Part 10
Così giovialmente lo descriveva il caro Norberto; e nella vôlta della torre, in lieta cameretta, mi additava figurato su di un ramoscello di edera il merlo, da cui piglia nome il fantastico suo podere; e frattanto ci allietava il soave mormorio delle acque della Dora, che scorrono in verdissimi prati tra filari di pioppi e salici.
Norberto Rosa, dirò col suo biografo, il Borella, _è stato uno di quegli uomini che non si ricordano mai abbastanza, siccome modello di virtù pubbliche e private_. Visse onoratamente nell'esercizio del fôro; e, facile all'ironia, la usò molte fiate con rara felicità in verso e in prosa. Dall'anno 1840 cominciò a scrivere nel _Messaggiere Torinese_, e continuò quando in questo e quando in quello de' diari più popolari d'Italia la sua vita di brioso scrittore.
Il primo plebiscito del regno d'Italia fu il felice concetto di Norberto, cioè la soscrizione dei _cento cannoni_ per la fortezza di Alessandria, che promossa pure dalla _Gazzetta del Popolo_, fu preparazione ai trionfi dell'unità italiana.
Consorte e padre de' più amorevoli fu il nostro Norberto, ed amico sincero. Io lo provai, che, eccitato da' suoi incoraggiamenti, presi a descrivere la valle della Dora, da lui onorata. Egli mi aveva accompagnato col consiglio e talvolta di persona dalla sorgente del patrio fiumicello sino alla Sagra di S. Michele.
Nel giugno del 1862 egli mi aspettava nel suo _Cantamerlo_ e preparava preziose notizie a fecondare il mio lavoro. Ahimè! mi giunse in Torino la notizia della sua morte, e la penna con cui descriveva le regioni della Dora mi cadde di mano sulle pagine bagnate di pianto, nè più seppi ripigliarla, se non quando le recenti calamità toccate al Piemonte mi consigliarono a dire qualche parola di conforto a questa magnanima terra subalpina, gravemente offesa.
Ben meritò il lagrimato amico che di lui scrivesse Giuseppe Revere:
Schietto il cor, mesto il labbro, e il ratto ingegno Ricco di argute fantasie gioconde Ebbe questi che morte ora n'asconde, Non ancor giunto al suo maturo segno. Amò l'Italia, . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Amò l'alpe natìa donde s'affretta La Cozia Dora a disposarsi all'acque Del fiume che il suo mare alto richiede. Amò quell'arte che pungendo alletta, Nè giammai per paure il vero tacque Cui sacrava l'intrepida sua fede.
XXIV.
L'ottimo Norberto Rosa mi parlava spesso dei miglioramenti introdotti nell'amministrazione della provincia di Susa, e si doleva che dalla sorgente della Dora sino a Torino non ancora fosse instituito un Asilo infantile, che, abbattendo volgari pregiudizi e diffondendo i germi di una saggia educazione, preparasse ai figli del popolo un avvenire degno dell'uomo.
Egli si era più volte adoperato a dotare di un Asilo le rive della Dora; ma egli è morto, senza che i suoi voti fossero esauditi.
Un dì mi disse: "Va a confortarti di tale mancanza in Giaveno, ove vedrai un Asilo infantile fondato nell'agosto del 1859."
XXV.
GIAVENO.
Lasciando per qualche ora le acque della Dora, nell'autunno del 1857 mi condussi lontano tre miglia al sud-est da Avigliana; e giunto alle rive del Sangone mi annunziarono Giaveno le mura cadenti de' tempi feudali e tre torri merlate, e il torrente Alasio che, scorrendo per le vie del paese, ricrea col murmure e colla lucidezza delle acque i sette mila abitanti, come un tempo la Dora Riparia per l'ampie arginate vie di Torino.
Visitai il seminario, poi collegio vescovile, di ventiquattro alunni, e vidi nel refettorio i ritratti dei cardinali Ferrero e Gerdil, e una lodata tela in cui è raffigurato Cristo che lava i piedi a S. Pietro; e quivi ricordai monsignor Lorenzo Renaldi, vescovo di Pinerolo, che proponeva nel 1854 di convertire quel seminario in sede della Missione italiana per i cristiani d'Oriente. Concetto altamente religioso e civile fu quello del Renaldi, e, quando l'Italia e la Chiesa torneranno in pieno accordo, dovunque esso metta radice, sarà sempre potentissimo mezzo perchè la nostra nazione eserciti la sua civiltà in Oriente col protettorato dei Cristiani, degnamente emula della Francia.
