La donna nella vita e nelle opere di Giacomo Leopardi
Part 5
Carlo il 9 febbraio 1823 scriveva a Giacomo d'essere stato a la cena del gonfaloniere vicino di tavola di Roccetti e gli narrava d'aver trovato quel giovane amabile, geniale di fisonomia e di talento e cultura sufficiente, non ignaro di lettere, ammiratore dei versi di Giacomo, e autore egli stesso di qualche buona poesia. Carlo ricordava come altre volte gli fosse venuto in pensiero di dar a quel giovane Paolina, che in varie occasioni l'aveva visto, aveva parlato con lui e l'aveva trovato assai piacente; ma non ne aveva fatto più nulla, saputo della poca entrata di lui. «Ora,» egli racconta, «sembra che tanto Paolina, quanto il partito superiore, sieno disposti a passar sopra questo punto. È certo che è assestatissimo, e non si tratterebbe se non di calar di piede, non di stare incerti sul piede proprio. Per il tratto e l'educazione può stare al pari di un signore molto più ricco, veste benissimo e il suo fare riservatamente polito e nello stesso tempo sicuro e disinvolto ha una certa somiglianza con quello di Camillo. Begli occhi, ottima e sanissima bocca. Vedi che sulla persona non c'è nulla da dire; sta all'interessata a dire, se questo è quello che essa conta il più. O piuttosto essa l'ha già detto; ora si aspetta ch'egli dichiari in qualche modo il suo sentimento, che non sembra bene d'interpellare direttamente, trattandosi d'un affare in cui egli è quello che guadagna.» Giacomo rispondeva che veramente poche consolazioni avrebbe potuto provare uguali a quella di veder effettuato quel progetto circa il matrimonio di Paolina; era certo che Carlo dal lato suo non avrebbe lasciato cosa che potesse giovare a questo effetto; e aggiungeva non poter sapersi se la sorella dovesse nel nuovo stato e con quel compagno esser contenta; ma che certo per lei non v'era altro partito, se non quello di maritarsi presto e possibilmente con un giovane. (Lettera 20 febbraio 1823.) Paolina, tutta lieta di questo assenso del fratello, pochi giorni dopo gli scriveva d'essere _estremamente contenta_ di Roccetti _per la sua figura_, ch'ella non avrebbe potuto desiderare migliore, _per il suo spirito, per la sua cultura, educazione ecc._; ma un dubbio le restava e tale da farla tremare: i costumi di quel giovane, dei quali aveva sentito parlare altra volta dai fratelli, costumi tali da spaventarla. Ell'era persuasa d'aver a rimpiangere il vecchio Peroli, o almeno l'amore ch'egli le avrebbe portato, e ch'ella non si credeva capace d'inspirare ad un giovane, neanche avendone infinito per lui: «Come» scrive «ne avrei per Roccetti, che se avessi veduto più a lungo, me ne sarei innamorata; e sarebbe stato tanto peggio per me, chè fino ad ora non se ne capezza niente.» (Lettera 3 marzo 1823.) Giacomo di rimando le dava consigli e le diceva: «Circa l'affare di R.... è verissimo che a me pare che vi convenga. È anche vero che R.... è un giovane come _tutti_ gli altri.» Aggiungeva però che un uomo di talento, quale era Roccetti, dopo essersi divertito assai ed anche annoiato de la galanteria, doveva sentire il bisogno di una che lo amasse da vero e che unisse a la tenerezza, la gioventù e il buon cuore. S'egli aveva tal desiderio, nessuna avrebbe potuto soddisfarlo meglio di lei, che sapeva amare ed era istruita _al di sopra di quattro quinti delle sue pari_; ed egli stesso doveva essere ottimamente disposto a divenire un buon compagno; non già che Paolina non dovesse in tal caso aspettarsi da lui nessun tratto di gioventù, ma certo egli si guarderebbe da l'offenderla, proverebbe pena se credesse di averne procurata a lei, o sarebbe sempre suo, o mostrerebbe di essere, e tornerebbe presto e veramente a lei, quand'anche se ne fosse mai allontanato per qualche momento. (Lettera 19 marzo 1823.)
