La Dora

Part 16

Chapter 163,653 wordsPublic domain

Re Carlo Alberto volle che il Piemonte fosse ad un tempo la Macedonia e l'Attica d'Italia. Per farne la Macedonia, migliorò ogni ordine militare e instituì nel suo palazzo l'Armeria reale. Per farne l'Attica, agevolò ogni maniera di studi ed ampliò l'Accademia di Belle Arti. Inoltre instituì la Reale Pinacoteca segnalata per quadri fiamminghi. Ne fu dotto illustratore Roberto d'Azeglio, ed ora n'è vigile direttore il suo fratello Massimo, ministro, guerriero, scrittore ed artista: esempio unico nella storia.

Il munifico Re commise elette opere a chiari scultori e pittori d'ogni terra italiana: Baruzzi, Sangiorgio, Marchesi, Fraccaroli e Cacciatori, Hayez, Podesti, Bellosio, Camuccini, Gazzarini e Bezzuoli; e la Reggia di Torino, emulando la Corte Medicea, già per mezzo dell'arte cominciava la unificazione della nostra Penisola.

Statue e dipinture di gran pregio decorarono templi e palazzi. Crebbe il numero degli studiosi e crebbero le scuole; e l'Arienti fu da Lombardia qui chiamato a professare la pittura, e dalla Sardegna il Marghinotti ad essere maestro nel disegno dal rilievo.

Invadendo ogni cosa lo spirito di riforma, entrò pure nell'Accademia Albertina, e coi nuovi ordinamenti Re Vittorio Emanuele II nell'anno 1856 affidò la direzione dell'Accademia al Marchese Di Breme. Questo patrizio, cultore e zelatore tenerissimo delle Arti Belle, acquafortista valente, consigliando l'insegnamento _uno e vario_, volse l'animo ad infondere vita novella nell'Accademia Albertina, _convinto_, egli dice, _che le accademie si possono conservare, purchè si adattino meglio allo scopo dell'arte, la qual cosa consiste principalmente nell'unificare l'istruzione elementare e nel variare l'insegnamento superiore_[45].

Uomini irradiati di bella fama vennero in essa ad ammaestrare. Vincenzo Vela alla scuola di scoltura, Enrico Gamba a quella di disegno, ed alle scuole di pittura Gaetano Ferri e Andrea Gastaldi invece dell'Arienti assunto a reggere l'Accademia di Belle Arti in Bologna. Desiderandosi inoltre a segretario dell'Accademia chi al merito dell'arte accoppiasse i pregi della letteratura, fu eletto a sì nobile ufficio il figlio dell'antico direttore, Felice Biscarra, al quale, mentre va scrivendo la storia dell'Accademia, si prepara dovizia di documenti nei lavori dei maestri e nelle speranze degli allievi.

XVII.

Diamo un cenno degli esempi della Scuola Piemontese, che l'Accademia Albertina può presentare a' suoi discepoli.

La Reale Pinacoteca, che dapprima avea sede nel Palazzo Madama, fu, ed opportunamente, trasferita al Palazzo de' Musei, significando così che le scienze e le arti deggiono vivere insieme per far prosperare le nazioni.

In due stanze della Pinacoteca si ammirano molte e belle opere antiche di artisti piemontesi, ed altre moderne nel Museo che il Municipio apriva nel giugno del 1863 nella via Gaudenzio Ferrari, quasi per collocarlo sotto gli auspici dell'Apelle di Valduggia, capo della Scuola Lombarda, a cui i Valsesiani con soscrizioni preparano in Varallo un degno monumento.

Nel Museo Civico sono raccolti oggetti di patria e straniera archeologia, e monete antiche di Grecia e Roma, e delle zecche dei Comuni e Stati italiani dal mille in poi. Vi ha preziose reliquie medievali e un vivido acquario in cui pesci, diversi di specie e di colore, guizzanti danno gaiezza al luogo severo. Ma lo scopo principale di quel Museo è la Galleria moderna dei quadri, fra i quali se ne ammirano parecchi di pennello piemontese, come dicevami il cav. Agodino conducendomi gentilmente a visitare le recenti opere del municipio torinese.

Ricordando la R. Pinacoteca e il Museo Civico, io veggo schierarsi a me d'innanzi dallo scorcio del secolo XV sino a noi gli illustri pittori subalpini, coi quali deggionsi pur ricordare scultori ed architetti nostri di meritata fama.

