La Dora

Part 13

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--Andando nel recinto delle donne, si guardi dalla vecchiaccia che accarezza una tegola e se la stringe al seno e la culla come un bambolino. Ebbene! Colei vorrebbe essere la nutrice di Napoleone I. La poverella è vedova d'un uffiziale Còrso, che militò sotto il primo Impero, ed ha la smania di nutrire gli eroi. Io non posso andare nel recinto delle donne, ma ne ho tutte le notizie. Ella avrà pur veduta fra loro la regina del Borgo del Pallone, che passeggiava un giorno per Torino, vestita di cenci di seta, con piume in capo e un parasole color di rosa, quando fioccava la neve e infuriava la gragnuola. Essa stringe pur oggi lo scettro, che è un vecchio scudiscio, fasciato di nastro bianco e rosso, e ornato in cima di fiorellini. La meschinella si è qui ridotta, o a meglio dire, è stata qui chiusa, perchè i monelli di Torino dandole la baia e facendone strazio l'avevan resa furiosa.

--Infelice!

--Oh sì, infelice!--Oh veda, veda que' due, che vengono in qua a passi gravi e lenti, brontolando e guardando gli altri con atteggiamento di protezione.

--Li vedo.

--Costoro sono i più cari matti del mondo. L'uno di loro pretende di essere Pio IX, e l'altro Vittorio Emanuele II.

--Oh!

--Ma non sono.

--Lo vedo.

--E vorrebbero darla ad intendere a me, anche a me! (e alzava la voce) a me! (e si faceva rosso in viso) a me che sono il Padre Eterno, e dovrò definire le loro controversie!--

In così dire sbarrò gli occhi, rizzossi in punta de' piedi, squassò la testa, e fece stranamente ondeggiare la barba ed il crine.

Io mi strinsi, allontanandomi dal verde poggio, presso il dottore Filippa, che gentilmente mi accompagnava, e lasciai nel suo Eden il Padre Eterno.

LX.

Nell'allontanarmi, domandai al dottore Filippa se in quel manicomio fosse qualche uomo di lettere; ed egli rispondendo affermativamente, mi condusse in una stanza, ove mi sentii stringere il cuore da grave angoscia.

Colà, appoggiato ad un guanciale, vidi un professore pallido, e stravolto gli occhi. Egli è giovane, sposo e padre. Infelice! Ha perduto la mente! Egli mi conobbe e mi chiamò per nome. È il professore Bongiovanni di Possano, che insegnava lettere italiane nel Collegio militare di Asti.

Era tranquillo il Bongiovanni, e mi disse che presto sarebbe uscito di colà per tornare all'insegnamento, non della letteratura italiana, ma della musica; ed entrò in certi discorsi intorno all'arte de' suoni, che accennavano a nobili studi turbati da infermità mentale.

Lamentiamo il Bongiovanni e lamentiamo noi medesimi. Chi può dirsi del tutto sano di mente?

«Ciascuno è matto nella sua maniera», lessi in tre luoghi a grandi caratteri sulle mura del Castello d'Alpignano.

Sì: dal più al meno siamo assaliti da pazzie intermittenti noi tutti figli dell'uomo, che ci logoriamo il cervello e il cuore per ambizioni ed amori su questo atomo di polvere, che si chiama terra, in questo minuto secondo del tempo, che si chiama vita umana.

«Ciascuno è matto nella sua maniera».

E forse non lo sono io pure, che in riva alla Dora torno le due e le tre volte a visitare gli stessi luoghi, le chiese, i castelli, i conventi, per iscrivere qualche pagina e nulla più? Non è questa una nuova pazzia? A che servirà il continuo travaglio del mio pensiero?

Qualche amico mi conforta dicendo: Servirà a dar una viva illustrazione di paesi che amate e che vi ricorderanno con affetto.

Pazzia è l'illudersi in tale speranza!

«Ciascuno è matto nella sua maniera».

Ripeterò anch'io la terza volta col Castello d'Alpignano.

La mia illustrazione non è Storia esatta del Piemonte, come un bel libro del Cibrario o del Ricotti; non è una descrizione particolareggiata e statistica de' luoghi, come il _Dizionario degli Stati Sardi_ del Casalis, e nemmeno uno splendido complesso di letteratura e politica, come _I miei tempi_ del Brofferio. Il mio scritto è un lavoro capriccioso, non altro: e il secolo, annoiato de' capricci, vuole cose serie.

