La Dora

Part 11

Chapter 113,706 wordsPublic domain

Usciti dalla stanza della libreria, e discesi per l'ampia scala in compagnia del Cappellano, andammo a visitare la chiesa; la quale, se non avesse che l'impronta della sua primitiva erezione, sarebbe un pellegrino monumento di cristiana antichità, ma le scemano importanza i ristauri e le posteriori costruzioni.

La sua facciata guarda a ponente, come tutte le antichissime del cristianesimo, sicchè il sacerdote che sale pel sacrificio all'altar maggiore, tiene il viso rivolto alle regioni di Terrasanta. La maggior porta, a sesto acuto, come ai lati le due minori, hanno cornici massiccie di mattoni finissimamente lavorati ad arabeschi. La porta principale non è a piombo col sovrapposto finestrone, ma esce dall'asse verticale notabilmente verso destra. Questo difetto di simmetria nelle finestre e nelle porte di molti antichi edifizi, non saprebbesi bene a che attribuirlo, se ad inscienza architettonica, o ad una certa noncuranza allora in uso. E chi vorrebbe tacciar d'inesperto il famoso Giotto, l'architettore di quel campanile di Santa Reparata in Firenze, che Carlo V giudicava degno di una custodia di cristallo? Eppure la famosa torre di Giotto ha la porta d'ingresso fuori del centro, nè questo arbitrio le toglie vaghezza.

Ma ritornando alla vetusta chiesa di Ranverso, nell'atrio a mano destra entrando, era un tempo effigiato nella parete S. Antonio benedicente, e lo stemma della R. Casa di Savoia, sul quale un'iscrizione latina riferivasi alla fondazione del chiostro. Tuttociò fu coperto da improvvida imbiancatura. Furono però risparmiati sopra la porta la Madonna con alcuni santi, e i bizzarri capitelli con fregi, fra cui sono scolpiti stemmi, animali d'ogni sorta, e teste di monaci incappucciati, colle braccia conserte al petto.

Levai lo sguardo allo svelto campanile, di quella foggia ardimentosa che fu detta gotica, e non è; perocchè i Goti più che erigere, distrussero, e se innalzarono edifici, non furono dedicati al culto cristiano ed a' suoi santi. La torre di Ranverso ha una sola campana di gran mole e di buon getto: è di forma quadrangolare con pittoreschi trafori e quattro piccole aguglie agli angoli, fra le quali spicca la quinta più alta, coll'anagramma antoniano. Piega alquanto al sud, facendo ricordare le torri pendenti di Pisa e Bologna. Nel lato sinistro della chiesa sulla piazza parla all'intelletto e al cuore un ottangolare piliere di grigia pietra, infisso nella roccia; il quale nella sommità finisce in dado su cui posa un pezzo di marmo bianco, scolpito da un lato colla figura del pellicano, da un altro con quella della colomba, simboli eloquenti della _carità_ e della _semplicità_, virtù che, secondo la mente dell'institutore, dovevano splendere soprammodo nei benemeriti cenobiti Antoniani.

XXXIII.

Entrammo nella chiesa, la quale ha tre navate; a sesto acuto quella di mezzo e la laterale a destra, ed ha la terza sformata da recenti costruzioni.

Alto cancello di ferro separa dalla chiesa il vasto presbiterio, dove su piedistallo sorge una statua in legno che tiene un libro nella mano sinistra, e la destra appoggiata ad un bastone, da cui pende un campanello. Rappresenta il patrono del luogo l'abate S. Antonio coll'anagramma T sull'abito nero.

Innanzi a quella statua, guardando all'Abate francese ed al Cappellano, domandai qual fosse il significato del T, tanto ripetuto nelle immagini degli Antoniani.

Il Cappellano prontamente rispose:

--Il _Tau_ è segno di salute, come si legge in Ezechiello al capo IX: _Omnem autem, saper quem videbitis_ Thau, _ne occidatis_; e la Chiesa, nella bolla di fondazione dando all'ordine Antoniano quel segno taumaturgico, lo appella _signum potentiae_.

