Part 15
L'esultanza dell'Aporti era il tripudio degli Apostoli di Cristo nel trionfo della fede e della carità. Veramente ogni anima pia si sente commossa visitando il regale asilo de' fanciulli eretto dalle Regine Maria Teresa e Maria Adelaide, ora sovranamente mantenuto dal nostro augusto Re, e con ogni sollecitudine vegliato dal R. Elemosiniere, il teologo cav. Antonio Pavarino, e da cinque Suore di S. Giuseppe di Pinerolo. L'Asilo è situato sotto il tetto dell'istessa Reggia; ed io lo visitai mentre i trecento bimbi ivi protetti, levando le manine, cantavano in versi una preghiera, con cui riconoscenti invocano la benedizione del Cielo sulla Real Famiglia. La preghiera degl'innocenti, portata dagli angeli in cielo, sia accolta dal Dio delle misericordie, e sarà benedizione a tutta Italia!
Visitai eziandio più volte la scuola infantile per gli agiati nella via dell'Ospedale. La fondò lo stesso Aporti, e il conte Carlo Boncompagni continua prosperamente la pia opera, giovando agli agiati ed ai poveri, perchè ogni somma eccedente le spese per quella scuola vien data a beneficio degli Asili aperti agli indigenti.
Visitai pure nella via Oporto l'asilo aperto dalla liberalità del conte Camillo Benso di Cavour. Solerte direttore di quell'instituto è il teologo Pagnone, che in funebre discorso saviamente ne ricordava il benefattore, dicendo: «Una prova che la Provvidenza protegge e sospinge l'opera nostra, si è che le procaccia larghe beneficenze di insigni benefattori. Il conte Camillo di Cavour che desiderò nuove glorie alla Dinastia regnante, non trascurò i tapinelli; ei che mirò a far grande l'Italia, non obbliò i minimi fra i Piemontesi: oltre la tenera pietà che ne sentiva, ben sapeva che il risorgimento di una nazione non è mai stabile e sicuro, ove le masse popolari non siano sufficientemente educate. Quindi egli in vita fu promotore ardente, anzi confondatore de' nostri Asili, e morendo li dotava di una parte delle sue sostanze, che, raddoppiata ancora dal nipote, varrà da sè sola a creare un novello asilo. Questa generosa emulazione fra un testatore e il suo erede, questa nobilissima gara di chi muore e di chi sopravvive è di memorabile esempio, degnissimo di venire dai doviziosi cittadini imitato[39]».
Sia benedetta sempre la instituzione degli Asili infantili! In questo secolo di continue riforme non osi alcuno snaturarla colla smania di migliorare. Ai parvoli negli Asili voglionsi le cure di madre amorevole, non i precetti di faticosa institutrice.
I bimbi abbisognano di affetto più che di studio, di armonie più che di discorsi, come gli usignoletti che ne' loro nidi imparano ad aprire le alucce al primo volo fra il mormorio dei zeffiri e l'olezzo delle rose.
Insomma gli Asili infantili, più che scuole d'istruzione popolare, deggiono essere santuari di carità cristiana.
X.
Niccolò Tommaseo scriveva: «I suoi civili vantaggi deve il Piemonte ai morali suoi pregi; dico, l'austero costume, l'operosità nelle industrie e nelle armi, la riverenza spontanea all'autorità, il docile attento riguardo a ogni luce di bene e di bello da qual mai parte venisse, il culto delle tradizioni, l'esercizio della fede religiosa massimamente nelle opere di carità. Sebbene le città italiane siano più o meno di carità monumenti, e quasi templi edificati a quel Dio ch'è amore; Torino in mezzo a tante grandezze di beneficenza non per tanto grandeggia; e con nuove istituzioni simili corona le antiche, anche in questo più vivamente antica delle altre sorelle, e più veramente moderna[40]». Queste solenni parole io vado ripetendo mentre ricordo le pie instituzioni di Torino. La più grande a quest'uopo ebbe principio ed ordinamento da Carlo Emanuele il Grande e da Vittorio Amedeo II, denominandosi l'Ospizio di Carità. Con esso, con altri somiglianti fondati nelle principali città dello Stato, e colle Congregazioni di Carità estese per tutti i minori paesi, in guisa che nessuno ne fosse privo, intendevasi a sbandire la mendicità vagabonda. Rimangono gli statuti e parte dei loro beneficii, ma l'opera de' fondatori fu monca; onde J. Bernardi disse: «L'opera dei due Principi, incominciata in Piemonte sul principio del secolo decimottavo e intesa a sbandire la mendicità da tutto lo Stato, per isvilupparsi e giugnere al suo maggiore perfezionamento, dovea tener fisso e inalterabile il fine, e giovarsi della esperienza continuata ed intelligente per conseguirla: lo che per colpa dei tempi e talvolta anche degli uomini, che dimenticano ogni passato per far tutto da sè, non accadde[41]».
