomini che prepararono la Rivoluzione del 1830 in Parigi».

XXVII.

Accanto al castello sorge la chiesa parrocchiale di Sàntena, fatta costruire nel 1712 dal conte Carlo Ottavio Benso e da lui dedicata a Maria Vergine, come dice una lapide della domestica tribuna che guarda nel tempio. In quella tribuna veggonsi eziandio le immagini dei santi Francesco di Sales e Amedeo di Clermont; inoltre l'iscrizione, in cui l'edificatore della chiesa ricorda il suo fratello Agostino Maurizio, cavaliere di Malta, che segnalossi nell'espugnazione dell'isola di Scio, e mentre faceva sua una nave di Corsari, toccò una ferita, onde, giovine di 27 anni, morì nel 22 luglio del 1694. Vi si legge pure altra iscrizione che onora Luigi Benso, cavaliere Gerosolimitano.

Sotto la domestica tribuna era l'antica sepoltura dei Cavour. Consunte le casse mortuarie, andarono rimescolate e confuse le ossa dei cadaveri che furono colà piamente raccolte in luogo distinto della cappella sepolcrale, costrutta e decorata dopo la morte del Conte Camillo.

Vi si giunge scendendo per erboso declivio e passando per un praticello vestito di fiori e cinto di pioppi, acacie e salici piangenti.

L'architetto del recente sepolcreto non lo immaginò con le colonnette sottili e i leggiadri trafori dell'arte gotica, convenienti al misticismo cristiano; ma, pensando al grand'uomo ivi sepolto, vi costrusse un tempietto d'ordine dorico con colonne di granito bigio alla porta, che ricordano le costruzioni egizie.

Il concetto pagano di quell'edifizio è severo com'erano la favella ed i costumi, l'arte e le leggi presso i Dori; e ben si addice ad onorare fondatori e reggitori di Stati.

La piccola croce, che, come straniera al carattere dell'edifizio, sovrasta alla porta, ci ricorda le ultime ore del Conte, in cui la fede cristiana coronò tutte le glorie dell'uomo di Stato.

Entrammo nella funebre cappella. Sono di marmo nero le sue pareti e le due colonne che la reggono coi bianchi capitelli di marmo carrarese. In fondo vi ha un altare, e nelle lapidi le scritte ricordano i recenti sepolti. In quella dell'uomo, per cui colà movemmo, si legge:

CONTE

CAMILLO BENSO DI CAVOUR

NATO IL X AGOSTO MDCCCX, MORÌ IL VI GIUGNO MDCCCLXI.

Presso di lui giacciono le ceneri del suo fratello Marchese Gustavo, filosofo cristiano, e le spoglie del suo nipote Augusto, guerriero della patria, morto ventenne nel 1848 per le ferite riportate nella battaglia di Goito.

Alle pareti sono appese ghirlande e scritti che il Comitato Veneto, Società di operai, Collegi nazionali e frequenti pellegrini tributarono al sepolcro del Conte Camillo.

Mi fu detto, che in una delle nicchie della cappella sarà collocato il busto in marmo del nipote Augusto, commesso al Vela; che in mezzo al tempietto si ergerà un monumento degno del Conte Camillo e dell'erede; e che, a maggiormente decorare il tempietto funerale, la porta, ora di legno, sarà fatta di bronzo e fusa secondo il disegno del Marochetti.

Sia lode a chi sì nobilmente decorerà quel pio luogo, in cui molta è la frequenza de' pellegrini nostri e forastieri, fra l quali vien ricordato il Russo Stefano Sivereff, membro e consigliere ordinario dell'Accademia di Pietroburgo, che nel 1861 insieme col suo giovane figliuolo andò a prostrarsi innanzi al sepolcro del Conte Camillo.

E noi tutti Italiani prostriamoci addolorati e riconoscenti. Nelle principali nostre città in onore di lui furono celebrate solenni esequie, recitati funebri discorsi, e ad eccellenti artisti si commisero marmi storiati. La sua nipote, contessa Alfieri-Cavour, diresse al sig. De la Rive[50] una lettera, nella quale, narrando la malattia e gli ultimi istanti dello zio, gli consacrò un monumento di affetti domestici nobilmente espressi; Nicomede Bianchi[51] gli consacrò un monumento di sapienza politica rivelando arditi accorgimenti del grand'uomo; e Giuseppe Bertoldi[52], tributandogli un monumento di classica poesia con due canzoni, vien collocato, dice il Tommaseo, _d'un tratto fra i primi artefici che abbia l'Italia del verso, primo che abbia il Piemonte e che mai forse avesse_.

