La Dora

Part 1

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NOTE DEL TRASCRITTORE:

--Corretti gli ovvii errori tipografici e di punteggiatura.

--Gli apici sono stati resi con un accento circonflesso: testo^[apice]; qualora l'apice contenga due o più lettere, queste sono racchiuse da parentesi quadre.

--Alle pagine 441-442 l'intestazione di sezione XLVIII risulta mancante nell'originale. Tale anomalia è stata mantenuta.

CANTI E PROSE

DI

G. REGALDI

VOL. II.

TORINO

TIPOGRAFIA SCOLASTICA DI SEBASTIANO FRANCO E FIGLI

1861

LA DORA

ALLA MEMORIA

DI

TERESA GEORGE CIBRARIO[i]

Anima bella, che dal buio uscita Della mortal vallea, drizzasti il volo Agli splendor della seconda vita;

O Teresa gentil, vedovo e solo Quaggiù l'Eletto che ti fu consorte, Si lagna a te per insanabil duolo.

Ed io compunto dell'acerba sorte, Fa cor, gli dissi, e contra i mille strali Della fortuna opponi anima forte.

Tu che del tempo l'ira invitto assali, Erodoto novel, ne' dotti studi Ti riconforta de' sofferti mali.

A te conviensi disfidar de' crudi Eventi le procelle, a te fia gloria Sdegnar del mondo i miseri tripudi.

Tu che dell'egra patria alla memoria Porgesti, quasi farmaco sicuro, L'augusto onor della sabauda istoria,

Torna a svegliar de' secoli che furo I magnanimi gesti, e nuova lena N'avrà d'Italia il fato alfin maturo.

Vieni meco a spirar l'aura serena Fra i pioppi della Dora, e fanne aperti I patrii fasti onde la mente hai piena;

E i campi, dove più sembran deserti, Di tua scïenza popolati al lume, Mi narreran del secol prisco i merti;

Sì che levato oltre il volgar costume Ad ardua meta, di te degno io sia, Mentre a te vo sacrando il mio volume.

«Dolce amico, ei sclamò, l'opera pia Del tuo volume, deh! sacrar ti piaccia Alla memoria della donna mia.

Ella che fida alla paterna traccia, Amò gli eroi Sabaudi, e disdegnosa Fremea dello straniero alla minaccia,

Ed ora innanzi a Dio canta festosa Questo bel regno ausonico nel verso Che a noi pingeva ogni diletta cosa;

Ella di nostre lagrime cosperso Avrà in grado il tuo libro, ed io n'avrei Per te conforto, io che fra cure immerso,

Sempre ho l'imagin sua negli occhi miei». E sì dicendo per la man mi prese, E mi addusse alla stanza, ove tu sei

Effigïata sì che fai palese[ii] La nobil'alma nel gentil sembiante, In che l'amico mio tanto s'accese.

A te, come a risorta, io trassi innante Preso di meraviglia, e dai coralli Del tuo labbro attendea parole sante.

Le rose e i gigli delle nostre valli Ti fiorivano in volto, e fuor ti usciva Dagli occhi il lampo de' siderei balli.

Irradïato di tua luce diva, Vid'io converso in mistica Sionne Il sacro ostello che d'intorno oliva.

O benedetta fra le itale donne, Prendean vita per te le pinte mura, I cherubi arpeggianti e le madonne[iii];

E parlavan del Ben che sempre dura, E delle rose ch'ei lassuso eterna Per chi si leva dalla terra impura

All'empireo giardin che mai non verna: E tu nell'ineffabile sorriso Significasti la tua pace interna.

Ahi! m'afflisse il mirar nel tuo bel viso, Quando alla dolce illusïon fui tolto Da lagrimosi guai che m'han conquiso.

Era lo sposo tuo che ruppe il molto Dolorar ne' singulti a me d'accanto, E presso al caro effigïato volto

Mostrando sovra eburnea croce il santo Martire del Calvario, ah! ne' sospiri, Amore e morte, dir parea col pianto.

Cittadina del ciel, tu che i martìri Puoi consolargli col benigno raggio Che accende l'aurea sfera in cui t'aggiri,

Deh! tu l'aiuta sì che possa il saggio Colla virtù della civil parola Far nuovo al Sire ed all'Italia omaggio.

