La Dora

Part 17

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A un lato, dentro nicchia di ricco ornamento, fra colonne di marmo nero con capitelli corinzii dorati, non possiamo guardare, senza esserne commossi, la statua della regina Maria Adelaide, augusta moglie del Re d'Italia Vittorio Emanuele II. Il ligure artista Revelli scolpivala seduta, in bianco marmo da lui animato, poi la seguiva nella beatitudine de' buoni.

Non meno della Scoltura fra noi piacquesi egregiamente la Pittura di ritrarre patrii soggetti. Splendido esempio ne trovai in Savigliano, nella città ch'ebbe la prima tipografia del Piemonte, portatavi dal tedesco Giovanni Glim nel 1470.

Colà il Molineri detto il _Caraccino_ nella vasta sala del palazzo, già ducale, ora del marchese Taffini, immaginò sei grandi arazzi pendenti dai balaustri d'un cortile rettangolare. Negli arazzi dipinse le geste militari, e nel cielo aperto l'apoteosi del Duca Vittorio Amedeo I, figlio di Carlo Emanuele I, la cui effigie vedesi sovra la porta della sala. Nell'apoteosi intorno al carro della Vittoria scorgonsi le quattordici lettere componenti il nome di Vittorio Amedeo sostenute vagamente da angioletti; e ne' guasti caratteri de' cartelli si scoprono iscrizioni latine sotto città e fortezze diverse; e servono a indicare i loro nomi insieme cogli stemmi corrispondenti, non già _i fatti d'armi e le imprese rappresentate su quelle mura_, come opinò il Napione illustrando quei dipinti.

Gli affreschi della Sala Taffini sono l'ultima e la principale opera di Giovanni Antonio Molineri. Al pari di lui altri valenti dipintori nel suolo subalpino colorarono le imprese eroiche della patria, e volentieri andrei accennando i loro lodati lavori sparsi nella città, se non mi sentissi tratto nel palazzo reale a contemplare più che altrove convenute le Arti belle a illustrare i politici accorgimenti e le virtù guerresche e civili degli Italiani.

XX.

LA REGGIA.

Entrati nel palazzo dei Re d'Italia, l'animo nostro è compreso di maraviglia salendo il maestoso scalone di bianchi marmi, che per doppio ordine di gradini mette ai regali appartamenti.

Diverse belle statue ricordano illustri nomi: il Conte di Carmagnola, lavoro del Dini, il Principe Tommaso, scoltura dell'Albertoni, e Re Carlo Alberto, statua del Vela, rimpetto ad una nicchia vuota, che aspetta dal Varni quella di Emanuele Filiberto.

Nei quattro campi laterali allo scalone veggonsi dipinti ad olio quattro quadri, ne' quali sfavilla la mente italiana.

In uno de' campi Gaetano Ferri rappresentò il matrimonio di Adelaide Contessa di Torino con Oddone di Savoia. Presso a quello il Gastaldi dipinse Tommaso I, che concede carte di libertà a parecchi Comuni dello Stato. Di rincontro a questo quadro Enrico Gamba, l'autore dei _Funerali di Tiziano_, ritrasse il magnanimo Carlo Emanuele I, il quale, per vendicare la indipendenza d'Italia, pronto alle battaglie, sdegnosamente restituisce a Don Luigi Cajetano, ambasciatore di Spagna, il Toson d'oro, e gli ordina di partire nel termine di ventiquattro ore. Nel quarto campo il Bertini ritrasse nella villa del Parco presso Torino Filippo d'Este che presenta Torquato Tasso al Duca Emanuele Filiberto, il quale graziosamente lo accoglie fra personaggi delle Corti di Savoia e d'Este, e della Repubblica di Venezia.

Ebbi un dì la grata ventura di rivedere la tela del Bertini mentre un bel raggio di sole vividamente illuminava il mesto volto del poeta a cui stringe amorevolmente le mani Emanuele Filiberto, in segno del patrocinio onde i Principi di Savoia sempre furono larghi verso nobili ingegni.

Levando gli occhi dal Tasso vidi irradiata nella volta l'apoteosi di Carlo Alberto, affresco dal Morgari; e guardando attentamente allo scalone e all'atrio, comechè spaziosi, mi sembrarono angusti a tanta dovizia ivi accolta di sculture e di dipinti.

