La donna nella vita e nelle opere di Giacomo Leopardi

Part 7

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Timorosa del freddo che la faceva soffrire assai, ne l'inverno del 1869 Paolina scelse Pisa per sua residenza temporanea, memore de l'amore che Giacomo aveva avuto per quella gentile città e del sollievo che quel dolce clima gli aveva dato; e forse mentre i suoi occhi stanchi avranno contemplato il divino spettacolo del tramonto riflettente le sue fiamme ne le acque de l'Arno, il suo cuore si sarà commosso al ricordo del grande fratello che ne la bellezza de la natura aveva trovato uno dei pochi sublimi conforti a la vita travagliata. In una gita a Firenze ammalò di bronchite e tornata a Pisa dopo pochi giorni vi morì il 13 marzo 1869. La Teja, che l'assistette negli ultimi momenti, scrive: «Mi fu concesso di accorrere al suo letto di morte. Giunsi in Pisa l'11 marzo nel mattino, e più non la lasciai. Al mio arrivo essa mi mostrò una lettera che mi scriveva e che conservo, dicendomi con la sua grazietta infantile: hai fatto bene di venire, perchè non so come avrei continuato a scrivere.» A la Teja nel suo testamento lasciava con affettuose parole alcuni mobili, il suo ritratto e una carrozza: suo erede instituiva il nipote Luigi.

Per la pietà dei figli di Pier Francesco, la salma di Paolina ebbe l'ultimo ricetto in Recanati, ne la chiesa di Santa Maria di Varano, e su la sua tomba si legge quest'epigrafe:

PAOLINA LEOPARDI NATA IN RECATATI IL 1º OTTOBRE 1800 MORTA IN PISA IL 13 MARZO 1869 VOLLE ESSERE QUI RICONDOTTA A DORMIRE FRA I SUOI CARI ANIMA DOLCE TERESA TUA CHE CORSE PER TROVARSI ALLA TUA PARTENZA E CARLO CHE PER ULTIMO NOMINASTI POSERO QUESTO SEGNO DI UNA MEMORIA CHE DURERÀ IN LORO QUANTO LA VITA.

NOTE.

[14] Vedi _Lettere scritte a G. L. da' suoi parenti_, edizione curata da G. Piergili. Firenze, Le Monnier, 1878, pag. XXII. Da questo volume sono tratte anche le altre lettere dei parenti a Giacomo qui citate.

[15] Questa lettera si legge a pag. XXIII e XXIV de le note al volume citato di G. Piergili.

[16] Vedi _Lettere di Paolina Leopardi a Marianna ed Anna Brighenti_, pubblicate da E. Costa. Parma, Battei, 1888, in 16º, di pagg. XIX-308. (Lettera a Marianna, 17 agosto 1831, a pag. 56.) Da questo volume son tratte anche tutte le altre citazioni di lettere de la Leopardi a le Brighenti.

[17] Vedi E. COSTA, _Paolina Leopardi_ (nel _Fanfulla della Domenica_, 17 luglio 1887).

[18] Vedi ivi.

[19] C. ANTONA TRAVERSI, _Paolina Leopardi_ (vedi _Vita Italiana_. Roma, nuova serie, fascicolo 8º, 10 settembre 1896, pag. 104). La lettera della Mazzagalli porta la data 12 febbraio 1828.

[20] F. DE SANCTIS, _Studio su G. Leopardi_; edizione postuma curata da R. Bonari. Napoli, 1894.

[21] Pesaro, Nobili, in 12º, di pagg. 98, 1832.

[22] Vedi _Appendice all'Epistolario e agli scritti giovanili di G. L._, per cura di P. Viani. Firenze, Barbèra, 1878, in 16º, di pagg. LXXXIV-258. Lettera 29 novembre 1844, a pagg. XXVII e XXVIII.

[23] Quest'ultima lettera si trova nelle _Opere inedite di G. Leopardi_, pubblicate dal Cugnoni. Halle, Max Niemeyer, 1878-80, due volumi. Vol. I, pagg. CXXXIII, CXXXIV.

[24] Questo e parecchi altri aneddoti citati si trovano nel volume di C. Antona Traversi: _Studi su G. Leopardi_, Napoli, Detken, 1887, in 16º, di pagg. 363, o in quello: _Notizie e aneddoti sconosciuti intorno a G. Leopardi e alla sua famiglia_, Napoli, Detken, 1887.