Dunque io sono un matto. Mi si prepari una stanza nel Manicomio presso il prof. Bongiovanni, mentre io pazzamente pubblico un libro inutile. Nessuno ne farà ricerca; e i giornalisti cui lo manderò in dono perchè ne facciano cenno fra gli annunzi delle decozioni di salsapariglia e delle molte case disabitate da appigionare, se ne serviranno per accendere lo zigaro; o, a trarne miglior pro, come taluno già fece de' miei libri, lo venderanno per carta inutile.

LXI

Lasciamo le celie ora che ci traggono memorie severe alle foci della Dora. Voglio in pria far cenno dell'ultima volta che, da Susa per la strada ferrata tornando a Torino, m'incontrai col vecchio Giacomo, col bellicoso pastore di Bousson, che conoscemmo presso alle sorgenti del patrio fiumicello.

Lo rividi una bella sera di maggio del 1858. Trovandoci nel medesimo vagone, il buon vecchio, richiesto, mi parlò della figliuola Lucia, divenuta madre d'una pargoletta, e del genero Maurizio fattosi soldato nell'esercito italiano; e passando di discorso in discorso, egli mi espresse la soddisfazione che provava nella tarda età, potendo agevolmente dai monti di Susa con frequenti e rapide gite tornare agli allegri piani di Torino.

--Oh! mi diceva, se Vossignoria avesse conosciuto questi luoghi com'io li vidi fanciullo! Allora erano poche e recenti le strade carrozzabili. Ne' paesi alpestri si andava a stento per vie lunghe, tortuose, aspre e non sicure. Erano lente le comunicazioni, ed intricato il commercio. Quei telegrafi di legno, i cui pali salivano e scendevano nelle cime de' monti, che cosa erano mai, messi a riscontro coi fili elettrici, che attraversano valli, gioghi e mari, portando la parola colla rapidità del desiderio nelle più lontane regioni?

Ma chi diede la scossa più vigorosa al mondo addormentato fra i castelli feudali? Fu un potente italiano, l'imperatore Napoleone I, a cui nelle famose battaglie consacrai volentieri la mia spada. Sì, ricordo con orgoglio di essere stato uno de' suoi soldati, ed ora vengo a Torino per avere anch'io la medaglia di S. Elena, che il degno nipote del grand'uomo decretò ai soldati dell'antico Impero.--

Mi congratulai col buon Giacomo, che sarebbesi trovato insieme co' suoi commilitoni schierati alla presenza del Principe Napoleone, futuro sposo alla nostra augusta Principessa Clotilde, e con cordiali saluti ci separammo giunti alla stazione di Torino, prossima ai ruderi della smantellata cittadella.

LXII.

PIETRO MICCA E PIER GIANNONE.

Indirizzandomi verso la via S. Teresa, mi piacque considerare che il vecchio pastore delle nostre Alpi confessava il progresso della civiltà.

Ma come tanto potè progredire lo spirito umano in Italia?

«Molto egli oprò col senno e colla mano».

Questo verso mi suonò sul labbro, mentre fra le sorgenti tenebre della notte io passava sulle pietre della famosa cittadella distrutta in parte.

Ricordai due celebrate vittime di quella fortezza, che rappresentano fra noi l'azione delle armi e del pensiero militante, il minatore Pietro Micca e lo storico Pietro Giannone.

Micca nel campo del diritto per l'indipendenza della Patria, Giannone nell'ordine civile per l'emancipazione dello Stato dalla Chiesa, furono martiri nella cittadella torinese.

Duole il ricordare che il valoroso re Carlo Emanuele III facesse prigioniero nella cittadella il Giannone; ma più rincrescerebbe s'egli avesse consegnato l'illustre prigioniero alla Corte di Roma, che faceva strette istanze per averlo, al che assentiva il ministro d'Ormea, sperando forse in quel viluppo politico guadagnare un cappello cardinalizio.

I tempi progredirono ed assicurarono la libertà di coscienza, sì che se si vuole emancipare lo Stato dalla Chiesa, si vuole pure che la Chiesa sia libera nella sua azione, onde la formola: _Libero Stato e libera Chiesa_.

Il rimpianto Lorenzo Valerio proponeva al Parlamento che nella cittadella si cercassero le spoglie del prigioniero Giannone per onorarle degnamente.

