La donna nella vita e nelle opere di Giacomo Leopardi
Part 6
Come Giacomo ricordò per sempre con un'estasi malinconica il primo entrare di giovanezza, i giorni vezzosi, inenarrabili, quando per la prima volta le fanciulle sorridono al rapito mortale e ogni cosa intorno gli sorride, mentre il mondo par che lo accolga festeggiando e gli s'inchini; così Paolina s'era accorta ben presto che l'esistenza non è bella come la promettono i sogni; era entrata piena di confidenza ne la vita, sperando di trovarla un continuo incanto, sicura d'incontrarvi un cuore, almeno un cuore, che l'amasse, ma d'un amore purissimo, qual'ella sentiva di meritarlo, perch'era preparata a corrispondergli con tutto il fuoco de l'anima sua, e perchè non si sentiva in nulla inferiore a quelle anime fortunate, che avevano pur trovato in terra la felicità. «Poi troviamo che questo mondo delizioso si converte in luogo pieno di spini, pieno di nemici, in cui non basta star immobili per non soffrire, e addio speranze, addio cari sogni de' nostri primi anni; bisogna cangiar pensieri, bisogna prepararsi a combattere sempre, ad ogni momento, e stare in guardia sopra di noi stesse per non cambiar natura, per non diventar tutt'altro da quello ch'eravamo, poichè non v'ha dubbio che il rischio è grande.» (Lettera... settembre 1831.) Non cambiò natura la buona Paolina; ma se conservò fino a la più tarda età un ingenuo desiderio di piacere, seppe rassegnarsi filosoficamente al suo stato ed anche scherzarne con una grazia amabile: «Anche lo spirito santo dice che _omnia tempus habent_, e il tempo mio è un pezzo che già è passato»; scriveva nel 1845 a la sua Marianna, dichiarandole, che, se anche i mariti fossero piovuti da tutte le parti, ell'era ben decisa di morire con la verginale corona di biancospino in capo; voleva il biancospino e non i soliti gigli, come emblema del suo vivissimo amore per la primavera, e concludeva: «Non parlar dunque più dell'idea o della speranza di vedermi moglie di un Modenese o di un Bolognese, ma odora piuttosto l'essenza del biancospino e ricordati allora della tua amica, che morirà prima di aver provato un istante di vera gioia al mondo.» (Lettera 17 agosto 1845.)
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Simile anche in questo al suo grande fratello, Paolina poco felice ne l'amore, fu fortunatissima ne l'amicizia; e la prima e la più ardente fu quella per Giacomo, il quale prima di andarsene da Recanati, non aveva intimità che con lei e con Carlo. E quando da' suoi viaggi ritornava al borgo natío, passava le lunghe serate con la sorella, raccontandole «tante storielle, tante avventure, tante osservazioni filosofiche, antropologiche ec.» Quando il Giordani nel 1818 fu a Recanati, Paolina l'accolse con entusiasmo e con venerazione, pendeva, come i fratelli, da le labbra di lui, che dimostrò d'interessarsi affettuosamente a la sorte de la contessina e continuò per molto tempo a chiederne con gentile premura le notizie.
Ma Giacomo e Carlo, cresciuti in età, non furono più i suoi indivisibili compagni, e Paolina sentì vivissimo il desiderio de l'amicizia ed in questa trasfuse tutto il fuoco de l'anima sua, cui era negato l'amore. La prima intima amica sua fu la cuginetta Paolina Mazzagalli, bellissima giovane, bianca e bionda, d'un'indole tutta bontà e d'un'intelligenza non volgare.
La Leopardi se n'era fatto un idolo, pensava a lei vegliando e dormendo, non aveva altro desiderio che quello de la sua compagnia, ne la quale, in seri ma piacevoli discorsi, passava spesso le lunghe serate; e il suo trasporto aveva talmente ingelosito Adelaide, che la figliuola ne era disperata. Ma peggio fu qualche anno di poi, quando Carlo, che in parecchie lettere al fratello parla de la Mazzagalli con simpatia sempre crescente, se ne innamorò d'una tale passione da voler farla sua, anche contro il divieto de' genitori, i quali (a quel che ne dice Paolina) trovavano scarsa la dote de la giovane. A questa ragione deve certo aggiungersi la contrarietà eccessiva di Monaldo pei matrimoni fra cugini, che, anche ottenuto l'assenso de la chiesa, gli parevano peccaminosi.