[Illustrazione: _Marianna Brighenti_]

MARIANNA BRIGHENTI

E LA SUA FAMIGLIA.

Marianna Brighenti nacque l'8 ottobre 1808 a Massa Finalese, in provincia di Modena, da Maria e Pietro Brighenti; prima di lei nel 1801 era venuto al mondo il primogenito de la famiglia, Luigi; e due anni più tardi nasceva un'altra bambina, Anna. L'avvocato Pietro era tenerissimo de' suoi, e a quei bambini, come non mancarono le affettuose cure dei genitori, così arrise da prima anche la fortuna.

Il Brighenti, nato in Castelvetro nel 1775 di buona famiglia, aveva fatto i primi studi a Vignola, di dove, vestito l'abito religioso, quattordicenne, era entrato nel seminario vescovile di Modena; poi aveva compiuto a l'Università il corso di filosofia e giurisprudenza, ottenendone la laurea nel 1798, ed era stato capitano de la guardia nazionale. Poco dopo conseguita la laurea, aiutò Ugo Foscolo ne l'edizione bolognese, allora incominciata, de la _Vera storia di due amanti infelici_; anzi la curò da solo, quando, partito l'autore per Milano, dove sperava trovare impiego, il tipografo Marsigli volle continuare ad ogni modo la stampa del libro. A questo proposito un curioso aneddoto è narrato dal giornaletto modenese _La Ghirlandina_ (8 e 19 febbraio 1855), aneddoto rettificato da Antonio Cappelli ne la Memoria _Ugo Foscolo arrestato ed esaminato in Modena_.[25] Il Brighenti, desideroso di grandezza, ardente di carattere, ambizioso, si diede a la politica, e stava per recarsi in Francia, quando preso d'amore per la bella Maria di Francesco Galvani, nobile modenese di condizione assai superiore a la sua, non seppe più allontanarsi da la patria. Dopo due anni di vani tentativi per ottenere l'assenso dei genitori de la fanciulla, fuggì con lei, che sposò, e che gli fu, com'egli stesso ebbe a dire, _un angelo di bontà, di rassegnazione e di conforto nelle sue tristi fortune_.

A ventitrè anni, fautore convinto de le idee liberali francesi, venne nominato ispettore, cioè commissario di polizia, nei dipartimenti de l'alto Po, del Reno e del Panaro. I rivolgimenti politici lo costrinsero poi a rifugiarsi a Bologna, dove attese a la pratica legale e di dove, cacciato, andò a Livorno e vi stette finchè ritornati i Francesi riebbe il suo ufficio; ed anzi da esso passò ad altri più importanti e che gli davan quindi maggior onore e profitto; fu segretario aggiunto al Ministero di polizia in Milano, ebbe parte nel riordinamento della polizia a Modena, a Reggio, a Bologna, a Ferrara, a Rovigo; poi fu vice prefetto a Massa e Carrara, indi a Cesena.

La famigliuola venne gettata nel lutto da la morte del bimbo Luigi, pel quale Pietro Giordani, allora quasi sconosciuto, dettava una pietosa epigrafe. Dopo questa sventura i Brighenti più che mai si strinsero a le loro due fanciullette, che crescevano d'indole dolce, fra le carezze e gli agi e il generale rispetto che gli uffici del padre procuravan loro.

