La donna nella vita e nelle opere di Giacomo Leopardi
Part 8
Quando Giacomo Leopardi, che mai ebbe un sospetto su l'avvocato modenese, andando a Milano presso l'editore Stella passò da Bologna, gli furon fatte gentili accoglienze e premure perchè rimanesse, cortesi proposte con segni di grande stima. In quei nove giorni contrasse più amicizie che a Roma in cinque mesi: vi conobbe il conte e la contessa Pepoli, il professore Paolo Costa, il conte Antonio Papadopoli e tutta la famiglia de l'avvocato Brighenti, da cui certo ricevette buona parte di quelle accoglienze allegre, _senza diplomazie_, di quelle _gran carezze_, di cui tanto si lodava e che lo rinfrancavano talmente da fargli scorgere qualche spiraglio di luce, traverso la nebbia fitta del suo scetticismo. Probabilmente da l'avvocato stesso gli vennero quelle proposte di occupazioni letterarie ch'egli sperava non richiedenti gran fatica e convenienti al suo ingegno.
Tornato Giacomo da Milano a Bologna per fermarvisi lungamente, trovò premurosissimo il Brighenti, il quale gli aperse la propria casa, lo accolse fra gl'intimi; e le conversazioni confidenti con Marianna ed Anna, giovani e graziosissime, riuscivano ben gradite a lui che fin da due anni prima scriveva a Carlo: «Il parlare a una bella ragazza vale dieci volte più che non girare attorno all'Apollo di Belvedere o alla Venere Capitolina.» (Lettera 5 aprile 1823.) Egli aveva già orribilmente sofferto, ma nulla aveva perduto ancora di quella sensitività, che fu una de le più grandi caratteristiche de l'anima sua: voleva ancora _toujours sentir, toujours aimer, toujours espérer_ (lettera 23 giugno 1823), persuaso che quella sua sensitività fosse il più prezioso dei doni, sol che si trovasse un oggetto meritevole di essa; nell'amore giudicava il piacere dato da un solo istante di rapimento e d'emozione profonda, preferibile a tutte le gioie che provano le anime volgari. Egli timido, riservato, malinconico, preferì subito Marianna, seria anche nel sorriso, appassionata, un po' incline a la tristezza, come tutte le anime profonde, Marianna, che nel suo canto sapeva trasfondere tanta intima espressione d'affetto, ad Anna mordace, sempre allegra, leggera. Marianna era nel pieno splendore de la gioventù e de la bellezza, e il suo talento musicale e la sua voce destavan già ammirazione in quanti la conoscevano, sì che appar anche più naturale che il Leopardi, il quale adorava la bellezza e sentiva profondamente le impressioni de la musica, gradisse la compagnia di lei, specie in quei giorni non lieti, _sventrati_ da le noiose lezioni al conte Papadopoli e al giovane Greco di cui s'ignora il nome. Il Recanatese, frequentando la casa Brighenti, dava qualche aiuto a l'avvocato per un'intrapresa edizione de le opere di Vincenzo Monti, e qualche consiglio pel periodico _Il Caffè di Petronio_, giornale di notizie teatrali e bibliografiche, di cui l'avvocato stesso era fondatore e compilatore; passava qualche ora in piacevole conversazione con la famiglia, spesso vi era invitato a pranzo, mandava in dono a l'amico i formaggi marchigiani mandatigli dal padre: e quella franca e cordiale ospitalità (franca e cordiale almeno per parte de le donne) gli rasserenava lo spirito: i suoi biglietti di quel tempo a l'avvocato sono con le lettere a Pier Francesco bambino le cose più sinceramente allegre e graziosamente scherzose ch'egli abbia mai scritte; e lungo tempo dopo egli ricordava ancora con vivo piacere la bella serata del Natale 1825 da lui trascorsa in casa de la famiglia di Marianna. Nè fu la sola; assai spesso, dopo desinare, il poeta amava restar a tavola con gli amici, e in quell'ora egli ordinariamente assai parco di parole, si compiaceva di ragionare a lungo, esponendo i suoi pensieri con modestia e con riserva, ma con quell'arguzia acuta e talora pungente che sarebbe stata una de le doti caratteristiche del suo spirito, se la noia e il dolore non ve l'avessero soffocata. Questo piacevole filosofare, che ricordava al