La donna nella vita e nelle opere di Giacomo Leopardi

Part 9

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Il canto non era una miniera d'oro per la Brighenti, e malgrado il fasto apparente, cui la professione la costringeva, ella non aveva potuto migliorare in modo stabile la condizione de la sua famiglia, sì che pregava Paolina Leopardi di raccomandare l'avvocato per un impiego; ma non se ne fece nulla, malgrado le premure de la buona contessa; e, certamente per ottenere più lauti guadagni, dopo esser stata a Reggio, a Ravenna (maggio e giugno 1835), a Genova (ottobre 1835), a Vicenza (gennaio 1836), Marianna si decise a partir per l'estero, accompagnata dal padre. Già nell'aprile del 1835 aveva cantato a Reggio, ne l'_Uggero il Danese_ di Mercadante e ne la _Semiramide_ di Rossini, e le sue note che _brillavano, volavano, accentate e colorite_, il buon gusto del suo fraseggiare, la precisa franchezza de l'intonazione avevano destato il solito entusiasmo: tutta una schiera di poeti, ed alcuni non volgari, si era levata ad acclamarla; fra le altre poesie noto un Sonetto di _Un plaudente_, un'Ode, probabilmente del Cagnoli, un altro sonetto di Luigi Ferri, un Canto, che forse è quello di Prospero Viani, cui egli accenna ne l'_Appendice_ a l'Epistolario leopardiano:

Alta è la notte: il pallido Raggio di Cinzia un pio Nell'alma infonde incognito Di meditar desio, E versa in me dolcissimo Di pianto voluttà. È la fedel mia cetera A me compagna. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . È un canto malinconico, La voce è di Licori, Che della Dania vergine Canta gl'infausti amori. Oh come ancor mi suonano Que' mesti accenti in cor!

A Ravenna la Brighenti cantò la _Semiramide_ e i _Normanni a Parigi_, a Genova nel teatro Carlo Felice l'_Elisa e Claudio_ di Mercadante, e la _Nina pazza per amore_ del maestro Coppola; a Vicenza ancora la _Nina_, la _Chiara di Rosemberg_ e la _Norma_, facendo notare come le parti ricche di sentimento e di drammaticità le convenissero fra tutte.

Nel luglio del 1836 era già a Lisbona, ove trovava morali e materiali compensi, che la confortavano de la lontananza da la patria e da la madre; la sorella e il padre erano sempre con lei. Vi diede l'_Otello_ di Rossini, poi andò ad Oporto e, quantunque assai affaticata, dovunque fece trionfare l'arte italiana. Dal Portogallo passò in Ispagna, a Madrid, dove cantò la _Straniera_; quel pubblico che vi aveva udite ne la parte d'Alaide la Tosi e la Lalande e che allora era entusiasta della De Alberti rimase freddo da prima per la Brighenti, ma la freddezza cominciò a dileguarsi al duetto di lei con Pasini calorosamente applaudito, e sparì a la commovente ultima scena, eseguita con rara potenza drammatica. Tuttavia ne le prime sere non si poteva dire che ella avesse conquistato l'uditorio; piacque di rappresentazione in rappresentazione sempre più: poi ne la _Donna del lago_ trionfò pienamente, ed applausi, fiori, versi piovvero su di lei, divenuta l'idolo del teatro.

L'artista era soddisfatta, ma la donna soffriva; il 1º luglio 1837 ella riceveva da Paolina il doloroso annunzio de la morte di Giacomo: «Oh! piangiamo insieme, amici miei, le scriveva fra l'altro la Leopardi, piangiamo insieme, chè abbiamo perduto tutti il nostro fratello, il nostro amico, nè lo rivedremo più in questo mondo, dopo tanta speranza, dopo tanto desiderio.» Marianna sofferse acerbamente a la funesta notizia e cercò di dare con le proprie lacrime un conforto a l'amica sua.