A Cesena, verso i primi del 1807, l'avvocato _salvava la vita_ al Giordani e gli dava inoltre largo aiuto ne la disperata miseria in cui, scampato a la morte, quegli cadeva; di che, divenuto celebre, il letterato gli conservò sempre una profonda gratitudine ed anche quando, non si sa certo, ma si suppone il perchè, parve ritogliergli con la stima l'amicizia sua, non cessò di adoperarsi in ogni modo per riuscirgli utile. In quello stesso anno 1807 gli dedicava con belle ed alte parole il discorso _Sullo stile poetico del marchese di Montrone_: gli diceva aver molto e lungamente desiderato di dargli qualche segno de l'amore e de la riverenza che gli portava per le sue tante virtù, e fra queste aver in pregio sopra tutte la fede ne l'amicizia, di che il Brighenti era «esempio a qualunque età ammirabile, alla nostra quasi incredibile.» Confessava essergli debitore _di quanto non aveva voluto mai obbligarsi a nessuno_; e sperava ch'egli avrebbe gradita la dedica di quel libro del marchese di Montrone, uomo da ambedue loro ugualmente onorato ed amato.[26] Nel 1809 il Giordani raccomandava Pietro Brighenti a Vincenzo Monti per l'ufficio di Direttore de la pubblica istruzione in Italia. Pare che in questi suoi tempi fortunati l'avvocato modenese avesse sensi veramente generosi; varrebbe a provarlo quest'aneddoto narrato da la figlia sua Marianna ne la biografia di lui ch'ella scrisse e che rimane tuttavia inedita, biografia da lei regalata autografa a l'avvocato Geminiano Corazziari, il quale a sua volta ne fece dono al Museo del Risorgimento Italiano in Modena (Sezione documenti): «Era il Brighenti segretario del Ministero di grazia, allorchè in Milano vennero tradotti quattro de' più nobili e cospicui Modenesi, i quali posero in mano al Brighenti una cedola di mille luigi, se procurava loro la libertà ed egli lacerò l'_ordine_, perchè sapeva che fra pochi giorni sarebbero stati fatti uscire, dietro le di lui premure. Sì nobil modo di agire cattivogli l'animo di que' signori, che sempre l'ebbero quale amico.»

Dopo la restaurazione il Brighenti, pel quale era già stato firmato un decreto che lo nominava prefetto a Belluno e cavaliere della Corona di ferro, povero e sospettato se ne andò nel 1815 a Bologna, dove per procurare il pane a la moglie ammalata e a le due figliuole si diede ad imprese musicali. Ne la musica era peritissimo; di argomento musicale scrisse parecchio: l'_Elogio di Matteo Babini_ suo maestro di canto e artista illustre, elogio detto al Liceo filarmonico di Bologna ne la solenne distribuzione dei premi il 9 luglio 1819 e pubblicato più tardi dal Nobili: il discorso _Su la musica rossiniana e sul suo autore_, edito a Bologna nel 1830 (in-8º di pp. VI-30, Tipogr. Emidio Dall'Olmo) e ristampato poi ad Arezzo nel 1833 (Tipogr. Bellotti). Era socio ordinario ne la classe dei cantanti ed uno dei tre consultori de l'Accademia filarmonica bolognese.

Volle provarsi in speculazioni mercantili, ma vi perdette molto danaro e non avrebbe saputo come cavarsi d'impaccio, se la moglie non gli avesse generosamente permesso di valersi de la sua dote. Si volse allora a l'industria libraria, che gli diede molto profitto con l'edizione del Giordani, poco invece con quella de le opere di Vincenzo Monti, rimasta sette mesi sotto sequestro, e coi due giornali l'_Abbreviatore_ e il _Caffè di Petronio_. In questo (anno 1825, n.i 17, 29 e 34) si trovano alcuni articoli firmati Mario Valgano modenese; li scrisse la moglie stessa del Brighenti, la quale sotto il medesimo pseudonimo si era fatta editrice de le opere di Pietro Giordani. L'avvocato frequentava i più noti letterati: il Mezzofanti, lo Strocchi, il Marchetti, il Costa, il Borghesi, il Monti, il Perticari; e più volte rivide il Giordani, il quale, sempre premuroso di lui e de le sue ragazzine, gli prevedeva in queste, consolazione e fortuna, consigliandolo ad esser forte ne le avversità e a conservar la sua salute, chè studiando costantemente forse sarebbe riescito a divenire egli medesimo un bravo cantante; ad ogni modo avrebbe potuto «formare Mariannina e formarla non solamente abile cantatrice; chè questo è ancora il meno; ma amabile e prudente e accorta e insieme ingenua e rispettabile. Vedrete che tesoro è una tale virtuosa.»[27]

