Part 14
Alla fine il Principe Tommaso, mal sostenuto ed ingannato dal Leganes, dovette capitolare addì 29 settembre, e ad onorevoli condizioni si ritirò sulle rive della Dora Baltea in Ivrea, costretto a lasciar nel dolore e insanguinata la Dora Riparia. Madama Reale Cristina entrò in Torino vestita a corruccio, nè solo a rimpianto del perduto consorte, ma pure rammaricandosi d'una vittoria riportata nelle discordie fraterne sui torinesi cittadini; avvegnachè pacificatasi poi co' Principi cognati, anco da essi venisse riconosciuta Reggente.
La bella Duchessa, libera dai travagli della guerra, spesso procurò sopire le cure di Stato sulla riva sinistra del Po, nel delizioso Castello del Valentino da lei fatto ricostruire fastosamente ed ornare secondo il gusto de' suoi tempi.
Chi entra in quell'edificio, dopo averne letta l'accurata monografia[34] di Giovanni Vico, è tentato d'immaginarselo uno de' fatati castelli che celebrò la musa di messer Ludovico.
Di rincontro al Valentino, su la riva opposta del fiume, le verdi colline coi giardini e le ville, e coi variati prospetti, ricordano i poggi beatissimi di Posilipo e di Mergellina, ed empiono l'animo di storiche rimembranze, da Carlomagno nella badia di Vezzolano a Silvio Pellico nella villa Barolo.
Tutto ride e spira pace colà d'intorno; e lo stesso Eridano scorre pacifico, come placido lago, sotto i veroni del castello turrito, che fu stanza di amori e di ozi soavi: e coi balli, i caroselli e i tornei, onorò le feste nuziali de' nostri Principi.
Mentre le sale del Castello echeggiavano di clamorosi tripudi, sulle acque del fiume furono veduti vivaci simulacri di fiorite isole allegrate di canti e allegoriche rappresentazioni; e in compagnia di molte navicelle adorne fu veduto il nostro Bucintoro, foggiato nel 1731 sul famoso di Venezia, passar fra gli evviva dei Subalpini, ricco d'intagli, dorature e simboliche immagini, leggiadro monumento dell'arte scultoria in legno.
Nel castello del Valentino tutto è sorriso e pace: ma la duchessa Cristina nello splendore della bellezza e delle feste più volte sarà stata assalita dalle squallide memorie dell'assedio di Torino, opera del suo fratello e del Richelieu, ostili ai Principi di Savoia.
Altro sanguinoso assedio ebbe a sostenere l'eroica Torino contro le ambizioni francesi, e fu il famosissimo del 1706, il quale fece persuaso l'orgoglioso Luigi XIV non poter sempre i grandi e forti riuscire a ciò che ingiustamente vorrebbero.
Nella lunga e terribile guerra della successione di Spagna, Vittorio Amedeo II, Duca di Savoia, accostossi alla lega de' potentati, che volevano porre sul trono spagnuolo un Principe austriaco, mentre Luigi XIV voleva stabilirvi il Duca d'Angiò, suo nipote. Dopo varie vicende la somma delle cose della guerra in Italia parve tutta restringersi intorno a Torino. Infatti quel superbo che soleva dire: _Lo Stato sono io_, deliberò di sbalzar di seggio Vittorio Amedeo, mandando poderosa oste a debellarne la metropoli.
La notte del 2 di giugno 1706 le milizie nemiche superiori alle nostre per numero non per valore, e capitanate dal vanaglorioso La Feuillade aprirono la breccia, facendo prima interrogare Vittorio Amedeo dove avesse l'alloggiamento per risparmiarlo nelle ostilità. Il nostro Duca rispose: Il mio quartiere è sui bastioni della cittadella. Però uscì di Torino dopo di averla vettovagliata e munita coi propugnacoli dell'ingegnere Bertola; e volteggiando _nella campagna_, si diede con indicibile ardire a molestare qua e là gli assalitori. Il qual modo di offesa alla spicciolata fu la salute della città, perchè l'assedio si potè tirare in lungo tre mesi ed avere l'aspettato soccorso.