Sempre applaudita, era tuttavia vivamente desiderosa di ritornarsene, sì che, quantunque avesse formato il progetto di andare in America, nel giugno del 1838, lieta come non era stata mai fra gli applausi e gli onori, rivedeva l'Italia e riabbracciava la madre. Tornava stanchissima, sofferente ne la salute per le fatiche durate, sconsolata da nuove delusioni, che avevan ferito profondamente il suo cuore, annoiata dei viaggi e persino dei trionfi, e dopo aver cantato ancora a Pavia nel novembre del 1838 e a Vicenza, sentendo la necessità di pace e di riposo, prendeva in affitto un villino a Campiglio, poco lungi da Modena, e là, nel luogo amenissimo e tutto tranquillo, si sentiva rinascere, viveva tutta nei dolci pensieri e nei cari ricordi. La sera al chiaro di luna, assorta ne la dolcezza de' suoi sogni, se ne andava sola a diporto tra i boschetti, o lungo le sponde del Panaro, e tutta la vita passata le pareva un sogno, un sogno agitato e doloroso, di cui il ricordo le faceva, pel contrasto, parer più cara la pace di quei suoi giorni solitari e quieti. Di teatro non voleva sentir parlare, tanto più che il suo petto gracile non era in grado di venir ancora affaticato senza pericolo; più d'una volta le disgraziate condizioni de la famiglia la costrinsero a ripensarvi, ma non cantò che in un'accademia, datasi a Modena l'8 decembre 1839. Anche in quest'occasione la Brighenti ricevette non dubbie prove d'ammirazione; la sua voce, non più vigorosa, era però dolcissima e gradevole, atta ad eseguire con bravura i passi d'agilità.

Marianna, lasciato il teatro, passava parte de l'anno a Forlì col padre. Ne la primavera del 1840, quantunque infermiccia, quantunque afflitta da mille travagli, fra cui non ultimo una lite impresa da l'avvocato per rivendicare una parte del patrimonio paterno; quantunque agitata da le speranze, dai timori di una nuova passione, ella chiedeva notizie di quanto veniva scrivendosi intorno a Giacomo. L'avveduta Paolina l'avvertiva di non abbandonarsi al nuovo amore che un Forlivese aveva destato in lei, tenera e immaginosa, in lei che aveva sempre veduto negli uomini piuttosto le proprie qualità che i loro difetti. «Stai in guardia più che puoi, e Ninì ti consoli e ti consigli, essa che ha la mente fredda e il cuore pieno di amore per te. Oh! non fidarti degli uomini, Marianna mia, non è questo tempo per anime come le nostre. Divagati, fa ritratti (ma non già il suo), allontana il pensiero di lui quanto puoi, e parti presto da Forlì; io voglio saperti consolata e _désillusionnée_.» (Lettera.... aprile 1840.) Ed Anna, che, amata prima fra gli altri dal poeta Antonio Peretti, il quale le scriveva tenerissime lettere firmandosi _Menestrello_, abbandonata poi da lui, se ne consolava con un poeta migliore, il Petrarca, era la miglior confidente e la più allegra consigliera de la sorella, la quale però quei consigli ascoltava, sorridendo, senza saperli seguire. Ne la primavera del 1840 era malata a Forlì di debolezza ai bronchi e il medico le dichiarava impossibile il ritorno al teatro, risparmiandole così il tormento dei vecchi grandi artisti, che su le scene assistono a la lenta morte de la loro fama e vedono il pubblico, il quale prima li adorava, indifferente, poi schernitore. Nè la speranza di una non meschina eredità valeva a ridarle animo; nè il fidanzamento d'Anna con un tal Virgilio (1831), nè le amabilità de la principessa Aldegonda de la casa ducale di Modena, città dove i Brighenti si trovavano ne l'inverno del 1842, riuscivan a richiamare più che un malinconico sorriso su le sue labbra. Come appare da una lettera del Giordani (24 luglio 1841), Marianna aveva il progetto di dar lezione di canto, ma la sua non buona salute e i continui cambiamenti di dimora ne rendevano difficile l'esecuzione. Il suo maggior conforto consisteva ormai nel prestar teneramente le sue cure al padre, che una parte de l'anno la voleva seco a Forlì, e nel ricrearsi lo spirito in dotte e gentili compagnie, fra le quali carissima le era quella del Giordani, il quale nell'agosto del 1842 trovandosi a Forlì con un amico, le parlava lungamente di Giacomo Leopardi, de le ingiuste accuse mosse a la memoria di quel Grande e del culto sempre maggiore di cui questa memoria era oggetto pei sinceri ammiratori del genio e de la virtù.