Poco a presso Carlo scriveva al fratello che Roccetti, fatto interpellare, aveva detto definitivamente d'essere in trattato con un'altra; ove non avesse potuto combinare, ben volentieri avrebbe accettato Paolina. Carlo aggiungeva sapersi chi era quest'altra: una vedova uscita da la casa mercantile Cesaretti di Ancona, con una dote minore o al più uguale a la loro sorella, giovane però e avvenente. (Lettera 6 marzo 1823.)
Il 27 marzo, pregando Giacomo d'informarsi se Paolina avesse potuto convenire al cavalier Marini di Roma, Carlo aggiungeva: «Roccetti non ha detto più nulla.» Ma due anni di poi Monaldo scriveva al suo primogenito: «Ti piacerà di sentire che ho fatto sposa Paolina, e il suo sposo è Peroli. Questo buon uomo, sentendola libera dal trattato Roccetti, venne qua e tutto fu combinato.» (Lettera 30 agosto 1825.) Monaldo non poteva alludere certo a quelle prime trattative col Roccetti, che non avevano punto impegnata Paolina; bisogna dunque credere che nel frattempo, e cioè mentre Giacomo era a Recanati dopo il suo ritorno da Roma, poichè in nessuna lettera a lui se ne trova notizia, tali trattative fossero state riprese e condotte a buon fine, benchè poi l'impegno venisse sciolto.
Paolina Mazzagalli, che, come vedremo, fu intima della contessina Leopardi, espandendo in un'affettuosissima lettera la sua amicizia, scrive a la cugina: «S'io vi possedessi, confesso tremerei.... tutte le volte che dovrei allontanarvi da me, perchè è vero che tutte le cose preziose si conservano con gelosia; e persuadetevi che anche Rossetti avrebbe fatto così, se.... ma io dimenticavo che egli è infelice e che per questo voi non l'amate più!!.. Questa idea mi spaventa e mi fa temere per la nostra amicizia.»[19]
Credo che quel _Rossetti_ sia un errore di lettura del manoscritto o di stampa e che si debba invece leggere _Roccetti_. Una volta ancora troviamo questo nome tra le carte leopardiane ed è in una lettera di Paolina a Giacomo: «Così per una curiosità, se hai veduto e sentito nominare a caso Roccetti che fosse costì dimmelo un poco. Che se non puoi dirmi di averlo nè veduto, nè sentito nominare, non me ne far motto, che è inutile. Si dice ch'egli sia costì in una compagnia comica, e si dice che faccia il carabiniere dopo avere dato sacco a la roba sua.» A questa lettera del 10 giugno 1827, Giacomo rispondeva punto per punto il 18 giugno, ma di Roccetti non faceva parola.
Da le lettere citate risulta chiaramente come Paolina amasse questo Roccetti e se ne interessasse ancora dopo parecchi anni, com'egli fosse giovane, assai piacente, di poca fortuna e di poca nobiltà, come ella gli sia stata promessa ed infine (se è proprio di lui che parla la Mazzagalli) come verso il 1828 egli fosse infelice; appare ancora probabile, poichè Paolina ne chiede, che sul finire del '27 egli si trovasse a Bologna in pessime condizioni economiche. Se si pensi ora quel che la contessina confessava a le amiche intorno al suo Ranieri: che era giovane, amabile, non ricco, non molto nobile, poichè in un'altra lettera ella scriveva: «Mi pareva impossibile di poter lasciare il mio cognome, cui voglio assai bene, per uno tanto meschino. Quando ero sposa del mio Ranieri, non mi pareva sacrifizio quello che andavo a fare, poichè l'amore velava il tutto»; marchigiano (e il Traversi, il solo, ch'io sappia, che abbia fatto cenno una volta, ma brevissimamente del Roccetti, lo asserisce di Filottrano); per qualche tempo fidanzato a lei, più tardi disgraziato negli affari, e che nel 1828 era a Bologna, apparirà, s'io non erro, più che probabile che il Roccetti e Ranieri sieno tutt'uno; Roccetti il cognome, Ranieri il nome.
Ero a questo punto de le mie induzioni quando l'egregio signor conte Giacomo Leopardi, ora degno rappresentante di quella illustre famiglia e premurosissimo per gli studi leopardiani, pregatone da me, fece fare de le ricerche a Filottrano e mi comunicò poi la seguente lettera:
MUNICIPIO DI FILOTTRANO. GABINETTO.
Lì 10 agosto 1897.