Combattevasi a cielo aperto e nelle tentate viscere della terra, e il suolo fecondo di morte era ben disposto a sconvolgersi contro gli assediatori. L'ultimo giorno d'agosto, già i Francesi da Porta Susa mettevano piede in Torino, passando sotto le opere avanzate della cittadella, ma il sergente artigliere minatore Pietro Micca, di Sagliano d'Andorno, risolvette di far saltare in aria ponti e bastioni, e fatto allontanare un suo compagno tentennante, ch'ei disse _più lungo d'un giorno senza pane_, diè fuoco alla mina, che con orrendo fracasso e magnanimo disastro seppellì sotto le rovine lui e i nemici, entrati in quelle insidiose gallerie.
Cinque giorni dopo, Maria Bricca coglieva all'impensata e faceva prigioni i nemici in Pianezza; e l'otto di settembre l'ardimentoso Principe Eugenio, giunto in buon tempo, saliva con Vittorio Amedeo da Chieri a Superga e dirigeva quella battaglia decisiva che fu detta di Torino, la quale toglieva l'alta Italia ai Francesi, dava gloria al Piemonte, e rassodava in soglio la Sabauda dinastia, i cui signori di Conti e Duchi, pel trattato d'Utrecht diventarono Re.
Chi mai potrebbe adeguatamente descrivere gli atti del valore subalpino in quel famoso assedio? Anco i fanciulli lavoravano ne' sotterranei, è le donne anch'esse, giovani e adulte, matrone e popolane, non atterrite dallo scoppio delle mine, dal tonare delle artiglierie e dalla pioggia fiammante delle bombe, fra i cadaveri e le macerie, accorrevano, italiche amazzoni, trasportando tavole, vinchi, fascine e masserizie d'ogni maniera, dove più fiero era il pericolo, nei luoghi infestati dalle batterie nemiche.
Le chiese sonavano di preci; i sacerdoti benedicevano i martiri della patria; i Principi Sabaudi e i Piemontesi, pigliando in gloria i patimenti, onoravano il loro secolo e il nome italiano; imperocchè l'augusta città della Dora erasi fatta un quartier militare e tutto il popolo un esercito combattente per la indipendenza e l'onore dello Stato.
Torino è dunque giustamente ammirata per le virtù guerresche, e n'è costante maestra nelle sue massiccie caserme, nelle famose scuole d'artiglieria, e nella celebre Accademia militare, che diede al Piemonte i più grandi ufficiali del Genio, e che da ora in poi li darà al Regno d'Italia. Inoltre ci ammaestra coi preziosi documenti di valore raccolti nel Museo d'artiglieria, diretto dal capitano Angelo Angelucci da Todi, accurato e vivace scrittore di archeologia militare; e con quelli dell'Armeria Reale, splendido subbietto a' miei versi.
VII.
PUBBLICA ISTRUZIONE.
L'arte militare non fu solitaria appiè dell'Alpi, ma crebbe accompagnata dalle altre virtù, che ci resero degni del libero Statuto datoci nel 1848 da Re Carlo Alberto, atti a gelosamente conservarlo, come la più bella ed efficace instituzione dello Stato, e fondamento vitale della rinnovata Italia.
I Governi rappresentativi ne' popoli si svolgono con serena prosperità, se hanno a subbietto una coltura austera e progredita come quella de' Subalpini.
Il principale santuario delle scienze in Piemonte è la R. Università degli studi, massimo ornamento alla via di Po.
Ludovico di Savoia, Principe di Acaia e del Piemonte, la fondava nel 1405 per compiacere ai professori di Pavia e di Piacenza fuggenti la Lombardia contristata da vicende politiche dopo la morte di Gian Galeazzo Visconti. Per tal guisa nel secolo XV i Principi di Savoia accoglievano ospitalmente la Scienza profuga dalle città lombarde, come ai tempi nostri accolsero nel Piemonte la Libertà esulante dalle altre provincie italiane.
La Università di Torino fu onorata di privilegi da Papi, e nel 1412 da Sigismondo imperadore: fu affidata nel 1424 da Amedeo VIII ad uno speciale Consiglio, che di poi prese il nome di Eccellentissimo Magistrato della Riforma, con ottime leggi condotto dal Duca Emanuele Filiberto e dal Re Vittorio Amedeo II.
Spesso i trasferimenti nuocono a ben fondate instituzioni, onde anco i buoni studi soffersero, quando la Università per traversìe dello Stato dovette abbandonare il luogo natìo e migrare in Chieri e Savigliano. Ma tornata in questo suolo tanto acconcio a dare stabilità alle utili discipline, andò aumentando di sapienti professori e di scolari, che qui convenivano da lontane regioni.