Primo ci si presenta in Alba, il Macrino; poi nel secolo XVI Val di Sesia si pregia dei fratelli Tanzio e di Gaudenzio Ferrari, che ebbe comune con Raffaello la scuola e la gloria. Nel medesimo secolo Vercelli va altera del Sodoma e del Giovenone, e Defendente De Ferraris da Chivasso, dipinge la stupenda icona di Ranverso. Nel secolo XVII fra i vigneti del Monferrato il Moncalvo insieme colle due figlie, protetto dalle Grazie, dipinge madonne ed angioli; il Molineri, detto il _Caraccino_, narra col pennello le vittorie dei nostri Duchi alla natale Savigliano, che fu pure la culla di Giovan Angelo Dolce, di Pietro Ayres e del lodatissimo incisore Arghinenti, allievo del celebre Porporati; e Nizza, che mai non cesserà di essere italiana, di quei tempi ricorda il suo Lodovico Brea. Nel secolo XVIII Bernardino Galliari, della terra di Andorno, pittor di scene egregio, emulo del Bibiena, spargendo la sua fama in Europa, dipinge a Berlino, e fra noi colora d'affreschi la vôlta del Palazzo dell'Accademia Filarmonica, e adorna il R. Teatro d'una scenica tela, segno alla pubblica ammirazione: e il savoiardo Beaumont ritrae gloriose pagine dell'_Iliade_ e dell'_Eneide_ nelle vôlte della grand'aula in cui ammirasi l'Armeria Reale. In quel secolo le arti del dipingere e dello scolpire, l'incisione e l'architettura lasciano ai Subalpini grate memorie. I torinesi fratelli Collini adornano di scolture i palazzi della Metropoli e i sotterranei di Superga, il Cignaroli acquista nome nella pittura di paese, i fratelli Valeriani dipingono lodatamente di affreschi il R. Palazzo di Stupinigi. Ed ecco io veggo segnalarsi nell'architettura il Iuvara, cui deve Torino la maestosa facciata e i due mirabili scaloni del palazzo Madama, e l'edificio della Corte d'Appello, e Superga, e Stupinigi; e il Conte Alfieri architetto dei tre teatri, il Regio e quelli di Carignano e d'Angennes.

Non cessano ai dì nostri le splendide pruove dell'architettura subalpina. Già ammirammo il Senatore Mosca al Ponte della Dora. Carlo Promis e Alessandro Antonelli sono dotti maestri dell'arte di costruire; e Domenico Ferri, architetto decoratore de' Reali palazzi, fe' il disegno dell'edifizio destinato al primo Parlamento del Regno d'Italia, dandogli una facciata corrispondente alla maestà del luogo; e già si vede sorgere altero quel monumento dell'arte nostra, mercè l'opera dell'architetto Giuseppe Bollati. La stupenda recente stazione della Strada Ferrata in Torino è disegno dell'ingegnere Mazzucchetti; e il torinese conte Carlo Ceppi ottenne nel 1863 la palma fra i molti concorrenti al disegno della facciata del duomo fiorentino, opera da accoppiarsi al Campanile di Giotto.

Nel secolo nostro, oh quale miriade di splendidi ingegni mi si presenta nell'arte, cominciando dal nizzardo G. Battista Biscarra! Io riverente vi saluto, o Pelagio Palagi e Carlo Arienti, o Antonio Gaggini e Vincenzo Vela. Voi, sebbene non piemontesi di origine, siete gloria artistica della Dora, perchè foste chiamati a ragguardevoli uffizi nella nostra Accademia.

Altri bei nomi mi ricorrono in mente. Il Migliara di Alessandria fu mirabile nella pittura d'interne prospettive; Fabrizio Sevesi e Luigi Vacca furono frescanti e pittori scenografi di gran valore; Francesco e Guido Gonin, Enrico e Francesco Gamba, Gaetano Ferri, Andrea Gastaldi, Angelo Capisani, Ferdinando Cavalieri, Pietro Ayres, Camino, Perotti, Beccaria, Raimondi, i conti Corsi e Pastoris, e i due Felice, Cerutti e Biscarra, sono cari nomi che spesso udimmo ripetere ed encomiare in vari generi di pittura nelle annuali pubbliche esposizioni di Belle Arti.