Il 16 novembre 1843 moriva Maria, o Marina Galvani-Brighenti, l'_adorata sposa_ de l'avvocato, _l'angelo di bontà, di rassegnazione e di conforto della famiglia_. Era nata in Modena il 3 gennaio 1773. «Ebbe da natura ingegno pronto e vivace con robustezza di mente e di corpo, che la resero superiore al suo sesso. Ebbe istruzione non comune, costanza nelle avversità; religione purissima, sviscerato amore de' suoi. Fu studiosa delle amene Lettere e della storia, sostenne con forte animo lunga e dolorosa infermità; incontrò l'ultimo fine con imperturbata e santa rassegnazione;»[35] così ne fu scritto da la famiglia.

Marianna, che aveva sempre teneramente amata la madre, riverendone le modeste e casalinghe virtù, ne scriveva col cuore commosso una breve biografia in una lettera a Paolina, la quale poi la ringraziava d'averle fatto così conoscere e meglio stimare quella buona. La povera Marianna era afflitta da sempre nuovi dolori, che aggravavano la tristezza derivante da la poca salute, da le cattive condizioni economiche e da la scarsissima speranza di miglioramento nell'una cosa e nell'altra. Tuttavia pensava sempre affettuosamente al grande amico de la sua giovinezza, Giacomo Leopardi, e presentava con una lettera a Paolina, facendone grandissimi elogi, Prospero Viani, diligente cultore degli studi leopardiani. Era già l'estate del 1845 e per la prima volta in una lettera a l'amica, lettera che disgraziatamente è perduta, Marianna confidava il puro e tenero amore che Giacomo aveva avuto per lei; confidenza accolta con piacere da Paolina, la quale rispondeva: «non è possibile che si accresca l'affezione mia per te; ma se lo potesse, certo accadrebbe dopo che mi hai detto che il nostro Giacomo ti prediligeva. E già io me ne avvedeva dalle sue parole e non ricordo, ma forse avrò fatta a lui anch'io la domanda _sacrementelle_: ne eri innamorato?» (Vedi Lettera XCII, 1º agosto 1845, nel volume citato di E. Costa.)

Pietro Brighenti, che nel 1846 era stato da Pio IX nominato giudice supplente a Forlì e aveva tenuto l'ufficio sette mesi in assenza del titolare, mentre sperava un impiego più sicuro, non accorgendosi quasi che la sua vita andava spegnendosi lentamente, spirò a Forlì, assistito da la figlia Anna, mentre Marianna era a Modena; ambedue le sorelle sentirono allora che niun più grave colpo avrebbe potuto ormai portar loro la sorte.

Nella sua biografia del padre che, come notammo, è ora conservata autografa nel Museo del Risorgimento in Modena, Marianna scrive: «Non puossi, nè debbesi tacere de l'amorosa assistenza che essa (_Anna_) gli fece nei tre mesi della sua malattia, non che della forza d'animo che dimostrò nel giorno 2 agosto, dodici ore avanti la di lui morte, in cui veggendolo afflitto per non ricevere lettere dalla figlia assente (erano allora pressocchè intercette le comunicazioni per la guerra tra Austriaci e Bolognesi), ritirossi un breve istante dalla camera e vi rientrò con una lettera in mano, che figurò scritta dalla sorella e con l'angoscia più disperante nell'animo, ma a ciglio asciutto e con voce ferma la lesse al letto del moribondo e con questo gli ultimi istanti ancora della vita gli consolò.» La biografia, dedicata a S. A. la Principessa Federica Hohenzollern Sigmaringen Marchesa Pepoli, è tutta inspirata da sensi di sincera venerazione e d'affetto.