Da Vittorio Amedeo II la R. Università ebbe il maestoso edificio, che ora occupa, compiuto nel 1719. Le statue in marmo del munificente Re e del suo erede, opera dei fratelli Collini, sorgono entro due nicchie nel portico del cortile, che può dirsi museo archeologico.
Il Supremo Magistrato della Riforma è sapiente instituzione, che nel suo stesso nome allude al costante ed ordinato progresso delle scienze, e fu grandemente ammirata al sorgere di questo secolo dall'imperiale Legislatore di Francia.
Ambrogio Rendu, l'illustre padre di Eugenio, dell'insigne amico d'Italia nostra, nella compilazione ch'ei fece, come segretario, degli atti fondamentali della Università imperiale di Parigi, disse:
«Il Bonaparte passava per Torino. Un giorno, mentre percorreva il palazzo della Università, si fece recare gli Statuti che la reggevano. Ne traluceva qualche cosa di grande e robusto che lo colpì. La grave autorità che sotto nome di Magistrato della Riforma reggeva il corpo insegnante; questo corpo medesimo, unito per mezzo di dottrine comuni e liberamente sommesso a doveri puramente civili che lo consecravano all'istruzione della gioventù come ad uno dei più importanti uffici dello Stato; nobile confidenza del potere sovrano, che concedeva al Consiglio incaricato della direzione generale un diritto permanente d'interna legislazione e di continuato perfezionamento educativo; quest'ordine stabilito sulla base imperitura della fede cristiana; tutto questo sommamente gli piacque e ne serbò ricordanza tra i più strepitosi trionfi. Ricco di glorie militari, sollecito delle generazioni future, fondata solidamente l'amministrazione civile, rialzati gli altari, promulgato il Codice Napoleone, sostituiti i Licei alle scuole o accademie centrali, dopo aver rigenerato le scuole di medicina, creato quelle di diritto, volle stabilire anco per la Francia un sistema compiuto d'istruzione e di educazione pubblica. Ricordevole dell'Università di Torino, ne aggrandì l'idea, come tutto ciò che il grande Capitano toccava, alla stregua del suo impero e del suo genio: creò l'Università imperiale».
Il che venne eloquentemente confermato dal celebre naturalista Cuvier, quando nel 9 aprile 1810 parlando ai Professori adunati nella grand'Aula del nostro Ateneo, dopo aver accennato agli illustri uomini che in esso eran fioriti, entrò a ragionare delle Costituzioni che lo governavano, e disse:
«Il vostro Ateneo dee tornare a gran vanto della Università imperiale, anche sott'altro riguardo; perchè da esso l'Imperatore pigliò norma ed impulso alla sua stupenda rigenerazione degli studi».
La nostra Università, sì giustamente celebrata, crebbe di gloria ampliandosi nell'insegnamento, e sempre più arricchendosi di gabinetti scientifici[35] e di maestri insigni. Oggi è governata dalle leggi del 13 novembre 1859 e del 31 luglio 1862, e dai Regolamenti approvati coi RR. Decreti del 14 settembre e 5 ottobre 1862. Vi s'insegnano teologia, giurisprudenza, medicina, lettere, filosofia, scienze fisiche e matematiche con cinquanta professori ordinarii, diciannove straordinari o incaricati, ventotto professori onorari ed emeriti, e con centotrentuno dottori collegiati. Nel Borgo San Salvario, non ha guari, si assegnò un caseggiato alla Scuola Veterinaria, e la Scuola di applicazione per gli ingegneri, felice creazione della legge Casati (13 novembre 1859), fu aperta nel Castello del Valentino, dove la severa Matematica vien rallegrata dal verde dei giardini circostanti, dal mormorio delle acque cadenti e dalle festose memorie del sito.
Lungo sarebbe, tacendo pure de' non pochi viventi, il ricordare gli uomini illustri che professarono nell'Ateneo torinese. Fra i tanti amo ripetere i venerati nomi di Balbo, Germonio, Cuiaccio, Tesauro, Gerdil, Cigna, Donati, Allioni, G. B. Beccaria, Balbis, Buniva, Caluso, Bonelli, Boucheron, Géné, Martini, Biamonti, Dettori, Giulio, Paravia, Piria, Riberi, Plana!