Di più la bellezza, la gioventù, lo spirito, la vivacità de la fanciulla, facevan temere ai severi Leopardi, ch'ella non fosse per riuscire una buona moglie, dubbio smentito poi dai fatti.
Mentre Monaldo era a Roma per una lite, Carlo sposò la cugina, ed il padre suo ne sofferse oltre ogni credere; ne le lettere agli altri figliuoli egli sfoga un dolore sincero e profondo: gli par d'aver perduto per sempre il figliuolo e vuol stringersi al cuore quelli che gli rimangono, come se temesse di vedersi sfuggire anche loro. Dal suo matrimonio in poi, Carlo lasciò la casa paterna, e s'immagini con quanto dolore di Paolina, cui erano tolti insieme due dei più cari affetti, il fratello e l'amica; ella ne pianse disperatamente, e con le sue lacrime e le sue preghiere ottenne dal padre che Carlo venisse riammesso in casa, almeno per qualche breve visita. Bandita invece ne rimase la sposa, che Paolina però ebbe sempre assai cara, ed invero le affettuosissime lettere de la Mazzagalli provano com'ella meritasse tutto l'amore de la cognata.
Ne l'ottobre del 1829 Giacomo, desiderando notizie dei Brighenti, incaricava Paolina di scriver a Marianna figlia de l'avvocato Pietro, bella ed amabile giovane, che gli era stata assai cara; la cattiva salute che gli rendeva penosa qualsiasi occupazione gl'impediva di scrivere da sè, e fors'anche egli, sempre assai affezionato a la sorella, pensava di procurarle così, come le procurò infatti, un'amicizia preziosa.
La Brighenti rispondeva premurosamente, e Paolina poco tardava ad inviarle un'altra sua, mostrando vivissimo desiderio d'aver nuove de le _imprese_ e de le _glorie_ de la giovane cantante. La contessina ne le sue giornate solitarie e claustrali bramava saper qualche cosa de la vita che si mena nel mondo; e di Marianna il fratello le aveva lungamente parlato in quelle conversazioni che la interessavano talmente da serbarsene ne la memoria i particolari anni ed anni più tardi; per darne un esempio, ne la sua lettera del 15 febbraio 1828, fa cenno di quella madama Padovani che Giacomo aveva conosciuto a Bologna nel 1826 e ch'ella suppone da lui già pienamente dimenticata. Paolina prima ancora d'aver l'affetto de la Brighenti, cercava il nome di lei nei giornali teatrali e godeva di vederla lodata; quando poi la semplice corrispondenza divenne tenera intimità, la Leopardi non ebbe più secreti per l'amica sua. Adelaide non voleva veder lettere, dirette a la figlia e perciò quel buon vecchio del Sanchini aveva consentito che Marianna indirizzasse a lui le sue: quando ne era giunta qualcuna, per darne subito avviso a Paolina, egli metteva un vaso su la sua finestra, che era di faccia a la finestra di lei; e a tarda sera poi le portava in biblioteca i desiderati caratteri de l'amica, cui ella rispondeva di notte senza che la madre se n'avvedesse. Morto il Sanchini, Paolina, a quanto pare, confessò ogni cosa ad Adelaide, che le permise di continuare, dice il Costa, quella corrispondenza durata già parecchi anni. Noto però che ancora per qualche tempo Paolina si fece indirizzare le lettere a falsi nomi.