Due scritte trassero la mia attenzione in Giaveno. L'una sulla chiesa parrocchiale intorno al quadrangolare campanile che dice: _Jam venit specula Poenus_, con le quali parole Giaveno dà l'etimologia del suo nome, asserendo colà Annibale essersi fermato non appena ebbe superato il passo delle Alpi.
Lascio agli archeologi le indagini intorno a tale asserto, e lascio di buon grado a Gaudenzio Claretta[27], zelante illustratore di quei luoghi, il provare che la leggenda _Jam venit_ non è sancita dalla critica. Con affetto io mi volgo all'altra scritta, _Asilo infantile_, che spicca sulla facciata di un bel fabbricato con verone di ferro.
Quell'Asilo fu aperto colla rendita di circa tre mila lire, che si traggono da legati ed azioni di soscrittori. Il teologo prevosto Arduino donò a tale scopo quarantaquattro mila franchi, e il Cav. G. B. Franco concesse per alcuni anni gratuitamente l'uso d'una sua casa al pio instituto.
Il teologo Morelli, additandomi quella scritta, ben altrimenti che col _Jam venit_ della cattedrale, mi prediceva la futura vita intellettuale di quattrocento fanciulli di ambo i sessi, che si sarebbero accolti nell'Asilo, diretto da tre monache dell'instituto Cottolengo.
Per tal modo le manifatture di ferro, le concie di pelli, le filature di seta e le cartiere, mantenute dalla forza motrice del Sangone, industria e ricchezza di Giaveno, saranno frequentate da operai onesti e intelligenti.
Queste osservazioni io faceva nella principale cartiera del Cav. G. B. Franco, fra cento operai, presso la bellissima macchina ivi posta fin dal 1839; e perchè l'esempio di Giaveno trovasse imitatori, queste cose io ripeteva tornando dal Sangone alla Dora per visitare un antico Asilo di carità cristiana.
XXVI.
S. ANTONIO DI RANVERSO.
Tra Avigliana e Rivoli, vicino a Rosta, è un luogo che fu chiamato _Rivo Inverso_, e che oggidì, per le alterazioni che il volgo e il tempo vengono portando ai nomi propri, è detto _Ranverso_. Quivi nel 1181 due fratelli di santa vita, monaci spedalieri, Giovanni e Pietro, ponevano mano alla costruzione d'una chiesa e di uno spedale per la cura di quegli infelici ch'erano tocchi dall'erpete orribile, denominata _fuoco sacro_, che in breve consumava le membra che n'erano tocche.
Quel morbo crudele spesso infieriva nei secoli undecimo e duodecimo, e a Sant'Antonio della Tebaide, come a sperimentato protettore, s'indirizzavano preghiere e voti per esserne liberati: e perciò da quel santo s'intitolarono i monaci spedalieri, istituiti nel 1095 da Gastone, uomo di grande autorità, in Vienna del Delfinato, dove fu trasferito ed avuto in grande onoranza il corpo del santo Abate del deserto. Essi vestivano abito nero, e portavano alla parte sinistra del petto il _Tau_, segno mistico della potenza, che era una croce senza capo, di panno ceruleo, raccomandato ad un nastro sovra la cappa.
Questi monaci dal loro patrono presero nome di Antoniani, ed il beato Umberto III di Savoia da loro invocato si porse benigno a soccorrerli. Il 27 giugno pertanto del 1181 quel munifico principe concedette ai monaci di Ranverso una grande distesa di terreni, franchigie di pedaggi e dazi, e proprietà di molini e giurisdizione sugli uomini che abitassero ne' possedimenti degli Antoniani; il che venivali a costituire in grado di baroni. E tali cose donò e concedette a richiesta ed istanza del suo _diletto e caro Giovanni, e di Pietro_ fratello del medesimo.
E chi era questo diletto del beato Umberto? Non poteva essere per certo un uomo volgare, che egli non avrebbe posto l'affetto suo in un dappoco. Conveniva pertanto che quel Giovanni fosse segnalato o per dottrina o per pietà: e vedremo che fu tale per l'un titolo e l'altro.
XXVII.