Dopo un inutile tentativo, fatto non si sa bene a quale scopo presso la Corte modenese, dove ottenne buone parole, molte gentilezze e null'altro, Marianna stette qualche tempo in Bologna quale istitutrice in casa del conte Pepoli; uscitane, insieme a la sorella pensò di stabilirsi a Modena, dove ambidue dettero lezioni private e apersero un istituto femminile, che su le prime parve dare buon compenso morale e materiale a le loro non poche fatiche. Ambedue, e più Marianna, che aveva doti di mente e di cuore più adatte al grande ufficio di educatrice, si erano accinte a l'impresa con vivo amore e con sincero entusiasmo, ed alcuni saggi pubblici che fecero dare a le alunne ebbero l'approvazione di persone autorevoli; ma qui pure le aspettavano delusioni e dolori, così che nel 1865 la povera Marianna confessava a Paolina d'esser rimasta abbandonata da molte alunne, le quali non le avevano nè pure concesso il conforto de la loro riconoscenza e di quel rispetto che sarebbe stato così caro al suo cuore. In generale però i genitori e i parenti de le sue scolare si lodavano de l'opera sua, cosa che le dava una consolazione almeno, quella di provarle che la sua coscienza non l'ingannava, asserendole non aver ella mancato mai al suo dovere. Si occupava sempre con amore di studi e prediligeva la poesia: in una lettera, il cugino Francesco Galvani le parla dei romanzi di Walter Scott, di cui avevano conversato lungamente a voce; l'altro cugino G. Galvani pure in una lettera le parla di studi e le manda un Petrarca da lei richiestogli.

La pietosa venerazione inspirata da le virtù e da le sventure di Marianna Brighenti era tanta che, per non amareggiare troppo lei e sua sorella, si ricoperse di un velo indulgente quanto di men che bello si veniva scoprendo ne la vita del loro padre. Il marchese Gualterio nel suo libro su _Gli ultimi rivolgimenti italiani_ (Firenze, Le Monnier, 1851), cercò di scusare il Brighenti che, da certi documenti venuti in luce, appariva delatore, immaginando che alcuno abusasse de la buona fede di lui, libraio ed editore, facendogli recapitare, a qualche secreto agente, come lettere, le proprie rivelazioni a la polizia austriaca.

Gli ultimi anni di Marianna passarono in una condizione meschinissima, da le angustie de la quale la sollevava talvolta il generoso soccorso de le anime buone, fra le quali va annoverata Paolina Leopardi.

Con umiltà, ma con dignità, le Brighenti invocavano aiuto: vidi una minuta di una loro supplica a una nobilissima signora, già loro amica, in cui tra il dolore de le strettezze e de l'abbandono in cui si trovavano, traspare la degna alterezza di non aver meritate le loro sventure e di sentirsi oneste.

Chi ne le due povere vecchie, miseramente vestite, dal viso pallido, ove le rughe denotavano una lunga istoria di patimenti e di dolori, avrebbe riconosciuto l'ammirata Imogene d'un tempo, splendida nel fastoso abbigliamento, ne lo scintillío dei gioielli e più di tutto ne la luce de la sua gioventù e de la sua bellezza? e la spiritosa Anna, gioia e tormento di tutti i damerini eleganti, e arcadico sospiro dei poeti? Anna morì l'11 aprile 1881 a settantacinque anni, e Marianna le sopravvisse sino al 31 gennaio 1883, tutta assorta ne le sue memorie. Quella vecchia, quasi ottuagenaria, nei suoi bei giorni aveva contato a migliaia gli ammiratori, a diecine gl'innamorati: Agostino Gagnoli e Antonio Peretti eran stati entusiasti di lei; il primo le aveva dedicato un tenero sonetto, ed in versi pure, fra i molti altri, l'aveva esaltata, come si disse, anche Prospero Viani (1835); ma nell'abbandono de la sua tarda età, ad uno ella pensava con maggior tenerezza, ad uno ch'ella non aveva amato d'amore, ma di cui un'unica lettera serbava con cura e rileggeva commossa, ella che di lettere, di versi, d'omaggi a lei rivolti aveva così gran numero; questi rimasero fra le sue carte, testimoni de l'ammirazione che ella aveva destata, ma quella lettera, invano chiesta e richiesta con istanza dal Viani, scomparve: Marianna, scendendo nella tomba, volle forse portar seco il secreto de le ardenti parole che Giacomo Leopardi aveva scritte un giorno per lei sola.

La meschina eredità di lei passò a una misera sua cugina, Luigia Montavoce di Gualtieri, che non seppe come fra quei poveri oggetti e quei cenci vi fossero carte preziose, autografi del Giordani, del Leopardi, del Pepoli, del Rosini, del Cagnoli, di Paolina Leopardi, di Carolina Ungher, del Mari, del Peretti, del Viani ec.

Stretta dal bisogno, la poveretta vendette quelle carte a un tabaccaio, che le distrusse quasi tutte; per caso furon salve, insieme ad alcune lettere del Giordani e di Monaldo Leopardi, e a tutte quelle di Paolina, le quali pubblicate da Emilio Costa valsero a sollevare il velo che nascondeva in gran parte agli occhi dei posteri le gentili figure de le Brighenti e de la Leopardi.