--Dice molto bene l'erudito Cappellano, esclamò l'Abate francese; ma io opino il T significasse la specie di gruccia o bastone, di cui il santo anacoreta faceva uso, come lo vedete in questa statua, e il campanello che vi era raccomandato doveva forse servirgli per chiamare i suoi discepoli. Aggiungerei anco che i cenobiti Antoniani, tenendo appeso il campanello alla gruccia del lungo bastone, forse avvertivano li ammorbati di _fuoco sacro_, come i monaci del S. Bernardo i viandanti smarriti fra le grosse nevi di quell'alpestre passaggio.--

Si aderisca all'opinione del Cappellano o a quella dell'Abate francese, poco importa. Certo si è che il T è segno caratteristico degli Antoniani, per cui nel monumento di Ranverso sulle guglie intorno al frontone della chiesa, e su quelle dello spedale e del campanile sorge il simbolico anagramma in ferro; è scolpito sui quattro lati nel dado del piliere in piazza, ed è dipinto nella facciata della chiesa, e su gli stemmi lungo i vasti corridoi del monistero. Tutto colà ricorda i pietosi spedalieri coll'anagramma T proprio di quell'ordine benefattore.--

XXXIV.

Ci appressammo ad ammirare l'icona dell'altar maggiore, monumento della pittura italiana in Piemonte. L'icona è formata da vari quadri dipinti sul legno col fondo in oro, e tramezzati da ricche scolture in legno dorate; il quadro di mezzo rappresenta la Natività di nostro Signore con a destra i santi Antonio e Sebastiano, e a sinistra S. Rocco e S. Bernardino da Siena, che predicò in quella chiesa l'anno 1443. Nella base vi sono quindici piccoli quadri che ritraggono fatti relativi alla vita di S. Antonio.

Il prete francese, compreso d'ammirazione, mi chiese del nome dell'autore di quella mirabile icona.

--Alcuni la vogliono lavoro del Macrino d'Alba, altri del Gaudenzio Ferrari: io risposi, come aveva letto in qualche memoria.

--No, no, interruppe il Cappellano: non è opera di nessuno dei due. È lavoro invece di Defendente De Ferraris da Chivasso, al quale ne affidava l'esecuzione la città di Moncalieri il 21 aprile del 1530, come si ritrae da documenti trovati nell'archivio di quel municipio, e con atto del 16 gennaio 1531 gliene pagava il prezzo pattuito di fiorini ottocento e grossi dieci[31]. Il nome di Defendente De Ferraris deve entrare nella storia delle arti italiane: di lui sono probabilmente molti bei quadri che si trovano segnati D. D.--

Ci suonò gradita questa notizia in fatto d'arte, e domandammo al Cappellano, se si sapesse il perchè la città di Moncalieri tanto si adoperasse ad ornare la chiesa di Ranverso. Al che rispose il Cappellano:

--La pia città di Moncalieri, nell'epidemia, onde fu travagliata nel 1400, votavasi a S. Antonio di Ranverso, per cui facevasi eziandio erigere l'altar maggiore da cui sorge l'ammirata icona; ed ogni anno, siccome vien riferito dalla cronaca inedita di Moncalieri, nel dì della festa del Santo il sindaco di quella città, consiglieri, segretario ed usciere del Comune qui vengono nella messa solenne ad offrire all'altare antoniano un cero e danaro.--

XXXV.

IL SEPOLCRO DI GIOVANNI GERSON.

Ciò detto, il Cappellano dopo di averci additato pregevoli affreschi nelle pareti della sagrestia ci ricondusse nel presbiterio innanzi all'antico sepolcro dei monaci Antoniani, e sclamò:

--Qui, come appresi da antiche carte, qui fu sepolto Giovanni Gerson, il fondatore del chiostro.--

L'Abate francese e il Cappellano chinando il capo sul sepolcro alternarono insieme una preghiera; e poi, mentre stavamo per uscire dal tempio, l'Abate dando un ultimo sguardo alla tomba del Gerson ripetè le memorande parole: _Vanitas vanitatum et omnia vanitas_.

--Oh rispettabile Abate, gli osservai: un altro grande italiano, Giacomo Leopardi, come Giovanni Gerson pianse le miserie della vita

«E l'infinita vanità del tutto».

Ma il Gerson si confortava delle umane calamità in Dio e nell'avvenire dello spirito immortale; all'opposto l'infelice Leopardi nella vanità del tutto rimaneva agghiacciato dallo scetticismo.