Le memorie di Ranverso e di quel Giovanni, che n'ebbe il governo, la veduta dell'antica chiesa di severo stile, del monistero a due piani murato a ridosso di verde ed amena collinetta volta a tramontana, e dell'edificio che già fu spedale di pellegrini, mi porsero invito a visitare que' luoghi in un bel mattino d'agosto (1865); e mi fermai in sulla piazzetta fra lo spedale e la chiesa pensando al sentimento religioso che ne consigliò l'erezione.
Gli Antoniani cessarono d'esistere, e _S. Antonio di Ranverso_ ora è commenda che appartiene all'ordine dei Cavalieri dei Santi Maurizio e Lazzaro. Il monistero annesso alla chiesa è abitato solamente dai cappellano e dall'economo che presiede agl'interessi della Commenda.
Lo spedale non conserva d'antico se non la bella gotica porta che mette al giardino, ed il luogo è quasi deserto. Incontrai alcune guardie forestali dell'Ordine Mauriziano, e nell'ospizio, ove un tempo si vedevano raccolti viandanti stanchi ed infermi, trovai una pia fittaiuola di Avigliana, che vincendo di ospitalità il brusco economo, mi accolse con atti cortesi nella povera ed unica sua stanza fra due bimbi e cani e gatti e polli. Quella madre dei due bimbi stese una bianca tovagliuola sulla rustica tavola, e mi porse una tazza di caffè e latte, col pan bigio di campagna.
Ed io ne fui lieto come a lauto desinare.
XXVIII.
Il cappellano di Ranverso, Luigi Quartino, era andato al paesello Rosta, e non appena tornato mi riconobbe festivamente per il poeta di cui aveva udito i versi improvvisi nel verno del 1837, alunno nel seminario di Nizza.
Quel bravo sacerdote volle essermi guida su per l'ampia scala, e ne' corridoi del grandioso monistero, ed introdottomi nelle sue stanze mi aperse libri e notizie manoscritte da lui raccolte, importanti alla storia del luogo; e mostrommi la lista araldica di cinquanta stemmi di maestri ed abati dell'Ordine Antoniano, ch'egli fece trarre dalle pareti del chiostro e colorire con molta diligenza.
Io ne segnai gli appunti in un quaderno di memorie, e già sulla soglia della piccola sua biblioteca io stava per uscire col cappellano e visitare la chiesa, quando m'imbattei a faccia a faccia con un prete francese, che già aveva conosciuto a Lione dal 1838 al 39, fra i più venerati e dotti amici dell'Ozanam, cui andiamo debitori di rare opere di letteratura storica e religiosa.
Deggio tacerne il nome per obbedire alla soverchia sua umiltà e modestia.
XXXIX.
--Oh Regaldi! sclamò il prete francese cingendomi il collo delle sue braccia.
--Oh! signor abate, risposi io facendo altrettanto. E stemmo alcun tempo guardandoci l'un l'altro con sorriso di gioia.
Alla fine l'abate prese la parola e mi disse:
--Mio caro, il proverbio non falla: i monti stan fermi e gli uomini s'incontrano.
--Oh! senza dubbio, risposi, con lui rientrando nella biblioteca al dolce invito del cappellano, e ci sedemmo l'un presso l'altro in vecchi seggioloni a bracciuoli.
--Gli uomini, seguitai a dire, si muovono e s'incontrano. Io incontrai l'ultima volta il nostro rimpianto Ozanam nel 1841 in Sicilia, innanzi alle storiate porte di bronzo della basilica normanna di Monreale, e in certe antiche parole di quella porta salutammo insieme gli esordi della lingua che divenne tanto armonica e divina nel poema dell'Allighieri, di cui egli fu sublime interprete filosofando cristianamente. Ed ora incontro voi (e ne ringrazio il cielo), suo degno amico, pure innanzi a cristiano monumento, in luoghi ricchi di memorie religiose e guerresche.
Dacchè ci siamo conosciuti volsero molti anni, ne' quali ho corso l'Oriente studiando la storia del Cristianesimo e i fasti della cavalleria latina.
--Ed io, ripigliava egli, ho corso ormai tutta Europa, rovistando gli archivi polverosi, per suscitare nomi e storie d'insigni francesi che portarono fra gli uomini la fede, la scienza e la civiltà.
Spesso mi chiudo e vivo nella solitudine de' chiostri, e non cercando i rumori della fama, colla pubblicazione di memorie anonime mi compiaccio di rivendicare a' miei antichi ciò che loro è dovuto: e qui, poco discosto dalle Chiuse, qui dove suonano gl'imperituri nomi di Pipino, di Carlomagno e di Rolando, non può a meno che non si rinvengano le notizie di qualche nostra gloria, di cui siansi giovate a vicenda la Religione e la Civiltà.--
Ciò diceva con quel fare enfatico, proprio de' Francesi, che cercano la loro patria in ogni terra, e fiso aspettando da me una risposta.