O grazïoso spirto, a lui deh! vola Nel mormorio de' zeffiri söavi Onde il Chiuson le afflitte alme consola;

E di un sorriso rallegrando i gravi Lutti nell'odorifera pineta, Torna al poggio ospital che tanto amavi[iv].

Se incontrerai me pellegrin pöeta Col tuo fedele che mi fu sì pio, Deh! mi piovi nell'anima inquïeta

Il bello e il ver che tu vagheggi in Dio, Mentre t'invoco ne' miei versi, e come Dettami patrio amor, ti sacro il mio

Libro, che fausto ha dalla Dora il nome.

NOTE

[i] Teresa George, consorte di S. E. il ministro Conte Luigi Cibrario; nata a Stradella il 15 di marzo 1815, morta a Torino il 6 di novembre 1860.

[ii] _Effigïata sì che fai palese_

Ritratto in tela della rimpianta donna: egregio lavoro del cav. Angelo Capisani.

[iii] _I cherubi arpeggianti e le madonne;_

Nella stanza ove si ammira l'accennata effigie sono accolte opere d'arte molto pregevoli, fra le quali un Crocifisso d'avorio del Lacroix, due Angeli sonanti l'arpa, dipinti su tavole da Gaudenzio Ferrari, e una Madonna del Murillo.

[iv] _. . . . . al poggio ospital che tanto amavi._

_Villa dei pini_ di S. E. il ministro Cibrario, su d'un colle presso Pinerolo.

CAPITOLO PRIMO

DAL MONGINEVRA A SUSA

I.

LE SORGENTI DELLA DORA E DELLA DURANZA

In Palestina, alle pendici dell'Antilibano (18 maggio 1850) riposai da lungo cammino presso una sorgente del Giordano, le cui limpide e copiose acque mormoravano fra l'erbe e gli oleandri di Panias. Nella Maina, sceso dal selvoso Taigeto (6 settembre 1852) in Cefalofrissi, mi assisi fra gli antichi platani, che cerchiano la sorgente dell'Eurota, del caro fiumicello, che irriga la valle di Sparta, assiepato di ogni sorta di piante e ricco di poetiche ricordanze.

Volli visitare le sorgenti dei due fiumi, che in Oriente mi simboleggiavano Terrasanta e Grecia, la Bibbia e l'Iliade, quasi che a quelle sorgenti dovessi attingere le prime ragioni informatrici dei due massimi libri, che tengono il dominio dell'intelletto e del cuore. In simil guisa dopo tre lustri di pellegrinazioni, tornato alle terre natali, volli alle sue sorgenti fra le balze del Monginevra salutare la Dora, il diletto fiume che mi simboleggia la patria, e fra le immagini e gli studi della Bibbia e dell'Iliade mi temprò la vita ad onesti propositi ed a carmi animosi.

La Dora, dalla sorgente sino al lido dove mette nel Po, colla leggenda e coll'istoria, colla vista de' suoi gioghi e de' suoi piani, e con le memorie e le virtù de' nostri popoli scalda l'animo di ogni italiano, imperocchè bagna la Macedonia d'Italia, la reggia dei magnanimi principi, che educano e guidano i popoli alle guerre della indipendenza nazionale, il quartiere dei forti eserciti, l'asilo degli esuli generosi, il santuario della libertà e della civile sapienza italiana. I fiumi dell'antica Grecia furono venerati dai sacerdoti, celebrati dai poeti, ed io amo celebrare il fiume sacro del Piemonte, il fiume della mia giovinezza e delle mie prime canzoni.

II.

Il Monginevra o monte Ginevra, come lo appella lo storico Botta, giganteggia nella cerchia delle Alpi Cozie, all'altezza di due mila cinquanta metri sovra il livello del mare. Colà un tempo quali tutelari divinità furono onorati Apolline ed Ercole e le Dee matrone, invocate specialmente a tutela della salute. Ora per l'altipiano del monte si distende un umile villaggio, con una chiesa eretta su le rovine d'un tempio pagano: vi sorge un obelisco di pietra in onore di Napoleone I con iscrizioni nelle lingue latina, italiana, francese e spagnuola. Ma il monumento più grato a chi stanco vi giunga, è l'ospizio fondato nel 1343 da Umberto Delfino II e ristaurato da Napoleone I, le cui battaglie son dipinte su le pareti d'una stanza, dove in un quadro si conserva una foglia del salice, che nell'isola di Sant'Elena gli ombreggiava il sepolcro, ed un pezzetto di piombo della funebre cassa: reliquie che un uffiziale di gendarmeria si procacciò in quell'isola.