Mi piace osservare che i Reali di Savoia, larghi negli stipendi, chiamarono all'insegnamento non solo uomini illustri de' loro Stati, ma di tutta Italia, preparando così col mezzo della scienza l'unione politica della nazione.
Olimpico spettacolo è l'accorrere continuo di scolari ed uditori in gran numero alle lezioni universitarie, e torna grata la frequenza de' lettori nella Biblioteca dell'Ateneo ricca di 230,000 volumi, di quattromila e più codici manoscritti, e di oltre a cinque mila stampe. La Biblioteca è aperta a letture diurne e serali, ed ha la frequenza media giornaliera di novecento lettori nell'inverno e nella primavera, di tre a quattrocento nell'estate e nell'autunno.
Presiede alla Biblioteca il comm. Gaspare Gorresio, colui che agevolato da Re Carlo Alberto negli studi del Sanscrito in Parigi, primo in Europa, pubblicò, tradotto italianamente, il _Ramaiana_, poema indiano, e ne associò alle lingue ed alle idee dei popoli del Gange, ai quali più strettamente ci unirà l'ardito francese, Ferdinando Lesseps, col taglio dell'Istmo di Suez. Così un latino della Dora ed uno della Senna lavorarono egregiamente ad avvicinare in bel consorzio Asia ed Europa!
Torino vanta altre copiose ed importanti biblioteche: quella del Re con 40,000 volumi e 2,000 manoscritti: quella della Reale Accademia delle Scienze con 40,000 volumi: quella dell'Accademia medico-chirurgica con 12,000 volumi, e la biblioteca dell'Archivio centrale con volumi 7,730, tra i quali oltre a 600 di edizioni del secolo XV e parecchi preziosi manoscritti: e la biblioteca centrale militare ricca di 21,000 volumi di opere militari, scientifiche e storiche; e quella del Duca di Genova, ricca d'opere e di manoscritti d'arte militare, legati dal dotto cav. Cesare di Saluzzo, educatore dei figliuoli di Carlo Alberto.
Dicesi che di queste sei biblioteche vogliasi fare una sola da essere ordinata nelle sale del Palazzo Madama, a pubblica utilità. Se questa idea ha effetto, nel centro della città, la gioventù subalpina, in ogni tempo studiosissima, troverebbe nuovi agi a coltivare le scienze, le lettere e le arti.
Basti ricordare che tre giovani fondarono in Torino l'Accademia delle Scienze, come alcuni giovani quella di Bologna.
Francesco Maria Zanotti, scrivendo l'elogio di Eustachio Manfredi, narra che quel famoso matematico ed astronomo, essendo ancor giovinetto, in Bologna sua patria applicatosi alla filosofia, raccoglieva in casa sua molti suoi colleghi per provarsi nell'arte del dire; e che da siffatti domestici esperimenti ebbe origine quella illustre Accademia delle Scienze. E addì 31 ottobre 1833, la nostra R. Accademia delle Scienze celebrando la ricorrenza del cinquantesimo anno della sua fondazione, il venerando conte Prospero Balbo, che la presiedeva, ricordando gli esordi di così nobile instituzione, nel suo discorso disse: «Un giovane uffiziale, il cavaliere poi conte di Saluzzo, un altro giovine, già con maraviglioso esempio professore in quelle scuole (dell'Università), il Lagrangia; un giovane dottor di medicina, il Cigna, ne furono arditamente i primi fondatori».
Gli esempi de' giovani preclari di Torino, non dissimili da quelli della dotta Bologna, trovino ai dì nostri frequenza d'imitatori! E mai non mancherà sulle rive della Dora, ove oltre la Università e l'Accademia delle Scienze, molti sono gl'instituti aperti al progresso d'ogni sapere.