Povera Marianna! Ben più lacrime che sorrisi ebbe la vita per lei, a la sua corona di donna e d'artista poche rose furon intrecciate fra le spine pungenti; ma le sue sventure nobilmente sopportate accrescono la simpatia che le guadagna il suo cuore gentile, ed ella rimane una de le rare creature femminili per le quali, se pure non corrisposto, non ci appare vano l'amore di Giacomo Leopardi.

NOTE.

[25] Vedi a pag. 61 de le _Memorie de la R. Accademia di Scienze, Lettere ed Arti di Modena_. Tomo VIII.

[26] Vedi P. GIORDANI, _Scritti editi e postumi_, pubblicati da A. Gussalli. Milano, Borroni e Scotti, 1856, vol. I, pagg. 192 e 193.

[27] Vedi l'_Epistolario di P. Giordani_, edizione citata. Lettera da Milano, 20 gennaio 1818.

[28] _Opuscoli religiosi e morali_, serie 4ª, t. XVII. Modena, Soc. Tip., 1885, a pag. 53.

[29] Fra le carte lasciate dal cav. prof. Silingardi al Municipio di Modena si trovano autografe alcune quartine di Marianna ad Anna, alcune altre al padre pel suo natalizio, un sonetto al medesimo scritto a Lisbona nel 1836, alcuni versi ad Anna de lo stesso anno, una lettera d'augurio a l'avvocato, giugno 1837, ec.

[30] Cfr. C. LOZZI, _Intorno a le Canzoni dl G. L. «All'Italia e sul Monumento di Dante,» Osservazioni critiche inedite di letterati bolognesi contemporanei_, nel nº 7 del Bibliofilo di Firenze, luglio 1882, pag. 99.

[31] Cfr. A. D'ANCONA, _Il Leopardi e la polizia austriaca_, nel _Fanfulla della Domenica_, 29 novembre 1885. Cfr. anche lo studio di F. MARIOTTI, _Una Canzone di Giacomo Leopardi commentata dalla polizia austriaca nel 1820_, nella _Nuova Antologia_, 16 agosto 1897, da pag. 633 a pag. 636; e G. PIERGILI, _Un confidente de l'alta polizia austriaca nel gabinetto di G. P. Vieusseux_, nella _Rivista Contemporanea_, 1888, fasc. 4º, Firenze.

[32] Marianna confessò a Paolina Leopardi d'aver avuto prima di darsi al teatro un amore disgraziato. Questa passione era viva probabilmente nel tempo che Giacomo fu a Bologna, perchè Paolina compiangendo l'amica le scriveva più tardi, 15 giugno 1830: «Mi pare che Giacomo mi abbia nominato l'oggetto del vostro amore ed io l'ho dimenticato; nè crediate che io ora voglia saperlo.»

[33] Vedi _Cronistoria del Teatri di Modena dal 1539 al 1871 del maestro Alessandro Gandini, arricchita d'interessanti notizie e continuata sino al presente da Luigi Francesco Valdrighi e Giorgio Ferrari Moreni_. Parte II, pagg. 95, 96 e 97. Modena, Tipografia Sociale, 1873, in 12º, pag. 601.

[34] Vedi Corrispondenza da Arezzo nel nº 51, 26 giugno 1833, del _Censore universale del Teatri_, Milano. Da questo giornale son tolte molte altre de le notizie che riguardano la Brighenti cantante.

[35] Quest'epigrafe si legge ne l'interno de la chiesa dei Minori Osservanti di Forlì detta di Valverde. Il Brighenti scrisse alcuni cenni biografici de la moglie, i quali si trovano autografi fra le carte donate dal prof. Silingardi al Municipio di Modena.

[Illustrazione: _Teresa Carniani Malvezzi_]

TERESA CARNIANI MALVEZZI.