Preg.mo Sig.r Conte,
Dai nobili signori Giuseppe Roccetti e Geltrude Melchiorri nasceva qui in Filottrano il 9 settembre 1795 un bambino, cui venne imposto il nome di Raniero, tenuto al Sacro Fonte dai nobili Giacomo Martorelli-Mazzoleni-Fiorenzi di Osimo e Virginia Mosca, moglie del conte Giacomo Leopardi da Recanati. Così nel registro dei nati del suddetto anno. Il giovane Roccetti Raniero, dalle informazioni avutesi da qualche persona vecchia del luogo, che lo conobbe, corrispondeva perfettamente alla descrizione che se ne fa nella lettera del conte Carlo. Si sa pure di esso che, attesi dissesti di famiglia, entrò al servizio del governo pontificio nella carriera giudiziaria, raggiungendo, a quanto si ricorda, il grado di governatore. Morì in fresca età a seguito di malattia mentale, ma non sa dirsi il luogo. Del resto a Filottrano non si sa abbiano esistito altri Roccetti di nome Ranieri, ma lo si ripete, la descrizione della lettera fa esser certi si tratti di quello di cui si dettero i pochi cenni biografici. Offrendomi per ogni occasione mi pregio protestarmi....
IL SINDACO.
Il romanzo di Paolina, così splendido ne la sua fantasia e nel suo cuore, così povero ne la realtà, finiva miseramente; ed è probabile che il dubbio di cui ella parla, inducesse lei a lasciare il fidanzato, come che le peggiorate condizioni di lui persuadessero i Leopardi a non dargli la figliuola.
Per un momento si pensò a combinare un matrimonio fra Paolina ed Osvaldo Carradori, ma pare che le cose sieno andate poco più innanzi del pensiero. Adelaide, che più degli altri si preoccupava di trovar marito a la figlia, saputo che il cavalier Marini di Roma, vedovo, voleva riprender moglie e la desiderava savia, ben educata, di ottime qualità morali, piuttosto che ricca, faceva chiedere a Giacomo se potesse esser quello un partito accettabile per Paolina; ed anche Monaldo parlava al suo primogenito de l'istesso argomento, narrandogli avergli l'Antici proposto il cavaliere come genero. Monaldo l'aveva conosciuto ventidue anni prima, ed era in forse se quell'uomo, certo tutt'altro che giovane, potesse non dispiacere a Paolina. Giacomo, rispondendo, tratteggiava tosto il ritratto del cavaliere, di cui già prima avea talvolta parlato per incidenza a' suoi e sempre con simpatia: il Marini mostrava quarantacinque o cinquant'anni, non appariva punto vecchio con la sua amabile e ridente fisonomia, col colorito sano e la persona non alta, ma ben proporzionata; di maniere piacevolissime, d'indole quieta e inclinata a la vita di famiglia, possedeva ottimamente l'arte di farsi amare. Era stato affezionatissimo a la sua prima moglie, zoppa e brutta, possedeva un buon patrimonio, del quale facevan parte alcune campagne ne le vicinanze di Roma, ed a la figliuola, che stava per maritare, dava una dote di ventimila scudi. Bastava molto meno per esaltare Paolina, incantata dal solo progetto di andare ad abitare in una grande città. Ma mentre Giacomo le dava ogni buona speranza, narrando a Monaldo che il Marini, cui era stata fatta la proposta, se n'era mostrato assai contento, l'Antici scriveva non esserci più illusione di combinare; e Paolina ne strabiliava e si raccomandava al fratello, aspettando le sue lettere _con un palpito terribile_, piangendo di speranza e di timore; mentre fremeva per la paura _terribile_ che si avesse intanto a combinare con un _pretendente_ vecchio e di _orrido paese e cognome_. Malgrado i filosofici consigli di Giacomo, che procurava di calmare le sue smanie e di farle acquistare quel poco d'indifferenza verso le cose proprie, senza la quale non è possibile, non pure esser felici, ma neanche vivere, ella non sapeva metter un freno a le sue inquietudini, e gli scriveva: «Sicura di divenire sposa del cav. Marini, son certa che non proverò mai più dei sentimenti così vivi di agitazione, di speranza, di timore; e quando avrò perduta la speranza di divenirla, mi sarà indifferente qualunque altra sorte incontrassi; chè certo non potrà essere altro che spaventevole. Scusate, caro Giacomuccio mio, queste ciancie; ve ne domanderò perdono in ginocchio, quando verrete; e noi tutti lo desideriamo tanto.» (Lettera 25 aprile 1823.)