Entrato nei reali appartamenti saluto l'Hayez che in ampia tela pennelleggiò la sete tormentosa dei Crociati presso Gerusalemme, ed il Podesti nel _Giudizio di Salomone_. Quindi errando di sala in sala fra arazzi di antica fabbrica piemontese, fra madreperle e fra maioliche del Giappone e di Sèvres, fra vasi di malachite e lavori di tarsia, fra dorature ed intagli di ogni maniera in legno, e fra bianche colonne di marmo coi dorati capitelli corinzii, oh! spesse volte mi è dolce fra tanta luce venerare l'Arte e la Patria.

Re Carlo Alberto volle che l'Arte fosse messaggiera del risorgimento d'Italia, e nel 1845 commetteva al lombardo Carlo Arienti di rappresentare in una tela, da collocarsi nella sala de' Paggi, la Cacciata del Barbarossa da Alessandria. L'Arienti nell'opera commessagli pel regale palazzo sè medesimo dipinse vestito da popolano nell'atto di lanciare una pietra contro il barbaro Federico; e in tal guisa l'inclito professore dell'Accademia Albertina diceva a' suoi colleghi che gli artisti deggiono suscitare, e all'uopo anco eseguire le difficili imprese per la patria.

La commissione data all'Arienti nel 1845 era il primo squillo delle prossime battaglie nazionali; e nel 1850 quando si lamentavano le recenti sventure dell'Italia caduta nella battaglia di Novara, ed erano assai dubbie le speranze del nostro avvenire, Re Vittorio Emanuele II nella pubblica mostra di Belle Arti al Castello del Valentino, a far manifesta la perseveranza della sua fede politica, avendo a' fianchi il Presidente del Consiglio de' Ministri e sommo artista, Massimo d'Azeglio, per aggiungere decoro alla Reggia acquistava il quadro di Felice Biscarra rappresentante Cola da Rienzo che parla di libertà al popolo di Roma; e quindi acquistava pure, ad ornare il Reale Palazzo, la tela di Gaetano Ferri che ritrae il lutto del Piemonte per la morte di Carlo Alberto, quadro che all'autore valse il premio della medaglia d'oro nell'Esposizione di Parigi del 1855. Lo stesso magnanimo Re nel 1858 accogliendo ospitalmente nella Reggia la tela del Gastaldi, in cui è raffigurato il Barbarossa vinto a Legnano, si apparecchiava all'eroica impresa, per cui avrebbe veduto i nipoti del Barbarossa vinti e scombuiati fuggire dai poggi di Solferino.

Andiamo a visitare le stanze regali, e vedremo l'amore del Bello espresso da ingegni valenti e forti di patria carità. Quivi si veggono in quattro quadri di Massimo D'Azeglio le imprese del conte Verde, di Amedeo VII e di Emanuele Filiberto; Vittorio Amedeo II, re di Sicilia, che sale alle pittoresche rovine di Taormina, mentre vaghissime donne gli offrono corone di fiori. Si piange la morte di Carlo Alberto effigiata da Francesco Gonin, e si ammirano i busti in marmo del nostro Re, del suo Genitore e delle figlie, lodate sculture del Varni; e, a sempre più dimostrare che la Reggia Sabauda fu ognora ospitale agli alti ingegni, la fulgida galleria, ove il Monarca imbandisce i solenni conviti, è riccamente adorna di cinquantaquattro ritratti di uomini illustri del Piemonte, fra i quali in particolar modo io amo inchinare il Maestro delle sentenze, figlio d'una lavandaia di Lomellogno, Pietro Lombardo.

Al reale palazzo mancava la facciata corrispondente, ma non tarderà a cominciarsi il desiderato lavoro secondo il disegno di Domenico Ferri, che la modellò, stando allo stile barocco della Reggia, però ingentilendolo maestrevolmente.

La facciata abbonderà di marmi e graniti con pilastri e balaustri, e con quattro giganti colonne scanalate di ordine ionico composito, che s'innalzeranno sino al ballatoio del secondo piano.

Per compiere la facciata con un concetto degno della Reggia e del popolo italiano, torna bene il ricordare quanto proponeva il conte Oprandino Arrivabene nel febbraio del 1863[46].

Egli proponeva, che il bellissimo Alfiere del Vela fosse trasferito ad uno dei lati innanzi alla Reggia, e che gli si mettesse di rimpetto la statua di Alessandro Lamarmora, lo strenuo institutore dei Bersaglieri. Questo concetto è bello artisticamente, come con acconcie parole dimostra l'Arrivabene; ed io aggiungerò che quelle due statue rappresenterebbero l'esercito italiano, fedele custode della memorabile reggia, da cui uscirono armati i destini d'Italia.