--Oh beato l'uomo che serba la fede, questo tesoro preziosissimo dell'anima! proruppe il Cappellano riconducendoci nella piazzetta presso al simbolico piliere.--

Un colono di Alpignano, inteso ai lavori campestri della Commenda, trovandosi accanto al piliere, nell'udire il Cappellano far cenno di un tesoro, voltosi a noi disse:

--Se vanno in cerca di tesori nascosti, vadano al mio paese; ve n'ha uno sepolto sotto il castello, che non si è potuto scoprire.--

Il colono di Alpignano ci mosse a riso. Mi accommiatai con affetto dal Francese, che recavasi al luogo delle Chiuse ed alla Badìa di San Michele: ed io, ringraziato il buon Cappellano, volsi i pensieri e la persona al castello del tesoro.

XXXVI.

IL MUSINÈ.

Prima di parlare di Alpignano aggiriamoci sulle balze del _Musinè_, ossia Monte Asinaro, che più alto del Pirchiriano, sulla riva sinistra della Dora, sorge dal livello del mare all'altezza di 1168 metri.

Volli vedere l'_idrofana_[32], pietra che fu chiamata pomposamente _occhio del mondo_. Non pochi luoghi in Europa posseggono l'idrofana, fra i quali le isole d'Iheroè, la Sassonia, l'Ungheria e la Francia; ma forse più che altrove, se ne rinviene in codesto monte del Musinè, e trovasi sparsa nelle vene di calcedonio e di serpentina dura, che da ogni lato e in ogni direzione attraversano quell'altura tutta serpentinosa.

XXXVII.

Io mi aggirava dunque tra le quercie e le viuzze del Musinè, quando m'avvenni in un bastracone di montanaro, che rovistava con lungo uncino tutte le pozzanghere fra quelle macchie, e domandatolo che facesse, mi rispose con sussiego:

--Cerco l'occhio del mondo.

E cercava l'idrofana, intorbidando le acque.

Andando oltre, e veduto veramente l'idrofana, udii il picchio di un martello sovr'un corpo di dura pietra; e traendo a quella parte, vidi uno scarpellino che tagliava un masso serpentinoso e ne formava una macina da grano.

--Oh! diss'io a quell'uomo attivo che sudava: Voi logorate le forze per averne una macina da molino di niun conto.

Ed egli, con sorriso di compassione:

--Tiro di martello questa macina, che riducendo in farina le mille sacca di frumento darà più guadagno di tutte le gemme del mondo.

--Ma pure colà giù presso al rio, quel pescatore dell'idrofana, con poca o nulla fatica raccatta tesori.

--Oh! mi rispose lo scalpellino molinaro, vossignoria prende un granchio, perchè quel cercatore quando ha raccolte le pietruzze colla scoria così informi le vende per poche lire, e lascia il guadagno agli speculatori di Torino, di Genova e di oltremare; mentr'io lavoro le mie macine, e tutto l'utile è mio. Oltre di che, preferirei sempre a una pietruzza, che poco produce, una mola da grano, che reca frutto al mugnaio e prepara il pane al paese.

XXXVIII.

--Ed io fo meglio di tutti; lavoro per la salute degli uomini: sclamò un terzo che aveva udito i nostri discorsi lì presso, come un risorto dal sepolcro, tutto coperto di polvere gialliccia, balzando fuori da un antro profondo di argilla, splendente del color dell'oro.

Chi era quello strano montanaro, basso di statura, col capo schiacciato come un cretino?

Un tal Pantalone di que' dintorni, che parla sovente di serpi e d'incantesimi, ed è trastullo de' monelli. Era affaccendato a trarre la magnesia da una cava scoperta, or fa cinque anni, con utilità del comune di Caselette, che ne concedette l'uso per la somma annuale di mille franchi.

--Evviva Pantalone! esclamò lo scalpellino. Come procedono i tuoi lavori?

--Benone, gli fu risposto: S. Abaco protegge il padrone che qui mi manda a lavorare in questa polvere raggrumata dall'umido. Qui si scava in abbondanza la magnesia che il mio padrone vende a buon prezzo ai farmacisti di Torino.

--Buon Pantalone, io gli dissi, voi non lavorate soltanto per cacciare i malanni dal corpo umano, ma eziandio per rendere più bella la luce che ci vivifica, perchè vi ha un nuovo trovato, il _filo di magnesio_, tratto da questa polvere prodigiosa, il quale dà uno splendore pari alla luce elettrica che vedeste in Torino nelle feste dello Statuto.

XXXIX.