La Brighenti, che aveva apprezzato Giacomo ed a cui egli certo aveva parlato di sua sorella, come ne parlava spesso agli amici e più spesso a le amiche stimate e care, mostrò per la Leopardi un interessamento, una premura, cui la povera giovane non era troppo avvezza e che la intenerirono. Morto Luigi, uscito di casa Carlo, Giacomo lontano, Pier Francesco ancora ragazzo, ella non aveva più un cuore cui aprire il proprio, e non le sembrò vero di confidarsi a la nuova amica, di narrarle de la noia di Recanati, dei rigori de la madre, de le continue delusioni, de la malinconia sempre più grande: ne riceveva parole così delicatamente buone che ne restava commossa fin ne l'intimo: «È venuta finalmente quest'altra (_lettera_), ed io la tengo, e la metto sul mio cuore, cui fa provare della calma e delle sensazioni così nuove e così dolci, ch'io vorrei sapere e potervi ringraziare quanto lo meritate per tanta vostra bontà, per tanto amore che mi mostrate.» (Lettera 15 giugno 1830.) Così Paolina a l'amica ch'ella non solo amava, ma ammirava pe' suoi continui trionfi d'artista, invidiando gli spettatori che avevan potuto sentirla. A mani giunte le chiede il suo ritratto, promettendo di tenerlo come cosa preziosa, anzi come il più caro oggetto ch'ella potesse possedere, e quando Marianna gliel'invia, ella è felice e lo bacia lungamente, benchè non lo trovi quale lo sognava e non lo creda somigliante; abituata a le sue vesti più che semplici, ella prova un vero diletto nel notare il ricco abbigliamento e l'elegante acconciatura de l'amica. Terza ne la corrispondenza entra intanto Anna, la seconda figlia del Brighenti, a la quale pure Paolina si affeziona ben presto, e quando esse le propongono d'andar a Recanati per vederla (marzo 1831) ed ella deve rifiutare in causa dei rigori d'Adelaide e de la nessuna libertà che gode, ne piange di dolore e di dispetto. Poi le due sorelle vanno a Fermo, ella che le sa così vicine e pur si sente tanto divisa da loro, lamenta la sua _sovrana infelicità_ ed invidia l'incertezza de la sorte di quelle sue care, quel non sapere dove andranno in breve, le vaghe speranze ch'esse debbono veder sorridersi, e che la farebbero andar in estasi. Allorchè Marianna ai primi del '37 deve andar a l'estero, Paolina se ne mostra così afflitta che le scrive: «Quando tornerai in Italia chi sa se la tua Paolina sarà più viva: ma se n'è dato ne l'altra vita di pensare con amore a quelle persone che abbiamo amate in questa, oh sii certa che tu sarai sempre la mia diletta.» Speranze e sventure, gioie e dolori, tutto la Leopardi confida a le amiche, e quando giunge a Recanati la funesta notizia de la morte di Giacomo, _piangendo e delirando_, la contessina si getta fra le braccia di Marianna e in una tenerissima lettera sfoga il suo crudele dolore e cerca la pietà di colei, che era pur stata cara al suo perduto.
Quella fatale notizia veniva ad aggravare di un nuovo lutto la famiglia Leopardi, che in quei giorni era profondamente afflitta perchè Pier Francesco aveva promesso di sposare una donna non degna di lui, e per questo aveva lasciato la casa paterna, dove venne ricondotto a forza. Il terrore, la disperazione di Monaldo e d'Adelaide per quella temuta vergogna de la loro famiglia eran tali che parvero aver occupato tutto l'animo loro, in modo da non lasciarvi posto al cordoglio per la morte di Giacomo, cordoglio che poco a presso essi sentirono veracemente. Ma l'affettuosa Paolina ne fu colpita subito. Quantunque da lungo ella scrivesse poco o nulla a Giacomo, quantunque egli stesso mostrasse di temere che la sua lontananza avesse affievolito l'amore dei congiunti per lui, Paolina, appena sa ch'egli non è più, prova un'angoscia, di cui a pena credeva capace il cuore umano, e sospira di raggiungere il diletto fratello con cui ogni sorriso le è mancato nel mondo. Ella ritorna con desolata tenerezza ai ricordi de la fanciullezza e de la gioventù per trovarvi l'immagine del suo _Muccio_; ama Antonio Ranieri come un fratello ed invidia la sorella di lui, che ha prestato a Giacomo gli estremi soccorsi. «Per compiacere a Ranieri ho dovuto ricercare tra le sue carte rimaste a noi; tu non puoi mai figurarti il mio penare. Fra i pianti e gli urli io scorreva quei cari caratteri, poi rimetteva ogni cosa al suo luogo, precisamente com'egli le aveva lasciate, che mi pareva ch'ei dovesse tornare e voleva che trovasse a suo luogo ogni cosa, avendone lasciate le chiavi a me, e sperando che fosse contento della mia esattezza, poi io mi svegliava e mi dava pugni nella fronte per quell'orribile pensiero che tutto è già finito, e per quell'inganno che per un momento mi aveva trattenuta.» (Lettera 24 agosto 1837.)