Oltre il R. Spedale di Carità, Torino ha lo Spedale maggiore di S. Giovanni; quello de' Santi Maurizio e Lazzaro; il Militare divisionario; quello di S. Luigi; il Regio Manicomio; la Compagnia di S. Paolo, che regge le case di educazione femminile del Soccorso e del Deposito, ed il Monte di Pietà: l'Istituto Pio, che soccorre a domicilio i poveri infermi; il Dispensario Oftalmico; lo Spedale della Maternità; la Compagnia delle puerpere; l'Ergastolo; il Ricovero di Mendicità; il Ritiro delle Rosine; l'Istituto della Provvidenza; il Conservatorio delle Sapelline; il Ricetto delle povere orfane; il Ritiro delle figlie dei militari; l'Opera della Mendicità istruita; l'Opera Pia del Rifugio; l'Ospizio de' Catecumeni; il Regio Convitto delle Vedove Nobili; la Compagnia della Misericordia che assiste ai carcerati; la Regia Scuola normale dei Sordo-muti; la Casa di Sant'Anna presso la Consolata; il Regio Stabilimento Ortopedico; l'Istituto di Santa Zita e l'Asilo dei lattanti. Questi istituti insieme considerati hanno il doppio merito di alleviare i dolori della vita e di educare, ed onorano il cuore benefico del popolo Subalpino e de' suoi Principi.
XI.
IL CANONICO GIUSEPPE COTTOLENGO.
Il più maraviglioso degli instituti di carità è in Borgo Dora, la _Piccola Casa della Divina Provvidenza_, che si può definire colle parole del Baricco, _il compendio di tutte le umane miserie ed il trionfo della cristiana beneficenza_[42].
Fondatore ne fu il canonico Giuseppe Cottolengo da Chieri. Egli eresse una casa, nella quale, ripeteremo volentieri con Defendente Sacchi, _come nel_ Panteon _degli antichi stavano le immagini di tutti gli Dei, sono eretti tutti gl'instituti di beneficenza_.
Giova ricordare l'origine della _Piccola Casa_. Una povera donna straniera, da Milano moveva per Lione col marito e tre figliuoli; e passando per Torino, nel due settembre 1827, infermò nell'albergo della _Dogana Vecchia_. Fu portata qua e là per ricoverarla in qualche spedale, ma priva de' titoli richiesti non fu accolta, onde, travagliata dai disagi del trasporto, presto morì la infelice in quell'albergo fra le smanie della famiglia desolata.
A spettacolo sì compassionevole trovossi presente il canonico Cottolengo, che di conforti religiosi avea soccorso la inferma straniera nelle ultime ore di vita. Egli, adempiuto l'ufficio di sacerdote e rattristato del caso doloroso, andò a conferire colla Congregazione del _Corpus Domini_, di cui era socio, intorno alla deliberazione da lui presa di preparare un ricovero ai miseri abbandonati per le vie, ed agli infelici privi di aiuto, come la inferma straniera della _Dogana Vecchia_.
La Congregazione lodò ed agevolò la pia proposta, onde il Cottolengo, semplice e retto di cuore, innamorato del maggior bene degli uomini, e fidente nella suprema Provvidenza, cominciò l'opera benefica nel 1828 da una piccola infermeria, aperta nella casa della _Volta rossa_. La infermeria, nel 1831, da lui trasferita, dove ora si trova, nella regione di Valdocco, fu il fondamento alla _Piccola Casa della Divina Provvidenza sotto gli auspìci di San Vincenzo de' Paoli_.
Non è più piccola ma vasta casa di carità quella del Cottolengo, che accoglie poveri di ogni condizione e d'ogni età, dal bambino al decrepito, dal sano all'incurabile. Ma come il Cottolengo procacciò i mezzi a mantenere dodici istituzioni da lui fondate e insieme congiunte? Come potè creare spedali, farmacie, scuole, asili d'infanzia ed officine di arti e mestieri per una famiglia di duemila e più poveri?