Nè meno della pittura più volte ammirammo nelle pubbliche mostre l'arte statuaria di celebri professori già accennati e dei valorosi Giovanni Albertoni, Giuseppe Dini, Scipione Cassano, Silvestro Simonetta e Carlo Caniggia. Che più? Anche la stampa detta _umoristica_, mostra quotidiana, vanta sulla Dora quattro bizzarri corifei a matita, Redenti, Allis, Teja e Virginio.

Le glorie subalpine sono di tutta la nazione, onde il Re e il Governo onorarono di commissioni e d'insegne cavalleresche parecchi de' nostri artisti, e la storia segnò i loro nomi sui nuovi allori dell'arte italiana.

XVIII.

LA SOCIETA' PROMOTRICE DELLE BELLE ARTI E IL CIRCOLO DEGLI ARTISTI.

Fra tanto fervore di nobili ingegni opportunamente nel 1842 in Torino fu costituita la Società promotrice delle Belle Arti _che ha per iscopo di eccitare fra gli artisti una lodevole emulazione, di propugnare le notizie delle loro opere, e di aiutarne lo spaccio, acquistandone in proporzione dai fondi sociali_. A tal fine nella primavera d'ogni anno essa apre una pubblica esposizione di lavori di Belle Arti.

Promotore e primo presidente della Società fu il conte Cesare di Benevello, amante e cultore appassionato della pittura, a cui succedette altro mecenate, il marchese Ferdinando di Breme. Promotore insieme col Benevello, e, a buon diritto, segretario primo di essa fu il Paravia; ed ora, sette volte rieletto, segretario della Società è il cav. Luigi Rocca, nome gradito, che s'incontra spesso quando in Torino si principia e s'incoraggia un'opera buona ad onorare gl'ingegni.

La Società andò mutando seggio, ed ora ha stanza accanto al Teatro Scribe, in via della Zecca, nel proprio palazzo, acconciamente architettato dal cav. Mazzucchetti.

Chi desiderasse conoscere i particolari della Società narrati con brio ed eleganza, legga le storiche pagine che Luigi Rocca nel novembre del 1864 mandò innanzi all'_Album offerto a tutti i benemeriti che contribuirono all'erezione dell'edificio per le esposizioni di Belle Arti_.

Qui dunque si trovano gl'incoraggiamenti e gli onori di che altre famose città italiane furono larghe agli artisti, non però le villane gelosie e le cupe ire che in altre contrade disonestarono le scuole dell'arte.

Sulla Dora non trovate, come su l'Arno, morto di ferro un Masaccio, non un Torrigiani che d'un pugno schiaccia il naso al Buonarroti, nè i contrasti di Baccio Bandinelli col Cellini. Qui non si ha a lamentare, come sulle adriatiche lagune, Andrea del Castagno che colpisce Domenico Veneziano per frodargli il segreto della pittura ad olio; nè, come a Bologna, si incontra un Calvart, che villanamente contristò la giovinezza del Domenichino; nè si ha a deplorare una Elisabetta Sirani, amorosa imitatrice di Guido Reni, morta di veleno nella verde età di ventisei anni. Qui, come a Napoli, le ribalderie dello Spagnoletto e del Correro non intristirono mai i seguaci dell'arte; non si attossicarono i loro conviti, siccome avvenne al Baroccio in Roma; nè, come a Genova, fu mai veduto per orrende gelosie un Pellegro Piola perir di pugnale.

Ai cultori dell'arte divisi e discordi altrove, in Torino rispondono cultori uniti e concordi col Circolo degli Artisti, unico in Italia.

Torino ha l'Accademia Filarmonica e la Filodrammatica, la Società del Tiro a segno, la Società Ginnastica, la Ippica, quella dei Pattinatori, e quelle dei Canottieri, instituzioni dilette ed utili, ma fra queste la più fiorente è il Circolo degli Artisti.

Nel 1854 il cav. Felice Biscarra, tornato da un viaggio per l'Europa, narrò all'avvocato Luigi Rocca e ad altri eletti amici la soddisfazione da lui provata nel visitare in lontane regioni i Circoli degli Artisti, e quelli in ispecie di Brusselle e di Ginevra.

Sorse il desiderio di vedere sì bella ed utile instituzione anche in Piemonte, imperocchè le nobili idee fra questo popolo si volgono in atto con rara e pronta felicità, al pari de' semi che sparsi in terreno acconcio non tardano a germogliare, fiorire e dare frutti abbondanti.