Le previsioni del Giordani dovevano avverarsi a puntino: la grazia unita al senno, l'arte e l'intelligenza accoppiate a purezza di costumi e ad ingenuità furono le più care doti di Marianna. L'altra sorella Anna mostrava meno ingegno; il padre tentò invano di far anche di lei una cantante; pareva che dovesse riuscire discretamente ne la pittura, benchè il Giordani prevedesse che _con quella placida fantasia_ non sarebbe mai stata grande e sperasse solo di vederla divenire una buona ritrattista. A quanto afferma il conte Giorgio Ferrari Moreni, Anna «trattò con franchezza il bulino, come lo dimostrano due sue incisioni felicemente condotte.»[28] Anzi tutte e due le ragazze tentarono l'incisione, sperando di trarne un discreto guadagno, ma non poterono continuare, poichè ne soffriva la loro salute. Il letterato piacentino prendeva tanto interesse a Marianna e ad Anna che, dovendo ne la primavera del 1818 andare a Roma, si proponeva di fermarsi a Bologna soltanto per vederle. Ambedue eran cresciute belle, e ancor più graziose che belle; tali appaiono nei due ritratti che reciprocamente si fecero e che son conservati ne l'archivio Valdrighi di Modena; non erano molto istruite, ma non certo incolte; educate a quei sentimenti gentili che, se non dal mondo, il quale di rado li sa pregiare, hanno il loro premio in sè stessi, ne la loro intima dolcezza, cui nessun'altra è comparabile, le due sorelle si amavano vivamente, quantunque non poco diverse di carattere: Marianna da la fisonomia mobile ed espressiva, da la svelta persona un po' gracile, era di un'indole profonda e seria; Anna più florida d'aspetto, tutta fuoco ed allegria; avevan comune la vita intiera, gioie, dolori, studi. Quando a Bologna si trovaron gettate in una condizione meschina, vi si rassegnarono senza troppo rimpiangere gli agi perduti, paghe de le loro gioiose speranze e de l'amore che legava strettamente tutta la famigliuola e che trova espressioni ingenue e sincere nei versi da loro composti per gli onomastici del padre, de la madre, o l'una per quello de l'altra, versi poveri d'arte, ma ricchi d'affetto, di cui alcuni appartengono a la loro prima giovanezza, altri, come certe delicate letterine scritte molto più tardi, mostrano in Marianna ed Anna, già donne mature, sempre la medesima riverente tenerezza, la medesima filiale sommessione, che ha qualche cosa d'infantile e di commovente.[29] Sotto la guida del padre le due ragazze si diedero assiduamente a lo studio del canto; ne le opere e nei concerti diretti da lui il loro gusto si affinava e il loro spirito si distraeva piacevolmente; egli cantava spesso anche ne le sacre funzioni per poter con quel guadagno straordinario condurre le figliuole al teatro; inoltre era solito di presentare a la famiglia gli amici e conoscenti suoi, fra i quali v'erano alcuni de' migliori ingegni di quel tempo; e ne le gradite conversazioni le due giovani acquistavano non poca cultura e finezza. Il loro carattere era venuto intanto pienamente svolgendosi: Marianna, sotto un aspetto di gaiezza franca e modesta, nascondeva un cuore appassionato e uno spirito riflessivo; semplice ne le maniere, affabile insieme e dignitosa, era riconosciuta da tutti per una vera dama; ciò che meravigliava i volgari, i quali non pensano di poter trovare signorilità d'animo e di modi in gente povera e non nobile. La bella persona e la grazia del suo canto le guadagnavano le simpatie generali, cui ella preferiva d'assai l'affetto e l'amicizia di quelli che mostravano di comprendere il suo cuore tenerissimo, il quale s'apriva a la vita gioiosamente, ricco d'un tesoro di speranze, d'avvenire, d'amore inesaurabile. La tenerezza fu il sorriso de la sua gioventù e la consolazione di tutta la sua vita; benchè ella troppo facile ad accendersi ed a credere gli uomini migliori che non sono, restasse sempre dolorosamente ferita da la delusione. Ella guardava la vita con uno sguardo serio, e anche nei brevi momenti di felicità ch'ella ebbe, intendeva e compativa il dolore; più de la fortuna, degli onori, del lusso, apprezzava la gioia d'esser amata, gioia che cercò avidamente e instancabilmente, non potendo credere che l'anima sua pronta a concedersi tutta nella purezza di un affetto devoto, non dovesse trovar mai un'altr'anima, che la ricambiasse con ugual forza e nobiltà di sentimento.