Sua ricchezza e possanza fu la fede nella divina Provvidenza, la fede viva, colla quale Pietro l'Eremita predicò le Crociate, la fede accompagnata dalle opere, senza cui sarebbe inutile; perciò in uno dei cortili della Piccola Casa, sulla parete di rincontro alla statua di San Vincenzo de' Paoli, leggesi: _Fides sine operibus mortua est_.
Il fondatore della Piccola Casa morì nell'aprile del 1842 e Monsignor Lorenzo Renaldi, vescovo di Pinerolo, che ne dettò con sacra facondia l'_Elogio storico_[43], pubblicandolo, giustamente lo intitolava al canonico Luigi Anglesio, che al fondatore succedette nelle virtù e nella direzione dell'Opera benedetta.
Visitando la _Piccola Casa_ andai ad inchinarmi alla tomba del Cottolengo. Egli è sepolto, come desiderò, sotto l'altare di Maria Vergine, innanzi a cui, fra cento e cento quadretti in cui sono effigiati i tanti santuari di Maria sparsi pel mondo, il piissimo uomo soleva prostrarsi ed invocare a pro degli infelici la celeste misericordia. Egli riposa nella casa da lui edificata, tra i poveri da lui protetti, come padre fra' diletti figliuoli.
In Londra Cristoforo Wren è sepolto nella Basilica di San Paolo da lui architettata. In Malta l'armigero pittore delle Calabrie, Mattia Preti, dorme fra i sepolcri della soglia blasonica nella cavalleresca chiesa di S. Giovanni, da lui dipinta. In Catania nel monastero dei PP. Benedettini il celebre organo versa le armonie sulla tomba del suo autore. In Stresa il sodalizio della Carità inneggia sulle ceneri del suo fondatore, Antonio Rosmini; e così pure al sepolcro del Cottolengo è monumento la sua stessa opera, la Piccola Casa della divina Provvidenza. Sulle sue ceneri suona la perenne preghiera di due mila poveri, mentre in Roma si tratta la causa della beatificazione di lui.
Gli uomini, come il Cottolengo, sono santi in tutte le religioni, e li canonizza l'umanità riconoscente.
XII.
La Dora è dunque prodigiosa per instituti d'istruzione popolare e di beneficenza.
Con tali considerazioni errando per le frequentate vie di Po e Doragrossa, e traversando dall'uno all'altro quartiere, presso i palazzi, i teatri e le chiese, e fra i magazzini sfavillanti di sete e gemme, è dolce incontrare in ogni parte scuole, spedali ed asili.
Mentre l'insegnamento e la carità assicurano la civiltà presente e futura, le industrie sotto i portici, nelle piazze e nei tre edificii testè eretti ai mercati, coll'assiduo lavoro alimentano i traffichi e soccorrono ai bisogni della vita. Qui però si ode il romore delle fucine, il cigolìo dei carri e lo scalpitìo de' cavalli, non lo schiamazzare della gente meridionale. Il commercio opera fra noi austero ed onesto con voce sommessa, come lo trovai nei popolati bazari di Giannina appiè del Pindo. Nella città dell'Epiro il silenzio de' mercati mi dava l'idea d'un popolo ancora atterrito dalle memorie del tiranno di Tepelleni. Invece nelle simmetriche e libere vie di Torino il silenzio è l'espressione d'un popolo che fa più che non dice, e ordinatamente.
Così Torino potè sempre più crescere di fama, di abitanti e di ampiezza. Il Cibrario, nella _Economia politica del Medio Evo d'Italia_, dice che Torino nel 1377 aveva 700 fuochi, rappresentanti 4,200 individui. Il Bottero in sul tramonto del secolo XVI non assegnava a Torino che 17,000 abitanti, i quali per la pestilenza del 1630 si ridussero a 12,000, come lasciò scritto il protomedico Fiochetta. Il conte Prospero Balbo, nel 1831, pubblicò una Tavola autentica del progresso della popolazione di Torino nel secolo XVIII, dalla quale risulta che nel 1706 Torino contava 41,822 abitanti dentro città; nel 1727 ne aveva 64,803 co' borghi e il territorio; nel 1760--79,588; nel 1786--89,752; nel 1796--93,076, e nel 1799 solamente 80,752. Da quel tempo ad oggi la popolazione di Torino giunse a 160.000, poi a 180,000, e non ha guari a 200,000 e più abitanti.