Andai a pochi passi dalla cava di magnesia in Caselette, paesello di ottocento abitanti, che si distende sulle prime pendici del Musinè, ed ha al sommo un gotico castello, fiancheggiato da svelta torre cinta di merli. Quel castello, volto a mezzogiorno coll'amena vista della verdeggiante valle irrigata dalla Dora, appartenne ai principi di Acaia, di poi a nobili famiglie, fra le quali, ai Canale conti di Cumiana, ai Valperga del Canavese ed ai Cauda; ed ultimi a possederlo furono i conti Cays, antica famiglia nizzarda che n'ha tuttora la proprietà.

Per via fiorita salii al castello, e non appena feci annunziare il mio nome al sig. Carlo Cays conte di Caselette, che tosto egli mi accolse festosamente nel suo castello, come i più splendidi baroni del medio evo usarono coi trovadori, che andavano di terra in terra a celebrare col canto le imprese e gli amori della cavalleria feudale. In compagnia di lui e del caro ed unico suo figliuolo visitai le adorne stanze, che furono degne di essere abitate dalla madre e dalla consorte del nostro Re, nell'estate dell'anno 1854, ultimo della vita di quelle pietose e lagrimate Regine. Vidi un bel quadro fiammingo, _L'adorazione dei Magi_, di Francesco Franz, e l'oratorio domestico che finisce in dipinta cupoletta col nome di Maria nei vetri colorati. Mi fu mostrata la tribuna in cui solevano insieme orare le due pie Regine, come in Torino mirabilmente le scolpiva il Vela nella chiesa della Consolata. Mi fu pur mostrata una pianeta in tela d'argento, ricca di bei ricami, cominciati dalla Regina Maria Teresa e compiuti dalla duchessa di Genova, cogli stemmi della loro stirpe aggiunti alla Croce di Savoia.

XL.

Uscito all'aperto, osservai appiè del castello l'erta via, per cui si sale al santuario di S. Abaco, persiano di origine, morto martire in Roma nel terzo secolo dell'êra cristiana.

Quella scabra salita fu agevolata dal conte Cays e da altri divoti, e decorata di quindici cappellette, che in tela rappresentano le stazioni della _Via Crucis_. Due delle cappelle furono fatte costruire dalle nostre Regine, ricordate nel Musinè per atti di evangelica pietà. Raccogliendo queste notizie, erravo nei pensili giardini del castello fra cedri ed ulivi, e per viali di cipressi; e presso un salice carezzato dal murmure soave di acque cadenti, salutavo ver occidente il regale castello di Rivoli e ad oriente gli ubertosi piani di Torino chiusi dal colle di Superga.

Mi accommiatai dal conte ospitale, e nel suo cocchio traversata la valle, giunsi nuovamente alle acque della Dora.

XLI.

ALPIGNANO.

Case modeste vidi lungo le due sponde del fiume, e per erbosi clivi in gran copia acque spumanti che mormorano e biancheggiano fra le ruote di un molino ed entro grotticelle coperte di musco e di edera, e una fucina di ferro che mi assordava coi ripetuti colpi del maglio, e un antico ponte a tre archi, rifatto nel 1740, onde si varca la Dora, e presso al ponte un grosso masso di roccia, il quale, al dir del volgo, nella notte dell'Epifania fa tre giri intorno a sè ben sensibili a chi ardisse in quella notte stare sopra quel masso dove apparvero i tre Re magi. Queste sono le vedute e queste le leggende che trovai in Alpignano appiè del verde poggio, in cui fra gli olmi, i frassini e i platani, e fra ogni sorta di fiori si aderge il maestoso castello, sotto cui anco uomini savi credettero sepolto un ricchissimo tesoro.

Quel villaggio è sede di ozi beati, per cui la elessero a riposo delle cure politiche due vivaci intelletti, Pier Carlo Boggio e Felice Govean, allettati dall'amenità del sito e dalle storiche memorie.

XLII.

Vuolsi che Alpignano prendesse il nome da un Alpino, romano, possessore di quel luogo. Si dice pure che vi stanziasse una colonia romana, la quale operò il taglio di una rupe per dare corso alle acque della Dora impaludate ne' luoghi adiacenti. Certo si è che diverse famiglie illustri ebbervi signoria. L'ebbero i principi d'Acaia, che nel secolo XIV ne investirono Guglielmo di Mombello, signore di Frossasco; e l'ebbero in feudo i conti di Provana, edificatori del vasto castello, che ammirasi riabbellito e ricco di ogni guisa di arredi ed ornamenti.