Viani le Dispute conviviali di Plutarco, il Convito di Platone e il Simposio di Senofonte, era uno dei più graditi piaceri di Giacomo, tanto più che gli dava agio di mostrare la superiorità del suo spirito e di piacer forse anche a gli occhi de le donne intelligenti, malgrado la non bella persona e il vestire dimesso. Se poi entravano ne la conversazione uomini di poco senno, egli taceva tosto, non amando di contraddire, soltanto allorchè sentiva qualche troppo grosso sproposito tirava una presa di tabacco con un rumore affettato, cosa che faceva ridere chi ne intendeva il senso. Narra il Brighenti che in una di quelle conversazioni serali Giacomo componesse questa sciarada: _Uccide il primiero — Uccide il secondo — Uccide l'intero. — Amore._
Marianna comprese presto d'aver destato un sentimento più fervente de l'amicizia nell'animo del poeta; e quantunque un altro uomo le occupasse tutto il pensiero,[32] quantunque ella non sentisse pel Recanatese che una pietosa tenerezza e una ammirazione reverente, seppe ne la sua bontà far sì che di quella passione non corrisposta egli potesse serbarsi in cuore un senso di dolcezza e di conforto. A lei medesima rimase per sempre una cara memoria di quell'affetto che molti anni dopo rivelò a Paolina Leopardi; e una lettera di Giacomo, certamente una lettera d'amore, si trovava ancora preziosamente conservata fra i più diletti ricordi di lei, quando la bella ed ammirata artista era divenuta una povera e disgraziata vecchia quasi ottuagenaria.
Tornato a Recanati, Giacomo nei suoi confidenti colloqui con Paolina le parlava con vivo affetto dei Brighenti, dicendo che avrebbe desiderato rivedere il Modenese, come _un figlio desidera rivedere il padre_, e di Marianna le narrava con tanta ammirazione, da lasciar indovinare l'amore che per lei aveva provato, mettendo in curiosità Paolina così da farle domandare la descrizione, ne' più minuti particolari, de la bella Brighenti.
Giacomo ne faceva il ritratto, compiacendosi forse di poter parlare di quella donna a lui cara con quell'altra anima femminile, che, quantunque diversamente, gli era cara altrettanto: gli parve che Marianna e Paolina fossero fatte per intendersi e per amarsi; così, quando la malferma salute gli rese grave lo scrivere, colse l'occasione opportuna per far entrare in corrispondenza fra loro le due giovani, pregando la sorella di richiedere da Marianna, a nome di lui, notizie dei Brighenti. Fors'anche ne la sua delicatezza, comprese che fra lui e la graziosa Majà (come la chiamavano sempre) non essendo possibile, dopo quanto era avvenuto, una corrispondenza, il mezzo migliore e più gentile di coltivare l'amicizia che la giovane gli aveva offerta, era quello di deporla ne le mani di Paolina, la quale aveva tanto del suo cuore. La contessina invero, che non trovava in famiglia corrispondenza a la sua innata ed espansiva tenerezza e che sentiva il bisogno di confidarsi ad un'anima capace d'intenderla, nutrì per Marianna un affetto vivissimo, le rivelò i suoi più intimi secreti e custodì quelli di lei con gelosa premura.
Le tendenze artistiche di Marianna, chiare fin dal tempo de' suoi primi studi, la bella voce di lei e le sue facoltà musicali, le promettevano una buona riuscita su la scena, tanto più che nella sua delicata sensitività essa comprendeva e sapeva rendere le passioni e, bella e graziosa della persona, appariva adatta ad incarnare i più simpatici tipi femminili, cui poesia e musica hanno dato una vita ideale. Ell'era ancora ai primi passi de la sua carriera e già tutti prevedevano in lei un'ottima cantante; Giacomo Leopardi se ne rallegrava sinceramente e ancora nel 1830 rammentava con riconoscenza la cordialità e l'affezione ch'ella gli aveva dimostrato. Mentre Giacomo era a Bologna, il Brighenti fece fare il ritratto di lui dal disegnatore Lolli per la progettata edizione delle sue opere ed alcuni anni dopo gliene dava in dono il rame inciso dal Guadagnini, dono che fu carissimo a tutta la famiglia Leopardi.