XXI.

L'augusta Torino, sede delle arti della guerra e della pace, strenua maestra di ordini civili, operò l'alleanza politica delle altre provincie italiane con sè, intorno allo scettro della Monarchia Sabauda.

Dopo la fatale iattura di Novara, da ogni parte convenivano in Piemonte gli esuli nostri fratelli, che col senno e colla spada eransi resi degni di riverenza e d'amore. Accolti sulle rive della Dora, in questo unico santuario di libera italianità, trovarono salubre il clima, quieto ed onesto il vivere, forte e liberale il Governo, non mai turbato da popolari tumulti. A tutti fu dato ospizio, ed a parecchi non mancarono agi e cariche luminose.

Lo spirito di carità levato al più alto grado qui cominciò la unione politica degli Italiani, che fu poi mirabilmente sancita coi trionfi di Palestro e di S. Martino, capitanati dal magnanimo Re Vittorio Emanuele II, e colle ardite imprese del Leone di Caprera.

Le Camere legislative, concordi al senno del Conte Camillo Cavour, decretarono che Roma fosse la futura metropoli del Regno d'Italia; onde opportunamente nel 4 agosto del 1861 Achille Mauri dettava il seguente sonetto

A TORINO.

«Se pur fia che le fauste itale sorti Tocchino alfine il sospirato segno, E un ultimo trionfo a Roma porti L'augusto seggio del novello regno; «Nobil loco, Torino, e di te degno Sempre otterrai fra le città consorti, E andrai chiara per l'armi e per l'ingegno, Per maturi consigli e l'opre forti. «Nè Italia coprirà di turpe oblìo I decenni tuoi vanti, e il largheggiato A' raminghi suoi figli ospizio pio; «Ma grata al tuo Camillo, e a quanti il senno E il cor con lui le offrian, del gran conato Dirà che i primi onori a te si denno».

XXII.

Fu caro spettacolo l'affratellarsi degli Italiani più chiari in armi, scienze ed arti qui dove Vittorio Alfieri apriva la nuova nostra civiltà, e la svolsero Gioberti, Balbo ed Azeglio, e donde la mente di Cavour ci condusse presso alla meta sospirata.

Più volte vidi rinnovarsi la concordia cittadina intorno agli autorevoli Buoncompagni, Berti e Capriolo, e nelle sale del Peruzzi e del Paleocapa. Ma più spiccatamente ammirai la felice fusione degli Italiani d'ogni provincia in due case di Doragrossa.

Nel fondo di quella via ad occidente presso la piazza dello Statuto abita Pasquale Mancini, il sacerdote di Temide, che allegra l'austerità degli studi col sereno verso di Laura Beatrice, sua consorte e musa.

La casa di lui è santuario di gloriose memorie onorate dall'arte. Nella maggior sala v'ha un bel quadro di paese dello Smargiassi, e su tela è rappresentata la sposa del volontario, corso alle battaglie nazionali. V'ha il busto in marmo di Guglielmo Pepe, scoltura del Butti, e il ritratto di Giuseppe Garibaldi, lavoro della signora Mancini, poetessa e pittrice. Colà più volte ho veduto fra canti e suoni festosamente raccolti in serali adunanze ministri, senatori e deputati, professori ed artisti ed ornate donne di ogni terra italiana. Due bionde figlie del Mancini, che hanno spontaneo il verso, recitavano rime accese di amor patrio, e un'altra, non meno poetica, faceva agevolmente scorrere le dita su le corde dell'arpa, come se intrecciasse gigli e rose tra fila d'oro, e, traendo armoniosi concenti, l'inspirata donzella sembrava colle musiche celebrare nella casa paterna il consorzio della scienza e delle grazie, e la italica fratellanza.

In mezzo alla via di Doragrossa, sopra i due archi che mettono alla Piazza del Municipio, abita il Conte Federico Sclopis, ministro ben degno di essere consultato nei gravi momenti della patria. Vigile propugnatore dei diritti della natale sua città, egli vive accosto al palazzo municipale e di rincontro al sito in cui sorgeva la torre sormontata dal simbolico toro di bronzo. Nelle sere apriva spesso le ospitali sale, in cui era ammirata per coltura e cortesi modi la consorte del conte, Isabella Avogadro, gemma della mia Novara. Stavano a lei dintorno dame, cavalieri, letterati ed artisti; ed ella aveva per tutti parole soavi, assisa in serici guanciali presso un tavolino su cui olezzavano fiori di ogni sorta fra eleganti volumi di opere italiane e francesi.