--Oh! ripigliai sorridendo, qui nel chiostro di Ranverso non credo che i vostri Franchi abbian lasciato veruna memoria. Il convento e la chiesa sono del secolo duodecimo, e debbonsi ad un Umberto di Savoia ed a Giovanni Gerso.
XXX.
IL LIBRO _De Imitatione Christi_.
--Come, come! interruppe con enfasi l'abate, rizzandosi in piedi: Giovanni Gerson, avete detto?
--Per l'appunto. Gerso o Gerson vale lo stesso.
--L'autore forse de' quattro libri _Dell'imitazione di Cristo_?
--Senza dubbio.
--Ma allora questo monistero si deve ad uno dei nostri.
--Scusatemi, ottimo abate, se vi contraddico. Il Gerso o il Gerson della _Imitazione di Cristo_ venne qui da Cavaglià dove nacque, e Cavaglià è un luogo di 2400 abitanti, nel circondario di Biella, sulla via maestra fra Ivrea e Vercelli.
--E il Monfalcon?
--Il Monfalcon nell'edizione poliglotta di Lione, per soverchio amor di patria, attribuì il famoso libro al cancelliere Giovanni Charlier, nato nel villaggio di Gerson, diocesi di Reims, e morto a Lione nel convento dei Celestini.
--Precisamente!
--Or bene, il vostro cancelliere, mio caro abate, era un Charlier, e il nostro monaco un Gerson, l'uno e l'altro dotto e pio, l'uno e l'altro rispettabile e benemerito della religione e delle lettere.
--E chi vi dice, ripigliava l'abate con un po' di bizza, che l'autore di quell'aureo libro non sia piuttosto il nostro Charlier che il vostro Gerso? Quanti uomini insigni non presero nome dal luogo natale, specialmente ne' tempi lontani!
--Voi dite bene, gli risposi; ma in controversie, come questa, mi concederete che le date e i codici debbano dissipare ogni dubbio e far risplendere la verità.
--Per l'appunto.
--Allora con calma cristiana uditemi. La storia del libro _Dell'imitazione di Cristo_ e del vero suo autore, scritta dal cavaliere Degregori, e il codice _De Advocatis_ da lui trovato nel 1830 in Parigi, nella libreria Techener, e donato all'archivio capitolare di Vercelli, sono gravi argomenti contro coloro che ne facevano autore il Kempis e il cancelliere parigino Gerson. Valenti bibliofili e paleografi giudicarono essere il codice _De Advocatis_ del secolo XIII, quando ancora non erano nati nè l'uno nè l'altro dei supposti autori.
Ernesto Rénan, acuto indagatore, se non pio cattolico, quale voi siete, o Abate, è pure d'avviso[28] che nessuno di quei due sia l'autore d'esso libro; e il dotto vostro amico, conte di Montalambert, nella sua _Storia di Santa Elisabetta d'Ungheria_, celebrando il libro _Dell'imitazione_: _cet ouvrage que tous les siècles ont reconnu sans rival_, lo attribuisce pure al Monaco vercellese.
Io per rinvigorire il mio assunto non imiterò il Paravia nel suo elegante ed erudito discorso intorno al vero autore _Dell'imitazione di Cristo_, che primamente ai 2 di aprile 1846 recitava nell'ateneo di Treviso, nè seguirò il Rénan nel suo capitolo: _L'auteur de l'imitation de Jésus-Christ_, col citare a documento il _Diarium_ della casa Avogadro, nel quale fu detto essere registrata una nota, da cui risulterebbe che nel 1349 il prezioso codice _Della imitazione_ era già da gran tempo posseduto dagli Avogadro, come tesoro ereditario.