Torino vanta l'_Accademia Reale medico-chirurgica_ che si governa col regolamento organico del 18 novembre 1850; la _Deputazione di Storia patria_ creata da Carlo Alberto nel 1833 per tutte le antiche provincie, ora estesane l'azione anche alla Lombardia, e presieduta da S. E. il conte Federico Sclopis, diede ricca serie di storiche pubblicazioni; la _Società di Farmacia_ fondata nel 1852 coll'intendimento di promuovere l'avanzamento della scienza, e sostenere il decoro e la dignità dell'arte; l'_Associazione medica_, già creata nell'êra costituzionale, e poi estesa dopo il 1859 anche a molte provincie italiane; la Società Agraria instituita nel 1785, alla quale diede non poco lustro il novarese Rocco Ragazzoni. Inoltre Torino vanta il Collegio Carlo Alberto, che ha ben 140 posti gratuiti per giovani addetti a studi universitari, e il Collegio Caccia, licei, ginnasi, e scuole tecniche del Governo e di privati, scuole diurne e serali, ed instituti femminili; e l'Instituto tecnico, fiancheggiato dal nascente Museo industriale, e aggrandito da una scuola normale diretta a preparar maestri per le scuole professionali, testè inaugurato dal Torelli, ministro di Agricoltura e Commercio; e il R. Albergo di Virtù, che sino dal secolo XVI, per generoso provvedimento dei Principi Sabaudi, educa i figli dell'operaio nelle arti e nei mestieri, e che dovrebbe essere al popolo il più utile esemplare di scuole tecniche. Insomma Torino vanta un campo vastissimo, ove dotti maestri con zelo religioso coltivano gli allori delle future generazioni.
Io non entro a discutere intorno ai metodi d'insegnamento usati oggidì nelle scuole superiori e nelle mezzane. Il desiderio di diffondere e accelerare il trionfo della civiltà fece sì, che si moltiplicassero le discipline e i programmi della pubblica istruzione. Dopo fattone sperimento, deggio dire, che non di rado gl'insegnanti mi parvero ridotti alla condizione di coloni obbligati a coltivare ad un tempo e nel medesimo terreno alberi fruttiferi di ogni qualità, la pianticella del cotone e quella del lino insieme col gelso, la dolce canna dello zucchero e la tenera pianta del zafferano, il frumento e il grano turco, senza disgiungere la pastorizia da questo complesso di seminati e di pometi.
Fra tanta baraonda di sistemi si troverà il più conveniente a coltivare colla debita misura le menti de' giovani ed avviarle alla meta desiderata.
In quanto alla parte educativa v'ha parecchi pregevoli collegi e convitti. Degno di particolar menzione è l'Istituto Paterno, il quale sorse su le rovine d'un collegio già diretto dai Fratelli delle Scuole Cristiane, e chiuso per cause abbastanza note. Il nuovo Istituto nel 1863 fu aperto nella via delle Rosine da una Società di padri di famiglia. Ne fu affidata la direzione al cavaliere prof. Giovanni Lanza, che lo governa con molto senno, ben altrimenti da coloro che nella educazione separano gli alunni dalla casa paterna. Egli vuole, che nell'Istituto la Scuola e la Famiglia siano in continua corrispondenza; vuole che i padri si facciano guida e custodia de' proprii figli, coadiuvando e facendosi essi medesimi gl'ispettori e consiglieri. La scuola piglia lena e conforto dalla cooperazione della famiglia, e a vicenda si sorreggono e si aiutano.
Questo sapiente disegno incontrò favore universale; e trecento vispi giovanetti crescono in lieto consorzio nel floridissimo Istituto.
Chi amasse un'accurata relazione delle scuole di Torino, legga il bel libro[36] del cav. Baricco, sacerdote che dice ed opera assai a benefizio dell'istruzione popolare.
VIII.
L'insegnamento universitario e le accademie sono lustro antico delle principali città d'Italia. Ma negli atenei e nelle accademie la scienza rimane come infeudata a beneficare soltanto le classi superiori della civile compagnia. La scienza, sole delle menti, deve essere universale come la luce, e la tenebrosa ignoranza dovrà snidarsi dalle officine degli operai, nè più essere sciagurato retaggio del colono, che per noi dissoda la terra.
A tale scopo la moderna civiltà diede largo impulso all'istruzione popolare. Già Vittorino da Feltre, Guarino il Veronese, Enea Silvio Piccolomini, il Casalanzio e l'Emiliani aveano in Italia sperimentato le scuole del popolo. Succedettero nell'arduo aringo altri valenti uomini nostri e stranieri. I nomi del Loke, del Rollin, del Girard, del Pestalozzi, dell'astigiano Goltieri, del Milde saranno sempre benedetti dagli educatori del popolo; nè meno di quelli saranno benedetti Raffaele Lambruschini e Nicolò Tommaseo, che tanta virtù infusero cogli stupendi loro scritti nei metodi dell'insegnamento.