Riavutasi lentamente da quel colpo così doloroso, Paolina raccolse tutto il suo affetto sui genitori, particolarmente su Monaldo, verso il quale ella, come Carlo, si mostrò ne l'età matura molto più indulgente che ne la giovanile. E coi genitori amò doppiamente i fratelli che le eran rimasti ed i nipoti: l'intelligentissima Luigia seconda figlia di Carlo, morta poi quasi bambina nel 1842, e i figliuoli di Pier Francesco, soprattutti la Virginia, che era divenuta proprio tutto il suo cuore. Anche a le cognate Cleofe Ferretti e Teresa Teja si mostrò sempre affezionatissima.
A le Brighenti continuò a scrivere sempre, però più raramente; la compagnia de la sposa di Pier Francesco e dei nipotini le faceva forse sentir meno vivamente il bisogno d'altri affetti, e l'ardore de la sua gioventù, venuto a poco a poco calmandosi, non aveva più necessità di sfoghi confidenziali. Ad ogni modo Paolina non dimenticò mai le amiche, le quali prima felici, ammirate, festeggiate, dovettero poi ritirarsi a Modena dove caddero in miseria, soccorse di aiuto materiale e di morali consolazioni da lei, che già parecchi anni prima aveva premurosamente cercato, benchè invano, di procurar un impiego a l'avvocato Pietro.
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A Paolina ed a' suoi la sorte non aveva risparmiato le sventure: le sorde lotte de' figli col padre prima; poi la partenza di Giacomo, l'allontanamento di Carlo da casa, le dolorosissime perdite di Luigi, di Giacomo, di Paolina Mazzagalli, de le due figlie di Carlo; infine le nuove discordie di Carlo co' suoi, dopo il matrimonio di Pier Francesco. Monaldo e Paolina cercarono del pari un conforto negli studi, e il primo, quasi a compensarsi de la scarsa autorità che avea in casa, si volse ad occuparsi di cose pubbliche, stampò parecchie opere e diresse anche per alcuni anni il giornale _La Voce della Ragione_. Paolina, che ne la sua prima gioventù aveva acquistato una buona cultura, continuò sempre ad amare le lettere, a veder molti libri e soprattutto ad approfondirsi ne la letteratura francese, di cui i capolavori le eran sempre stati cari: aveva una predilezione speciale per le due grandi scrittrici Madame de Sévigné e Madame de Staël. Quando le sue illusioni giovanili vennero mancandole, ella cercò più che mai distrazione ne lo studio, i libri la riavvicinarono a Monaldo, poichè ella cominciò a prestare a lui quell'aiuto che, giovanetta, aveva dato a Giacomo; anzi, mentre pel fratello era stata in generale una copista ed un'ammiratrice, per Monaldo fu un collaboratore. Ella soleva tradur molto dal francese; dal Nobili nel 1832 fece pubblicare il libretto «_Viaggio notturno intorno alla mia camera_ — [21] de l'autore del Viaggio intorno alla mia camera.» Probabilmente anteriore a questa è un'altra pubblicazione di Paolina di cui si fa cenno in questo brano di lettera ad Anna Brighenti (Bologna, 18 luglio 1838): «Lessi la vita di Mozart in francese, una volta, e la ridussi in italiano; poi ad una signora che mi chiedeva qualche cosa da fare un libretto in occasione di nozze, diedi quella, poi la censura di costì ne tolse i più piccanti pezzi e mi fece gran rabbia; la nipote di Mozart che trovavasi in Bologna ne volle copia da mio fratello, e se la portò in Germania.»
Quando Monaldo attese a redigere _La Voce della Ragione_ (dal 1832 al 1835), Paolina leggeva per il padre i libri, opuscoli e giornali francesi, notava quel che poteva fare al suo caso, traduceva gli articoli che le parevano opportuni pel giornale, correggeva le prove di stampa, così che il conte in una sua memoria dichiara d'aver avuto il massimo aiuto pel suo periodico da lei che «travagliava giorno e notte per quest'impresa, con uno zelo ed un disinteresse di che potrà solo ricevere il premio da Dio.» Clemente Benedettucci suppone che la contessina abbia dato aiuto al padre anche per altre pubblicazioni e la cosa non appare improbabile. Ella inoltre mandò parecchie traduzioni dal francese a la gazzetta di Modena _La Voce della Verità_. In questa comunità di spirito con Monaldo ella, che non aveva mai amato i liberali, i quali le parevano aver dimostrato troppo chiaramente quanto _son diverse le cose dalla teorica alla pratica_, venne accostandosi ognor più a lo zelo religioso e a le idee politiche del padre.