Ma il massimo dei monumenti a Camillo Cavour sarà l'Italia stessa cogli allori dei Campidoglio.

Stavamo per uscire dalla cappella, quando il sig. Francesco Rey ci presentò un libro, in cui i visitatori registrano i loro nomi. Il Consigliere di Stato, mio compagno al pio pellegrinaggio, vi scrisse:

«Filippo Cordova, prima di partire per Firenze per effetto della Convenzione del 15 settembre 1864!»

XXVIII.

La famiglia Rey è una serie di onesti e laboriosi maestri muratori, che da quattro secoli abita in Sàntena, ossequente con amorevole zelo alla casa Cavour.

Francesco in modo vezzeggiativo da Papà Camillo era chiamato _Cicco_, ed è conservatore ed illustratore dei fatti domestici del suo patrono.

Cicco fa ricordare l'antico servo di Voltaire, che presso Ginevra abitava in Ferney la casa del padrone filosofo, ed ai visitatori raccontava i particolari della domestica vita, e mostrava alcune suppellettili che aveano appartenuto al celebre uomo.

Così Cicco Rey: se non che, più avventurato del servo di Voltaire, bene usando della cazzuola e del martello, e protetto da Papà Camillo, salì a prospero stato, ed ora accoglie lautamente i pellegrini a lui raccomandati, che vanno ad inchinare il sepolcro del suo protettore.

Dopo di averci accompagnati al palazzo ed alla cappella funebre, Francesco Rey, introducendoci nella sua casa, gaiamente diceva:

«Voi entrate nella casa di un povero operaio». E noi allo incontro entravamo nella casa signorile di un uomo, che colla industria assidua e propizia si era acquistato la stima e la fiducia pubblica.

La bella sua casa, da lui costrutta, è sormontata da una torre, in cui sventolava il vessillo nazionale, ed è cinta da un giardino riccamente fiorito ed impomato.

Il fido Cicco accorreva tutto festevole ad incontrare il Conte ogniqualvolta lo sapeva di ritorno a Sàntena; e quando gli giunse freddo cadavere, Cicco pieno di cordoglio lo depose entro cassa di piombo chiusa in altra di legno, e lo seppellì in compagnia degli illustri antenati.

Francesco Rey, narrandoci questi atti di ossequio e di dolore, ci condusse alla stanza ove conserva preziosi ricordi entro un armadio. Apertolo, ci mostrò ciocche di capegli del Conte, e la pezzuola di bianco lino che nella faccia gli terse i gelidi sudori di morte; e il martello e la cazzuola che egli adoperò, e gli abiti neri ch'egli vestiva nell'8 giugno 1861 tumulando il lagrimato Conte.

Presso l'armadio ci additò in marmo di Carrara il busto del suo patrono, e molti ritratti in fotografia, insieme con quello del Padre Giacomo, che, vero ministro di cristiana carità, benedisse e confortò le agonie dell'integro cittadino e del grande uomo di Stato, cui deve l'Italia tanta parte del suo politico rinnovamento.

XXIX.

Due giorni di lutto sublime vidi in Torino. L'uno fu quello in cui, muti i teatri e messi i diari a profondo corrotto, si celebrarono i funerali del conte Camillo Cavour con tale accompagnamento di ordini civili e religiosi e di popolo lagrimante, che meritava di essere eternato dall'arte. Il napolitano architetto Cipolla aveva con bel pensiero proposto di rappresentarne gl'insoliti funerali nei fregi intorno al monumento nazionale, come usarono gli Egizi effigiare le trionfali processioni dei Faraoni nei monumenti di Tebe.

L'altro giorno di lutto fu l'anniversario delle vittime del Settembre.

Più volte aveva assistito ai tripudi torinesi nelle feste civili fra mostre militari, musiche e fuochi artificiali. Oh quale mutamento! Fu tristo spettacolo vedere la generosa Torino che si abbandonava al dolore per la memoria di pubblica sventura. Le botteghe erano chiuse o parate a lutto, e drappi neri pendevano da parecchie finestre e dal gran balcone del palazzo municipale. Splendevano candelabri funerari e sventolavano neri gonfaloni nella grandiosa piazza Vittorio Emanuele gremita di popolo atteggiato a tristezza, colla dignità, onde il Piemonte suole significare le gioie e i dolori della patria.