Poco importano fronde e piombi che toccarono la polvere inanimata di quell'uomo là, dove sento e veggo il suo spirito creatore nell'ampio cammino aperto fra le viscere delle Alpi!

Napoleone affidava la cura dell'ospizio ai Trappisti; ora v'ha soltanto un sacerdote con titolo di direttore, l'abbate Augel, che in dono vi recò dipinti di molto pregio, e quando, singolarmente nel verno, gli manca la compagnia dei vivi, conversa coi morti fra molti libri di materie ecclesiastiche, coi quali egli passa i suoi dì, beato di dottrina e di solitudine.

Quel sacerdote mi è stato assai cortese ponendo a mia disposizione il suo servo e il suo cavallo, cui si aggiunse una guardia forestale favoritami dall'ispettore Guglielminetti, perchè potessi con agio visitare nelle loro sorgenti la Dora e la Duranza, due sorelle, genii del bene e del male usciti da un medesimo principio.

Presso l'ultimo picco bicornuto del Monginevra, intorno al giogo di Soreau, sulla costa volta ad occidente, nella valle del Gondran scaturisce la malefica Duranza, le cui temute acque s'incanalano per le scheggiose forre di orride montagne, mentre nell'opposita costa ad oriente s'odono mormorare fra i larici le prime fonti della Dora, sul cui margine vidi tremolare le erbette e i fiori al sorriso di più benigna natura.

Direbbesi quasi che nella Duranza si agiti una furia, la quale dalle Alpi scendendo minacciosa, porti colle gonfie acque la desolazione nei seminati campi della Francia. Non così della Dora, fecondatrice benefica delle nostre campagne subalpine. Nelle sue sorgenti ella sospira con innocente grazia pastorale, e discesa al piano, diviene regina, diletta ed onorata da tutte le genti italiane.

Gli spiriti di Caino e di Abele s'incontrano su le più alte cime del Monginevra. Quello di Caino mira all'occaso, e seguitando nella loro corrente le acque della Duranza, rinnova la sua antica disperazione; e lo spirito di Abele guardando ad oriente, benedice le acque della Dora e le accompagna coi canti dell'amore e dei santi olocausti.

Per tal modo la Dora e la Duranza seguono il contrario loro destino, come suona la stessa loro denominazione; imperocchè vuolsi che la Dora così venisse appellata, o perchè gli antichi opinavano ch'ella menasse arene d'oro, o perchè colle sue acque fecondatrici portava l'abbondanza, la ricchezza, l'oro nelle terre da essa irrigate; e all'incontro la Duranza deriverebbe da _dure acque, dure onde_, come spiegano i commentatori del Petrarca alla Sestina VII:

Sovra dure onde al lume della luna.

La Dora nel dividersi dalla sorella Duranza, da lei si accommiata con un addio, che udii ripetuto su quelle balze, ed io pur lo ripeto, prima di seguire le correnti del patrio fiume:

Adieu donc, ma soeur la Durance, Nous nous séparons sur ces monts, Toi, tu vas ravager la France, Moi, je vais féconder le Piémont.

III.

Povera di acque e con umile mormorio scende la Dora fra le roccie di Gimonte a destra e quelle del Chiabertone a sinistra, montagne che ricordano il passaggio di Annibale, e così vicine l'una all'altra, che nei loro tortuosi laberinti par vogliano stringercisi addosso e soffogarci.

Quale spettacolo di spavento in primavera quando le valanghe spiccatesi dall'alto e attraversata la via, si accavallano su la Dora, formando un varco, sotto cui mormora il fiumicello, mentre sovra massi di ghiaccio e di neve si tragitta con bestie e carri non altrimenti che su d'un ponte artifiziale!

Uscendo da anguste gole, si spira aria più libera, e più estesa vi si apre la veduta de' monti e delle valli, toccando il ponte della _Comba_, sotto il quale scorre la Dora, che accogliendo il tributo di molti rivoletti, ora a cielo aperto mostra le chiare acque, ora modestamente le nasconde sotto le ombre dei pini e dei salici; e qua arginata o libera, colà in ampio letto spaziando, mormora e spumeggia, e, discesa in Cesana, al norte del paese presso un picco selvoso del Chiabertone si disposa al grosso torrente _Ripa_, da cui piglia l'aggiunto di _Riparia_.