Si adempia il nobile voto, mentre io mi accendo di sacro entusiasmo pensando che l'Angelo della morte, nel secolo XVIII, alle porte di Torino confondeva insieme le ceneri dei due Pietri, piemontese l'uno e napolitano l'altro, forse per annunziare che nel secolo XIX l'Angelo della vita, ricco delle palme dei due martiri, nel luogo della loro morte, all'ombra del vessillo sabaudo avrebbe fraternamente congiunte le stirpi dell'Italia settentrionale e della meridionale!

Le potenze celesti, più giuste delle umane, proteggano la terra ove si compiono tanti e sì generosi sacrificii, e dove si rinnova la civiltà della magnanima nostra nazione!

CAPITOLO QUINTO

TORINO

I.

UN NAPOLITANO E UN PIEMONTESE.

Due morti colle palme del martirio, Micca e Giannone, nel maggio del 1858 fra i ruderi della cittadella mi profetavano il prossimo unificarsi d'Italia; e presso al medesimo luogo, indi a pochi giorni dall'ultimo incontro col pastore Giacomo, due vivi mi significarono colle musiche lo stesso concetto.

Erano due giovani popolani che deliziavano gli accorrenti ad un caffè innanzi al teatro Alfieri, il cui nome ricorda i primi onori della tragedia italiana e i primi impeti del nostro politico risorgimento.

Uno di essi era un Viggianese che toccava maestrevolmente l'arpa. Chiamavasi Gennarino Pennella, che garzoncello io avea conosciuto in Malta quand'egli faceva ancor parte della compagnia di undici arpeggiatori diretta da Vincenzo Pezzi e da Maddalena Volo. L'altro, che sonava la ghironda e chiamavasi Pietro, era uno de' figliuoli del pastore Giacomo che udimmo ricordare nella capanna di Bousson.

Ora dirò come i due sonatori, il Napolitano e il Piemontese, si conobbero e furono concordi di musica e di cuore.

II.

Diamo dapprima una parola d'amore al melodico Viggiano, paesello de' monti Lucani che conta sette mila abitanti. Colà pietre, acque e piante deggiono essere piene di armonia; e una musica segreta deve accarezzare la culla de' Lucani, e gemere nel santuario de' loro sepolcri.

Molti poveri Viggianesi campano la vita pellegrinando e sonando l'arpa nei ritrovi più frequenti dei due mondi, ben altrimenti dai noti _Orbini_ di Bologna che vivono e muoiono coi fidi loro stromenti da arco, sotto i portici patrii a guisa di usignuoli che non abbandonano la selva natale.

Oggidì v'ha trecento di tali pellegrini di Viggiano, pei quali inutile trovato sono cocchi e strade di ferro. Essi viaggiano a piedi recando sulle spalle il davidico strumento, e dànno il saluto della musica ad ogni paese che incontrano.

Ai navigatori, anco ne' mari più lontani, avviene talvolta di udire un suono d'arpa che uscito dal fondo della nave va a mescolarsi colla tempestosa armonia delle acque. Sarà qualche Viggianese accolto ospitalmente dal capitano per sopire nelle musiche il timore de' pericoli e le noie della navigazione. Chi non farà festa all'armonico Viggianese, simpatico trovadore che fra gl'interessi materiali del secolo decimonono prova non essere ancor morto il sentimento della poesia nel cuore dei popoli?

In lontane regioni egli giunge amorevole messo della italiana Euterpe, il quale non traduce soltanto su l'arpa i suoni più applauditi de' nostri teatri, ma pure le armonie de' coloni e pescatori nostri, nate quasi per incanto su le acque e su le terre del più incantevole giardino d'Europa.

Il Viggianese viaggia informato dello spirito italiano, sicchè perfino il suo musicale strumento è spesso congegnato degli abeti della sua patria. L'arpa del nostro Gennarino Pennella era infatti lavoro di Vincenzo Bellizia di Viggiano, valente costruttore delle arpe lucane che dispensano i tesori della musica italiana per le nostre vie e fuori, nelle piazze di Parigi e di Londra, ne' castelli di Germania, fra le moschee del Bosforo e del Nilo, presso la pagoda del Cinese e nei mercati d'America, in ogni dove desiderate ed ammirate.

III.