Appiè de' ridenti côlli che si specchiano nelle acque del Po, sotto al peristilio del tempio sacro alla gran Madre di Dio, parato a nero, sorgeva un altare, e innanzi ad esso un catafalco, intorno a cui deposero i loro vessilli le diverse compagnie cittadine.

Il Sindaco e i Consiglieri del Municipio, il primo Magistrato politico della Provincia, i membri del Parlamento e di varie associazioni, e il Comitato dirigente la solennità mortuaria assistettero in posti distinti alla funebre messa celebrata nell'atrio del tempio votivo.

Poscia di colà cominciò il lagrimoso corteggio preceduto dall'asta su cui era portata la corona da deporre sui sepolcri delle vittime del settembre, espressione della pietà cittadina. Seguivano le musiche, con un drappello della Guardia Nazionale; il Sindaco col Municipio; membri del Parlamento con preclari uomini di ogni terra italiana; il Comitato centrale, e i rappresentanti della Stampa e delle diverse Associazioni con nastri funebri al braccio e colle bandiere coperte di veli neri.

Il luttuoso corteggio percorse le vie di Po, Piazza Castello e Doragrossa sino agli archi che conducono al palazzo municipale. Entrato nel Corso di Porta Milano si condusse al Camposanto, e quivi depose bandiere e corone sulle sepolture delle vittime infelici.

Mi sento l'animo pieno di morte, e ritorno alle tombe!

XXX.

IL CAMPOSANTO.

«Colà dove la Dora in Po declina»

mi accompagnò cortesemente l'egregio professore Casari tra i filari de' pioppi piramidali in un vespero d'autunno.

L'ultima luce del sole sulla riva destra del Po imporporava i vigneti e le ville della collina torinese e la basilica di Superga; e presso la foce della Dora malinconico pescatore colla rete vuota sedeva nella sdruscita sua barchetta, quasi a rappresentare il Piemonte misero e afflitto.

O magno Eridano, mescolato alle acque della Dora porta all'Adria i lamenti e i voti dei Subalpini, e di' a Venezia che il Piemonte sì nella prospera come nell'avversa fortuna sarà sempre intemerato esempio di patria carità. Dille che siccome si adoperò per la libertà delle altre provincie d'Italia, così per la salute di lei darà il sangue degl'impavidi suoi figli al primo squillo delle battaglie nazionali. Ripeti, o Eridano, dove passi, che unanimi i Piemontesi esclamano in Torino[53]: «In questa città noi gridammo primi: _facciamo l'Italia_, ed anche nel dì del dolore i concittadini di Balbo, di Gioberti e di Cavour grideranno sempre: _si faccia l'Italia_».

Mentre la mia mente colle acque dell'Eridano e della Dora si trasportava alla mestizia delle venete lagune, il mio compagno levommi a fiorite memorie, ricordandomi il parco dei Duchi di Savoia, che appunto, dove eravamo noi, girava cinque o sei miglia con tanta amenità di boschi, giardini ed acque. Allora mi parve di rivedere il deliziosissimo Parco, che, piantato per ordine e sul disegno del Duca Carlo Emanuele I e ritratto dalla pittrice parola del Botero, fu inspiratore a Torquato Tasso nella poetica descrizione de' famosi giardini di Armida.

Non solo il Tasso, io osservava al Casari, si piacque della vista di que' luoghi, ma pure il Chiabrera che celebrò il Parco in tre sonetti, e Vittorio Alfieri che giovinetto colà imaginando caccie rumorose, saltava _fossi smisurati_ e guadava spessissimo la Dora, com'egli racconta nella sua autobiografia.

Tasso, Chiabrera ed Alfieri ci danno lieti ricordi: non così l'italico Tirteo Giovanni Berchet, che sotto i pioppi della Dora lamentava la patria, nè così la gemebonda Torino che piange sui 200,000 morti, sepolti nel prossimo cimitero, costrutto sui piani incantevoli dell'antico Parco e benedetto nel 1829.

XXXI.

Il busto del marchese Tancredi Falletti di Barolo, ch'ebbe tanta parte alla erezione di quel funebre edifizio, ammirasi nella chiesuola del Santo Sepolcro annessa al cimitero, dove si giunge per ombroso viale e si entra per due cancelli.

Al limitare di quel campo di riposo leggesi la iscrizione del Boucheron che conforta nella fede i visitatori: _Locus religiosus ossibus revicturis ad quietem datus_. Alta croce di pietra su d'un rialto, centro a quattro viali di cipressi, s'alza nel mezzo del campo. Gli corre intorno un muro adorno di lapidi e sculture entro nicchie e cappellette, in faccia alle quali stendonsi altrettante aiuole ove stanno i sepolcri di privata proprietà; e tutta la parte centrale del cimitero è occupata dai sepolcri comuni.