Il Biscarra e il Rocca applicarono tosto la mente a comporre gli statuti tratti da quelli del Belgio con altri più adatti all'indole nostra, e fu dato principio con venti soci alla novella instituzione del Circolo che proseguì con ottanta, e, costituitasi con cento e venti, giunse ad avere ottocento fratelli adunati sotto il libero stendardo delle Belle Arti.

Il Circolo degli Artisti è presieduto dal Comm. Galvagno, uomo di probità antica; e trovasi in via Bogino nel magnifico palazzo Graneri, ora del generale Sonnaz, l'eroe di Montebello.

Quivi sono frequenti le adunanze con musiche e balli e con mostre di Belle Arti; e non ha guari, nella sera del 16 novembre 1865, il Circolo fra canti e suoni accoglieva festosamente il Re e la Regina di Portogallo insieme colla nostra Real Famiglia nella memorabile aula, ove ai tempi di Vittorio Amedeo II, fu celebrata la pace conclusa tra Francia e Piemonte, con banchetto splendidissimo, a cui sedevano i marescialli francesi e il Principe Eugenio di Savoia.

Il biondo Re lusitano, che amorosamente coltiva la musica e la pittura, e che lasciò in Torino ricordi grati del suo patrocinio agli artisti italiani, volle cortesemente dichiararsi fratello di quella artistica famiglia, e porre fra i soci il suo nome, fulgida gemma alla corona del Circolo, onde prova il Piemonte che qui la concordia civile preparò l'alleanza degli artisti insieme coll'unità nazionale.

XIX.

ARTE E PATRIA.

Non lascerò così grato argomento senza prima far cenno che l'Arte, considerata nel complesso de' suoi attributi, qui spesso rappresentò i destini della patria, e li preparò talvolta.

L'Architettura dai Cesari di Roma ad Emanuele Filiberto ricorda gli avvenimenti di sei tempi diversi nel turrito edifizio Augustale, il quale, ristaurato dal Municipio, spiccherà venerando, abbattute le case che ne impedivano la vista. L'Architettura narra i fasti e i lutti della stirpe Sabauda e del Piemonte, additandoci la Reggia e i reali Castelli e il Palazzo Carignano, culla di Carlo Alberto e del Parlamento del Regno italico. Essa, guidandoci al ponte di pietra a cinque archi onde si varca il Po, c'invita a salutare in cima ai côlli torinesi la Basilica di Superga, dedicata a Maria, sepoltura dei nostri Re. Quel tempio, architettato dal Juvara, è monumento di vittoria nazionale, eretto da Vittorio Amedeo II in ringraziamento a Dio per aver liberato questo combattuto paese dall'insolenza forastiera.

Guardando a Superga, ripetiamo esultanti colla Debora del Piemonte, Giulia Colombini:

«Oh! salve dal tuo côlle Di patria indipendenza alto trofeo! . . . . . . . . . . . . . . Tu il sorriso del ciel sui brandi nostri, Tu il prodigio d'amor Micca ci mostri. Sul vinto baluardo Spiegava lo stendardo Il Francese guerrier: l'ardito esempio Cento seguiano e cento; Ma, nuovo Curzio, nel fatal momento Diede il suo capo il Gran Biellese, e volle Sè stesso per la patria in sacramento; Scoppiò l'accesa polve, e glorïoso MICCA su mille eroi tomba si aderse. Oh viva eterno! E laude a te che, sperse L'armi Franche, o AMEDEO, vittorïoso Innalzasti sul monte Simbolo di salvezza, ara al Piemonte!»

Colla Basilica di Superga la Monarchia Sabauda ringrazia Iddio in vetta ai côlli torinesi; e alle loro falde il popolo subalpino lo ringrazia nel tempio della Gran Madre di Dio.

Quella chiesa, edificata col disegno del Bonsignore, ricorda il Panteon di Roma e il tempio del Canova in Possagno. Benchè posta sovra alto basamento con pronao grandioso ed ardito, trovasi oppressa dalle colline circostanti, ma nella mia mente quella chiesa prende gigantesche proporzioni, e dai côlli si eleva sfavillante d'insolito splendore, quando ricordo essere stata costruita per volo del Corpo Decurionale Torinese (1818), dopo il ritorno della stirpe Sabauda dalla Sardegna al Piemonte. Fra le colonne del tempio circolare ricordo le feste cittadine al cessare della gallica dominazione, e il solenne ingresso in Torino di Vittorio Emanuele I, addì 20 maggio 1814. Alla erezione di quella chiesa esultò il Piemonte, che vide restituita la dignità nazionale a queste regioni, riacquistando la dinastia di que' Principi che per otto secoli n'erano stati i reggitori e i padri, educando il popolo alle armi ed alle industrie, e a mantenersi libero dal giogo straniero.