Gennarino, d'indole irrequieta, entrato nel quarto lustro di sua vita lasciò la compagnia de' conterranei ed elesse vivere solo, venendo per le spaziose vie di Torino a cantare e sonare. Ma non andò guari di tempo che sentì amara nel cuore la solitudine, e desiderò un compagno.

Lo trovò nella piazza di San Carlo. Quivi innanzi alla statua equestre di Emanuele Filiberto incontrava spesso il figlio del pastore Giacomo che, sonando la ghironda e traendo gente a guardare la scena di remote regioni nella sua lanterna magica, cantava le canzoni piemontesi del Brofferio, il Béranger della Dora.

Il Viggianese fecesi a conversare col giovane delle nostre Alpi, e si piacquero e s'intesero a vicenda.

Un dì Gennarino, narrando al sonatore della ghironda avventure de' suoi confratelli di Viggiano, gli disse, che Antonio Varallo, dopo avere per trentacinque anni viaggiato trattando l'arpa, era tornato dovizioso in patria; e gli parlò di Vincenzo Miglionico che nell'anno 1806 partì da Viggiano coll'arpa sola, e, dopo lungo pellegrinare, tornato ricco nel 1832, lasciò l'arpa per le lettere di cambio e i numeri musicali per le cifre algebriche.

S'intrattenne più a lungo a raccontargli i casi d'un guardiano di porci, che licenziato dal signor Poliodoro suo padrone, si appese un'arpa al côllo e girando l'America fece gran fortuna, più che non avrebbe fatto se a Viggiano egli fosse divenuto un Eumeo, e il suo padrone un Ulisse. Tornato al nativo paese con moglie e prole, Vincenzo Poliodoro, il figlio dell'antico padrone, fu lieto di poterglisi avvicinare, e si acconciò di tôrre a sposa una figlia di lui con cospicua dote.

--«Insomma, esclamò Gennarino, tu vedi, caro Pietro, che molti sonatori Viggianesi partono poverelli dal monte nativo e tornano ricchi e beati.

«Io li voglio imitare; e tu Pietro dovresti abbandonare il pesante impaccio della lanterna magica ed associarti a me colla ghironda e col canto.

«Tu canterai le canzoni del tuo paese, io quelle del mio, accompagnandole insieme coll'arpa e colla ghironda, e canteremo entrambi que' canti italiani che sono venuti in moda; e da onesti e solerti compagni ci aiuteremo l'un l'altro nella buona e nella avversa fortuna.

«Un piemontese ed un napolitano cantando, sonando e vivendo insieme troveranno il comune tornaconto».

Pietro lo ascoltò attentamente ed acconsentì, vendendo ad un amico di Susa la lanterna magica.

Così innanzi alla statua di Emanuele Filiberto il Napolitano e il Piemontese stringendosi le destre sull'arpa e su la ghironda si dissero fratelli.

Il primo atto del loro musicale consorzio fu sonare ambidue sotto il portico vicino, in faccia alla operosa bottega di C. S. Caffarel; e quivi amabili ed oneste donzelle, sempre in faccenda a vendere merletti, nastri, cuffie e guanti, sospesero le cure del commercio un istante, e vispe si affacciarono alla porta per udire Gennarino che fiso guardandole e sorridendo cantava:

«Io te voglio bene assai E tu non piense a me».

I due sonatori raggranellando danaro errarono per diverse nostre città; e poi, tornati a Torino, io gl'incontrai tra gli olmi secolari che ombreggiano il Teatro Alfieri.

Colà udii Gennarino cantare le canzoni in dialetto napolitano di _Totonno_ Tasso, e Pietro quelle del Brofferio nell'idioma piemontese; e insieme ripetere l'inno del Tirteo genovese:

«Fratelli d'Italia, Italia s'è desta».

L'ultima volta li udii nuovamente cantare per le contrade di Genova con insolito brio l'inno del Mameli, mentre si andava preparando la celebre spedizione di Garibaldi per Marsala.

Salutai gli animosi pellegrini e domandai loro se avessero buona fortuna.

--Sì, sì, mi risposero impazienti, ma ora vogliamo anche noi aiutare la fortuna della patria più che la nostra.

Cari giovani! Si erano nobilmente accesi dello spirito dei cantici nazionali che solevano ripetere nei pubblici ritrovi.

Deposero l'arpa e la ghironda, ed impugnata la carabina, andarono essi pure insieme col manipolo dei mille eroi a debellare in Sicilia la borbonica tirannia.