Paolina, che da le parole del fratello, tanto più disposto a sprezzare che ad ammirare gli uomini, e da le stesse ingenue e gentili lettere di Marianna, si era formato un alto concetto di quell'amica, la considerava ormai come un essere privilegiato, cui natura avesse largito in copia i doni onde con gli altri è tanto avara, e si rallegrava, come d'un'insperata fortuna, d'averne il cuore.
Nel maggio del 1829, malgrado le proteste di certi parenti, Marianna esordiva a Bologna con la _Semiramide_ del Rossini, nel teatro privato di Emilio Loup, e Giacomo Leopardi, avuta notizia degli applausi ch'ella aveva ottenuti, compiacendosene salutava cordialissimamente lei, la madre e la sorella. In quell'autunno (novembre 1829) Marianna (e fu il primo suo teatro d'importanza e perciò detto da alcuni il suo vero esordire) cantò nel Teatro di Corte di Modena nell'opera del maestro Alessandro Gandini _Zaira_ (poesia di F. Romani, quella stessa che era stata non felicemente musicata anche dal sommo Bellini). Per la parte di _Zaira_ era stata scelta la Corinaldesi, cui da ultimo venne sostituita Marianna, la quale piacque e pel _talento_ e per lo _squisito sentire_ e per la _singolare bravura_, come afferma il maestro Gandini stesso;[33] il quale parlando d'un'altra artista, la Giuseppina Jabre Noel, che nel 1830 eseguì a Modena la stessa opera, dice che mancava de la finitezza tanto ammirata ne la Brighenti. De l'esito de la _Zaira_ e dei meriti artistici di Marianna parlarono con lode il _Messaggiere Modenese_, il 2 gennaio 1830, nº 1, ed il _Censore Universale dei Teatri_ di Milano redatto dal Prividali, nei suoi n.i 91 e 92 (novembre, 1829).
L'anno a presso nel luglio Marianna andava a Siena nell'Imper. e Real Teatro dei Rinnovati a sostenervi le parti di Giulietta e di Egilda nelle opere _Giulietta e Romeo_ ed _Arabi_; e vi otteneva un così grande trionfo che il _Giornale dei Teatri_ di Bologna ne parlava con entusiasmo, narrando come per la sua serata era stato pubblicato a stampa il suo ritratto e le si era offerto un sonetto in cui un tal A. C. la vantava vincitrice d'Euterpe stessa. Io ebbi occasione di vedere questo ritratto e precisamente l'esemplare che la Brighenti donava a Paolina Leopardi; è lavoro anti-artistico e parrebbe quasi una caricatura, tanto la fisonomia vi è intieramente diversa da quella che vediamo negli altri ritratti che ci rimangono de la cantante; ma la fantastica Paolina si dilettava, osservandovi la superba veste di velluto azzurro a ricami bianchi, ornata di scintillanti gioielli d'oro e di perle, il velo trapunto a fiori, che da l'altissima pettinatura scende a velare le spalle nude, il diadema e la collana di perle, l'ornamento d'oro e di gemme, che scintilla su la bianca fronte.
Ancor più forte che per la gioia di questi primi trionfi il cuore di Marianna batteva per un nuovo affetto, il quale pareva prometterle sicura felicità, giacchè colui che l'aveva destato, un certo Mori, chiedeva a l'avvocato la mano de la figliuola; era un uomo colto, assai amante de le belle arti, intorno a cui pubblicò alcuni anni dopo qualche articolo su l'_Antologia_ di Firenze. Perchè il matrimonio non avvenisse, si ignora; la buona Paolina, che fu a parte di questo secreto, giacchè Marianna piena di speranza e di gioia, benchè ancora dubitosa, gliene fece oscuramente cenno, chiamava questo il primo amore di Marianna artista. Qualche tempo a presso anche Anna scriveva a la Leopardi del Mori, di cui la sorella era stata _innamoratissima_. Ammirata dovunque per la sua voce, pel suo talento, per la sua bellezza, e dovunque rispettata per la sua perfetta onestà e per la signorile dignità del suo portamento, Marianna ebbe dovunque andò moltissimi corteggiatori, ma fra questi cercò vanamente un cuore degno del suo e sempre fiduciosa, sempre tenera, passò di delusione in delusione, soffrendo intime pene ogni volta che dovette persuadersi di non essere amata nè come, nè quanto credeva. Nelle sue lettere a Paolina ella si rivela aliena da ogni arte di civetteria, e i suoi sentimenti, cui la fortuna non doveva accordare quella costanza che certamente avrebbero avuto, se in degno modo ricambiati, erano di una tale purezza che la Leopardi, cui non doveva certo far meraviglia la severa virtù femminile, se ne stupiva e ne godeva tanto più, quanto più capiva che molti erano i pericoli in mezzo a cui passava l'amica e la frequenza e la difficoltà degli scogli ch'ella sapeva evitare, anche se il suo cuore era infiammato da la passione; virtuosa, non per freddezza, nè per calcolo, ma per vera dignità d'animo. Questa virtù punto arcigna, era piena di grazia e talvolta anche tutta spirito e brio; può farne fede questo sonetto, che Marianna scrisse non so precisamente in quale anno, ma certo nella sua gioventù e che si trova autografo ed inedito fra le carte lasciate dal prof. cav. Silingardi, amicissimo dei Brighenti, al Municipio di Modena:
Signor Conte..... le vuo' dire Cosa che al certo riesciralle ingrata, Ma non voglio che il mondo abbia a ridire Che corrispondo a gente maritata. La padroncina mia femmi sentire Certo di lei sonetto, in cui spiegata V'era la doglia che la fe' soffrire Con parole e sospiri all'impazzata. Dirle mi piace: sono una fanciulla Onesta e virtuosa ed il suo affetto Inver da me non otterrà mai nulla; Non già ch'io non le sia riconoscente, Che di cuor la ringrazio del sonetto, Ma circa amor, non ne facciamo niente.
Se nei versi citati predomina la grazia onesta, ma scherzosamente birichina, un profondo sentimento inspira questi altri che pure autografi ed inediti si trovano fra le carte del Silingardi.
Il 1º luglio 1827 fu uccisa da un amante a Modena la fanciulla Maria Pedina: «la fortezza con la quale la detta giovanetta serbò intatta la sua innocenza diede argomento a la seguente Invocazione, scritta da Marianna Brighenti.»
INVOCAZIONE.
Alma gentil che colassù n'andasti Tutta raggiante di eterno splendore, A te sì pura e fortemente casta, A te beata che alla gioia vivi, A te, dimesse, vengon mie parole, Spinte da affetto e somma riverenza. E con queste ti prego, o virtuosa, Ad impetrarmi vero e caldo amore Per la virtude, che ti fu sì cara, Che amasti di morir pria che tradire . . . . . . . . . . . . . . . . . . Ottienmi da quel Dio, cui se' sì cara, Di seguir tuo costume e che mia morte Possa mertar delle belle alme il pianto.
Ne le lettere da Pisa, Marianna fa cenno d'aver sofferto assai per un'afflizione de la Caterina Ferrucci, e già prima per mezzo di Giacomo aveva fatto donare a Paolina un libro di quella scrittrice, con la quale è quindi da supporsi ella avesse pure contratta amicizia, cosa che certo le fa onore e dà indizio de la serietà del suo carattere.
Tornata a Bologna, sempre ne la fida compagnia de la sorella, Marianna fu in istretta ma onesta relazione col famoso cantante Rubini, e più tardi conobbe intimamente anche la Malibran, insieme a la quale cantò in qualche opera. Ne l'aprile del 1831 ebbe il diploma de l'Accademia filarmonica bolognese. Nel Carnevale del 1830 a Piacenza sostenne la parte di Giulia ne la _Vestale_; da la fine del 1830 fin verso a l'aprile del 1831 fu a Ferrara e vi destò un grande entusiasmo sostenendo la parte di Rosina nel _Barbiere di Siviglia_ e quella di Giulietta nella _Giulietta e Romeo_ del Vaccaj. Dopo un breve soggiorno a Bologna, nell'aprile del 1831 fu a Ravenna ad eseguirvi l'_Otello_ di Rossini col celeberrimo tenore Bonoldi, ed anche a canto a quello straordinario Otello parve una dolce, fine Desdemona; modesta e affabilissima tuttavia, ricercò i consigli de l'illustre compagno e ne seppe profittare. A Ravenna cantò pure Anna, eseguendo la grande scena di Nerestano nella _Zaira_ del maestro Gandini, lodata per la sua grazia, per l'intonazione e la soavità de la voce. Qui per la sua beneficiata Marianna cantò la cavatina della _Niobe_ in cui sapeva infondere rara drammatica efficacia, la ripetè per la serata di Bonoldi, quasi a ringraziarlo degli amorevoli insegnamenti di cui le era stato largo, e piacque così che il pubblico l'obbligò a ripeter tutte le sere quel pezzo. Le si dedicava allora un sonetto:
Altre sentii gli armonici concenti E le soavi melodiose note, Or liete modular, ora gementi, Onde fur l'alme in ascoltando immote; Ma non sentii giammai que' loro accenti Tante recarne meraviglie ignote, Come il tuo dir, che, innamorando i venti, D'ineffabil dolcezza i cuor percuote. Segui, o giovane Donna; e il bel Paese Che Appennin parte, e l'Alpe e il Mar circonda, Quand'abbia in te tante dolcezze intese, Varca animosamente i monti e l'onda, E fa col canto tuo quell'alme accese, Sì che all'onor d'Italia Eco risponda.