L'arte statuaria con maggiore evidenza ci narrò i fasti della patria effigiandone gli eroi.

Non è stata felice nel ritrarre in bronzo e in marmo il Conte Verde; ma felice e gloriosa oltre ogni dire fu rappresentando nella Piazza San Carlo il Duca Emanuele Filiberto, che, vinta la battaglia di S. Quintino e firmato il trattato di Château-Cambrésis, entra in Torino vindice e stabilitore della sua schiatta, e, riposta la spada, interamente si dà ad ordinare il governo civile. La statua equestre in bronzo, e la battaglia e il trattato scolpiti in altorilievo nel piedistallo compongono il monumento principale della città per concetto e bellezza d'arte.

Il bolognese Salvatore Muzzi, perito negli studi dell'arte e noto per affettuosi libri di letteratura educativa, spesso mi era compagno nel 1863, mentre per le vie di Torino andavo notando le cose più degne di ricordo.

Un dì, dalla statua equestre di Emanuele Filiberto andammo insieme ad ammirare quella pure in bronzo del Re Carlo Alberto nella piazza dallo stesso Re intitolata. Girammo intorno al grandioso monumento di granito e di bronzo, ricco di statue e storiati bassorilievi, da cui sorge sul destriero di battaglia l'augusto martire dell'indipendenza italiana, col brando sguainato, in atto di capitanare l'esercito nelle pugne nazionali.

Io osservava che meglio delle attillate divise militari d'oggidì si affanno alle scolture le antiche armature e i larghi paludamenti; e consideravo che i bassorilievi di quel monumento con militari in tunica e borghesi in abito di rispetto non sono tanto ammirati. Il Muzzi non poteva farsi apologista di questa parte dell'opera; ma notava come l'artista abbia tenuto assai depressi i quattro storici bassorilievi, ed abbia saputo ad un tempo trattarli per modo che tutto vi si legge bene, anco esposti all'ombra, anche nell'ora del tramonto: e se non potea difendere che l'artefice avesse frammisto la realtà dei quattro soldati di tutto tondo alle quattro donne simboliche assise sul secondo piano del monumento, osservava, come ad una ad una le otto statue ornamentali siano veramente assai belle, e degne dell'artista che le concepì e plasticò, sicchè le bellezze de' modelli sono trasfuse nel bronzo.

Levandomi dalle controversie dell'arte al concetto incarnato nelle due statue equestri, io salutai col Muzzi in piazza San Carlo il Genio della Stirpe Sabauda che, ricuperata la signoria degli Stati aviti, ripone la spada nel fodero per attendere alle imprese di pace, e nella piazza Carlo Alberto salutai lo stesso Genio cavalleresco, che, pronto all'invito degl'Italiani, torna a sguainare la spada, già gloriosa in S. Quintino, per dare libertà e potenza a tutta la nazione.

Era conveniente che il medesimo artefice dovesse interpretare e significare nel bronzo la duplice impresa di quel Genio guerriero e legislatore. L'insigne artefice fu l'italiano Marochetti.

Altri monumenti per le piazze e nelle vie ci ricordano i fatti generosi de' Principi e del popolo. Nella facciata del Palazzo municipale veggonsi le statue marmoree del Principe Eugenio di Savoia e del Duca Ferdinando di Genova, scolpite dal Simonetta e dal Dini, e donate dal banchiere Mestrallet, degne di lode, comechè alcuni le notassero di soverchio movimento, quasi fossero simulacri d'artisti ginnastici. Innanzi al mastio dell'antica cittadella di Torino ci si presenta Pietro Micca, statua in bronzo modellata dal Cassano, degno allievo del Vela; in cospetto al Palazzo Carignano, già seggio del Parlamento, l'Albertoni ci addita una sua applaudita scultura, Vincenzo Gioberti, colà collocato come esempio e scuola agli oratori della patria; e nella piazza Castello v'ha l'Alfiere del Vela, che, stringendo il patrio vessillo nella sinistra, e la spada colla mano destra, dal Palazzo Madama guarda a Doragrossa: profetico dono dei Milanesi all'Esercito Sardo, il dì 15 gennaio 1857.