Le dottrine sparse in que' libri trovarono in Torino campo acconcio a radicarsi e fruttificare, coltivate da maestri valorosi. Il popolo si mostrò disposto a riceverle, imperocchè qui era viva la memoria del sacerdote Ghetto, che nel mezzo del secolo passato sotto i portici e nei chiostri della piazza di S. Carlo, e nella chiesa del monastero di santa Pelagia, radunava nei giorni festivi i fanciulli da lui incontrati nelle vie per catechizzarli. Qui era viva la memoria del sacerdote Giulio Sineo, che ad esempio dell'evangelico Ghetto, ed a continuazione dell'opera di lui, sul principio di questo secolo catechizzava nella chiesa di santa Pelagia in idioma piemontese, e con tale eloquenza, che ad ascoltarlo non soltanto i mendici e gl'idioti accorrevano, ma eziandio i ricchi e i dotti. Era viva la memoria del canonico Clemente Pino, che, un anno dopo la compianta morte del Sineo, nel 1831 apriva nelle sue stanze la _Società letteraria_, che sì vivamente giovò a diffondere ne' giovani il culto de' buoni studi e delle virtù civili.
Ora ci piace ricordare Vincenzo Troya, Lorenzo Valerio, Antonio Rayneri, Domenico Berti, e non pochi altri, pei quali dapprima le scuole di metodo qui lodatamente crebbero e s'ampliarono. Nella Università fu creata una cattedra di pedagogica ora occupata dal cav. Antonio Rayneri, che ne fece studio speciale, come si argomenta da' suoi eccellenti cinque libri della _Pedagogica_; e furono create scuole normali, da cui escono i maestri e le maestre, che deggiono distribuire il pane dell'istruzione elementare in ogni angolo dello Stato. In questi provvedimenti molto fecero in Torino il Governo, il Municipio e i cittadini[37].
Ma a dir vero, il beneficio delle scuole di metodo andò scemando, perchè sorsero fazioni a screditare la savia instituzione, e più ancora perchè non pochi usciti da quelle scuole lasciarono le orme degli insigni maestri di pedagogia, facendosi autori di trattatelli e di sistemi, che intenebrano gl'ingegni de' giovanetti.
Deploro il caos degl'incomposti rudimenti nelle scuole dell'adolescenza, e vado a salutare la luce serena nelle scuole dell'infanzia.
IX.
SCUOLE INFANTILI.
Chi di noi non ricorda Ferrante Aporti di Cremona, che fra le fatiche evangeliche e gli studi severi della storia, propugnando ogni maniera di educazione popolare, fu meritamente salutato padre degli asili infantili? Il marchese Tancredi Falletti di Barolo in Torino, primo in Piemonte, fondò asili per l'infanzia, ma non avrebbe bastato a propagarne il culto e il benefizio, senza la voce eloquente e l'opera autorevole dell'Aporti.
Egli in Italia si fece apostolo della pietosa instituzione, e nel 1839 secondo i suoi metodi creavasi in Torino da egregi cittadini la Società delle scuole infantili autorizzata dal Governo. Questa Società provvede ottimamente a sette asili d'infanzia mantenuti dalla carità pubblica.
Altri furono aperti, perchè qui le buone instituzioni progredirono sempre con rara felicità, sicchè i bimbi dell'artigiano e dell'indigente sono largamente beneficati.
Il cremonese promotore degli asili vide che, a far sempre più prosperare la sua diletta instituzione, il popolo prendeva dalla Reggia utili esempi di carità cristiana, e, provando una gioia ineffabile, nel 1853 esclamava sulle rive della Dora.
«Sia gloria al magnanimo Re Carlo Alberto, che le instituzioni infantili incoraggiò ne' primi promotori, gloria alla Regina sua augusta consorte, che ne seguì l'esempio, gloria al Re Vittorio Emanuele, che emulando la paterna generosità, conserva quanto egli fondò, e cogli onori conferiti, indicò luminosamente quanto ami ed apprezzi questa maniera di beneficenza educatrice. Sia gratitudine e riverenza all'augusta Maria Adelaide, che da Regina protegge di affetto efficace codeste instituzioni, che proteggeva da principessa[38]».