Ne l'agosto del 1831 Marianna era a Fermo, dove ebbe trionfi non soliti neanche per lei, sostenendo la parte d'_Imogene_ nel _Pirata_ del Bellini: si ammiravano ancora più che la bellezza de la sua persona e de la voce, la perfetta intelligenza d'arte, la grazia squisita, la forza di sentimento, l'azione dignitosa sempre e sempre ragionata; le cronache del tempo ci dicono che applausi frenetici scoppiavano ad ogni suo pezzo e che gli animi fremevano ne la pena e nel delirio di quella Imogene soave e appassionata. Le si dedicava allora un'epigrafe in cui era detta _donzella candida del cuore, soave del costume, dell'arte del canto peritissima, da natura dotata di voce che nell'anima si sente, ad esprimere gli affetti potentissima_; ed un altro ammiratore le diceva in un sonetto:
Con preghi e doni ho chiesto al Ciel sovente Che riso segua di mia vita l'ore; Ma or più del riso m'è grato il dolore Che pel tuo gorgheggiar nel cor si sente.
La Brighenti passò in Ancona, dove cantò pure il _Pirata_ nell'ottobre del 1831 e si compiacque del pregio in cui era tenuta non soltanto come artista, ma anche come donna degna di vera stima. «Tutti voialtri sapete bene quanta ammirazione cagioni il contegno vostro e della mia amica in particolare, sì raro a trovarsi tra gente della sua professione; tutti voialtri lo sapete, pure non posso fare a meno di dirvi che quasi ho sentito io medesima fare un elogio grande della eccellente educazione, della condotta irreprensibile e savissima, di tante doti di spirito e di cuore, dell'eccellente carattere della prima donna dell'opera di Ancona, senza dirvi poi nulla intorno alla sua bravura nel canto, di cui quello che parlava si mostrava contentissimo;» scriveva Paolina Leopardi ad Anna Brighenti. (Lettera 8 novembre 1831.)
Ai primi di autunno del 1831 Marianna era ad Ascoli per darvi il _Pirata_; là incominciò a sentire le acute spine nascoste fra le rose de la sua corona d'artista, e pare gliele facesse sentir l'impresario e sentir talmente ch'ella pensava di rompere il suo contratto con lui; s'aggiungeva a questo la poca frequenza e la freddezza di quel pubblico, poco educato a l'arte, il triste soggiorno di quella cittadina, appena rallegrato da le gentilezze di qualche ammiratore, uno dei quali, Ignazio Cantalamessa, volle fare il ritratto de le due sorelle, riuscito benissimo, si dice, specialmente quello di Marianna. Ma anche quel pubblico freddo e poco intelligente finì per animarsi al canto de la Brighenti e si accese fino ad un _entusiasmo indescrivibile_ quand'ella cantò la famosa cavatina de la _Niobe_.