Se pei verdi viali saliamo al pubblico giardino, detto dei _Ripari_, quattro sculture di marmo ci empiono l'animo di civili e guerresche memorie. Ci si mostrano Guglielmo Pepe che varca il Po, bel lavoro del professore Butti, ed Eusebio Bava, vincitore a Goito, opera dell'Albertoni. Le statue dei due valorosi capitani sembrano erette sul medesimo poggio dei Ripari per celebrare l'unione degli eserciti di Napoli e del Piemonte nelle battaglie nazionali. Chi non ammira colà i due marmi animati dal Vela? Nell'uno è onorato il Manin, il veneto cittadino che, repubblicano di origine, con vivo accorgimento riconobbe e riverì nella monarchia di Savoia l'unica salute della presente Italia; nell'altro marmo è onorato Cesare Balbo che meditabondo tiene la mano sul rinomato suo libro _Delle Speranze d'Italia_. Visitatori del grand'uomo, non rompete con vane ciance il nobile corso de' suoi pensieri. Egli è assorto in gravi meditazioni. Inchinatelo tacendo, e andate oltre.

Dai fioriti viali dei Ripari trasportiamoci fra gl'incensi degli altari nella Chiesa della Consolata che ricorda Ardoino, l'infelice re d'Italia, in una cappella da lui eretta.

Nel 31 luglio di quest'anno entrai in quel tempio mentre il cielo abbuiatosi turbinava, e, piovendo a dirotta, il vento dalle finestre aperte spingeva l'acquazzone contro le marmoree colonne del Santuario. Una musica soavissima si diffuse, e parve colla virtù dei suoni rasserenare la scompigliata natura. Era il nostro celebrato Marini che sonava l'organo maraviglioso del tempio. Egli toccando maestrevolmente colle magiche dita i tasti dell'organo crea subite armonie ispirate dall'affetto del cuore e dalla maestà della religione.

Una vivida luce tornò a rallegrare il cielo e la chiesa; l'incantevole musicista coi suoni ora imitando il canto degli usignuoli traea il mio spirito a pregare in fondo ad una selva, ed ora imitando i flebili rintocchi della campana mi ricordava in sul vespero l'_Ave Maria_ del villaggio. Così mentre il Marini in varie guise svegliava il sentimento della preghiera, io mi era prostrato presso la cappella semicircolare dove stanno le marmoree statue delle due regine genuflesse, Maria Teresa e Maria Adelaide, che si amarono in vita e che compiante morirono quasi ad un tempo nel gennaio 1855.

Un angelo colle ali spiegate tiene sospese due corone sul capo delle auguste donne che innanzi al Santuario di nostra Donna Consolatrice invocano la concordia e la prosperità sulla Reggia e su l'Italia.

Le due statue, opera del Vela, sono capolavori dell'arte moderna e gloriosi monumenti di quel prodigioso Santuario, da cui mi allontano per farmi alla Cattedrale di S. Giovanni eretta da Baccio Pontelli o da Meo del Caprino sugli avanzi di tre chiese antichissime.

Spesso ritorno alla Cattedrale, ma non a ricordare la bandiera musulmana e il vessillo colla Croce di Savoia insieme sventolanti innanzi alla SS. Sindone per ringraziare il Dio delle vittorie nella oppugnazione di Sebastopoli. Se lo spettacolo delle due bandiere, al quale assistemmo nel 1855, fosse avvenuto nel 1578, quando dal prossimo vicolo, ove abitava Torquato Tasso, più volte vi sarà andato devotamente a chiedere inspirazioni dal funebre Sudario di Cristo, oh! senza dubbio l'epico cantore delle Crociate sarebbe uscito dalla chiesa indispettito, per recarsi a disfogare il cristiano suo sdegno nella prossima casa che abitò pochi mesi, consacrandola per tutti i secoli!

Io vi ritorno per salire alla Cappella circolare della Sindone, ardimentosa struttura del Guarini, dal cui pinnacolo piove la mesta luce a illuminare quel regale recinto. Quivi intorno all'urna contenente il Sudario di Cristo morto sono monumenti e simulacri d'insigni uomini di Casa Savoia: quivi lo scultore Marchesi ornò il sepolcro di Emanuele Filiberto, il Cacciatori quello di Amedeo VIII, il Fraccaroli quello di Carlo Emanuele II, e il Gaggini quello del Principe Tommaso.

Bella gara artistici per onorare la memoria di grandi uomini trapassati! Bell'effetto ottico di que' massi bianchi figurati su que' fondi di nero marmo!