Non bastando però quello spazio ai rapidi trionfi della morte, il Municipio torinese provvide all'ampliamento, e ne affidò la cura all'architetto Carlo Sada. Fu aggiunto al Camposanto in forma di parallelogramma un maestoso ordine di portici diviso in duecento sessantanove arcate con edicole e cappelle acconcie ai monumenti. Catacombe sono incavate sotto i portici, e fra questi e le vie occupato è lo spazio da sepolture private e da marmi storiati.

In quel regno della morte i recinti destinati alle diverse professioni religiose sono congiunti da una muraglia comune, espressione della carità che tra fiori e cipressi accoglie amorosamente insieme tutti i figli dell'uomo.

Visitando i chiostri della necropoli torinese ammirai un Panteon dell'arte italiana che desta patrie memorie coi nomi piamente scolpiti ne' marmorei monumenti.

Colà sono sepolti statisti e guerrieri che lamentiamo sempre come recente sventura della nazione, Barbaroux, Pinelli, Santa Rosa, Gioberti, Bava, Poerio, Siccardi, Maestri, La Farina, ed Emilio e Alfredo Savio, che, fratelli di sangue eroicamente versato in Ancona e Gaeta, hanno comune la tomba.

Sono sepolti uomini, i cui ammaestramenti educarono la presente generazione: Boucheron, Biscarra, Buniva, Martini, Genè, Paravia, Plana e Riberi.

Sono sepolti poeti e scrittori, le cui pagine onorano la nostra letteratura, Grassi, Berchet, Pellico e Bertolotti.

Vi sono sepolte care persone che ci erano congiunte per corrispondenza di gentili e generosi affetti.

Mi sentii bagnar gli occhi di pianto quando incontrai il nome della contessa Ottavia Masino Borghese di Mombello, leggiadra letterata e pittrice, nelle cui sale si adunavano artisti e scrittori, fra i quali io le intitolava un cantico della mia giovinezza.

Mentre mi andava tergendo le lagrime, altro argomento di pietà venne a stringermi il cuore innanzi all'arco indicato dal numero 100. Io guardava alla sepoltura che il conte Luigi Cibrario _apparecchiava a sè ed a' suoi più cari_. Colà rimpianta giace la ornata consorte del venerato amico, Teresa George, dal cui nome esordirono queste povere mie pagine.

Sospirai amaramente guardando al cielo, e andai sul sepolcro della famiglia Prever a confortarmi nella _Speranza_, mirabile statua del Vela.

XXXII.

Errai nuovamente nel Camposanto, e mi assalirono nuovi dolori in cospetto a memorie di catastrofi cittadine; mentre su le aiuole funerali io vedeva a due a due, col bianco cuffiotto e in veste di tela azzurra passare le Trovatelle ricoverate nello spedale di Carità.

Quelle innocenti figlie della colpa, che non conobbero padre quaggiù, andavano pregando di sepolcro in sepolcro, e dal Padre supremo invocavano pace ai trapassati.

M'imbattei nel monumento sacro ai ventisei estinti nello scoppio della Polveriera addì 20 aprile 1852; e in un angolo presso la chiesa mi fu additata la zolla sotto cui dormono i morti nell'incendio della casa Tarino, in via di Po, il 28 agosto 1861.

Oimè! altre vittime più numerose e più compiante ricorda un distinto quadrato di terra a tramontana! Colà

ALLE VITTIME DEL SETTEMBRE 1864

lessi nella colonna che, simulacro di futuro monumento, fra due cipressi fu innalzata sulle fôsse in cui giacciono gli uccisi dal piombo fratricida.

Erano corsi alcuni giorni dal lagrimato loro anniversario ed ancora si vedevano i segni della mestizia cittadina. Dal sommo della colonna pendevano i lembi d'un velo nero, e su gli scalini del piedistallo, coperto di negri panni erano sparse parecchie corone e sorgeva uno stendardo coll'impronta del caduceo e la scritta: _Giovani del Commercio di Torino_.

Una giovane donna vestita a gramaglie con in mano il rosario era genuflessa sovra una di quelle fôsse, da cui sorgeva modesta croce congiunta al tronco d'un salice. La mesta pregava e singhiozzava; e frattanto a' suoi fianchi bionda fanciullina appendeva corone di fiori ai ramoscelli del salice.