Questa esaltazione parve a taluno strana, ridicola e financo spregevole; ma credo inspiri solo compatimento in chi ripensi a l'insoddisfatto bisogno d'affetto che Paolina aveva ne l'animo, a la monotona e triste vita ch'ella conduceva in realtà e che la sua fantasia le faceva parere peggiore che mai; ed è da notare ancora che del Marini aveva Giacomo scritto tutto il bene, anche prima che si trattasse di dargli Paolina, che questa aveva nel fratello una fede cieca e si era fatta forse di quell'uomo un ideale racchiudente per lei tutte le seduzioni del mondo. Ne l'agosto del 1825 ell'era finalmente fidanzata al Peroli, ma non lieta per questo. In fondo a l'anima le restava il dubbio che, quantunque fosse fissato persino il giorno de le nozze, il quale doveva essere il 21 di novembre, si finisse col non farne nulla; poi quel suo sposo non giovane, bruttissimo, senza spirito, non soddisfaceva punto il bisogno ch'era in lei d'essere orgogliosa de l'uomo di cui avrebbe portato il nome; si aggiunga la pena di vedersi derisa per quel fidanzamento, annunziando il quale ella scriveva a Giacomo: «Ero preparata a sostenere più scherni e sarcasmi di quelli che in fatti mi si preparavano, giacchè finora (almeno nel mio piccolo cerchio) non vi è stato alcuno che, a saputa mia, mi abbia condannata; ma io mi ricordavo de' vostri insegnamenti e consigli, e mi ero armata di molto coraggio. Non so se questo basterà per regolarmi in appresso, quando avrò cambiato stato.» (Lettera 19 agosto 1825.) Il parentado venne lungamente protratto, finchè fu sconchiuso in causa de la dote, che il Peroli pretendeva di sei mila scudi, mentre i Leopardi non volevano darne che quattro o cinquemila.
Il progettato matrimonio doveva far però provare a Paolina il tenero compiacimento di vedersi indirizzata da Giacomo la bellissima canzone _Nelle nozze della sorella Paolina_.
Questa canzone, composta ne l'estate del 1821, quando pendevano le prime trattative per accasare la contessina Leopardi col Peroli, «segna un nuovo momento artistico nella vita di Leopardi.»[20] Come Giacomo amasse Carlo e Paolina appare da tutto l'Epistolario; cito una frase sola, ma eloquente, della lettera con cui egli ringraziava il conte Alessandro Cappi d'un capitolo _Dell'amor fraterno_: «Se lodassi i sentimenti come vorrei, forse le mie lodi non sarebbero senza sospetto, perchè ancora io non ho provato in mia vita e non provo affetto più caldo e più dolce, nè ho cosa più preziosa e più cara di quell'amor fraterno ch'Ella sì degnamente e sì virtuosamente celebra.» (Vedi Lettera da Bologna, 12 maggio 1826, pagg. 118 e 119 de l'_Appendice a l'Epistolario_.) Ma se vivissimo era l'affetto del poeta per la sorella, le consuetudini de la famiglia, la ritenutezza, che soffocava ogni espansione, e lo stato d'animo di Giacomo, il quale nel suo dolore vedeva tutto triste e solo ne l'antichità credeva di scorgere il mondo ancor giovane e forte e virtuoso, tolgono al Canto ogni tenera effusione: esso non è inspirato da' domestici affetti, ma da l'amor patrio. Pare che dopo quel momento di molle dolcezza che gli dettava il Consalvo, il poeta s'irrigidisse nel suo severo concetto di virtù eroica spartana, e che pur pensando a la donna e a l'amore, l'anima sua non si commovesse più di palpiti soavi, ma mirasse fredda a un eccelso ideale. Qualche cosa di affettuoso è solo ne l'introduzione, in quel nido paterno, silenzioso, popolato da le vaghe illusioni, da le sorridenti immagini de la giovanezza, quel nido che la sorella dovrà abbandonare, entrando, sposa e perciò più libera, nel mondo di cui conoscerà le vicende. L'idea di questo mondo, del quale tante volte doveva aver dolorosamente parlato a Paolina, si affaccia tristissima al poeta: corre un'etade obbrobriosa, un tempo di lutto per l'Italia, i figli de la sorella avranno bisogno di forti esempi, perchè l'empio destino nega a la virtù ogni dolcezza e non regge impavido colui, che non fu severamente educato. Nel suo sentenziare vi ha la rigidezza che egli crede necessaria al virtuoso:
O miseri o codardi Figliuoli avrai. Miseri eleggi. Immenso Tra fortuna e valor dissidio pose Il corrotto costume.