Probabilmente prima ancora de' suoi vent'anni aveva cominciato per abitudine a far estratti de le sue letture e traduzioni; questi suoi lavori si conservano in quarantacinque volumi ne la biblioteca di casa Leopardi.
Gli ultimi giorni di Monaldo furono consolati da le amorose cure de la figliuola, che, vistoselo rapire il 30 aprile del 1847, sentì riaprirsi nel suo cuore tutte le vecchie ferite; nè sapeva darsi conforto, quantunque gli ultimi momenti di lui fossero stati tranquillissimi e consolati da la religione e da la filosofia: «Quando ha veduto prossimo il suo fine, e se ne avvedeva più dalle lagrime nostre, che dal male istesso, ci ha chiamati d'intorno, ci ha dato serii ammonimenti, poi ne ha esortati ad imparare come _si muore in conversazione_, poichè egli ha parlato sempre con grandissima presenza di spirito, rimanendo noi tutti meravigliati di tanta pace, di tanta calma.» (Lettera 7 maggio 1847.)
Finchè era vissuto Monaldo, i suoi figliuoli, anche avendo sempre in cuore la memoria di Giacomo, non osavano parlarne, perchè il padre avea fatto chiaramente intendere che questo discorso l'addolorava; Paolina però aveva pregato caldamente le Brighenti di procurarle tutto quello che vedevano scritto intorno al suo grande e povero _Muccio_, ed anche tutte le edizioni che s'andavano facendo de le opere di lui. Ella riceveva e conservava ogni cosa di nascosto del padre; morto questi, ella potè manifestare più apertamente il suo culto per la memoria del fratello, di cui comprendeva ed adorava la grandezza, così da provar quasi un senso di affettuosa riconoscenza per tutti gli ammiratori di lui. Il Piergili descrive accuratamente un libretto, una specie di diario, in cui Pier Francesco e Paolina, aiutati talora da Vito Frati, annotavano quanto, a loro cognizione, veniva scritto intorno al poeta di Silvia e di Nerina: libri, giornali, manoscritti. Questo diario fu presto interrotto, perchè i critici del grande Recanatese non tardarono a moltiplicarsi indefinitamente. Ancor vivente Giacomo, Paolina voleva esser sempre nel novero de gli associati a le opere di lui, e quando sperava di presto accasarsi, si proponeva di aver un esemplare di ciascuna edizione nel suo nuovo soggiorno. Più tardi la cura per le cose di Giacomo fu uno de' suoi più cari pensieri, quantunque ella fosse divenuta tanto ferventemente religiosa da non poter persuadersi che il fratello fosse morto senza fede, giungendo fino a benedire la bugia del Ranieri e le invenzioni del Curci. I più chiari studiosi di cose leopardiane si rivolsero a lei, che diede gentile ascolto a tutti e non si stancò di promuoverne gli studi e le ricerche. Ella pregò caldamente il Brighenti di scrivere la vita di Giacomo; e quando il Viani, che fu suo intimissimo, ed ebbe da lei numerose notizie, le mostrò il desiderio ch'ella stessa scrivesse una biografia del fratello, ella gli dichiarò di non sentirsene capace e pregò Carlo, il confidente intimo di Giacomo, di togliersi lui quest'incarico: ma neppur Carlo credette che le forze gli bastassero; e Paolina scriveva al Viani, «Io sarò certo tenuta da Lei, caro sig. Viani, per una stupida e di cattivo cuore, non solo con Lei, ma con Giacomo ancora. O no non lo faccia: stupida forse sì, ma di cattivo cuore non mi creda. Verso di Giacomo non potrei, chè lo piango giorno e notte; verso di Lei neppure chè... Mi creda piuttosto disgraziata.»[22] A lo stesso Viani, Paolina scriveva o narrava molti ricordi de la vita del fratello. Notevole, fra le altre, è la lettera di lei ad Antonio Erculei, professore nel seminario di Roma, che voleva dettare una dissertazione su Giacomo Leopardi, diffondendosi particolarmente su la morte del poeta. Ella gli narra tutto quel che ne sa; gli copia una lettera del padre Curci e parecchi frammenti del Ranieri a Monaldo, del Brighenti a lei, di V. Balietti, che nel '37 era segretario de la Nunziatura di Napoli, a la contessa Ippolita Mazzagalli.[23] Ella giudicava povera cosa l'elogio di Giacomo scritto dal Montanari di Pesaro, godeva de le asserzioni del Curci e fremeva di dolore e di sdegno a le ingiurie contro la memoria del suo diletto, consolandosi quando il Giordani sorgeva a farne vendetta.