Anna più vivace, più schiettamente allegra, civettuola senza malizia, era buona anch'essa, ma ne la vita voleva godere e ridere; le piaceva di vedersi ammirata, corteggiata; e, come non dava, non chiedeva passioni tragiche, rifuggendo per istinto da le pene di cuore; soffrire non voleva, e men che mai soffrire per amore, perciò, riserbando a le poche persone intime tutto il suo affetto, ricambiava di sorrisi, di scherzi, di arguzie i suoi ammiratori. Paolina Leopardi paragonava le due sorelle Brighenti a Minna e Brenda di Walter Scott, a Rosina ed Elena di Lafontaine.

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Nel 1818 il Giordani, che doveva recarsi a Bologna, avvertiva il Leopardi di scrivergli colà e di raccomandare la lettera a l'avvocato Brighenti; e di costui gli parlò poi come d'una carissima persona, quando fu a Recanati, mostrando questa volta, come molte altre in diverse occasioni, il gentile desiderio di veder stringersi in affettuosa relazione fra loro gli amici suoi; è probabile ch'egli esortasse il grande Recanatese a porsi in corrispondenza col Brighenti. Partito il Giordani, giunse in casa Leopardi una lettera de l'avvocato modenese per lui, e Giacomo (21 settembre 1818) colse quest'occasione per avviare la relazione epistolare che l'amico gli aveva consigliata e che non interruppe più per lunghissimo tempo. Da prima si valse del Brighenti per l'acquisto di certi libri e per la diffusione di qualche esemplare de le sue prime canzoni; nel 1820 le lettere divennero più intime e più frequenti, perchè il Leopardi volle affidar a l'avvocato l'incarico di far stampare le tre Canzoni _Ad Angelo Mai_ — _Per una donna malata_ (intitolata anche altrimenti: _Sopra malattia di una donna poi guarita_) — _Sullo strazio di una giovane_ (altrimenti intitolata: _Sopra una donna morta col suo portato_); cui, per consiglio del Brighenti, si sarebbero dovute aggiungere le due canzoni già pubblicate a Roma: _All'Italia_ e _Sul monumento di Dante_. Il Modenese conosceva queste due ultime da un pezzo, anzi intorno ad esse egli aveva raccolto notizie e giudizi dai letterati suoi amici, prendendone appunto sopra un esemplare de l'edizione romana di Bourlié, esemplare che ancora ci rimane:[30] tali osservazioni sono in generale sarcastiche, ma il Brighenti si era ricreduto nel giudizio intorno al Leopardi poeta, e, trattandosi de l'edizione che il giovane recanatese l'aveva pregato di fargli fare, si mostrava sinceramente premuroso. Come era sua abitudine, da che l'accordo col padre era rotto, Giacomo non parlò affatto in famiglia di questa sua progettata pubblicazione, che Monaldo però venne tosto a scoprire con un'ira che gli fece immediatamente scrivere al Brighenti per impedir ogni cosa; non voleva che venissero ripubblicate le due prime canzoni, le quali erano spiaciute a lui, quanto erano riuscite care ai liberali; e nè pure voleva saperne de la canzone _Sullo strazio_, perchè «s'immaginò subito mille sozzure nell'esecuzione e mille sconvenienze nel soggetto»; ed anche perchè il poeta ne aveva tolto l'argomento da un fatto vero e recente. In quest'occasione l'amicizia fra Giacomo e l'avvocato divenne intimità, ed il primo aprì al secondo i dolori secreti de l'anima sua con giovanile espansione, benchè si dicesse vecchio moralmente, anzi decrepito. L'avvocato, padre tenero de le sue figliuole, desideroso «che l'animo dei genitori abbia sempre a confortarsi della felice riuscita della loro prole,» non ha coraggio di trasgredire l'ordine di Monaldo, ma cerca di serbarsi l'amicizia di ambedue i Leopardi e di metterli d'accordo, e dopo lungo scrivere e riscrivere, ottiene finalmente che venga data a la luce la sola canzone _Ad Angelo Mai_, inspirata da le scoperte ciceroniane del dotto monsignore. Giacomo Leopardi aveva avuto il disegno di dettare alcune lettere, che con buona quantità di osservazioni critiche dimostrassero il pregio di quella classica scoperta, ma da un lato la malferma salute non gli aveva permesse le fatiche d'un lavoro d'erudizione, da l'altra al suo entusiasmo conveniva piuttosto la poesia che la prosa. Egli accompagnò il Canto con una lettera dedicatoria al conte Leonardo Trissino, ne la quale scrive: «Ricordatevi che ai disgraziati si conviene vestire a lutto, ed è forza che le nostre Canzoni rassomiglino ai versi funebri;» e gli dice ancora: «Diamoci alle Lettere quanto portano le nostre forze e applichiamo l'ingegno a dilettare colle parole, giacchè la fortuna ci toglie il giovare co' fatti.» Questo concetto che l'opera andasse innanzi a la parola per importanza civile era ben fermo nel poeta, che nel _Parini_ scriveva l'antichità potersi figurare come in Argo la statua di Telesilla, poetessa guerriera e salvatrice della patria: «la quale statua rappresentavala con un elmo in mano, intenta a mirarlo, con dimostrazione di compiacersene, in atto di volerlosi recare in capo; e a' piedi alcuni volumi quasi negletti da lei, come piccola parte della sua gloria.»