Infelici e generosi! nella pugna caddero per la nazionale indipendenza.

Italiani! nessuno mai ardisca scindere la unione politica del sud e del nord della nostra patria, raffigurata in due figli del popolo fra le memorie di Emanuele Filiberto e Vittorio Alfieri, e poi solennemente celebrata fra i trionfi delle imprese guerresche nell'antica metropoli de' Subalpini.

IV.

La storia del Piemonte romoreggia di guerra; e l'augusta Torino dalle altre città italiane si distingue nel valor militare, come nella filologia Firenze, e Roma nella religione.

I Taurini, antica schiatta ligustica, edificarono questa famosa città. Lascio Fetonte, il duce mitologico della colonia ligure, agli archeologi, perchè col lume della filosofia scoprano in esso il vero storico di ardite ed infelici imprese sulle rive del Po, presso alla foce della nostra Dora.

«Guai ai popoli romiti ed anacoreti!» esclamava Gioberti nel suo _Rinnovamento_; e il popolo subalpino non fu certamente nè romito, nè anacoreta, imperocchè sino da tempi remoti noi vediamo l'animosa Torino travagliarsi in tremende battaglie. Tre giorni di combattimento ella oppose all'affricano Annibale, e si mostrò amica ai Romani, i quali, preponderando Giulio Cesare, qui condussero una colonia, onde da lui Torino prese il nome di Giulia, poi da Augusto fu detta Augusta de' Taurini.

Il sangue del Lazio mescolato a quello dei Liguri preparò sulle sponde della Dora quel maschio e belligero popolo, che dovea più tardi rinnovare i destini d'Italia.

Questa città, continuo bersaglio alle ambizioni dei potenti, si ammaestrò nelle frequenti sventure. Fu distrutta da Costantino perchè aderiva a Massenzio; risorta, fu nuovamente rovinata da Stilicone guerreggiante i Goti. Rifattasi dalle rovine, venne assalita dagli Eruli e dai Borgognoni; vinta dall'Esarca Narsete, fu ritolta all'impero romano dai Longobardi che la fecero seggio d'un loro duca; e Agilulfo e Ragumberto, duchi di Torino, vennero elevati alla dignità reale. Passò dipoi la guerreggiata città della Dora dal dominio de' Longobardi a quello de' Franchi.

La giurisdizione Torinese si estendeva sino al Monginevra ed al Moncenisio. Nel secolo decimo dell'era cristiana una famiglia, creduta d'origine francese, resse la Contea di Torino e la Marca d'Italia. Ultimo di questa famiglia fu Olderico Manfredi II, padre della celebre Contessa Adelaide, che sposò dopo il 1045 in terze nozze Oddone di Savoia, e lasciò quindi alla Real Casa lo splendido retaggio di questa fiorita parte d'Italia.

V.

I Conti di Savoia ebbero il loro seggio in Chambéry, e lo trasferirono a Torino nei giorni di Carlo I sul 1482. Nel secolo XVI la occuparono per quattro lustri i Francesi che la cinsero di fortini più ad offesa che a difesa. Ricuperata per la vittoria di San Quintino, sorse la memorabile cittadella, di cui il mastio si vede tuttavia presso la contrada della Cernaia.

Mentre in Italia le fazioni cozzavano, le repubbliche divise e discordi perdevano le loro libertà, e invano i nostri pensatori e i ministri della carità cristiana coi poeti gridavano ai popoli irosi _pace_, _pace_, _pace_; mentre infiacchite dalle civili discordie le italiche genti si assoggettavano a tiranni domestici e forastieri, i Principi Sabaudi, postisi a sentinella delle Alpi e col pensiero rivolto all'Italia, costanti nel proposito di restituirle il grado di nazione, coll'opera lenta ma ordinata di politico reggimento fondavano quel principato in cui doveansi maturare i nostri generosi destini.

Destreggiandosi i Principi di Savoia fra prepotenti nazioni, videro necessario all'avvenire d'Italia un forte ed agguerrito esercito, e primi nella nostra Penisola, sbarazzatisi dell'incerto aiuto dei capitani di ventura, si crearono un esercito nazionale.