IV.

IL PASTORE DI BOUSSON

Scendendo dal Monginevra con una guida ben pratica dei luoghi, attratto dalla varietà delle vedute silvestri, lasciai la via de' carri e volsi a destra della Dora internandomi per intricati meandri di balze e valli; e dopo un'ora di cammino, mi giunse all'orecchio un suono di zampogne ed un belar di armenti, e discoprivo capanne di pastori in estesi prati e tra foreste di larici e di abeti.

Lontano dal rumore e dal fasto delle città, io mi sentiva beato fra le dimore pastorali, che a Torquato Tasso aprirono tanta vena di verginale poesia, ch'egli, non contento di averle già maestrevolmente descritte nell'_Aminta_, tornò a celebrarle nel settimo canto della _Gerusalemme_, dove travagliato dal pensiero delle infide corti, forse ritraeva l'ideale di sè stesso, quale avrebbe voluto essere, nel vecchio pastore di Palestina.

A questo io meditava quando sulle cime del Chiabertone levossi una negra nuvola, che a poco a poco stendendosi, andò a congiungersi con altre; sicchè il cielo delle Alpi, poco prima così limpido e sereno da cambiarsi coi cieli dell'Asia e dell'Africa, si fece ad un tratto grave di tenebre e minaccioso. Si direbbe che l'Ariosto fosse colà andato ad inspirarsi quando dettò la maravigliosa ottava:

Stendon le nubi un tenebroso velo Che nè sole apparir lascia nè stelle.

La folgore serpeggiava fra le nubi e romoreggiavano i tuoni, e non andò guari che piovve a diluvio. Affrettai il passo dietro la guida, che ai fini di Bousson mi condusse a ripararmi nella capanna d'un vecchio pastore suo amico.

Le pastorali capanne di Bousson sorgono da un muricciuolo cementato di calce, conteste di tavole di abete e di larice, ed hanno tutte una capace stalla in due scompartimenti, l'uno per il bestiame, l'altro per il pastore e la sua famiglia.

Quella dove io entrai era delle meglio agiate; imperocchè, in una cameretta separata dalla stalla, sedeva innanzi al focolare il buon vecchio, vestito di panno bigio, con in testa un berretto bianco rincalzato da un cappello di feltro a larghe tese.

Era affisso alla parete un tavolato, dove splendevano nitidi gli utensili della cucina e della pastorizia. A capo del pagliariccio ardeva una lampa innanzi ad un'immagine di Maria, e vi pendeva un rosario che finiva in piccola croce. Accanto all'immagine della Vergine vedevasi una rozza effigie di Napoleone I, ed a questa di riscontro una vecchia sciabola.

--Evviva Giacomo!--sclamò la guida entrando.--Abbiamo un tempaccio del diavolo, ed io vengo da voi con questo viaggiatore per ripararci dall'acqua.

--Siate i ben venuti--rispose il buon vecchio.--Qua; sedete meco al camino, ed asciugatevi. Lucia! porta delle legna.

Ed ecco entrar frettolosa Lucia, la giovine e bella figlia di Giacomo, che, deposta la rocca da cui traeva la lana, con manipoli di secche frondi rese più viva la fiamma del focolare. Poscia riprese la rocca, e, filando, andò a sedere allato al padre.

In quell'ora procellosa Lucia era veramente l'angelo, la stella della consolazione.

Vestiva un giupponcello di panno bigio, una corta gonnella, egualmente di panno di tinta oscura, con un grembiale di tela turchina. La parte superiore del giupponcello terminava a fior di spalle in una listina di mussola, che in gran parte copriva gli avorii del seno. Il volto di Lucia sarebbe stato all'Urbinate un prezioso tipo per le sue madonne. Gli occhi azzurri ed i coralli del breve labbro sfavillavano fra i gigli e le rose del verginale sembiante; ed il cuffiottino di trapunto bianco con due fettucce raccomandato al mento, faceva viemmeglio spiccare quell'angelico viso, sul quale scorrevano a guisa di fila d'oro le ciocche de' biondi capegli.

Giacomo e Lucia sotto la capanna di Bousson mi rappresentavano la vecchiaia e la giovinezza adorne di riverenza e di amore.

V.