Ricordo di avere colà incontrato una eloquente donna dell'Arno, che in suo cuore non vede Italia se non a Firenze; e la incontrai presso una duchessa di Roma, che non accorgerassi, diceva, dell'unità italiana, finchè Vittorio Emanuele non salga trionfante in Campidoglio. Alcune volte vi trovai una principessa di Napoli, nobile di aspetto e di modi, e più ancora d'ingegno e di cuore; e spesso tre illustri subalpini, il generale Cavalli, il professore Ricotti e lo scultore Albertoni, tre fidi amici di casa Sclopis, che in quella adunanza rappresentavano le armi e le arti, e la storia che ne registra i maravigliosi trionfi. In una tavola delle adorne pareti due vaghi angioletti di Gaudenzio Ferrari parevano scesi di cielo a benedire la concordia italiana.

Così un Napoletano ed un Piemontese, ambidue celebrati giureconsulti e uomini di Stato, accoglievano a lieto consorzio il fiore degli Italiani.

Ahi, fu turbata la serenità delle feste subalpine!

XXIII.

IL PIEMONTESISMO.

Poichè a guisa di sponsalizie furono celebrate con desinari, musiche e danze le annessioni delle redente provincie italiane al Piemonte, cominciarono i domestici rancori.

Fu proclamato troppo il benefizio de' Subalpini al resto d'Italia, perchè i beneficati per solito sentono più il peso che l'affetto della gratitudine. Inoltre, vinta la tirannide tedesca e la borbonica, sembrò ad alcuni nuovo giogo sobbarcarsi alle nostre leggi, e soverchio il numero degli ufficiali piemontesi mandati a reggere le provincie annesse.

«Nè ciò dee far maraviglia (uso le parole non sospette di Marco Minghetti), poichè il Piemonte avendo avuto per dieci anni una costituzione libera, le sue leggi erano improntate di spiriti liberali e progressivi; ed inoltre essendo stato autore e guida del rinnovamento, le sue leggi dovevano avere una preminenza inevitabile, quand'anche nelle parti, che risguardassero l'amministrazione, potessero essere meno acconcie. Così era nella natura delle cose che per applicarle s'invitassero uomini da lunga pezza assuefatti a libertà, e di tempra maschia e severa, siccome sono gli abitatori del Piemonte»[47].

A poco a poco si andò dilatando la malattia delle menti detta _Piemontesismo_, chimerico _cholèra-morbus_ della politica italiana.

I nuovi venuti immaginarono il Piemontesismo, più di coloro che esuli, stanziando fra noi da lungo tempo, si erano omai addomesticati alle usanze nostre.

Gli Italiani del mezzogiorno trovarono incresciose le nebbie e le nevi di Torino, e sospiravano i soli, gli aranci e la perenne primavera di Napoli e di Palermo. I Toscani e i cittadini della Emilia trovarono troppo compassata e gelida la realtà del nostro vivere, e preferendo la ideale voluttà delle arti, invocavano le loggie dell'Orgagna e le torri di Giotto, i prodigi di Michelangelo e di Raffaello, e le glorie della scuola bolognese.

Di poi si andò accagionando il Piemontesismo di tutti i malanni del mondo. Se freddo era il verno, caldo l'estate, se ne accusava il mal clima del Piemonte. Lo accusavano delle malattie e delle cure, che, mortali anch'essi, soffrivano talvolta gli onorevoli Deputati, e taluni maledicevano alla cucina de' Subalpini quando mai nel mattino non trovassero ben acconciati i maccheroni ben cotte le costolette nel caffè del Cambio, ove per solito adunavansi per disporre lo stomaco alla eloquenza parlamentare.

Fu dichiarata Torino benemerita per il suo passato, ma non più comportabile il Piemontesismo, che dal fondo della Penisola costringeva molti a salire sin qui per toccare il seggio del Governo e attingere alla sorgente della vita pubblica.