Morto senza prole l'ultimo feudatario nel 1797, il Governo rimase padrone di diritto.

Alpignano obbediva un tempo a quattro padroni, perchè parte di esso era dello Stato, altra porzione apparteneva alla Famiglia reale, la terza ai monaci e la quarta al feudatario.

Nel Governo si raccoglievano tutti i poteri, quando nel 1804 il Demanio francese vendeva il castello all'avv. Modesto Paroletti, che fu sul punto di demolirlo per cercarvi nelle fondamenta il desiderato tesoro; ma poi si persuase di lasciarlo incolume e venderlo ai fratelli Revelli, l'avvocato e il pittore, che vi portarono gli splendori dell'arte.

Dalla famiglia Revelli nel 1840 lo comperò il conte Michelangelo Robbio di Varigliè, e da questo nel 1863 lo acquistava l'avvocato Riberi, ornato giovane, che in mezzo a tanta amenità di paese e in compagnia di colti amici mostrasi tutto applicato a nobilissimi studi, onde potrà illustrare sè e la patria, aiutato dal pingue retaggio lasciatogli dallo zio paterno, il celebre professore di medicina.

XLIII.

L'avvocato Paroletti, uomo di molta erudizione, intese forse d'imitare i cittadini di Oderzo, che nei contratti di vendita usavano la clausola _salvo iure putei_, salvo il diritto del pozzo, in cui furono nascoste le dovizie della città assalita da Attila. Egli pure nell'istrumento di vendita si riserbò il diritto del tesoro, quando mai si trovasse.

Non sembri tanto strana in Alpignano la diceria del tesoro, che acquistò credito dall'essersene trovato uno davvero nelle vicine terre di Pianezza, come mi osservava il conte Robbio, allorchè nel settembre del 1854 mi conduceva cortesemente a visitare il castello da lui posseduto.

XLIV.

IL PITTORE VINCENZO REVELLI.

Il piemontese Vincenzo Revelli portò a! castello di Alpignano un vero tesoro coll'opera del suo ingegno. Architetto, scultore e specialmente pittore a' suoi tempi salì in molta fama.

Ai servigi dell'imperatore Napoleone I, si mantenne fedele nella prospera e nell'avversa fortuna, sicchè lo accompagnò esule nell'isola d'Elba, ove gli decorò e dipinse palazzo e teatro. Venne creato suo primo pittore al ritorno da quell'isola; ma, caduto nuovamente l'imperiale mecenate, il fido artista reduce in Piemonte fu consigliato di allontanarsi, perchè al Governo d'allora mal gradivano gli amici del Prigioniero di Sant'Elena.

Il Revelli andò a Londra, sicuro asilo ai profughi politici d'Europa, e colà eseguendo molti lavori per commissione, si arricchì grandemente. Ma il nobile artista, preso dall'amore della patria, più che dal desiderio di nuove ricchezze, fra le nebbie del Norte invocava il sole d'Italia, e potè ritornare alla Dora, e chiamando la filosofia al consorzio delle belle arti, si ritirò nel sospirato suo castello di Alpignano.

Egli ne fece sede ben degna d'ogni più splendido signore. Nelle stanze del piano terreno avea raccolto un museo di storia naturale, e nel piano superiore, la parte più cospicua del castello, ornò sale, vestiboli e gallerie di stucchi ed affreschi, di statue e tele dipinte. Tutti lavori del suo ingegno, nei quali si ammira l'artista filosofo, che a principali soggetti elegge le scienze e la morale.

Le scuole diranno che il Revelli fu mediocre disegnatore, più felice nel trovare i concetti che nell'eseguirli; diranno ch'egli traeva grande effetto dal contrasto dei colori, de' quali però abusò, non osservando la gradazione e l'armonia volute dall'arte. Tuttavia, se pongasi mente ai tempi in che visse ed operò fra noi il Revelli, dobbiam pur dire che le sue immaginose invenzioni furono spesso con maestria eseguite.

Chi vuol giudicare dell'indole di questo facile pennello può vedere in S. Domenico di Torino _La visione della Battaglia di Lepanto di S. Pio V_; tavola, alla quale nuoce pur troppo la vicinanza della _Madonna del Rosario_ del Guercino.