Nessuno affermò di aver veduto quel Diario. Nol vide monsignor Giovanni Pietro Losana, vescovo di Biella[29], che testimoniò di aver veduta la nota famosa; ma a dir vero, sulla fede soltanto di un _fac-simile_, presentatogli dall'abate Gustavo Avogadro, fattosi innanzi ai dì nostri qual possessore del prezioso _Diarium_, uomo per altro dì molto credito tra i famigliari del cardinale Morozzo, vescovo di Novara. Non lo potè vedere dopo ripetute istanze il Degregori; nè il conte Filiberto di Colobiano lo trovò nella libreria dell'estinto Gustavo Avogadro, acquistata in nome della Regina vedova Maria Cristina. Monsignor Malou dichiarò il _Diarium, chiffon de vieux papiers qui n'a aucun caractère authentique ou extrinsèque d'authenticité_. Fu del Diario degli Avogadro probabilmente come della pergamena del cremonese monsignor Dragoni[30], con cui si provava ad evidenza che Martino, diacono di Ravenna, insegnò a Carlomagno la via delle Alpi. La pergamena tenuta come autentica dal Troya e dall'Odorici, venne giudicata falsa dal Vustenfeld, e dimostrata tale con inconcussi argomenti dall'esimio Francesco Robolotti.
Non vi parlo insomma di merce spuria o sospetta, ma di documenti irrefragabili che il conte Luigi Cibrario, primo segretario di S. M. per il gran Magistero dell'Ordine de' Ss. Maurizio e Lazzaro, scoperse nell'archivio di quell'Ordine, e che di buon grado vi mostrerà, come fece a me, con gentilezza pari alla nota sua dottrina.
Anzi, egli ne pubblicò una erudita e coscienziata relazione, e la trovate in questa libreria del Cappellano, nel volume delle _Operette varie_ del Cibrario.
XXXI.
--Oh il Cibrario! interruppe l'Abate: l'autore della _Economia Politica del Medio Evo_, è scrittore grandemente stimato anche dai nostri Francesi, i quali non sogliono tener conto che delle vere celebrità.
--Non istento a crederlo.
--Ebbene, vediamo che dice il Cibrario.
Pregai il Cappellano ad aprirmi la libreria, ch'io aveva mezz'ora prima esaminata, e tratto da uno scaffale un volume del Cibrario stampalo dai Botta a Torino nel 1860, l'apersi alla pagina 425 e vi leggemmo: «Sovrabbondano poi argomenti e prove materiali per dimostrare che ad uno scrittore del secolo XII e XIII, non ad altri d'età posteriore, si debba attribuire il libro _Dell'imitazione di Cristo_. Prima di tutto, lo stile dove si vedono di quando in quando reminiscenze di quelle cadenze rimate colle quali s'intendeva ad abbellire la metà ed il fine dei versi ed anche le prose dei letterati dei secoli XI e XII--Parvus est _dictu_, sed plenus sensu et uberi _fructu_--Si posset a me fideliter _custodiri_, non deberet in me turbatio _oriri_».
--Oh! sì, sì, codesto è modo antico, esclamò l'Abate.
--Proseguiamo a leggere: «Poi la dolcezza, la semplicità dello stile, la scarsità delle citazioni convengono ai tempi in cui fiorì il fondatore di Sant'Antonio di Ranverso, e spiegano come il libro _De imitatione_ abbia potuto attribuirsi da molti a S. Bernardo, che di alquanti anni lo precedette. Ed all'opposto dimostra il poco avvedimento di coloro che a Giovanni Gerson, cancelliere parigino, e peggio ancora, a Tommaso da Kempis, scrittori dei secoli XIV e XV, e di genio disparatissimo, lo attribuirono».
--Queste gravi ragioni del Cibrario mi entrano nell'animo, sclamò l'Abate francese.
--Ma procediamo innanzi, ripigliai io, vediamo che dice il Cibrario intorno ai codici del famoso libro controverso. Egli ne cita sei: quello della Cava che dalla forma dei caratteri, e specialmente delle maiuscolette, riconosce evidentemente non potersi riferire fuorchè alla prima metà del secolo XIII; quelli di Polirone e di Vercelli, che appartengono al medesimo secolo; quello di Robbio in carta bambagina, ed altrettanto antico; quello di Arona, conservato nella biblioteca della R. Università di Torino; alfine è l'Allaziano, che il Baluzio, il Ducange ed altri autorevoli paleografi, giudicarono del secolo XIV. Ora, signor Abate, sapreste dirmi quando nascesse e quando sia morto il vostro Giovanni cancelliere?
--Credo nascesse nel 1360 o in quel torno, e morisse presso a poco sul 1430.