A Bologna Giacomo Leopardi trovò così liete accoglienze, quando vi stette alcuni giorni mentr'era diretto a Milano, chiamatovi da lo Stella, che partendone aveva già deciso di ritornarvi per un lungo soggiorno. A pena ebbe combinati con l'editore milanese gli elementi de le due edizioni latina e latina italiana de le opere di Cicerone e compilatine i programmi ne le due lingue, il 26 settembre 1825 partiva da Milano e la mattina del giorno 29 era a Bologna, dove prese a pigione un appartamentino in casa di _un'ottima e amorevolissima famiglia_, gli Aliprandi, che abitavano presso il teatro del Corso in casa Badini. Essi pensavano anche al suo vitto ed al servizio, chè egli accettava di rado e poco volontieri i molti inviti a pranzo continuamente fattigli. Le premure de' suoi ospiti gli erano care in sè, e più care perch'egli capiva che la grande stima in cui lo si teneva era causa di questi riguardi. Troppo aveva sofferto nel borgo natio, vedendosi disprezzato perchè d'aspetto infantile, deforme, misero, perchè amante de la solitudine e tutto dato ai libri, dovendo a sua volta disprezzare quei coetanei e compaesani che non si curavano d'esser qualche cosa, si davano da sè il nome d'ignoranti e gli predicavano che con gli anni egli avrebbe _messo giudizio_ e cioè abbandonati gli studi. Quel suo somigliare un grande ingegno (e certo pensava a sè) apprezzato in Recanati _come la gemma nel letamaio_ ricorda l'orgoglio dantesco del

Faccian le bestie fiesolane strame Di lor medesme, e non tocchin la pianta, S'alcuna surge ancor dal lor letame, In cui riviva la sementa santa Di quei Roman, che vi rimaser, quando Fu fatto il nido di malizia tanta.

Pure egli non era scettico ancora, sapeva che il mondo è bello, che _tante cose belle ci han fatto gli uomini_, che vi son tanti uomini buoni e grandi; e avrebbe voluto darsi un poco a quelle cose che chiamano mondane; ma in un mondo che lo allettasse e gli sorridesse, che splendesse, sia pure di luce falsa; non ne la società di Recanati che lo faceva dar in dietro a prima giunta, gli _sconvolgeva lo stomaco_, gli _muoveva la rabbia_. A Bologna gli parve di rivivere: è vero che quei letterati temendo di trovarlo superbo e soverchiatore lo guardarono da prima con invidia e con sospetto, ma la sua modesta affabilità e quelle maniere semplici che son proprie di tutti i grandi uomini, pur essendo prese dai volgari per indizio di poco valore, com'egli stesso osservò, gli conciliarono presto le simpatie generali; e gli stessi dotti finirono per festeggiarlo, per fargli visite frequenti e per dichiarare che la sua presenza era un acquisto per Bologna. Tuttavia l'inverno passò triste per lui, che soffriva assai pel freddo, si sentiva _senza appoggio e senza amore_, e non godeva buona salute, specialmente al principio de la stagione cattiva. I primi giorni de la primavera gli apportarono forza e letizia e un compiacimento d'amor proprio per l'invito di recitare qualche cosa ne l'accademia dei Felsinei, ov'egli, in presenza del Legato e de la più alta nobiltà bolognese, lesse infatti l'_Epistola al Pepoli_, che gli diede ne la città fama ancor più diffusa e gli procurò nuove conoscenze. Tra queste va annoverata quella de la contessa Teresa Carniani Malvezzi, una de le donne più colte e più note de la Bologna di quel tempo.

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Da Cipriano Carniani ed Elisabetta Fabbroni era nata a Firenze nel 1785 Teresa, che, bambina ancora, dimostrava, così bella intelligenza da invogliar ad istruirla il suo dotto zio Giovanni Fabbroni. Con lui, volonterosa, ella si diede ad approfondirsi ne la geometria, e con lui avrebbe compiuto più alti studi, se la madre, che voleva abituarla a le cure domestiche, lo avesse permesso. Meglio pel suo avvenire parve il darle solo qualche cognizione superficiale d'inglese e di francese, di musica e di disegno. Non aveva che sedici anni quando il conte Francesco Malvezzi de' Medici, bolognese, s'innamorò di lei, che senz'essere bellissima, era tuttavia graziosa e piacente co' suoi bei capelli biondi, la fronte alta e candida, la figura snella e soprattutto con la sua gentilezza di modi e la sua intelligenza. Lo sposo apparteneva ad un'antichissima famiglia, che aveva avuto feudi importanti ne l'Emilia, in Lombardia e nel Napoletano, famiglia ricordata anche dal Muratori fra le più nobili d'Italia.