Marianna andò poi a Roma, trepidante per l'esito che vi avrebbe ottenuto, commossa vivamente da gli alti affetti che la città eterna ridestava in lei, pure anche là l'attendevano amarezze, torti de l'impresario, fatiche eccessive, cui la sua costituzione piuttosto gracile non potè resistere; si ammalò e invece d'andare a Corfù, come ne aveva il progetto, dovette ritornare a Bologna. Ristabilita nel settembre del 1832 cantava a Cremona _I Normanni a Parigi_; e, dopo un'altra dimora a Bologna, ne l'aprile del 1833 passava ad Arezzo a darvi per l'apertura del Teatro Petrarca l'_Anna Bolena_ e _la Straniera_. Feste entusiastiche le furon fatte dal pubblico meravigliato e commosso: ne la sua serata, in cui cantò al solito la cavatina de la _Niobe_, fu accompagnata a casa in una portantina, circondata da coristi con torcie accese e preceduta da una banda, poi le acclamazioni la costrinsero ad affacciarsi a la finestra per ringraziare.[34]
Ad Arezzo un poeta chiamava la voce di lei _prestigio arcano, incanto più soave dell'estasi d'amore_ e le diceva:
Forse fu Amor che in queste basse arene A diradar di nostra mente il velo, E ad invaghirci dell'eterno Bene, Come alla mente diè il pensier veloce, E diede il sole allo splendor del cielo, A te diede degli angeli la voce.
La madre aveva seguito fin qui le figliuole, ma d'ora innanzi la stanchezza e la salute infermiccia la persuasero a lasciarle, tanto più ch'ella aveva veduto per prova come potesse affidarle a sè medesime, senza dir poi che il padre le accompagnava sempre. Marianna continuava a chieder notizie di Giacomo Leopardi e poteva darne talvolta anche a la sorella di lui.
Nel dicembre del 1833 la Brighenti cantò a Pisa ne la _Straniera_; e con la dolcezza e flessibilità de la voce, mirabilmente atta a secondare gl'impulsi del vivo sentimento e i dettami de l'acuta intelligenza, incantò l'uditorio. «Il cantare ed agire de la Brighenti non è effetto di altrui insegnamento, è creazione sua propria,» fu scritto allora. Ne la stessa città ella diede anche _La gioventù di Enrico V_ del Pacini che piacque mediocremente.
Andata a Livorno vi cantò l'_Anna Bolena_, la _Norma_ e i _Capuleti_; ed un poeta entusiasta scriveva per lei una Canzone con questo ritornello: poco importa più il peso de le noie e dei dispiaceri quotidiani:
Chè la sera la Brighenti Tutto quanto fa scordar.
Andata a cantar l'_Anna Bolena_ a l'Alfieri di Firenze nel novembre del 1833, rimase afflitta di non rivedervi il Leopardi, già partito per Napoli, chè gli applausi e gli omaggi entusiastici anche qui non le impedirono di ripensare affettuosamente a l'amico infelice.
Nel novembre del 1834 Marianna fu l'idolo dei Novaresi. Il Giordani, che sempre s'interessava de la sorte di lei e frequentemente chiedeva di _sapere ogni suo successo e di onore e di lucro_, le scriveva a Novara pregandola di continuargli la sua carissima benevolenza: «Sarà molto lieto a me quel giorno che vi rivedrò, e potrò ripetervi di voler esser sempre vostro amicissimo.» In quella città, Marianna cantò la _Norma_: «Al suo apparire, scrive il _Censore universale dei Teatri_ (4 febbraio 1835), tutto l'affollato uditorio proruppe in una strepitosa selva d'applausi. Ma quando si ascoltò poi l'eroica declamazione di quell'imponente primo recitativo ed il soavissimo canto di quella gentil cavatina, per quanto fosse ancor viva in tutti la rimembranza dei già valutati pregi di questa virtuosa, d'ogni passata estimazione infinitamente maggiore si fece l'ammirazione presente... Chi vide all'apertura del Teatro Petrarca in Arezzo raffigurar la Brighenti il carattere de l'_Anna Bolena_, me l'aveva già dipinta con i più vivi e seducenti colori, gli stessi più sperimentati fra i suoi compagni ne parlavan allora con entusiasmo. Chi vede ora la stessa artista maggiormente abbellire di sè stessa il bel teatro nuovo di Novara, per rappresentarvi quello di _Norma_, si mostra più trasportato ancora di quegli Aretini, che in materia di musica hanno un gusto finissimo.» E nota la verità de la sua azione, la squisitezza del canto, l'ammirabile efficacia ne la espressione dei sentimenti soavi, pietosi, terribili, la forza drammatica.
A Novara un maestro di musica amò non degnamente Marianna; e quando, nel lasciarla, le chiese compatimento e stima, l'altera risposta di lei dovette fargli comprendere com'ella riserbasse questi sentimenti a chi li meritava.