--Si fa presto, soggiunsi, a saperne precisamente le date. Ecco qua il _Dizionario Universale_ del cav. Angelo Fava. Ecco l'articolo _Gerson_.... Vediamo: «Giovanni Charlier nacque a Gerson nel 1363 e morì a Lione nel 1429». Ora se il codice della Cava del libro _De imitatione_, nel quale è miniata l'effigie di un monaco Antoniano, fu scritto prima del 1260, non poteva l'opera essere dettata da chi venne al mondo un buon secolo dopo. Non parliamo del Kempis che nacque nel 1380, e morì decrepito nel 1471.
--Intorno al Kempis, m'interruppe l'Abate, io non avrei questionato mai. Tommaso da Kempis, di cui ho letto attentamente la vita, nacque in Prussia a Kempen, e si chiamava Hamerken, cioè _Malleolus_, ed essendo poverissimo, si fece monaco a Monte Sant'Agnese di Deventer, e da principio si guadagnava la vita copiando libri corali. Valente calligrafo, trascrisse poscia e ripetè Bibbie e raccolte diverse, e specialmente i quattro libri _De imitatione Christi_, cui scriveva in fondo _finitus et completus per manus fratris Thomae a Kempis_; e li mandava _pro praetio_ a vari monasteri della Germania. Da ciò si vede che era un amanuense, un copista, ma non un autore, come indarno tentò dimostrare l'illustre prelato Malou.
--Ebbene, io replicai, v'invito a leggere per intiero questa erudita memoria del Cibrario, da cui si apprende eziandio che il Gerso di Cavaglià era monaco Antoniano e non Benedettino, come si era creduto per lo innanzi, e che probabilmente s'iniziò alla vita monastica nella casa dei frati Spedalieri in Vercelli; dipoi qui venuto a fondare il chiostro di Ranverso, fu assunto alle più alte dignità del suo ordine religioso.
Non vi prenda maraviglia, ottimo Abate, ch'io m'intrattenga con tanto zelo a ragionarvi dell'autore del libro _Dell'imitazione di Cristo_: incontrerete altri e non pochi in Italia, che ve ne parleranno col medesimo affetto.
Presso Padova, nel cospicuo monistero di Praglia, il monaco benedettino Buzzone per molti anni volse l'animo a raccogliere in gran copia le edizioni a stampa di questo santissimo libro; e Murano, l'isoletta che fu prigione a Silvio Pellico, ne ha una raccolta più abbondante nell'antico ospizio di S. Michele. Inoltre un viaggiatore inglese narra nel _Galignani_ (giugno 1859), che in Vercelli, mentre ardeva la mischia fra Italiani ed Austriaci sulle prossime rive della Sesia, un canonico nell'archivio capitolare gli mostrava il codice _De Advocatis_, e si riscaldava a provargli che l'autore di quel libro era il Gerson vercellese; e tutto ciò faceva il buon canonico con animo sereno, come se allora la guerra non tonasse alle porte della città.
Questi particolari dimostrano la riverenza profonda degl'Italiani al libro _Dell'Imitazione_, fatta più viva dalla maggior frequenza di lettori, allettati dall'elegante versione italiana dell'abate Cesari.
Caro Abate, non vi maraviglierete dunque che anch'io, come il monaco di Padova e il canonico di Vercelli, porti singolare affetto al Gerson che fu il fondatore di questo chiostro, e che forse meditò il celebre libro nella prossima chiesa che andremo a visitare.
--Ammiro, sclamò l'Abate, l'ossequio degl'Italiani al pio libro su cui tanto si è disputato. Benchè un nostro romanziere lo pigliasse a gabbo in questa età di scettici, pure le anime credenti, nelle tribolazioni, cercano conforto in quel libro, che il nostro Lamennais traduceva e splendidamente commentava nei giorni migliori della sua fede, e che il vostro Gioberti baciava morendo.
Così parlando mi strinse fortemente la destra e poi riprese:
--Sì, sì, il libro _Dell'Imitazione_ è santissimo libro. Oh! come si sarebbe deliziato in questi discorsi il nostro lagrimato Ozanam, che tanto amò Francia e Italia, immedesimandole nel sentimento del bello e del vero. Egli, abborrente dagli spiriti di parte, e con intendimento tutto umano, avrebbe con noi conchiuso, che il libro _Dell'Imitazione_, sia dettato da un Francese, da un Italiano o da un Alemanno, è opera che onora tutta la cristianità.
--È vero, è vero, disse il Cappellano, ch'era stato sempre intento ad ascoltare il nostro dialogo, e soggiunse: Ora venite meco a visitare la bella chiesa fondata da Giovanni Gerson.
XXXII.