Il buon Giacomo mi dimandò della mia patria e del mio nome, e donde venissi e dove andassi; ed io, soddisfatto che l'ebbi in ogni sua domanda, entrai alla mia volta ad interrogarlo della sua vita e della sua famiglia.

--Un po' di bene e un po' di male, qui come in tutto il mondo,--mi rispose egli traendo un sospiro. Indi soggiunse:

--Grande è l'emigrazione da questi monti e da Cesana istessa, poichè son finiti i lavori campestri. A me, padre di cinque figli, resta la compagnia di quest'una, che nel verno viene meco col gregge nei piani di Torino, e nella nuova stagione meco risale queste alte montagne.

Dei maschi, uno insegna a leggere e scrivere in un villaggio della Savoia, un altro è quell'arrotino che bene spesso fa udir la sua voce per le vie di Susa; il terzo campa la vita e raggranella qualche soldo con due suoi compagni, mostrando la _lanterna magica_ per città e ville al suono della ghironda e delle nacchere. Il più giovine lavorava con molto utile nelle officine di Marsiglia; ma nel quarantotto, saputo di Carlo Alberto che avea intimato guerra al Croato: _sono italiano anch'io!_ sclamò con tutto l'ardore dei suoi diciott'anni; e, lasciata Francia, corse a raggiungere i fratelli d'Italia sui campi lombardi, combattendo da soldato valoroso nella buona fortuna e nella cattiva.

--Ed ora?

--Ora è di sua sorte più che tutti contento nelle file del nostro esercito, con sul petto la medaglia al valore militare, non senza speranza di cambiare tra poco i galloni del sergente con gli spallini dell'uffiziale.

--Ma, ditemi: vostro figlio, prima di farsi soldato d'Italia, non venne a vedervi?

--Venne.

--E gli deste il paterno consenso?

--Padre! vado a combattere per la patria, per l'Italia!--mi disse.--Mi ricordai che avevo militato anch'io, e per una causa men santa; alzai la mano e lo benedissi.

--Oh degno padre di un degno figlio! Ma, ditemi ancora: dove e quando avete voi militato?

--Sotto il primo Napoleone (e ne additò il ritratto), nel cento undecimo reggimento, siccome lo attestano quella vecchia sciabola e questi bottoni qui del giubbetto, staccati dall'uniforme ch'io indossava nell'ultima rassegna del maresciallo Davoust dopo la fatal campagna di Russia.

Fra questi parlari la folgore serpeggiava innanzi al finestrino della capanna, ed i tuoni romoreggiavano sempre più, quasi che volessero schiantar la capanna dalle fondamenta.

Fremono i tuoni e pioggia accolta in gelo Si versa e i paschi abbatte e inonda i campi, Schianta i rami il gran turbo, e par che crolli Non pur le querce, ma le rôcche e i colli. (TASSO).

Io mormorava cotesti versi, ed il buon vecchio levatosi da sedere volse gli occhi alla immagine di Maria; e stesa la callosa destra prese il rosario, e, baciatolo, mormorò una preghiera e versò qualche lagrima.

Lucia, vedendomi intento a quell'atto religioso, mi disse:

--Il padre stringe il rosario, che la cara madre avea fra le mani, quando morì in questa capanna, pregando per noi. Quell'immagine e quel rosario sono il nostro scampo nelle disgrazie. Ah! vedete come già cessa lo scrosciar dei tuoni e il diluviar della pioggia?

Veramente il cielo si abboniva; ond'io ringraziai l'uno e l'altra delle amorevoli accoglienze, uscii colla guida per affrettarmi a Cesana, dove giungemmo in capo ad un'ora sotto luminoso arcobaleno, che, coronando la capanna del pio pastore, dalle falde del Chiabertone alle acque della Ripa mirabilmente si distendeva.

VI.

CESANA

Reliquia dell'antico Scingomago, Cesana è un paesello fra la Ripa e la Dora, con tettoie di abeti e di larici, con castelli in rovina, e dominato dall'antico campanile della Chiesa parrocchiale. Nel secolo decimosettimo contava sei mila abitanti, ora appena sei cento: piccolo popolo industre e procacciante.

Pochi in Cesana che non sappiano leggere e scrivere, e non siano laboriosi. Chiesi un barbiere, e mi fu mandato un _Adrien_, maestro di scuole elementari in Francia, poscia colono e barbiere in patria, ed usciere della Giudicatura.