XLV.

I luoghi più notevoli del castello sono quelli chiamati--_Il Tempio della Filosofia_,--_Il Paradiso della Sapienza_,--e _La Grotta dei Leoni_.

Alla Filosofia il Revelli consacrò la sala più vasta, nella quale effigiò varie figure allegoriche ed immagini di filosofi; e in quattro medaglioni ritrasse l'età dell'oro e quella del ferro, Belisario cieco e la Storia illuminata dal Tempo.

L'artista vagheggiò idealmente l'età dell'oro, sogno de' pensatori, e con amorosa cura la dipinse nel suo miglior quadro. Egli vi ritrasse bella e maestosa donna che tiene colla mano sinistra la bilancia sospesa, e brandisce colla destra la spada innanzi ad eminente seggio in cui sta il libro della legge. Il caduceo, il fascio romano e il cornucopia vi sono dipinti a rappresentare il commercio, la concordia e l'abbondanza, frutti dell'età giusta e forte.

Si narra che quel quadro, in una esposizione artistica del R. Castello del Valentino dopo il 1815, fosse levato via per ordine superiore. Si sospettò che l'artista volesse accennare a reggimento repubblicano, imperocchè sul trono dell'età dell'oro non collocò il Re, ma la legge soltanto. L'artista imperiale era forse divenuto repubblicano?

XLVI.

Fosforescenti sipari da teatro mi parvero i dipinti, ne' quali con alto concetto il Revelli rappresentò lo stato selvaggio dell'uomo, ed i suoi progressi coll'aiuto delle scienze e delle arti, e l'ultimo fine nel trionfo della mente nel paradiso, dove Genii librati fra le nubi rendono omaggio all'Ente supremo, fonte perenne dell'amore e della sapienza universa.

XLVII.

La stanza intitolata la _Grotta de' Leoni_ è dipinta come grotta, animata da un getto d'acqua assai elevato, che ricade in ampia vasca, cui stanno ai lati due leoni colossali, fra cui signoreggia la statua di Mercurio Trismegisto, inventore dei caratteri.

Sull'orlo della vasca stanno diversi augelli palustri imbalsamati, che imitano il vero e rendono più vera e gaia l'apparenza della grotta fantastica.

Presso un vestibolo dipinto a notte, dove sono le statuette d'Amore e Psiche, il pittore filosofo volle pure consacrare una camera a Lodovico Ariosto; e convertì l'antica prigione del castello nella grotta e nel sepolcro del mago Merlino, secondo la descrizione che quegli ne fece nel canto terzo del suo svariato inimitabile poema.

Vi ha la maga Melissa con uno spettro appiè della tomba, donde un organo spande musiche misteriose. La grotta acquista solennità eziandio da notturni augelli, dal busto del re Arturo e dal ritratto dell'Ariosto, a cui sulla parete l'artista consacrò versi di grande ammirazione.

Se il gran Lodovico, fra i centomila volumi della preziosa biblioteca ferrarese, sorgesse per poco dal suo marmoreo sepolcro e si trasportasse nelle nostre valli subalpine, piene delle memorie di Carlo e dei paladini da lui cantati, cred'io che si piacerebbe di trovare nel fantastico castello di Alpignano rappresentate sì al vivo le facili ed insuperabili sue ottave!

XLIX.

PIANEZZA.

Il geologo Michele Lessona, che sulle sponde del Nilo mi accompagnò alle celebrate Piramidi, se da Alpignano per amena passeggiata sulla riva sinistra della Dora mi avesse accompagnato a Pianezza, certamente l'amico delle Piramidi mi avrebbe tosto condotto in mezzo al paese al Rocco, alla _pietraccia sterminata_ da lui non ha guari descritta in un'appendice di giornale[33]; mi avrebbe guidato alla cappelletta di S. Michele che vi sta sopra, ragionando di storia naturale in cui è versatissimo, e svolgendomi le applaudite opinioni del professore Bartolomeo Gastaldi intorno a certi massi enormi nella valle della Dora, mi avrebbe dato una faconda e piacevole lezione intitolata: _I massi erratici_.

Io non ebbi sì lieta e desiderata ventura. Mi accompagnò invece all'arduo _Rocco_ il conte Mariano X, non professore di scienze naturali come il Lessona, ma che poteva esserlo di sperimentata galanteria nel bel mondo.

L.