La bravura militare accompagnò i nostri Principi ed estese il loro dominio. I due Amedei VII e VIII raccoglievano sotto il loro scettro proteggitore la contea di Nizza e quella di Ginevra. L'alleanza di Casa Savoia era cercata dai potenti d'Europa; ed i suoi Conti, poscia i suoi Duchi procedevano con passo sicuro ad accrescere la gloria del loro paese. La Casa di Savoia, mescolata ai politici rivolgimenti, che tennero per tanti anni divisa l'Europa, prese parte a tutte le guerre, crescendo sempre i suoi dominii, e conservando la sua indipendenza.

Principi per virtù insigni e per civile sapienza, legislatori e guerrieri uscirono dalla nobile schiatta che la Provvidenza avea prescelto a propugnare l'italico riscatto.

Il Conte Verde, colle sole sue forze approda alle sponde del Bosforo e libera dalle mani dei Bulgari l'imperatore di Bisanzio. Al Conte Verde succede non meno valente il Conte Rosso; Emanuele Filiberto, colosso di Casa Savoia, vincendo la titanica battaglia di S. Quintino, ristaura la fortuna della sua stirpe, e dopo gli studi della guerra inaugura quelli della pace, soldato e legislatore. Carlo Emanuele co' suoi cinque mila prodi dichiara guerra al Sovrano di tutte le Spagne; Vittorio Amedeo II col Principe Eugenio e con Pietro Micca, il Sansone di Andorno, fiacca le corna alla baldanza francese, e converte il seggio di Duca in seggio di Re. Carlo Emanuele III rovescia il nemico dal côlle dell'Assietta. Carlo Alberto rinunzia al trono, anzichè piegare al nordico vincitore di Novara; e Vittorio Emanuele II, vindice del Padre e dell'Italia, primo fra i prodi, caccia gli Austriaci da Palestro e guadagna con cinque assalti l'altura di S. Martino.

Egli è vero che al cadere dell'andato secolo, per quella forza smisurata che scosse dai cardini l'antico edifizio europeo, Casa Savoia perdette il suo dominio in terraferma e solo regnò nell'isola di Sardegna; ma è vero altresì che nel 1815 ricuperò gli antichi possedimenti, che arricchì della Liguria; e che poi sostenuta eroicamente la iattura di Novara, e perdurando nel santo proposito della libertà e dell'indipendenza, venne in buon punto alla riscossa, e dopo celeri maravigliose vittorie, la causa sua fu quella d'Italia; sicchè per le annessioni spontanee della Toscana, dell'Emilia, dell'isola Sicula e del reame di Napoli, seguendo la battaglia di Castelfidardo ad unirvi l'Umbria e le Marche, Torino, già sede dei re Sabaudi, divenne sede al primo re dell'Italia redenta.

VI.

L'augusta città della Dora meritossi tanta gloria segnalandosi nelle guerre de' tempi antichi e de' moderni. E per vero fu maravigliosa Torino in due memorabili assedi de' secoli XVII e XVIII.

Negli anni 1638 e 1639 nacque guerra per la reggenza degli Stati di Carlo Emanuele II affidata a Cristina di Francia, madre del Duca fanciullo, e contesa dai Principi Tommaso e Maurizio, i quali, cognati della donna e zii dell'infante, volevano entrare nella pubblica amministrazione per impedire che la Francia se ne impossessasse colle scaltrezze del superbo Cardinale di Richelieu. Questa discordia di famiglia fu accompagnata da invasione straniera. Un esercito francese sosteneva la Reggente, uno spagnuolo i Principi. Questi occuparono la città, i Francesi tennero la cittadella.

Erano i Francesi capitanati dal conte di Harcourt, gli Spagnuoli dal marchese di Leganes, il quale, anzichè espugnare la cittadella di Torino, come il Principe Tommaso desiderava, distrasse parte del suo esercito, e lo condusse a Casale ch'era tenuta dai Francesi, e ben munita e guardata. Il 29 aprile 1640 fu data gran battaglia con rotta degli Spagnuoli.

L'Harcourt, baldo della vittoria ottenuta in Casale, strinse d'assedio Torino, in cui s'era chiuso il valoroso Principe Tommaso, deliberato di difenderla sino agli estremi. L'accanimento de' soldati da ambe le parti fu smisurato e crudele. Ventinove sortite tentate e rintuzzate, assalti feroci, carnificine da ambe le parti. I contadini si levavano da ogni banda, ma indarno, contro ai Francesi; i cittadini difendevano in armi i loro bastioni e la indipendenza dello Stato.