In Cesana l'aria è salubre. Vittorio Alfieri la trovò ai suoi studi tanto benigna, che due o tre anni della stagione estiva quivi abitò la casa _Ailliaud_, dove scrisse parecchie tragedie. Se la vivida aria delle Alpi, il murmure della Dora e della Ripa, le selve e le valli del Chiabertone potevano nell'Astigiano svegliare la potenza degli estri, forsechè le memorie storiche del paese, un dì martoriato dall'idra feudale, gli hanno suggerito animosi versi contro le perversità della tirannide.

In capo al paese, sulla via che mette in Francia, salii il poggio abitato un tempo dai Marchesi di Cesana. Pochi avanzi del loro castello, in un piano seminato d'orzo, giacciono fra i larici che incoronano il dirupo, dove uno dei cortesi che mi accompagnavano tolse a narrarmi la fine toccata al signore del paese, al marchese Tolosano Desorus ed alla sua famiglia.

Quest'uomo era in odio al popolo perchè di balzelli e di mal governo lo angariava, e, quel che è peggio, oltraggiava alla onestà delle donne.

Avvenne che la giovane sposa d'un pastore, bella non meno che pudica, doveva, come già parecchie altre, soddisfare alla rea libidine del marchese. Lo sposo mosso da amore e gelosia, pensò, non indarno, allo scampo ed alla vendetta.

La sposa dovea la notte entrare nel castello a piacere del marchese, il quale, in sull'ora convenuta, al sommo d'una scala aspettava con ansia la pastorella, e non appena all'abito, all'andare ed all'acconciatura credette di ravvisarla entrata nell'atrio, che di subito scendendo le scale le corse incontro ad abbracciarla, ed in ricambio dell'amplesso s'ebbe al cuore un colpo di pugnale che lo stese morto.

Era il marito, che nelle spoglie della sua donna salvò il proprio onore e vendicò le scellerate onte imposte a' suoi conterranei.

Estinto il marchese Tolosano, rimanevano di lui il figlio erede e due figlie.

Il popolo voleva ad ogni costo disperso il mal seme de' tiranni, e riuscì nei suoi ardimenti.

Era il dì del _Corpus Domini_. Squillavano le campane, echeggiavano di musiche le vie; cherici e laici, uomini e donne di ogni classe accompagnando Cristo in sacramento celebravano quel dì solenne della Chiesa nostra. Cesana era in moto, ed il giovine marchese, per meglio godere in tutta la sua pompa la vista di quella sagra, cedendo all'invito degli scaltri consiglieri, salì la torre delle campane. E mentre di là vedea ondeggiare per le vie ilare il popolo a lui sottoposto, ed i canti della cristiana carità si ergevano fra le croci, le fiaccole e le schiere de' sacerdoti, il giovane marchese fu da quell'altezza precipitato giù e lasciato morto, e così terminò la signoria dei Tolosano, dalla quale non si aspettavano le genti governo giusto ed amico.

Inorridirono le due orfane sorelle, e, mutate le gemme del domestico fasto nel velo de' claustri, lasciarono Cesana per chiudersi in un monistero di Oulx, dove pregando perchè cessassero le maledizioni su le ceneri dei parenti, largheggiando di limosine, uscirono da questa miserevole vita, compiante, ed in pace con Dio e cogli uomini.

Di tale leggenda non ho trovato nessun riscontro nelle istorie. Certo non si può riferire al secolo passato, come si voleva farmi credere, ma conviene cercarne l'origine nel XII o XIII secolo; difatti trassi da un libro francese[1] che un'iscrizione gotica dietro all'altar maggiore della chiesa de' Francescani di Brianzone, diceva che Antonio Tholosano, dottore in legge e fondatore di quel convento, viveva nel 1390, ultimo della famiglia e degli antichi Marchesi di Cesana.

Del resto, avvenimenti o leggende di tal fatta odonsi raccontare fra le rovine di altri castelli, improntati della barbarie feudale: o sia che gli uomini si accordino talvolta nel modo di disfarsi dei loro oppressori, o che la posterità ami alle leggende popolari annestare simili racconti per insegnare che il potere malamente usato non di rado si converte in supplizio, e forse anche la terribile dottrina, che negli estremi ogni spediente è lecito solchè valga a frangere la tirannide e vendicarsi in libertà.

VII.