Quando Torino era colonia romana, la sua forma era quadrata, come il vallo d'un accampamento, poi fu accresciuta ad occidente dell'isolato di S. Dalmazzo, del Monastero di Santa Chiara, di Piazza Paesana o Susina e del recinto spazioso della Consolata. Tal era all'entrare del secolo X, quando le mura della città vedevansi munite di spesse torri, e quando le girava tutto all'intorno una comoda galleria, sopra la quale ergevansi opere di difesa. Il matematico Niccolò Tartaglia, bresciano, lasciò scritto che i lati nord e sud delle mura di Torino correvano lo spazio di 360 passi, e gli altri due un po' meno: sicchè la forma quadrilunga della città era di circa 1400 passi di giro, cioè un miglio italiano e 100 passi geometrici. Dalla metà del secolo XVI in cui il Tartaglia verificava questa misura, fino al giorno d'oggi, s'andò la città mano mano ampliando, sicchè il suo perimetro dentro la strada di circonvallazione è di metri 7,750, cioè 4 miglia geografiche abbondanti, e, compresi i due borghi di Po e di Dora, 11,450 metri, cioè un po' più di 6 miglia. Tal era l'area di Torino nel 1840. Oggi è d'assai aumentata per gli altri borghi di S. Salvatore o Salvario, di S. Donato, di Vanchiglia e di Valdocco. Del nuovo non occorre parola; perchè essendo sorto fra la via arborata di circonvallazione (a guardatura di mezzodì) e quella dello Spedale, dove erano informi prati e vecchie cascine, non ha fatto che vestir di fabbriche grandiose una superficie entro città; sicchè, a rigore, l'appellativo di Borgo non gli si addirebbe.
Il Municipio torinese nobilitò non poche delle antiche vie, mutando i vecchi nomi con altri illustri; e appellò le nuove da grandi uomini piemontesi e da grandi fatti sabaudi. Onde leggiamo i nomi di Lagrangia, Andrea Doria, Carlo Alberto, dove erano i Conciatori, i Carrozzai, la Madonna degli Angeli; Bottero dov'era il Fieno; l'Accademia Albertina dov'era l'Arco e la Posta. Così la via de' Macelli ha ceduto il nome a quello dei Barolo; e l'Arcivescovato fece luogo a Cavour; la Barra di ferro a Bertola, i Guardinfanti a Barbaroux, le Quattro Pietre a Porta Palatina. Oggi il Cannon d'Oro è Montebello; piazza Susina o Paesana è Piazza Savoia; quella della legna si è convertita in Solferino. E diverse antiche stradicciuole si fregiano adesso de' bei nomi di Virginio, Vasco, Giulio, Siccardi, Assarotti, Perrone, Bava, Torquato Tasso! Senza dire di strade nuove, che si appellano da San Pio V, Berthollet, Baretti, Tesauro, Botta, Alberto Nota, Principe Tommaso, Gioberti, Silvio Pellico, Massena, Galliari, Assarotti, Manzoni! E Legnano, S. Quintino, l'Assietta, Goito, la Cernaia, non risveglian esse gloriose memorie?--Tanto deliberò il Consiglio municipale di Torino nella sua seduta del 19 giugno 1860; tanto eseguì senza indugio.
Le grandi piazze, per le quali è così segnalata la città di Torino, sono denominate da Carlo Felice, da S. Carlo, dal Castello, da Vittorio Emanuele I, da Emanuele Filiberto e da Carlo Emanuele II. Le mezzane, da Carlo Alberto, dal palazzo Carignano, dallo Statuto, dal palazzo Reale, da quello di Città, dal saluzzese Bodoni. Le minori sono appellate da Cavour, da Maria Teresa, da Bonelli, da S. Quintino, e dalle chiese del _Corpus Domini_ e di S. Giovanni.
Torino è partita in quattro sezioni: del _Po_ a levante, del _Monviso_ a mezzodì, del _Moncenisio_ a ponente e della _Dora_ a tramontana. Da due monti e due fiumi hanno preso gli auspìci le quattro sezioni della città.
Il Po ad oriente la viene lambendo: quel Po che, al dire del Marini,
«...Accolto in cristallina cuna Pria pargoleggia, indi s'avanza e cresce, E tante forze in breve spazio aduna, Che sdegna il letto, odia i ripari e n'esce».
XIII.
La Dora è il caro fiume di Val di Susa, del quale ho seguito il corso dalle fonti alla foce.