La pubblicazione de le lettere di Giacomo al Brighenti la contrariava e l'amareggiava quanto mai, perchè il buon nome del padre le era caro, quanto la gloria del fratello, e più tardi per difendere Monaldo ella dettava la breve memoria _Monaldo Leopardi e i suoi figli_, in cui di sè null'altro dice se non che d'esser stata per tutta la vita compagna indivisibile del padre.
Anche il Carducci giovane rivolgeva a Paolina una lettera calda d'ammirazione pel poeta e di venerazione per lei; e, accennando a lei, il Drach, nella prima delle sue conferenze, dice fra l'altro: «.... dans la famille Leopardi la science semble être héréditaire comme ses titres de haute noblesse.»
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Oltre a quelle accennate, altre due sventure colpirono la povera Paolina: nel 1851 perdette il fratello Pier Francesco, nel 1857 la madre.
Finchè Adelaide visse, Paolina, anche innanzi e ben innanzi con gli anni, fu tenuta sempre come una ragazza: non poteva uscir sola, e d'ordinario, già cinquantenne, soleva farsi accompagnare da una buona donna di Recanati, Artemisia Fucili, divenuta sua confidente, e seguire dal servo Benedetto Benedettucci in livrea. Un di ottenne d'andar a Loreto con l'amica, ma venne rimproverata perchè fu di ritorno troppo tardi, e quando la sua compagna per scusarla notò timidamente ch'ella non usciva quasi mai di casa, si narra che Adelaide soggiungesse: «Bella ragione, è tanto grande la nostra casa, altro che Loreto!»[24] Morta la madre, ella si trovò ricca, e mentre da un lato, divenuta usufruttuaria del patrimonio, frugalissima per natura e di abitudini modeste, ella spendeva poco e mal volentieri anche per la cura de le campagne; da l'altro, ancora bambina ne l'animo, benchè poco lungi dai sessant'anni, godeva di vestire con grande sfarzo, di seguir a puntino le mode più capricciose, facendo venire una sarta appositamente per lei, da Ancona a Recanati. Un ritratto ce la rappresenta già vecchia con un amplissimo abito a enormi scacchi ornato di trine; nel suo buon viso avvizzito solo l'altissima fronte ricorda Giacomo, benchè molti asseriscano che ne la sua gioventù ella gli somigliasse assai.
Generosa di cuore, malgrado quella ritenutezza a spendere, che parve in lei ed in Carlo una malattia de l'età, di rado sapeva negare il suo aiuto, e al servo Benedettucci donò persino la culla di Giacomo, che sarebbe stata per la famiglia un preziosissimo ricordo. Ella amava trattenersi a tarda sera sola in giardino, e guardando quelle paterne aiuole, su cui scintillavano le vaghe stelle de l'Orsa, ascoltando la rana gracidante nei campi e il canto di qualche contadino, certo rievocava l'immagine del fratello, cui quei luoghi e quei suoni avevano inspirato tanta dolcezza di poesia. Una sera, così passeggiando, s'incontrò in un ladro che stava per rubare dei limoni; senza gridare, nè chiamare aiuto, ella cacciò con severe parole l'intruso.
Negli ultimi anni uscì di Recanati parecchie volte: con la Fucili fece una gita di tre giorni in Ancona, un'altra a Grottamare, divertendosi come una bambina. Nel 1867 volle andare in pio pellegrinaggio a Napoli per visitarvi la tomba di Giacomo e de le liete reverenti accoglienze ricevute fu orgogliosa e commossa.
Di tali sentimenti duole ella parli assai poco ne le lettere scritte ad Artemisia Fucili; è da notare però che questa era una buona, ma povera donna, da cui forse certe espansioni non sarebbero state comprese.