Questa severità par additare a Paolina, in quel poco lieto matrimonio, il conforto de la virtù e de la maternità. Uno dei concetti principali del Leopardi giovane era che la natura umana, invecchiando, decadesse; egli abborriva la vecchiezza, e la sua idea de l'umanità si conformava a quella de l'uomo: il mondo antico era giovane e perciò stesso grande e generoso, l'età moderna, decrepita, aveva perduto e forza e virtù. Ma solo al Cielo spettava il provvedervi: a Paolina egli consiglia d'educare i suoi figli non _amici_, ma sprezzatori de la fortuna, cuori vigorosi più alti d'ogni vile timore e d'ogni speranza fallace: non saranno felici, ma avranno l'ammirazione dei posteri, poichè la nostra schiatta che, ignava, disprezza la virtù viva, ipocritamente la celebra estinta. E rivolgendosi a le donne vanta il loro potere, chiedendo loro ragione dei vizi presenti; amore, il vero amore è sprone al bene, ne è capace soltanto l'uomo coraggioso, che solo dovrebbe essere amato; il ricordo de la giovanetta sposa spartana, che cinge il brando a lo sposo e poi spande le negre chiome sul corpo esangue e nudo di lui, ritornato sopra il suo scudo; il ricordo di Virginia, la bellissima fanciulla, che scende volonterosa a l'Erebo per la salvezza de la patria, son posti come degni esempi a le donne italiane; e se ne la prima parte del canto predomina il sentenziare austero, che ne la rigida forma, scevra d'ogni soave calore d'affetto, d'ogni dilettosa immagine di fantasia, sembra simboleggiare la severità e le gramaglie de la virtù, cui l'empio fato interdice ogni aura soave, in questa seconda parte il cuore del poeta si scalda dinanzi a le antiche donne, non meno leggiadre che grandi, e si commuove al loro dolore e a la loro sventura; la fantasia ridesta dipinge il quadro de' suoi più vaghi colori e ci fa rivedere la giovane sposa china sul corpo del marito morto, che ricopre co' neri capelli disciolti, Virginia vaghissima ne la sua gioventù piena di lieti sogni, quando il rozzo acciaro del padre le rompe il bianchissimo petto. La canzone ricorda l'Alfieri ed il Foscolo, che entrambi accendevano in quel tempo di affetto patrio il cuore de gl'Italiani; foscoliano è l'intento civile di questi versi e il fare sdegnoso e fiero; ad una del Foscolo somiglia pure l'immagine de la sposa spartana. L'Alfieri ci ha dato una Virginia più romana di quella del Recanatese, perchè l'Alfieri dinanzi a lei è rimasto scrittore e soprattutto cittadino: il Leopardi ha creato, come ben disse il De Sanctis, una Virginia umana, perchè innanzi ad essa si è sentito uomo ed artista, ha provato un doloroso schianto davanti a quel _rozzo acciaro_ che ha ucciso la vaga fantasima de la sua mente. Con l'immagine di Virginia il poeta chiude il suo canto, lasciando nel lettore l'impressione grandiosa di quel popolo salvato da quella donna; evita un ritorno ai tempi suoi, al suo paese, ma par che il suo silenzio nasconda un augurio: quello che, come il romano, risorga anche il popolo italico per la femminile virtù.
Ho parlato a lungo di questa canzone perchè essa è il più bel monumento che ricordi ai posteri Paolina, e perchè, quantunque il poeta poco si fermi su di lei propriamente, se la credeva capace d'intendere e di gradire questo severo e in alcune parti sublime canto, doveva di lei aver ne la mente una ben alta idea; doveva crederla una di quelle donne da cui la patria ha diritto d'attender molto.
* * *
Sciolta dal Peroli, Paolina conservò ancora per lungo tempo la speranza di trovare un marito.