La Dora Riparia, che si versa in Po presso Torino, diede il nome alla quarta sezione della città, e rammenta come da lunga stagione fosser riposte le speranze d'Italia nella sua metropoli e ne' suoi magnanimi Sovrani. Infatti cinque anni innanzi al memorando assedio di Torino, cioè nel 1701, nasceva al Duca Vittorio Amedeo II quel Principe di Piemonte che fu poi il Re Carlo Emanuele III. Alla nascita di lui il bolognese poeta Eustachio Manfredi, che fu italiano di cuore come raro di mente e di dottrina, infiammavasi di sante speranze, e così cantava quella nascita con fausto vaticinio:
Vidi l'Italia col crin sparso, incolto, Colà, dove la Dora in Po declina, Che sedea mesta, e avea ne gli occhi accolto Quasi un orror di servitù vicina. Nè l'altera piagnea; serbava un volto Di dolente bensì, ma di reina; Tal forse apparve allor, che il piè disciolto A i ceppi offrì la libertà latina. Poi sorger lieta in un balen la vidi, E fiera ricomporsi al fasto usato, E quinci, e quindi minacciar più lidi; E s'udìa l'Appennin per ogni lato Sonar d'applausi, e di festosi gridi: Italia, Italia, il tuo soccorso è nato.
Nè il poeta al postutto s'ingannò. Se Carlo Emanuele III non fu il soccorso d'Italia, lo è ben oggi un Sabaudo, lo è Vittorio Emanuele II.
«Italia, Italia, il tuo soccorso è nato».
Ritornando alla Dora, al più ragguardevole di tutti gl'influenti superiori dei Po, dirò che poche acque sono recate a tanta utilità come le sue, sia per molini ed altri opificii, sia per irrigazione di campi; imperocchè l'arte di condurre questi canali era già molto innanzi in Piemonte in tempi lontani dai nostri, ove si considerino le tante derivazioni della Dora Riparia, e si confrontino i vari tempi delle sovrane concessioni. Fra Collegno e Torino sono le derivazioni che recano l'acqua alla città, e che servono alla fabbricazione delle canne da fucile, e di altre armi da guerra, alla preparazione delle polveri, ai molini civici, di cui 28 ruote idrauliche apprestano il pane ai cittadini e a' forestieri. Un altro canale, tratto dalla sinistra del fiume sotto a Torino, serve alla fabbrica de' tabacchi e della carta ne' vasti edifizii del Parco.
La Dora Riparia a Torino si valicava sopra un meschino ponte di legno sorretto da pile di mattoni. Regnando Carlo Felice (1823), nacque il pensiero di far cavalcare quel fiume da un ponte di pietra, che rendesse fede dell'avanzamento dell'arte in Piemonte; e fu recato ad effetto nel 1830.
L'ingegnere Carlo Mosca, oggi Senatore del Regno, lo architettò e lo condusse a buon termine, illustrando la sua patria e sè stesso con quell'opera insigne. Passate le piazze _Milano_ ed _Emanuele Filiberto_, si entra nella via per cui si valica il fiume sul mirabile ponte d'un solo arco di cerchio con 45 metri di corda e 5,50 solamente di saetta. Miracolo dell'arte, che l'intelligente cerca ed ammira, perchè mole sì bella e di tanto ardimento è della massima solidità.
XIV.
Senza dubbio l'augusta città della Dora, ampliata e raddoppiata di popolo nel corrente secolo, è cresciuta in fiore più d'ogni altra italiana, ed ha fatto il più glorioso progresso.