In tale stato di cose indarno ripetevasi che in Torino non il Piemonte governava, ma l'Italia coi Deputati ed i Ministri delle diverse provincie. Non giovava più rammentare che durò due secoli in Pavia il Regno Longobardo, divenuto quasi nazionale, senza trasferire il suo seggio in sito più centrale, come a Benevento, e senza i telegrafi, le strade di ferro e gli altri benefizi della civiltà presente. Era inutile ricordare che il Regno d'Italia appiè dell'Alpi fu fondato dai marchesi di Ivrea, il cui sangue scorre nelle vene del Monarca, che potè adempiere il voto di tanti secoli e di tanti martiri; e che pieno di pericoli era divellere il seggio della monarchia dal granito alpigiano, in cui antico è l'omaggio ai Reali di Savoia.

Si compia l'opera dell'unità italiana dove si è con tanto senno preparata e condotta a buon segno. Con le contese ed i gravi dispendi del trasferimento non si turbi, nè s'indebolisca lo Stato già fiacco per le miserie del pubblico erario. Non s'incorra negli errori dell'Impero latino, che decadde dalla pristina grandezza, spostando il seggio dal Tebro al Bosforo, sicchè, non cessando i travagli del trasferimento, l'Italia imperiale fu

«...simigliante a quella inferma Che non può trovar posa in su le piume, Ma con dar volta suo dolore scherma»[48].

Fortifichiamoci rinvigorendo il trono sabaudo, principio di nostra salute, nella valle del Po, in cui più volte colle armi si decisero le nostre sorti, se pur non vogliasi un'Italia senza il Piemonte, com'era ai tempi delle battaglie di Annibale sul Trasimeno e a Canne, accennate nella militare concione dell'oratore e generale Cialdini, e come, forse opportunamente ai suoi fini, la descrive Napoleone III narrando la vita di Giulio Cesare.

Non gradivano tali ragioni, nè poi gli argomenti de' senatori Sclopis, Ricotti, Cadorna e Revel, e dei deputati Berti, Crispi, Chiaves e Coppino, e di altri uomini assennati.

Il Ministero Minghetti-Peruzzi, valendosi del Pepoli a messaggio ed interprete, nel silenzio diplomatico ordì colla Francia la Convenzione del 15 settembre, che traeva seco il trasferimento della metropoli a Firenze.

Il Ministero tutto preparò, meno gli accorgimenti bastevoli ad impedire tumulti nefasti e lo spargimento di sangue cittadino.

XXIV.

IL 22 SETTEMBRE DEL 1864.

Sparsa in Torino la infausta notizia della _Convenzione_, gli animi de' cittadini si commossero, e per le vie e nelle piazze si manifestò l'indignazione popolare. Ma i cittadini che tumultuarono, non erano ostili alla causa nazionale, anzi ne erano provati caldeggiatori.

Molti, gridando _Roma o Torino_, lamentavano nel trasferimento a Firenze lacero il decreto della nazione, con cui si acclamò Roma per futura sede del Regno d'Italia.

Non pochi temevano che avesse a correre pericoli la Monarchia spostandosi dal suolo nativo, e con lei la unità italiana assicurata nella R. Stirpe di Savoia.

Nè mancarono di quelli che, ammaestrati dalle cessioni di Savoia e Nizza, temevano nel patto colla Francia si nascondesse qualche disonesta cessione di terra subalpina; onde ripetevano col Bolognese Eustachio Manfredi:

«Vidi l'Italia col crin sparso, incolto, Colà dove la Dora in Po declina, Che sedea mesta, e avea negli occhi accolto Quasi un orror di servitù vicina».

Que' malcontenti non erano tali da dare scosse allo Stato più fiere di quelle che cagionava la Convenzione del 15 settembre. Erano gridatori inermi e nulla più, come vien provato dalla relazione della Commissione parlamentare d'inchiesta dettata dal non piemontese Sandonnino, e dalla relazione del deputato Ara in nome del Municipio[49]. Non si aveano dunque a trattare come briganti armati nei burroni delle Calabrie, o come nemici schierati a battaglia sul Mincio.

Sarebbe bastato a quietarli il pacificatore Mazzarini, che nell'atto della zuffa fece sospendere l'azione guerresca agli eserciti di Francia e di Spagna contendenti in Casale; o meglio l'oratore Alfonso Lamartine, che colla potente parola salvò Parigi dalla guerra civile. Invece si ricorse ai mezzi con cui furono domati i Giannizzeri, ribelli alla legge musulmana.