Mi appressai, e benchè la sua beltà fosse ormai sfiorata dal dolore, io la riconobbi. Era la Lucia di Bousson, la figlia del pastore Giacomo.

--Lucia, anche voi qui ...! le dissi, già commosso per la risposta amara che aspettavo.

Ella, pallida e lagrimante, levò gli occhi dalla fôssa; ma, immersa com'era nel dolore, non mi ebbe tosto riconosciuto. Allora io soggiunsi:

--Non ravvisate colui che accoglieste ospitalmente nella capanna paterna, là presso alla sorgente della Dora?

--Oh sì!;--ella rispose, traendo un profondo sospiro: e, stanca di affanno e di pianto, andò a sedere sui prossimi scalini del piedistallo seco traendo la fanciulletta, mentre l'andava amorevolmente accarezzando.

--Oh sì; riprese Lucia: è proprio lei che mi rivide a Bussoleno tutta festevole, quando andavo a nozze col mio buon Maurizio ... ora qui sepolto!

--Infelice!

--Sì, infelicissimo il mio Maurizio! Egli, acceso d'amor patrio, lasciò la vita pacifica dell'agricoltura per arruolarsi nel nostro esercito, e nella battaglia di Sammartino con atti di valore aveasi acquistato il grado di uffiziale. Ahi! nella sera del fatale 22 settembre in piazza San Carlo corse qua e là per temperare gli animi esacerbati e richiamarli a concordia; e in quell'inaudito tafferuglio di soldati e popolo fu colto dalla palla d'un moschetto!

«Mi scoppia il cuore nel ricordare quando nel Borgo Dora alle ore dieci di quella sera infausta mi fu portato in casa tutto grondante sangue. Non valsero cure di ogni maniera a sanargli la piaga mortale. Poche ore sopravvisse! Sempre mi suonano nel cuore le ultime sue parole. «Era meglio, esclamò dolorando, ch'io fossi morto sul côlle di Sammartino combattendo contro i nemici d'Italia, a difesa del Re e della patria! ma morire in pugna fraterna ... oh duro tormento!» Questo straziante pensiero gli affrettò l'ultim'ora, e agonizzando premè la mia destra al suo cuore e mormorò: «Lucia, fatti qualche volta al mio sepolcro colla nostra figliuola, e raccomandale sempre di amare il Re, Torino e l'Italia».

«Ed eccomi abbandonata da tutti con la figliuola sulla fôssa di Maurizio. I miei fratelli morirono pugnando per la patria, e il vecchio genitore mi fu rapito dalla morte poco appresso d'aver avuto la medaglia di Sant'Elena.

Ora io non ho più sulla terra che il rosario della buona madre (e lo baciava) per pregare, e questa orfana figliuola ad amare».

Frattanto le Trovatelle si erano colà raccolte, e prosternate presso la memorabile colonna pregavano pace intorno al salice di Maurizio. Una suora di Carità, loro guida, mentre io cercava di confortare la sventurata Lucia, le disse:

--Non disperate, o donna. Non siete da tutti abbandonata, perchè la Provvidenza, che protegge le trovatelle, veglia pure su le vedove e le orfane; e già per opera di generosi italiani in Torino prepara un conveniente ospizio alla vostra fanciulla, insieme colle altre figlie de' militari.

XXXIII.

SPERANZE.

Pace alle querimonie, e s'apra l'animo a liete speranze.

Anche sui sepolcri germogliano le rose, mentre le nazioni per vie di morte giungono alla meta della loro vita.

Il deputato Domenico Berti, ragionando del Piemonte, diceva: «Esso altro non vide in questi ultimi anni davanti a sè che l'Italia, non sognò che l'Italia. Il suo Governo era l'Italia, l'Italia il suo Re, l'Italia la sua bandiera. Visse di vera vita italiana, e non avrebbe potuto vivere altrimenti. E quindi accadde il singolare fenomeno, che mentre agli occhi dello altre province l'Italia diventava Piemontese, agli occhi del Piemontese il Piemonte diventava l'Italia. Sublime trasfigurazione, per cui gli altri Italiani volgevansi a noi per affetto, e noi ci volgevamo a loro per debito[54]».

Poichè si è lasciato entrare e maturare nelle altre provincie lo strano pensiero che qui l'Italia divenisse piemontese, a rimuovere l'ingiusto sospetto si volle trasferire il seggio del Governo a Firenze.