Uno degli amici torinesi, ai quali soglio leggere le mie pagine della Dora, a questo punto mi disse:
--Ora aspetto da te più che un cenno delle nostre belle chiese. Mi descriverai la Metropolitana col Santuario della SS. Sindone, il tempio più vasto della città, ossia quello di S. Filippo, e il più strano, quello di S. Lorenzo colla cupola ardita e leggiadra. Vorrei pure descritto il tempio di S. Massimo e il magistrale dell'Ordine Mauriziano, ove il Morgari, sui concetti del conte Cibrario, dipinse poeticamente nella cupola _Il trionfo della Croce_. Gli Israeliti vorranno da te illustrata la nuova loro Sinagoga, e i Protestanti la loro chiesa di recente edificata; ed io buon cattolico e cittadino ti raccomando di non dimenticare nel tuo volume il Santuario prodigioso della Consolata; la chiesa di S.ª Giulia, di forma gotica, fondata dalla pietà della marchesa Barolo; quella in questi giorni dedicata ai Ss. Pietro e Paolo, e la celebre Basilica di Superga. Un altro bizzarramente lo interruppe, dicendomi:
--Io sono un profano, e lascio ai divoti la storia delle chiese. Per me desidero nelle tue pagine la vivace descrizione de' festosi teatri di Torino, principiando dal Regio e dal Vittorio Emanuele, due massimi delubri di Euterpe e Tersicore. Dovresti pur narrarci i trionfi dell'ingegno italiano, quando sulle scene del Carignano e del d'Angennes si davano le prime rappresentazioni delle tragedie dei nostri Alfieri, Pellico e Marenco e del ligure Ippolito D'Aste, e le commedie dei nostri Nota e Brofferio e del ligure Chiossone. Ricordaci il bel teatro del cortese amico cav. Gerbino, e il teatro Rossini in cui con applaudite prove Bersezio, Garelli, Pietracqua e Zoppis mantengono in onore la commedia nel dialetto e ne' costumi del Piemonte.
Non basterebbe un grosso volume, io risposi, a descrivere tutti codesti monumenti di cielo e di terra; ma io non faccio la storia nè l'itinerario di questa città. Chi voglia averne contezza, ricorra alle opere del Paroletti, del Cibrario e del Ricotti, legga la _Descrizione di Torino_ del Bertolotti e quella del Giuria, e ne cerchi i particolari nel _Dizionario storico-statistico_ del Casalis, ed anche nelle _Passeggiate autunnali_ del Baruffi.
Io sono un paesista che trovandosi in cospetto di maravigliosa città, irrigata da fiumi, cinta da côlli, maestosa di vie, teatri, templi e palagi, e abitata da popolo industre, dotto e belligero, coglie questo e quel punto di veduta per ritrarre sinteticamente in tela il complesso delle cose ammirate.
Peccato ch'io non possegga la tavolozza ed i colori di Massimo d'Azeglio!
Ed eccomi senza quasi avvedermene entrato a parlar di pittura e delle altre arti, argomento che si affaccia a quanti vengono a visitare le città italiane.
XV.
BELLE ARTI.
«Non ha il Piemonte un'antica successione di scuola pittorica come altri Stati, nè perciò ha men diritto di aver luogo nella storia della Pittura[44]».
Così scrisse il Lanzi. Ma oggi Torino acquistò tali elementi di vita artistica da gareggiare colle più illustri città sorelle, onde stimo bene d'indagare le origini di questa sua crescente gloria.
Fino dal 1652 in Torino si era creata una Società di Artisti, denominata Università di pittori, scultori ed architetti, detta anche Compagnia di S. Luca, la quale nel 1675 cominciò ad acquistar fama aggregandosi all'Accademia Romana dello stesso nome. Crebbe di autorità ai tempi della Reggente Duchessa Maria Giovanna Battista di Savoia, che nel decreto del 29 agosto 1678 la prese a proteggere in singolar modo e le assegnò sede nei reali palagi.
Nel 1716 l'Accademia di scultori, pittori ed architetti ebbe a suo uso dal Governo parecchie sale nel palazzo della R. Università, e nel 1778 il re Vittorio Amedeo III, _riconoscendo le Arti liberali altrettanto utili quanto gloriose in ogni Governo_, decretò e promulgò nuovi regolamenti, fondò premi e concorsi, ed all'Accademia conferi il titolo di _Regia_. Nobili instituzioni, che vennero meritamente illustrate con medaglie a bella posta coniate.
Le arti, trascurate poi dalla bellicosa dominazione francese, al ritorno dei Reali di Savoia ripresero vita.
Nel 1821 il re Carlo Felice creò direttore della R. Accademia Giovanni Battista Biscarra, nominandolo ad un tempo suo primo pittore, capo e maestro delle scuole di pittura e di disegno.
Il Biscarra portò da Roma su le rive della Dora i severi precetti della scuola classica e i nobili esempi del suo pennello nel quadro il _Caino_, che adorna le pareti della nostra Accademia; e nuovi progressi si prepararono alle Arti.
Nel 1833 re Carlo Alberto donò all'Accademia il palazzo che oggi occupa nell'isolato di S. Francesco di Paola. Allora all'Accademia fu aggiunto il titolo di Albertina, nè invano, perchè re Carlo Alberto aperse un periodo nuovo alle arti protette, sì per la sua munificenza, come per le felici disposizioni degli ingegni subalpini.
XVI.