Più tardi il Giordani accennava al rincrescimento che per la dedica provò il pauroso conte Trissino; invero la _Canzone_ si ricollega a le due prime leopardiane per l'amor patrio che la inspira, anzi l'infiamma tutta, ed è aperto e non dissimulato come in quelle; lo stesso Giacomo, accennando ironicamente al permesso dato dal padre, perchè questa Canzone venisse pubblicata, permesso cagionato dal nome di un monsignore ch'essa portava in fronte, aggiungeva: «Non sospetta punto che sotto quel titolo si nasconda una Canzone piena di orribile fanatismo»; il fanatismo era tale che se i censori papali lasciaron passare la Canzone, la polizia austriaca invece ne fece caso e la sequestrò[31] messa su l'avviso da un tal Luigi Brasil, che per molti anni fu secondo aggiunto presso la direzione generale di polizia austriaca in Venezia. Il Piergili con valide argomentazioni dimostrò la più che probabilità che anche il Brighenti si tenesse in relazione secreta con la polizia sotto lo pseudonimo di Luigi Morandini; ed il marchese Gualterio trovò il nome del Modenese in un elenco di confidenti de la polizia di Milano. Certo l'avvocato pel sequestro de l'opuscolo leopardiano non mostrò alcun rincrescimento. In una lettera al Leopardi scrive il Brighenti, con un manifesto senso d'amarezza e d'invidia, degli spioni in cocchio che «sono la delizia dei circoli dei nostri patrizi.» Le strette del bisogno avevan forse vinto l'onestà di lui, che per trovar _il modo di assicurare la sua famiglia della necessaria sussistenza_, ciò che gli _lacerava il cuore_, avvilito de la umile e disprezzata condizione in cui era caduto, disperato di saper trarsene altrimenti, dopo aver trovati inutili tutti i _mezzi di risorsa_, a cercar i quali s'era _tormentato il cervello_, cedette a provvedere a la sorte de le figliuole facendosi delatore. Ma de la sua colpa nulla seppero Marianna ed Anna. Egli non poteva ignorare d'averle troppo onestamente e rettamente educate, perchè esse preferissero un pane infame a la miseria: le giovani poterono venerare il padre loro e andarne altere, perchè l'inganno in cui vissero risparmiò al loro cuore uno strazio che sarebbe stato più amaro di tutte le altre sventure, di tutte le altre delusioni.

Le due ragazze lessero certamente in quel tempo la Canzone al Mai, e se Anna, che amava i teneri sospiri dei poeti arcadi, potè non farne gran caso, Marianna dovette sentirsi presa d'ammirazione per quel cuore appassionato, credente ed amante, in contrasto con lo scetticismo di quel grande spirito, e fremere dinanzi a la maestà de le figure di Dante, del Petrarca, del Colombo, del Tasso, de l'Alfieri, con tanto entusiasmo rievocate. Ella che dal padre e forse dal Giordani aveva sentito parlare de la grandezza e de l'infelicità del contino recanatese, non poteva restar indifferente al grido di dolore, che si leva da quelle pagine, a la voce di quel desolato poeta, che ne la vanità d'ogni cosa adora i sogni leggiadri, rimpiange le poetiche favole antiche e lo stupendo potere de la cara immaginazione, conforto ai nostri affanni, e anela a l'amore, ultimo inganno di nostra vita, _al grande e al raro_, abbia pur nome di follia.

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