Nel 1832 moriva un tal Staccoli di Urbino ch'ella aveva _corso pericolo di sposare_; e in quello stesso anno ell'era incerta se accettare o no un tale che l'aveva chiesta parecchie volte ne la sua prima gioventù e che Giacomo stesso non avrebbe trovato strano di vederle fidanzato e marito. Era un buon giovane recanatese, alieno da le compagnie allegre, religioso, ma non colto, di poco spirito, di poco talento, di bassa famiglia, e l'altera contessina, che non poteva esser scevra dei pregiudizi de la sua casa, soffriva al solo pensiero di lasciare il suo nome per prenderne uno popolano, e capiva di non poter ricambiare l'amore che quel tale le avrebbe portato. Monaldo di matrimoni per la figlia non ne voleva più sentir parlare: Adelaide invece, avversa a un tempo a questo giovane, ora gli si mostrava propensa. A Marianna Brighenti, che le aveva consigliato di accettare, Paolina rispondeva: «Quello che dici, che le azioni e le virtù formano il più bel cognome, va bene; ma, se io non avrò per marito uno del mio grado, che conti, come dici, i quarti di nobiltà che ho io, almeno dovrà essere uno che per i suoi talenti, per il suo ingegno, per le sue azioni si sia fatto un nome, non uno di cui debba arrossire ogni momento, ogni volta che parla — mi ami egli pure quanto vuole, non è affatto certo che io possa amarlo, che possa amare una persona tenuta da tutti per meschina in ogni genere: l'amore di una tal persona non ha nessun pregio agli occhi miei perchè io non posso nè stimarla, nè amarla — e se un'occhiata della persona amata compensa di tutto, se, come dice la Staël, questa occhiata è una felicità tale che pare non vi sia forza per sostenerla, e bisogna chinare gli occhi, bisogna ch'essa sia realmente amata di fatto e non di solo diritto.» (Lettera 23 agosto 1832.) Certo ne la decisione di Paolina l'orgoglio di casta aveva qualche parte, tanto più possiamo convincercene, quando vediamo come seccamente a le amiche Brighenti, che avevano supposto ella avesse amato un tal Monaldo Fidanza, suonatore, ella rispondesse: «Sappi che da suo padre noi compriamo il panno bleu per le livree.» (Lettera Sabato Santo 1832.) Certo però ne la sua decisione, oltre a molta ragionevolezza, vi è molta dignità, e il sacrifizio ch'ella faceva, _ricalcando i suoi ferri da sè stessa_, aveva per compenso la sua libertà e la soddisfazione di sè. Una de le sue subite simpatie per un forestiero, di cui ella non sapeva nulla, le aveva fatto capire in quei giorni ch'ella avrebbe avuto la forza di fare qualunque sacrificio, ma per un uomo che ne fosse degno. Di queste improvvise simpatie ne troviamo parecchie ne la vita di Paolina, di cui l'animo era ardente, quanto fredda l'esistenza. Nel 1831 un tal Lanyres, tenente degli usseri, ebbe alloggio per qualche giorno in casa Leopardi; era un bel giovane, pieno d'ardire e d'entusiasmo, e Paolina fu assai presso ad innamorarsene; ma, quando seppe la parte ch'egli aveva presa nei fatti d'arme provocati da le varie insurrezioni scoppiate allora in Italia, parte che la coscienza di lei non approvava, la sua simpatia cessò, ed ella vide partire il bell'ufficiale senza versare una lacrima.
Nel '34 un'amica di Pesaro scriveva a la contessina che un dottore ed avvocato di Bologna, vedovo da poco de la contessa Muzzarelli ferrarese, uomo di cinquant'anni, bravo e religioso, cercava in moglie una signora senza curarsi d'averne una gran dote. Paolina ne chiedeva a le Brighenti, le quali le rispondevano dandole pessime informazioni di quel tale, ex maestro di casa, avarissimo; e questa volta pure, Paolina rinunziava senz'altro al progetto. Le lunghe delusioni l'avevano troppo amareggiata, perch'ella volesse ancora coltivarle ne l'anima; come Giacomo per le donne, ella ebbe pungentissime parole per gli uomini, i quali dichiarava indegni d'un sospiro e meritevoli di odio per lo sprezzo con cui riguardano quelle che non rimangono impassibili a le loro proteste, meritevoli di esecrazione per la gioia trionfante che provano, facendo del male con la coscienza di farne.