L'egregio sindaco marchese Rorà e il Municipio espressero al Governo il cordoglio della indignata Città per l'effusione del sangue fraterno in Piazza Castello nella sera del 21 settembre: ma non valsero i loro consigli ad impedire che nuovo sangue d'Italiani fosse sparso nella notte seguente.

Inorridisco al ricordare gli allievi Carabinieri quando dalla porta della Questura in Piazza S. Carlo coi moschetti fischianti irruppero sull'affollato popolo inerme!

Oh! chi non ammirò quella vasta e magnifica piazza, dove sorge la statua equestre di Emanuele Filiberto e un monumento alla carità cristiana nel tempio a S. Carlo Borromeo?

Quella piazza ricorda i cavallereschi tornei in onore del Re, e le pacifiche e festevoli adunanze del popolo. Colà io mi deliziai fra i balli e i concenti dell'Accademia Filarmonica, e nelle sale del palazzo Natta abitate dal conte Corinaldi mi beai alle musiche ed alle eleganti raunanze cui traevano in gran copia preclari esuli di Venezia, confortandosi nel trovarvi una imagine della famosa loro piazza di S. Marco. In quella piazza spesso mi fu dolce salutare il palazzo già abitato dal Sofocle Astigiano e quello del marchese Felice Santommaso, che mi accolse giovine poeta nella cara e venerata compagnia di Pellico, Paravia e Cibrario; e le case ospitali del conte Farcito e del conte Pernati, e la religiosa libreria Marietti, e il maestoso Caffè, in cui più volte conversai coll'arguto Baratta, il nuovo Marziale.

Queste serene rimembranze impallidiscono innanzi alla cruenta notte del 22 settembre 1864.

Il fischio del piombo micidiale assordò orrendamente quel luogo memorando, e la piazza fu ingombra di vittime.

Nella concitata mia mente ho veduto Emanuele Filiberto rizzarsi sul destriero, e levando la spada cercare intorno a sè gl'invasori stranieri per combatterli. Ahi! vedendo i segni della pugna civile, egli fremente sclamava:

--Chi sono gli sciagurati che cagionarono gli orrori del macello cittadino?

--Non sono Piemontesi: risposero cupamente fioche voci di moribondi.

--Ma pur sono Italiani: gridarono mille voci piene di giusto sdegno.

Poi fu silenzio e solitudine. Soltanto si udiva il rantolo della morte tra il fumo della moschetteria che intenebrò l'aria; e i bronzei candelabri a gaz che illuminano la piazza parvero tede funerali poste a rischiarare un campo di morte.

Il dì appresso i Torinesi sbalorditi s'interrogavano per le vie e ripetevansi l'un l'altro:

«I fratelli hanno ucciso i fratelli, Questa orrenda novella vi do».

Il Re corrucciato immantinente mutò ministero!

Ma quali rimedi troverà il Governo, perchè l'offeso Piemonte cessi dalle querimonie?

Le acque della Dora e del Po non cancelleranno facilmente nella Piazza di S. Carlo le macchie del sangue cittadino. Ogniqualvolta vi passo io le riveggo farsi più rosse, e risento il puzzo dei cadaveri che non può temperarsi nè dall'olezzo de' nostri roseti, nè dai profumi d'Arabia.

O Conte Camillo Cavour, se tu ancor vivevi, no, tanto orrore non avrebbe offuscato la storia della tua Torino e d'Italia tutta!

Ho bisogno di sfogarmi nelle lagrime, e vengo a piangere in Sàntena sul tuo sepolcro in compagnia dell'illustre uomo di Stato, Filippo Cordova, che, non piemontese, lamentò pure la Convenzione del 15 settembre.

XXV.

IL SEPOLCRO DEL CONTE CAMILLO CAVOUR.

Sàntena è antico villaggio prossimo a Cambiano nel Comune di Chieri. È attraversato dal torrente Banna che mette foce nel Po presso Moncalieri; ed ha tre mila abitanti, lieti dell'annuo reddito di ventimila lire che traggono dagli eccellenti sparagi, prodotto de' loro terreni.

Volsero sette secoli dacchè i Bensi ottennero parte del feudo di Sàntena che apparteneva al Capitolo dei canonici del duomo di Torino, e nel secolo XVII ebbero poi dal duca di Savoia la contea di Cavour per la gloriosa difesa di Montemeillan, in Savoia, fatta dal loro Goffredo.